Sul numero dello scorso luglio del bimestrale Dialoghi Mediterranei era uscito un mio tentativo di analisi del genocidio subito dai palestinesi.
Qualche giorno fa la rivista La Città futura ha pubblicato un editoriale di Leila Cienfuegos che conferma – a partire dagli eventi più recenti – la natura del tutto ingannevole della ‘democrazia israeliana’ e la struttura invece criminale dello Stato e del governo di Israele, i quali – sostenuti in modo incondizionato dagli Stati Uniti d’America e dalla loro industria bellica – costituiscono ormai un grave pericolo per i popoli del Vicino Oriente e non soltanto per loro.
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L’eloquenza del terrorismo sionista
A Gaza, in Libano, in Siria, ovunque Israele mostra la sua volontà di colpire in particolar modo i civili, stretti tra assedi medievali e attacchi hacker. Quando non esiste un limite allo schifo
Leila Cienfuegos, La Città Futura, 20.9.2024
Fonte: https://www.lacittafutura.it/editoriali/l’eloquenza-del-terrorismo-sionista
È probabile che il tentativo di commentare quella che tutti i media osannano come “una delle operazioni di intelligence del Mossad più riuscite della Storia” ossia l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso e accecato un numero indecifrato di persone attraverso l’esplosione simultanea dei cercapersone e walkie talkie, sia effettivamente un tentativo vano perché l’incommentabile, per definizione, non si commenta. O meglio si potrebbe partire dal rovesciamento della narrazione: non c’è, a tutti gli effetti, nella Storia un precedente paragonabile alla tortura su ampia scala a cui la popolazione civile in Medio Oriente è sottoposta da parte dello Stato terroristico di Israele che, in attuazione di piani ampiamente dichiarati di colonialismo e di sterminio, sta attaccando la popolazione civile di quel che resta della Palestina ma anche del Libano, della Siria e di tutte le comunità non sioniste dell’area, non esclusa la popolazione israeliana contraria al massacro che si sta consumando dal 7 ottobre 2023 – rectius: da 60 anni quasi, in realtà, ma abbiamo ahimè imparato a capire sulla nostra pelle che noi sottoposti dobbiamo avere la memoria corta per campare, e così cercano di farci credere che la fase in cui viviamo non abbia nulla a che vedere con la dominazione israeliana in Palestina e la sua occupazione illegale che si consuma dalla metà del secolo scorso, allo stesso modo in cui la guerra in Ucraina l’avrebbe incominciata esclusivamente Putin nel febbraio del 2022 elidendo completamente con un colpo di spugna le vicende occorse nel decennio antecedente, e via dicendo.
Il connubio tra, da una parte, uso criminale di intelligence e tecnologia sofisticata e, dall’altra, antichi metodi di assedio medievale e accanimento sulle persone (la privazione del cibo, dell’acqua, del sonno, della vita e della quotidianità, della terra e al momento non saprei arricchire ulteriormente un elenco tanto sadico), crea in effetti un terrificante unicum nella Storia le cui possibili sfumature e applicazioni ci vengono offerte zelantemente e giorno dopo giorno dall’“unica democrazia del medioriente”. L’unica e vera democrazia del medioriente – che sta combattendo una guerra col proprio esercito contro il perfetto nulla, dal momento in cui non si capisce quale altro esercito debba o possa efficacemente fronteggiarlo – assedia tutto il giorno e tutta la notta la popolazione civile palestinese puntandole contro le navi da guerra dal mare e, dal cielo, enormi e rumorissimi droni sospesi a mezz’aria pronti a schiantarsi al suolo contro “obiettivi sensibili”, e poi bombe, bombe, bombe; crolli, niente luce, acqua potabile né da bere né per lavarsi, come bestie costretti ad usare l’acqua di mare filtrata, niente medicine, niente riposo a causa del rumore assordante e della paura, niente lavoro, niente giochi e niente scuola, niente cibo e la morte, forse, se sopraggiunge un camion con gli aiuti umanitari, niente dignità. L’unica e vera democrazia del medioriente deporta la popolazione da un lotto all’altro in continuazione per bombardare intere aree e se qualcuno è rimasto indietro finisce comunque sotto le bombe, costringe la popolazione ad abbandonare ogni cosa e non solo la propria casa. L’unica e vera democrazia del medioriente controlla capillarmente le persone anche attraverso il telefono essendo l’IDF in grado di agganciarsi ai device presenti in una determinata cella per chiamare e minacciare i malcapitati di venire uccisi in caso si dovessero rifiutare di fare da spia per le loro, controllando la presenza di eventuali individui nascosti nelle case e nei palazzi e riferendola ai militari israeliani. L’unica e vera democrazia del medioriente è in grado di sabotare qualsiasi catena di approvvigionamento di persone o organizzazioni non gradite, e poco importa se, facendo simultaneamente brillare a sorpresa migliaia di apparecchi, ci rimette la pelle una bambina di dieci anni o altri perfetti innocenti. Ma d’altra parte, non sarebbe l’unica e vera democrazia del medioriente se non facesse saltare in aria scuole come se fossero pop corn e se non avesse ucciso, in un solo anno, oltre 16.756 bambini e feriti almeno 6.168 (L’UNICEF la definisce “una guerra contro i bambini“).
Ebbene grazie, unica vera democrazia del medio oriente & partners occidentali conniventi e complici, per mostrarci così plasticamente cosa possa essere l’inferno e lo schifo autentico, per aiutare noi ultime ruote del carro a toccare con mano la più cieca rabbia e renderci più semplice il compito di dirigerla prima o poi contro voi responsabili del nostro massacro. In particolare in questa fase un sentito grazie a mr.Netanyahu e al suo governo di criminali per facilitarci di molto il gravoso compito di tornare ad indignarci e disgustarci, motore fondamentale di una qualsiasi rivoluzione.
[Foto di Dyaa Saleh su Unsplash]






Terroristi a Gaza.

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Da L’AntiDiplomatico, 14.10.2025
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Al regista palestiinese Basel Adra coloni e soldati hanno distrutto il villaggio, Masafer Yatta, di cui ci racconta nel suo “No other Land”, premiato con l’Oscar. A lui le ultime parole su questo lembo di Palestina, frantumato in mille pezzetti, ma che vogliono che sia il primo passo dello scarpone chiodato sionista verso il Grande Israele. Nel mondo si festeggia la “pace”.
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“L’occupazione continua, più brutale che mai. Il cessate il fuoco non è la fine, Gaza è distrutta… In Cisgiordania, solo negli ultimi giorni, hanno ucciso 15 persone e nemmeno uno di loro è in carcere. Bruciano villaggi e i palestinesi devono lasciare le loro comunità, 40 villaggi si sono spopolati e la costruzione di avamposti e di insediamenti è incessante. Trump e il suo governo sono favorevoli ai coloni e agli insediamenti… L’attenzione è tutta su Gaza e su questo cessate il fuoco. Ma dovrebbe essere sul popolo palestinese, sui nostri diritti… L’Autorità palestinese non ha alcun potere e non ho fiducia nei paesi del Golfo. Sia il governo, sia l’opposizione hanno votato che non ci sarà mai uno Stato di Palestina”.
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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldistato_palestinese_dovepiano_di_pace_gaza_a_me_cisgiordania_a_te/58662_63025
Che la storia maledica questi assassini.

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Il leggero sospetto del Cancelliere federale.

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Da: Psicoanalisi di una strage
Il Simplicissimus, 20.9.2025
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«Forse bisogna che tutti noi ci stendiamo sul lettino dello psicanalista per capire come mai siamo arrivati al punto di assistere in diretta a un genocidio con poche e flebili resistenze, in ogni caso così tardive da essersi manifestate dopo il punto di non ritorno. E forse proprio per queste sono state permesse dal potere occhiuto che guida le opinioni, mentre in precedenza le manifestazioni pro Palestina sono state fortemente represse. Chiediamoci perché abbiamo tutti creduto – e c’è ancora qualche fesso che lo crede – alla favola dell’unica democrazia del Medio Oriente quando invece lo stato di Israele ha una struttura parzialmente teocratica, con un Consiglio Rabbinico che fa parte dei poteri dello Stato e con leggi molto bizzarre, per così dire, ma comunque fuori dalla concezione dello Stato di diritto. Come quella del Din rodef , ovvero la legge dell’inseguitore che consente l’uccisione di coloro che sono considerati una minaccia anche non mortale per i singoli ebrei o per lo Stato ebraico in generale senza il beneficio del giusto processo. Alla faccia, sono cose non consentite nemmeno in Arabia Saudita».
Una delle tante manifestazioni del terrorismo di Israele, contro i bambini e contro tutti. Ormai non si contano più.

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In un mondo – giornalistico e non – di infami e sanguinari, il livello di infamia di queste parole non è neppure commentabile.

Mariarosa Mancuso scrive sul Foglio.
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L’obiettivo è impedire la documentazione e la conoscenza del massacro in atto. Oltre che, naturalmente, eliminare degli umani razzialmente inferiori.

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CISGIORDANIA, L’IDF: “PUNIZIONI COLLETTIVE PER INTERI VILLAGGI”
di Claudia Carpinella – InsideOver, 29.8.2025
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L’esercito israeliano ha sradicato oltre tremila ulivi come punizione collettiva contro un intero villaggio palestinese. Già, in Cisgiordania funziona così: l’IDF e i coloni spadroneggiano su quella terra per terrorizzare gli abitanti, in ogni modo possibile. Violenze e soprusi che fanno parte di una politica di lunga data, e che ora — con il genocidio di Gaza in corso — vengono persino rivendicati dagli stessi generali che li ordinano.
Ha fatto notizia l’ennesimo incidente di percorso, che ha visto un colono lievemente ferito da un palestinese mentre guidava un quad su dei terreni rubati. Per ritorsione, il capo del Comando Centrale dell’IDF, Avi Bluth, ha fatto sradicare 3.100 ulivi — poco prima della raccolta delle olive — punendo così non il singolo aggressore che aveva sparato, bensì l’intero villaggio da cui proveniva. Lo ha rivendicato lo stesso Bluth: “I palestinesi devono sapere che, se commettono un attacco terroristico, pagheranno un prezzo elevato”. Nulla importava, infatti, che, mentre l’esercito era all’opera per devastare gli ulivi di al-Mughayyir, l’aggressore fosse stato già stato identificato e arrestato.
Il generale maggiore Bluth ha rincarato la dose, precisando che tale distruzione “è volta a scoraggiare tutti, non solo questo villaggio [al-Mughayyir, ndr], ma chiunque cerchi di alzare una mano contro i residenti [ovvero i coloni degli insediamenti e degli avamposti illegali, ndr]”. Ha poi chiarito ulteriormente il senso della “giustizia” applicata dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata: “Se un palestinese compie un attacco, non c’è problema. Accenderemo i riflettori sul suo villaggio con operazioni di ‘ristrutturazione’”.
Eppure Bluth, scrive Gideon Levy, “non accenderà quei riflettori contro chi davvero alza le mani”, cioè i coloni, che attaccano indisturbati i palestinesi: da gennaio sono state registrate 1000 aggressioni contro di essi. Aggressioni che si consumano con la connivenza dell’IDF che, quando va bene, resta a guardare. Ciò perché Bluth, come annota Levy, “e i coloni provengono dallo stesso villaggio, hanno gli stessi capelli e indossano le stesse kippah”. “Quando si nomina un ufficiale come Bluth a capo del Comando Centrale — continua Levy — si affida questo ruolo cruciale a uno che è sostanzialmente un fiancheggiatore dei coloni”. Avi Bluth, infatti, si è formato nella Yeshiva – scuola religiosa ebraica – di Eli, un insediamento illegale della Cisgiordania. Proprio lì il generale maggiore ha imparato quel che mette in pratica: cioè “che gli ebrei sono i padroni della terra e che ai coloni è permesso bruciare, distruggere, sradicare e uccidere quando vogliono”. Questo è “il sionismo di Bluth e dell’esercito che guida”, commenta Levy.
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—Un sistema punitivo rodato—
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Il metodo della punizione collettiva è un sistema ben rodato in Israele. È così che le case di Al-Funduq sono state rase al suolo dopo la sparatoria sul bus compiuta da tre palestinesi armati. Allo stesso modo è stato devastato il villaggio di Burqin e sono stati distrutti i campi profughi di Tul Karm, Nur al-Shams e Jenin. La motivazione ufficiale, ovviamente, resta sempre il solito mantra dell’IDF: “L’abbattimento di case e di alberi è giustificato da un chiaro e immediato bisogno di sicurezza”.
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—“Disumanizzare i palestinesi per distruggere ogni cosa”—
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Il problema di fondo, spiega Levy su Haaretz, ha a che fare sempre con la disumanizzazione dei palestinesi — a Gaza come in Cisgiordania: “I palestinesi sono considerati subumani e come tali non possono fare nulla: non possono difendersi, non possono lasciare i loro villaggi e neppure raccogliere le loro olive”.
Le punizioni collettive non solo sono tollerate dal governo e da tanta parte della società israeliana, ma in molti casi vengono persino incoraggiate. “La prospettiva militare dominante è che tutti i palestinesi sono terroristi, e ogni raid in Cisgiordania viene inquadrato come un’operazione antiterrorismo o di sicurezza”.
Ed è per questo motivo che interi villaggi possono essere legittimamente rasi al suolo.
Partendo da questo assunto, ogni casa palestinese diventa un possibile sito del terrore. E quando l’IDF non arriva armato di ruspe e bulldozer, è comunque legittimato a fare ciò che vuole. Persino sequestrare — o rubare, ça va sans dire — i soldini custoditi nei salvadanai dei bambini. D’altronde, per simili confische i soldati israeliani non devono dare alcuna giustificazione: fa parte dello stesso copione, collaudato da decenni, cioè da ben prima del 7 ottobre.
“Ogni persona ha un nome datogli da Dio – conclude Levy – Il cognome Bluth significa ‘sangue’ in tedesco. Questo generale sanguinario è ormai diventato il volto della Cisgiordania e l’immagine morale dell’intero Paese. Forse sarà lui a comandare il prossimo genocidio, dopo quello di Gaza”. Che sarà quello che si consumerà in Cisgiordania, se nessuno fermerà il mattatoio di Gaza.
Coraggioso Levy, che, nell’articolo citato, ha definito Bluth “Oberkommandant”, termine che evoca un noto quanto tenebroso passato. Tanto che stavolta la sua denuncia ha suscitato più rabbia del solito: si è mosso addirittura il governo che ha ferocemente criticato sia il cronista che il giornale che ospita i suoi scritti che, al solito, sono stati accusati di seminare odio antisemita (accusa ormai omnicomprensiva). E Haaretz è stato definito “entità ostile”. Probabile che questa storia non finisca qui.
Israele, sempre più una macchina di sterminio.

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«Devono cessare». Senza una forza che si opponga al massacro cesseranno soltanto con la cessazione delle vite di tutti i palestinesi. O con la loro integrale cacciata dalla Palestina e la loro deportazione altrove.

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Con tutto il mio personale disprezzo.
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LA GUERRA INVINCIBILE
Target, 21.8.2025
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Alla vigilia di quella che dovrebbe essere l’offensiva definitiva a Gaza, Netanyahu lamenta pubblicamente che gli algoritmi dei social media starebbero influenzando negativamente l’opinione pubblica contro Israele. Dopo aver negato spudoratamente ogni evidenza, il leader israeliano ha detto una frase ricca di significati: “dobbiamo abbreviare la guerra e affrontare gli algoritmi dei social media”.
Innanzi tutto, va necessariamente ricordato che le multinazionali statunitensi che controllano i social media (soprattutto Meta, da cui dipendono Facebook e Instagram) sono imbottite di ex-agenti dell’intelligence israeliana. Decine e decine di uomini del Mossad, dello Shin Bet, dell’unità 8200, vi sono allegramente transitati con ruoli di dirigenza operativa, e non certo solo per guadagnare meglio. È sin troppo evidente che questi passaggi, certamente concordati con i responsabili dei servizi di Tel Aviv, rispondono precipuamente allo scopo dichiarato dell’hasbara, cioè la strategia di comunicazione utilizzata per plasmare le percezioni e influenzare l’opinione pubblica internazionale riguardo alle azioni e alle politiche israeliane.
La lamentela di Netanyahu, quindi, significa innanzi tutto che – nonostante l’infiltrazione in ruoli chiave dei suoi agenti – la forza della pressione dal basso di una opinione pubblica antisionista, o più genericamente fortemente contraria alle politiche genocidarie di Israele, è tale da sovrastare gli algoritmi dei social media, benché certamente codificati in funzione di bias filo-israeliani. E, inoltre, indica la sua abituale tendenza a scaricare su terzi le sue responsabilità, visto che – ovviamente – tutto ciò dipende dalle sue scelte politiche e militari; ma per lui risulta più comodo colpevolizzare (di fatto) quei servizi che hanno così largamente infiltrato i social media, e con i quali non corre esattamente buon sangue. Al tempo stesso, il suo messaggio indica agli agenti israeliani annidati nei social di esercitare una stretta ancora maggiore. Non si tratta tanto, infatti, di “affrontare” gli algoritmi, quanto piuttosto di aumentare la già esistente capacità di controllo.
La prima parte della frase citata, però, lascia trasparire anche qualcos’altro. Quando dice che bisogna “abbreviare la guerra”, rivela la consapevolezza che la causa prima di questa ondata mondiale di ostilità non sta negli algoritmi, ma appunto nella sua guerra genocida. E che capisce come stringere le maglie del controllo algoritmico è un palliativo: per porre fine a tutto questo, bisogna porre fine alla guerra. Ma per porre fine alla guerra questa deve essere vinta. L’operazione Gideon Charriot 2, che sta prendendo l’avvio a Gaza, ha esattamente questo obiettivo ambizioso. Bisogna vincere, e vincere in fretta, perché la marea del disprezzo mondiale continua a salire pericolosamente, e la tenuta stessa del paese – in una guerra mai così lunga per Israele – è messa a dura prova, e rischia di saltare. Il guaio, per lui, è che questa operazione non è che l’ennesima reiterazione di tentativi fatti più e più volte, nel corso di questi 22 mesi, e difficilmente darà risultati differenti. Come – pare – ebbe a dire lo scienziato ebreo Einstein, “follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. Ma di sicuro lui ha un piano B, avrà già in mente qualcuno a cui dare la colpa.
«Ovviamente evito di mostrare qui le crudissime immagini del bombardamento della tenda dei giornalisti nella Striscia, tra cui i corrispondenti di Al Jazeera Anas Al-Sharif e Mohammed Qreiqea, nonché i fotografi Ibrahim Zaher e Mohammed Noufal. Come per la stragrande maggioranza dei casi riguardanti le altre centinaia di giornalisti barbaramente assassinati in questi due anni, è stata una scelta precisa e deliberata delle forze comandate da Bibi il Genocida. Si tratta della fredda determinazione terroristica di chi non vuole testimoni mentre accentua le misure volte a cancellare un intero popolo
Provo un ribrezzo infinito per quei giornalisti italiani che in mezzo a questo livello di crimini, rivolti anche e proprio all’essenza del mestiere del cronista, scelgono di solidarizzare esplicitamente e spudoratamente con la giunta dei carnefici dei loro colleghi. Perfino in queste condizioni estreme sono favorevole alla libertà di parola di queste iene impazzite, senza liste di proscrizione. Ma proprio per questo mi sentirò libero di definire comunque il livello orrendo e incancellabile della loro pessima reputazione. I loro nomi li misureremo con la loro infamia».
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Pino Cabras, 11.8.2025
Pino Cabras, 8.8.2025
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LA LOGISTICA DEL MALE: I NUOVI LAGER DEL GENOCIDA INSANZIONATO
I giornali di oggi ci dicono con linguaggio freddo che Netanyahu farà evacuare un milione di persone e che sarà un’operazione logistica di primo livello che durerà settimane, nella previsione di “costruire infrastrutture temporanee per gli sfollati”.
Tradotto nella sua essenza: Netanyahu sta progettando dei lager.
Campi di detenzione di massa per una popolazione sfinita, bombardata, affamata, privata di ogni diritto. Li chiamano “rifugi temporanei”, ma non c’è nulla di temporaneo in un’architettura dell’oppressione pensata per separare, controllare e cancellare. Non c’è nulla di umanitario in un piano che nasce da una volontà di dominio etnico. È pianificazione industriale della segregazione.
Qui si intravede la stessa dinamica industriale e ideologica che portò alla creazione dei lager nazisti: una logica che parte da una premessa razzista – che un intero popolo sia una minaccia da confinare o espellere – e che viene portata avanti con “rigorosa coerenza”.
Lo scrisse lucidamente Primo Levi:
«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. […] Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.»
Chi oggi parla di logistica, infrastrutture e “evacuazioni”, omettendo la natura del progetto che si sta attuando, sta coprendo con eufemismi una realtà atroce. La storia ha già visto questo film, e dovrebbe insegnarci a riconoscerlo prima che sia troppo tardi.
Pino Cabras, 3.8.2025
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Ieri ho pubblicato un video allegorico e satirico in cui si vede un tizio vestito con una tuba da capitalista occidentale di epoca coloniale di fine XIX con le fattezze di Bibi il Genocida, mentre maneggia delle bambole in un tritacarne, applaudito da vari politicanti occidentali.
Alcuni esponenti della propaganda israeliana hanno voluto vedere in questa critica totalmente immersa nella contemporaintà la riproposizione di un cliché dell’antisemitismo riferito a presunti sacrifici di infanti compiuti in epoca medievale.
Non attacca. Niente di più lontano dal bersaglio. Chi mi conosce e legge quel che scrivo sa che sono contro ogni forma di razzismo, suprematismo e razzismo. Ogni mio libro non lascia margini di dubbio su ciò. I complici del suddetto Bibi usano sempre l’insulto infamante per difendere non un’identità etnica ma per coprire le azioni criminali concrete di un politico cinico del nostro tempo e di una classe dirigente che lo sostiene.
Io non mi occupo di medioevo. Registro i massacri di bambini in piena storia contemporanea, le dichiarazioni attualissime dei ministri e gerarchi del suddetto Bibi, i reportage dell’ultim’ora che rappresentano fedelmente l’azione genocidiaria dei razzisti di oggi, le critiche sempre più allarmate che si sollevano da ogni angolo del pianeta da parte di intellettuali con solide radici culturali e familiari nell’ebraismo, i quali non accettano di farsi sequestrare l’identità da una cricca di fanatici eretici che hanno incoraggiato una profonda corruzione di pezzi significativi della società israeliana.
Quanto all’aspetto truculento dell’immagine, si parva licet componere magnis, gli ufficiali nazisti chiesero a Picasso, indicando il quadro Guernica, che rappresentava immaginificamente una città devastata dai bombardamenti: “voi avete fatto questo?”. Risposta: “voi avete fatto questo”.
Uno Stato canaglia:

Quale ‘moralità’ possiede, quale diritto tra le genti, quale posto nella storia umana, una potenza politica che procede in modo scientifico, sistematico, gelido, allo sterminio dei bambini? 18.000 bambini uccisi. In nome di che cosa?

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Il futuro di Gaza senza le «bestie palestinesi». L’auspicato effetto di una pulizia etnica totale, attuata in nome del suprematismo bianco e del razzismo sionista. Il governo e le maggiori (ahimè) forze politiche italiane concordano (spesso con le parole, sempre nei fatti).

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Assassini, ladri, sterminatori di altri popoli.

Fonte: https://x.com/i/status/1948844919340093660
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Ecco la Stella di Davide che danza mentre causa la morte per fame di migliaia di esseri umani.
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Se questo è un bambino.


Se questo è un uomo.
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Che cosa succederebbe sulla stampa, nelle istituzioni europee e italiane, ovunque, se a subire lo sterminio in atto contro i palestinesi fossero degli israeliani? Si urlerebbe al genocidio, all’olocausto, all’antisemitismo, al male.
E invece il genocidio attuato da Israele è taciuto, giustificato, persino approvato da un occidente ormai semplicemente immondo, dalla sua stampa, dalle sue istituzioni violentissime, dai suoi cittadini indifferenti.
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Il sionismo assassino e sterminatore.
Ricevo e inoltro.
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Ricevo da un contatto fidatissimo che ho in Cisgiordania il seguente appello:
“In questo preciso momento: pulizia etnica a Masafer Yatta. Le forze israeliane stanno arrestando i residenti della comunità di Al-Markaz, tra cui donne e bambini, e li stanno caricando sugli autobus. Al momento, non è chiaro cosa ne sarà di loro. Gli arresti sono stati effettuati in seguito a una denuncia presentata questa mattina dai residenti alla polizia riguardo a un gruppo di coloni che si era introdotto nel loro frutteto con l’intento di vandalizzare alberi e frutti. Invece di ricevere protezione, sono stati arrestati con violenza, picchiati sia dai coloni che dai soldati e caricati su un autobus.
Non abbiamo riprese ravvicinate perché l’esercito sta confiscando e distruggendo i telefoni. Chiunque possa dare l’allarme o contattare la comunità internazionale, per favore ci aiuti.Cari amici, Yigal Bronner. Un collega ha appena ricevuto questa notizia dagli abitanti di un villaggio sul monte Hebron meridionale. Quello del film Oscar “No other land”. Per favore, diffondete questa terribile notizia, siamo il gruppo accademico di ebrei e arabi dell’Università di Gerusalemme.”
Sto cercando di trovare i contatti con questo gruppo dell’università di Gerusalemme in modo da creare un ponte diretto con noi.
Nel frattempo, facciamo il possibile.
Grazie per l’attenzione,
Sonia
Quello degli Stati Uniti d’America e di Israele è probabilmente il potere più «immorale» che la storia umana conosciuta abbia visto.
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DROGA A GAZA
Un’operazione stile «Blue Moon» in Italia (anni Settanta)
Le autorità palestinesi di Gaza denunciano il ritrovamento di pillole di droga (l’ossicodone) dentro sacchi di farina spediti dagli Stati Uniti a Gaza, i cosiddetti aiuti umanitari gestiti da contractors (mercenari) della Gaza humanitarian foundation (Ghf), una fondazione sostenuta da Israele e USA. Si tratta di un oppioide, per lenire il dolore laddove nessun altro antidolorifico riesce più a fare effetto, destinato ai malati terminali.
Come il fentanyl, il cosiddetto farmaco degli zombi che miete vittime sulle strade delle città statunitensi, l’ossicodone crea gravissima tossicodipendenza, con effetti devastanti su chi lo assume. Crea fortissima dipendenza e depressione, fiacca il fisico e il morale, nonostante i primi effetti siano analgesici e anche euforici, ma di brevissima durata.
Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza “è possibile che queste pillole siano state deliberatamente macinate o sciolte all’interno della farina stessa, il che costituisce un attacco diretto alla salute pubblica”. L’ufficio stampa ritiene Israele pienamente responsabile di questo “crimine efferato volto a diffondere la dipendenza e a distruggere il tessuto sociale palestinese dall’interno”.
https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-authorities-say-drugs-found-inside-us-dispatched-flour-bags/3615641
Continua senza respiro la carneficina sionista contro i palestinesi.
Continuano a sparare con mitraglie e con carri armati sulla folla affamata, sui bambini, su tutti.
Oltre ogni conosciuta barbarie, oltre il nazismo.
I criminali sionisti dell’entità che si chiama Israele non soltanto ammettono di utilizzare metodi terroristici, come le autobombe contro scienziati iraniani, ma se ne vantano. Usque tandem?
Terroristi vari.
Feroci, fanatici.
Da: LA FARSA DEL CESSATE IL FUOCO
di Chris Hedges, 16.1.2025
«Israele, per decenni, ha giocato a un gioco ingannevole. Firma un accordo con i palestinesi che deve essere attuato in fasi. La prima fase dà a Israele ciò che vuole, in questo caso il rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza, ma Israele di solito non riesce a implementare le fasi successive che porterebbero a una pace giusta ed equa. Alla fine provoca i palestinesi con attacchi armati indiscriminati per vendicarsi, definisce la risposta palestinese come una provocazione e abroga l’accordo di cessate il fuoco per ricominciare il massacro».
Però se è Israele che «arresta e perseguita», ma anche massacra impunemente i giornalisti (sinora più di 200), i buoni e democratici Paesi dell’Unione Europea non aprono bocca contro tale strage. L’UE è davvero immonda.
Italia colonia di Israele, maggiordomo del sionismo.
Muhammad Shehada
@muhammadshehad2
Israel is aiding ISIS-linked terrorists & criminals to sow chaos & famine in Gaza:
Shadi al-Sofi, a wanted murderer & son of an informant/collaborator with Israel, & Yasser abu Shabab, a drug dealer, are the main warlords responsible for looting most aid under IDF protection.
They formed gangs of over 200 armed criminals & “established a military like compound” (per the UN) in an emptied “death zone” fully under IDF control, where they looted only this Saturday night about 100 aid trucks at once.
This way Israel can absolve itself of responsibility for its deliberate starvation policy in Gaza and say “look, we’re letting aid in, it’s Hamas’ fault that food doesn’t reach people” (as claimed by Senator Jon Fetterman yesterday).
IDF soldiers never fire at those gang members as they loot aid right in front of Israeli tanks & troops in a closed military zone that no Gazan is allowed into. The IDF only fires at local policemen whenever they try to prevent the looting.
Yasser Abu Shabab was arrested by Gaza’s local police multiple times in the past for drug smuggling & trading, which is often facilitated by ISIS groups in Sinai.
Hamas militants attempted to eliminate him yesterday in an attack that killed 11 of his gang, including his brother & partner Fathi & the gang’s accountant. 30 others were wounded.
Shadi Al-Sofi murdered in 2020 Jabr al-Qeeq, a PLFP member whom Israel had sentenced to life & imprisoned for 15 years for killing al-Sofi’s father during the 1st Intifada for spying on Palestinians for Israel.
Al-Sofi was convicted in a Gazan court & the local police captured him in a special operation in late 2020, before he broke out of prison with the help of ISIS-linked militants & was smuggled out of Gaza to Sinai, then reportedly to Israel’s Negev. He returned to Gaza with the IDF ground invasion where he now co-leads the criminal gangs that loot aid & sabotage humanitarian work under IDF protection.
Gianluca Martino,
“Non c’è posto per Roger” Novembre 2023.
Fonte: https://x.com/gianlucamart1/status/1857472466567782869
Roger Waters, il leggendario fondatore dei Pink Floyd è in tour in America Latina, tappe successive, Montevideo e Buenos Aires.
Il suo entourage ha prenotato da mesi gli alloggi nella catena di hotel “Sofitel”.
Sono circa 40 persone tra musicisti e staff.
Il giorno prima dell’arrivo a Montevideo, gli hotel comunicano con una mail la cancellazione delle prenotazioni.
L’entourage di Waters, allibito, si rivolge a un’altra catena di hotel della città ma non riesce a prenotare un alloggio. Nelle stesse ore arriva un’altra mail di cancellazione delle prenotazioni degli hotel di Buenos Aires.
Intanto Waters e la sua band atterrano a Montevideo senza un posto dove alloggiare.
La notizia arriva nelle redazioni dei giornali e diventa di dominio pubblico.
Il “CLATE”, il sindacato dei lavoratori pubblici, in solidarietà con Waters e la sua band, mette a disposizione gli alberghi sindacali, Waters ringrazia ma preferisce alloggiare in un hotel di un’altra città uruguaiana.
Cosa sta accadendo?
I giornali scoprono ben presto chi c’è dietro questa assurda vicenda.
Roby Schindler, presidente del potentissimo Comitato Centrale Israelita dell’Uruguay ha organizzato da tempo una campagna di boicottaggio del concerto di Roger Waters mettendo in campo mezzi e amicizie.
Invia i suoi collaboratori nelle TV e nelle radio a dire “non comprate i biglietti del concerto”, otto deputati di ogni schieramento politico chiedono in aula l’annullamento del concerto.
Il boicottaggio è un fallimento, si prevede un concerto con il tutto esaurito.
Allora Roby Schindler scrive una mail delirante (scoperta e pubblicata da alcuni giornalisti) indirizzata al direttore del Sofitel Hotel di Montevideo, in cui “invita” il direttore a non ospitare Waters e il suo staff altrimenti, scrive Schindler, “non vorrei essere nei suoi panni”.
Il direttore è talmente terrorizzato che, pur consapevole delle probabili richieste di risarcimenti dei danni da parte dei legali di Waters, preferisce esaudire i desiderata di Schindler.
Intervistato dal giornale argentino “Pagina 12”, Waters dice: “In qualche modo, questi idioti della lobby israeliana sono riusciti a consociare tutti gli hotel di Buenos Aires e Montevideo. Queste persone, i Roby Schindler di questo mondo, cercano di mettere a tacere me e quelli come me perché crediamo nei diritti umani e loro no.
Sono una società coloniale che commette omicidi di massa, che proclama la propria supremazia su tutti gli altri popoli e su tutte le altre religioni. È un dovere morale assoluto affrontarli e fermarli.
Tutti devono alzarsi e dire basta! Voi siete i mostri, voi siete i terroristi”.
Come si fa a non amarti, immenso
@rogerwaters
*Fonti: tweet successivo.
Non ricordo giornali italiani indignati per questa vicenda.
Federica D’Alessio su X – Twitter
La verità del potere e la verità dei fatti
L’11 novembre, il mio rapporto di lavoro con la rivista MicroMega si è concluso, consensualmente. Ero arrivata in MicroMega due anni fa, per una collaborazione che inizialmente doveva essere di qualche mese in sostituzione di una collega, e che era stata poi convertita in un rapporto a tempo indeterminato. Il primo della mia vita.
Il terremoto che si è abbattuto su di me in questo ultimo mese, con una serie di attacchi in batteria ricevuti dalla comunità filoisraeliana italiana, ha coinvolto in pieno – secondo una classica modalità intimidatoria e ritorsiva – anche l’azienda per cui lavoravo; questo nonostante tutte le reazioni fossero state suscitate da post scritti sui miei profili social personali. Post che la propaganda non ha gradito, giacché osavano mettere in discussione alcuni dei cardini narrativi attraverso i quali la comunità filoisraeliana in tutto il mondo giustifica la barbarie che Israele sta dispiegando da oltre un anno in Palestina. Hanno pensato bene di colpirmi dove sapevano di trovarmi più vulnerabile, come sempre fanno: nei rapporti di lavoro. Per zittirmi si sono mobilitati i loro più famosi esponenti sui media. Associazioni, giornali e pseudo-giornali, giornalisti e pseudo-giornalisti, leoni e leonesse da tastiera e via discorrendo hanno messo in campo la loro capacità d’influenza e di pressione e hanno utilizzato i social, la stampa, le comunicazioni private per diffamare la mia persona, macchiare la mia immagine professionale e deteriorare il mio rapporto di lavoro. Volevano fare paura, a questo servono le comunicazioni intimidatorie. E sono efficaci: riescono a fare paura. In queste settimane ho avuto, sinceramente, paura.
Hanno riversato sul mio conto una incessante quantità di menzogne, tanto sulle mie idee e posizioni, quanto sulle vicende che venivano via via prese a pretesto per colpirmi: i presunti stupri del 7 ottobre 2023; la vicenda della giovane iraniana denudatasi a Teheran e trasformata in un meme propagandistico alla velocità della luce; e infine, gli avvenimenti di Amsterdam, il cui racconto da parte dei media mainstream e delle principali istituzioni politiche europee ha segnato credo il punto di scollamento massimo, nelle formalmente democrazie occidentali, fra la realtà come la rappresentano le élite e quella che la gente comune esperisce. Tutto questo, come scrivo e dico da ormai oltre un anno, non è semplicemente un modo violento di stare al mondo; è parte di un sempre più esplicito passaggio a nuovi regimi totalitari, anche nella nostra Europa; regimi che mirano ad asservire le popolazioni a nuove forme di suprematismo di classe e razziale, e che non riuscirebbero mai a instaurarsi senza colpire, come da manuale, innanzitutto la ricerca della verità e chi la porta avanti.
La mia convinzione profonda, perciò, è che la resistenza democratica a questi nuovi totalitarismi passi, così come è sempre stato nei frangenti che hanno fatto la Storia, dall’affermare testardamente la verità dei fatti su quella del potere. E dalla solidarietà, altrettanto testarda, contro chi subisce vili attacchi squadristici perché ciò che fa non va giù ai detentori del potere.
Per me, in questo momento la priorità è continuare a esprimere il mio pensiero, senza cedere al ricatto della violenza e della paura; praticare le libertà politiche di cittadina garantite dalla Costituzione, mai così minacciate per tutti e tutte; e creare le condizioni per continuare a esercitare il mio mestiere in piena coscienza e dignità. Anche a costo di doverci rinunciare, come già fatto più volte in passato, se tali condizioni non dovessero più sussistere. Chiunque mi abbia accusata di antisemitismo, di “negazionismo” dell’Olocausto o dello stesso 7 ottobre nella sua gravità e orrore, e persino di fiancheggiare formazioni terroristiche, ovviamente non si è premurato di leggere nulla degli articoli e neanche dei post che ho scritto nel corso degli anni, prima di muovere tali pesanti accuse; ne risponderà davanti ai giudici.
Ringrazio tutte le persone che mi sono state vicine in queste settimane, e in primis il sindacato Stampa Romana per la sua assistenza calorosa e solidale. Da un punto di vista professionale torno a essere una giornalista indipendente, dai tempi ponderati, esattamente come lo ero prima che cominciasse la mia imprevista avventura da redattrice. La mia unica amarezza è la consapevolezza che indietro, veramente, non si torna. Due anni fa, quando entravo in MicroMega, c’era ancora mio padre con me, ad appoggiarmi nelle mie battaglie, nei traguardi e nelle peripezie. Oggi non c’è più. La mia famiglia mi è vicina, mi sostiene con amore e solidarietà ogni giorno; l’abbraccio di Alessio, ovunque si trovi in questo momento – nei nostri pensieri innanzitutto –, ci riscalda.
Israele minaccia di distruggere Baalbek, in Libano. Una delle città più antiche del mondo, patrimonio dell’Unesco, tesoro dell’archeologia.
Ma ai barbari sionisti nulla importa della storia, nulla della bellezza.
Sono macchine della distruzione.
Ah, gli Stati Uniti d’America «respingono» il progetto di far morire di fame i palestinesi.
E perché mai? Israele non ha forse il diritto di difendersi dai bambini anche sterminandoli con la fame?
Israele aggiunge orrore a orrore, ogni giorno, tutti i giorni.
Il testamento di un partigiano che ha combattuto per la sua terra e per la libertà del suo popolo, come i partigiani italiani durante la guerra civile 1943-1945.
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Il testamento di Yahya Sinwar
Indipendenza Rivista e Associazione, 25.10.2024
Sono Yahya,
il figlio di un rifugiato che ha trasformato l’esilio in una patria temporanea e ha fatto del sogno una battaglia eterna. Mentre scrivo queste parole, ricordo ogni momento della mia vita: dalla mia infanzia nei vicoli, ai lunghi anni di prigionia, a ogni goccia di sangue versata sul suolo di questa terra.
Sono nato nel campo di Khan Yunis nel 1962, in un periodo in cui la Palestina era solo un ricordo lacerato e mappe dimenticate sui tavoli dei politici.
Sono l’uomo che ha intrecciato la sua vita tra fuoco e cenere, e ha capito presto che vivere sotto occupazione significa non avere altro che una prigione permanente.
Sapevo fin da giovane che la vita in questa terra non è come qualsiasi altra, e che chi nasce qui deve portare nel cuore un’arma indistruttibile, e capire che la strada verso la libertà è lunga.
Le mie volontà per voi iniziano qui, da quel bambino che ha lanciato la prima pietra contro l’occupante e che ha imparato che le pietre sono le prime parole con cui possiamo farci sentire da un mondo che osserva silenzioso le nostre ferite.
Ho imparato nelle strade di Gaza che una persona non si misura per gli anni della sua vita, ma per ciò che dà alla sua patria. E così è stata la mia vita: prigioni e battaglie, dolore e speranza. Sono entrato in prigione per la prima volta nel 1988 e sono stato condannato all’ergastolo, ma non conoscevo la via della paura.
In quelle celle oscure, vedevo in ogni muro una finestra verso l’orizzonte lontano e in ogni sbarra una luce che illuminava il cammino verso la libertà. In prigione, ho imparato che la pazienza non è solo una virtù, ma un’arma… un’arma amara, come qualcuno che beve il mare goccia dopo goccia.
Il mio consiglio per voi: non temete le prigioni, poiché sono solo una parte del nostro lungo cammino verso la libertà. La prigione mi ha insegnato che la libertà non è solo un diritto rubato, ma un’idea nata dal dolore e affinata dalla pazienza.
Quando sono stato rilasciato con l’accordo “Wafa al-Ahrar” nel 2011, non sono uscito come ero prima, ne sono uscito più forte e la mia fede è aumentata nel fatto che quello che stiamo facendo non è solo una lotta passeggera, ma piuttosto il nostro destino che portiamo fino all’ultima goccia del nostro sangue.
Il mio consiglio è di rimanere fedeli all’arma, alla dignità che non può essere compromessa e al sogno che non muore mai.
Il nemico vuole che abbandoniamo la resistenza, per trasformare la nostra causa in una negoziazione senza fine. Ma vi dico: non negoziate per quello che vi spetta di diritto. Temono la vostra fermezza più delle vostre armi.
La resistenza non è solo un’arma che portiamo con noi; è piuttosto il nostro amore per la Palestina in ogni respiro che prendiamo, è la nostra volontà di rimanere, nonostante l’assedio e l’aggressione.
Il mio consiglio è di rimanere fedeli al sangue dei martiri, a coloro che sono partiti e ci hanno lasciato questo cammino pieno di spine. Sono loro ad averci aperto il cammino verso la libertà con il loro sangue, quindi non sprecate quei sacrifici nei calcoli dei politici e nei giochi della diplomazia.
Siamo qui per completare ciò che i primi hanno iniziato e non ci devieremo da questo cammino qualunque sia il costo. Gaza è stata e rimarrà la capitale della fermezza, e il cuore della Palestina che non smette mai di battere, anche se la terra diventa troppo stretta per noi.
Quando ho assunto la guida di Hamas a Gaza nel 2017, non è stata solo una transizione di potere, ma piuttosto una continuazione di una resistenza iniziata con le pietre e proseguita con le armi. Ogni giorno sentivo il dolore del mio popolo sotto assedio e sapevo che ogni passo verso la libertà aveva un prezzo.
Ma vi dico: il prezzo della resa è molto più grande. Pertanto, aggrappatevi alla terra come una radice si aggrappa al suolo, poiché nessun vento può sradicare un popolo deciso a vivere.
Nella battaglia Al Aqsa Flood, non ero il leader di un gruppo o movimento, ma piuttosto la voce di ogni palestinese che sogna liberazione. Sono stato guidato dalla mia convinzione che la resistenza non sia solo una scelta, ma un dovere.
Volevo che questa battaglia fosse una nuova pagina nel libro della lotta palestinese, dove le fazioni si unissero e tutti si schierassero in un’unica trincea contro un nemico che non ha mai distinto tra un bambino e un anziano o tra una pietra e un albero.
Al Aqsa Flood è stata una battaglia delle anime prima ancora dei corpi e della volontà prima delle armi. Quello che ho lasciato dietro di me non è un’eredità personale, ma un’eredità collettiva per ogni palestinese che ha sognato libertà, per ogni madre che ha portato sulle spalle il figlio martire, per ogni padre che ha pianto amaramente per sua figlia assassinata da un proiettile traditore.
Le mie ultime volontà sono quelle di ricordare sempre che la resistenza non è vana e non è solo un proiettile sparato; è piuttosto una vita vissuta con onore e dignità.
La prigione e l’assedio mi hanno insegnato che la battaglia è lunga e la strada difficile, ma ho anche imparato che i popoli che rifiutano di arrendersi creano i propri miracoli con le loro mani.
Non aspettatevi che il mondo faccia giustizia per voi; ho vissuto e testimoniato come il mondo rimane muto di fronte al nostro dolore.
Non aspettatevi giustizia; siate giustizia. Portate il sogno della Palestina nei vostri cuori e trasformate ogni ferita in un’arma e ogni lacrima in una fonte di speranza.
Questa è la mia volontà: non abbandonate le vostre armi, non gettate pietre, non dimenticate i vostri martiri e non compromettete un sogno che vi spetta di diritto. Siamo qui per restare, nella nostra terra, nei nostri cuori e nel futuro dei nostri figli.
Vi affido alla Palestina, la terra che ho amato fino alla morte e il sogno che ho portato sulle spalle come una montagna indomita.
Se cado, non cadete con me; portate per me uno stendardo mai caduto e fate del mio sangue un ponte per una generazione più forte nata dalle nostre ceneri. Non dimenticate mai che la patria non è una storia da raccontare ma piuttosto una realtà da vivere; da ogni martire mille combattenti della resistenza nascono dal ventre di questa terra.
Se l’inondazione ritorna e io non sarò tra voi, sappiate che sono stata la prima goccia nelle onde della libertà e ho vissuto per vedervi completare il viaggio.
Siate una spina nella loro gola, un’inondazione senza ritirata, e non calmatevi finché il mondo riconoscerà noi come i legittimi proprietari del diritto; noi non siamo numeri nei bollettini delle notizie.
Che Dio ci guidi e protegga tutti.
https://t.me/rivistaindipendenza
Nazisionismo.
Segnalo una eccellente riflessione di Marta Mancini, uscita su Aldous il 20.10.2024 e intitolata Il vittimismo dei forti. Qui sotto ne riporto un brano:
«Si trascura un aspetto di rilevante spessore qual è il nesso tra l’ideologia laica dell’occidente, erede dell’Illuminismo, e la natura teocratica e fondamentalista dello Stato di Israele con tutto ciò che ne consegue e che vediamo accadere sotto i nostri occhi. La questione non è secondaria perché se da un lato l’opinione pubblica viene ogni giorno umiliata, tradita o ignorata dalla pessima qualità dell’informazione; se districarsi nel dedalo di menzogne, di omissioni e, al primo cenno di dissenso, di accuse di connivenza col nemico allora, pur convocando tutta l’ipocrisia di cui si è capaci, ciò significa che si è verificata una metamorfosi, o meglio una conversione delle società secolari a ideologie para religiose, fondate su verità rivelate e tipicamente manichee, che rimandano alla radice vetero testamentaria sulla quale il sionismo insiste».
Sempre loro, sempre gli Stati Uniti d’America, in Vietnam come a Gaza/Palestina (USA e Israele largamente coincidono).
16.400 bambini assassinati, varie decine di migliaia storpiati e feriti. Un numero incalcolabile di orfani. Un orrore senza fine, senza fine. Che non merita più delle analisi ma soltanto la maledizione.
Lo schiaffo di Netanyahu ai suoi lacchè italiani
Il Simplicissimus, 12.10.2024
Fino all’altro ieri i sionisti da tastiera e da rotativa ci dicevano che Israele aveva diritto a difendersi in ogni maniera, che la strage degli innocenti e il tentativo di genocidio attuato nella striscia di Gaza erano giustificati per contenere il “terrorismo” e che anche i bombardamenti del Libano erano accettabili. Qualcuno è arrivato a dire a dire che le manifestazioni contro questo massacro erano inaccettabili perché nascondevano, dietro una battaglia per l’umanità, la macchia dell’antisemitismo. Ma adesso che Israele ha attaccato il comando italiano della missione Unifil, lì per mandato dell’Onu ormai da quarant’anni, si dice che questa azione è “inaccettabile”. Addirittura il ministro della difesa Crosetto ha convocato l’ambasciatore israeliano e ha sostenuto che questo attacco è un crimine contro l’umanità.
Dunque le stragi di Gaza che i numeri ufficiali nascondono nel loro vero orrore, sebbene siano altissimi, le migliaia di bambini morti, gli ospedali polverizzati, sono un’opera buona? Di quale umanità stiamo parlando? Ecco che qui gioca tutta la superficialità, la vacuità, la pavidità di un Paese, la sua inconsistenza etica: finché a morire sono gli altri, qualsiasi cosa può essere accettata e addirittura incoraggiata con la piena disponibilità ad essere complici, ma non appena il rischio ci sfiora in maniera diretta ecco che tutto cambia e i buoni per definizione diventano improvvisamente un po’ meno buoni. Non voglio star qui a commentare la consistenza etica di questi atteggiamenti che peraltro non sono ormai estranei a tutto l’Occidente. Non voglio nemmeno prendermela con un’informazione indecorosa, né con una politica inesistente a cominciare dai personaggi che la popolano, né con la tesi, allo stesso tempo ridicola e infame che impone l’ equivalenza tra sionismo e ebraismo deducendone che se non stai con Netanyahu sei antisemita. La storia farà presto pulizia di questi orrori propagandistici e spero vivamente anche dei prosseneti di questi ripugnanti reperti dell’ideologia e della prassi globalisti.
Mi limiterò semplicemente a pubblicare il grafico sotto che “racconta” come nel lungo conflitto tra Israele e i palestinesi c’è una tale sproporzione di vittime che parla da sola. Nel periodo 2000 – 2014 i morti palestinesi sono rappresentate in giallo, mentre quelle israeliane in grigio:
Dunque su 8.166 morti correlati al conflitto, 7.065 sono palestinesi e 1.101 israeliani. Ciò significa che l’87 per cento dei decessi è stato palestinese e solo il 13 percento israeliano. I dati sono stati raccolti da B’Tselem un’organizzazione israeliana per i diritti umani. Inutile dire che a partire dal 7 ottobre dell’anno scorso il rapporto tra palestinesi morti e israeliani morti è salito a livelli astronomici, come mostra l’infografica qui sotto basata per quanto riguarda Gaza da dati ufficiali ben lontani dalla realtà effettiva. E naturalmente non è ancora presente il Libano.
Tuttavia l’aver distrutto due telecamere del comando Unifil come simbolico avvertimento che il governo sionista non vuole testimoni di questa rinnovata strage che si serve, come a Gaza del resto, di bombe a frammentazione e al fosforo sulla popolazione civile, ha cambiato l’umore, persino degli abulici ripetitori di slogan. Ma alla fine si tratta di una commedia per salvare la faccia: dopo i sussurri e le grida di rito si ritireranno dal Libano come vuole Netanyahu. Il vecchio mondo è incapace di dignità visto che l’ha totalmente sostituito con l’ipocrisia. Altri faranno fallire il progetto della Grande Israele costruito sul sangue e sulla sostituzione etnica. Uomini, non burattini.