Come era prevedibile e come è naturale, il piano inclinato è passato dalla sottomissione dei corpi individuali e di quelli collettivi al destino di guerra.
Un breve testo di Pino Cabras (che è stato deputato al parlamento italiano ed è un esperto di politica internazionale) è molto chiaro nel delineare le cause e le modalità del coinvolgimento dell’Europa in una guerra dentro la quale siamo già da tempo ma che va diventando una piena partecipazione al conflitto sempre meno regionale e interno ai popoli slavi, trasformandosi da guerra per procura degli Stati Uniti d’America tramite il regime dittatoriale ucraino alla guerra dell’Unione Europea contro la Federazione Russa, vale a dire la guerra dell’Europa contro l’Europa, la guerra dell’Europa contro se stessa.
Sarebbe bene che non ci facessimo illusioni. La Russia vede giustamente in pericolo la propria esistenza e reagirà di conseguenza. Ancora una volta si mostrano plausibili le tesi di Karl Marx: se la guerra è un carattere innato della nostra specie, essa è la dinamica più profonda che guida il capitalismo, anche e specialmente il capitalismo finanziario del XXI secolo.
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La guerra dei droni ha finito di smascherare la finzione europea: ora siamo tutti un bersaglio
Pino Cabras, 16 aprile 2026
La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino. Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno: aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence. Oggi quella rappresentazione non regge più. Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.
Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni. Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue: quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi. È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei: sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione; ora quella finzione è finita. E da questa consapevolezza non si torna indietro.
La foto di Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky davanti al drone kamikaze Anubis vale più di cento comunicati. Quel velivolo, prodotto dalla joint venture Auterion-Airlogix, è la materializzazione della nuova fase del conflitto, non certo un simbolo marginale. Finora venivano trasferiti alla giunta di Kiev armamenti da magazzino, adesso si costruisce una filiera industriale europea permanente, distribuita, destinata a produrre in massa droni d’attacco autonomi guidati dall’intelligenza artificiale. Il modello è quello degli Shahed iraniani, riprodotti con l’ingegneria inversa: basso costo, saturazione numerica, sciami, capacità di colpire in profondità. La guerra dei droni è ormai una guerra di fabbriche, software, assemblaggi, laboratori. E quelle fabbriche sono in rapida diffusione nell’Europa che si deindustrializza negli altri settori ma è all’alba del Grande Riarmo.
L’Italia si è inserita in questo stesso meccanismo micidiale. L’incontro fra Giorgia Meloni e Zelensky ha aperto esplicitamente il capitolo della produzione congiunta di droni. Zelensky fa da catalizzatore e sta compiendo una tournée europea che ha un obiettivo chiarissimo: trasformare il continente in una rete integrata di officine belliche, cucendo accordi bilaterali che sommano capacità industriali nazionali in una sola catena di montaggio strategica. Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare. Addio diplomazia: è la costruzione di un’infrastruttura di guerra continentale.
Mosca ha colto perfettamente la portata di questo salto. Il punto decisivo non è la quantità di droni che l’Europa fornirà a Kiev. Il punto è che la Russia considera ormai questi impianti parte organica della macchina bellica ucraina. Il giornalista geopolitico Aleksei Pilko, in un testo che riflette una linea sempre più diffusa nell’analisi strategica russa, lo ha detto senza infingimenti: se alcuni Paesi europei sono diventati la retrovia strategica dell’Ucraina, non c’è più differenza sostanziale tra loro e il territorio ucraino. Questo è il nuovo paradigma. E quando un paradigma viene enunciato in questo modo, di solito significa che è già entrato nella preparazione dottrinale. L’impensabile diventa pensabile.
Il passaggio più pericoloso sta proprio qui: l’Europa continua a parlare come se fosse ancora fuori dalla guerra, ma la Russia la sta già trattando come spazio bellico potenziale. La nozione stessa di “retrovia” evapora. Un impianto in Baviera, una linea di assemblaggio in Sardegna, un laboratorio software in Estonia cessano di essere luoghi protetti dalla geografia. Entrano nella mappa dei bersagli pensabili. E Mosca ha scelto di renderlo esplicito per costringere i governi europei e i loro popoli a guardare in faccia questa realtà: non siete più spettatori armati, siete dentro la guerra.
In questo quadro si capisce anche il comportamento dell’amministrazione USA. Washington dà ogni giorno più segnali di voler allentare i vincoli automatici NATO. Il solito capriccio trumpiano? La solita tattica negoziale? No. Gli USA sanno che la guerra europea sta entrando in una fase in cui il rischio di collisione diretta Russia-Europa cresce rapidamente, e non intendono farsi trascinare in un meccanismo che potrebbe portarli a una cobelligeranza piena con conseguenze apocalittiche. Se l’Europa vuole trasformarsi in piattaforma avanzata della guerra dei droni, gli americani sembrano intenzionati a lasciare che se ne assuma da sola il peso. È come se ci dicessero: “volete suicidarvi? Prego, ma senza di noi!”
C’è poi il secondo fronte, altrettanto esplosivo, che spinge Washington verso lo sganciamento: la tensione crescente fra Israele e Turchia, che pochi ancora notano, ma è già decollata. Gli USA vedono avvicinarsi una possibile frattura insanabile tra un alleato mediorientale centrale e un membro NATO strategico. Restare legati a obblighi automatici in un simile scenario significa rischiare di essere trascinati in conflitti incrociati ingestibili. Anche qui il riflesso americano è lo stesso: ridurre l’esposizione, guadagnare margine di manovra, sottrarsi ai meccanismi di solidarietà automatica.
L’Iran ha dato un’ulteriore dimostrazione di quanto sia cambiata la grammatica della guerra. La risposta all’aggressione USA-Israele ha mostrato che i vecchi tabù regionali possono saltare in poche ore. Colpire indirettamente i Paesi del Golfo, mettere sotto pressione rotte energetiche, destabilizzare equilibri ritenuti intoccabili: Teheran ha fatto capire che quando certe linee rosse vengono superate, il conflitto non resta confinato al teatro iniziale. Questo vale per il Medio Oriente e vale, con ancora maggiore potenza distruttiva, per l’Europa. Gli USA hanno sottovalutato drammaticamente l’Iran, i dirigenti europei stanno sottovalutando tragicamente la Russia, un boccone ben più grande.
Il continente europeo si è immerso nella guerra scegliendo di colpire in profondità la Russia attraverso corridoi aerei che passano dentro l’ombrello NATO e attraverso retrovie industriali pienamente integrate nella NATO stessa. Questa scelta cambia tutto. Cambia la natura del rischio. Cambia la postura strategica russa. Cambia il significato della sicurezza civile europea. Ogni giorno che passa senza che questa verità venga detta con chiarezza alle opinioni pubbliche europee aumenta la possibilità che il risveglio avvenga nel peggiore dei modi: non attraverso un dibattito politico, ma attraverso il primo attacco che renda impossibile continuare a fingere, con un intero continente in ginocchio.
La vera tragedia è proprio questa: mentre la guerra muta scala e geografia, i governi europei continuano a presentarla come se fosse ancora un conflitto delegato, remoto, circoscritto. Non lo è più. E la Russia, con la franchezza che le è propria, ha appena avvertito il continente che intende trattarlo di conseguenza. Se non si comprende che siamo già entrati in una nuova fase storica, la catastrofe non sarà un’ipotesi teorica: diventerà il nome retrospettivo dell’errore che non si è voluto vedere in tempo. Sempre ci sia ancora qualcuno a poterlo raccontare.







Con le mani alzate
Il Simplicissimus, 16.6.2026
Oggi la cosa più significativa viene riassunta bene da una foto, quella in apertura del post: si tratta di ucraini che si arrendono a Konstantinovka, una delle tante città trasformate in fortezza dalla Nato e che adesso sta per cadere, praticamente circondata. Si tratta di un piccolo gruppo che alza le mani, ma la resa riguarda centinaia di uomini che non vogliono essere fatti a pezzi dai cannoni russi per la bella faccia degli ufficiali britannici che li comandano. Costoro pensano ancora di poter fermare l’avanzata russa intorno a Zaporozhie, mentre l’Ucraina intera viene privata giorno dopo giorno delle sue infrastrutture e di ciò che rimane delle industrie.
Si avvicina un crollo ed è per questo che i piccoli despoti europei in conto terzi, stanno cominciando a parlare di trattative. La stessa cosa che del resto accade con l’Iran la cui capacità di resistenza all’aggressione ha superato ogni più stupida previsione dei pianificatori. Tuttavia non siamo affatto vicini alla pace, perché la guerra che si sta combattendo su diversi fronti, non riguarda territori o questioni particolari, ma è il tentativo occidentale di logorare gli avversari che minacciano la sua supremazia, è qualcosa di diretto a indebolire i sistemi critici, le infrastrutture, le reti di comando, le capacità tecnologiche, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell’informazione. Andrey Bezrukov, professore all’Università di Mosca ed ex ufficiale dei servizi segreti russi (Svr) dice: ” La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare una collisione nucleare con noi, dalla quale uscirebbero sconfitti. Perciò, stanno facendo bollire la rana a fuoco lento”.
Per questo in Russia si va affermando – si pensi solo alle analoghe prese di posizione di Sergei Karaganov – una visione della guerra come un conflitto di lunga durata che potrebbe arrivare anche a 20 o 30 anni con la necessità di un cambiamento delle politiche economiche in maniera da poter reggere sia le esigenze della difesa che dello sviluppo economico: occorrerà interrare o proteggere fortemente le infrastrutture, i data center, i depositi di petrolio, i nodi di comunicazione. Insomma “la Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di pace e deve quindi riorganizzare di conseguenza la società, l’economia e la strategia”. Del resto l’Iran sta combattendo da oltre 40 anni contro i tentativi egemonici degli Usa e si è dovuto adattare a questa continua aggressione fino a che ha mostrato a tutti il crollo della potenza americana.
Molti hanno l’idea della guerra come qualcosa che si risolve in un breve giro di anni, ma in realtà gli scontri più importanti durano assai più a lungo: quindi dobbiamo prepararci ad essere implicati in una militarizzazione della società o a cacciare chi ci sta mettendo in questa situazione di vuoto radicale nella quale ci aggiriamo quasi increduli, mentre va in scena la sceneggiata del G7 con i suoi baci e le strette di mano, le prese per il sedere, come ad esempio, la canzonetta fatta suonare all’arrivo della Meloni, a Évian-les-Bains. Altro che Felicità: saremo infelici fino a che tutti questi attori di un declino inarrestabile non avranno le mani alzate.
Un testo breve, lucido e appassionato. Per l’Italia, contro la guerra.
Da: Prossimamente. tutti i luoghi da non frequentare
il Simplicissimus, 27.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/27/prossimamente-tutti-i-luoghi-da-non-frequentare/
E così e il ministero della Difesa russo ha stilato ufficialmente un elenco dei siri dove vengono prodotte armi o parte di esse che vengono usate contro i civili russi: sono ormai diventati obiettivi legittimi. Quindi ve ne fornisco l’elenco, perché non sarebbe proprio salutare trovarsi in quei paraggi.
Da: Si avvicina l’ora delle scelte irrevocabili
il Simplicissimus, 26.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/26/si-avvicina-lora-delle-scelte-irrevocabili/
La strage di studenti a Starobelsk è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso, perché la deliberata uccisione di studenti e poi anche quella dei soccorritori, mutuando un modus operandi messo a punto a Gaza, rappresenta un punto di non ritorno del terrorismo Nato e in Russia sta prendendo piede l’idea che non ci potrà liberare delle zecche europee e della loro determinazione a distruggere la Russia, se esse non verranno direttamente colpite.
Roulette russa
di Enrico Tomaselli
Giubbe Rosse, 19.5.2016
Fonte: https://giubberosse.substack.com/p/roulette-russa
Da: 2029-2030: LA GUERRA TOTALE CONTRO LA RUSSIA
di Manolo Monereo
Sollevazione, 30.4.2026
Fonte: https://www.sollevazione.it/2026/04/2029-2030-la-guerra-totale-contro-la-russia-di-manolo-monereo.html
Trump non abbandonerà la NATO: non si rinuncia a ciò che si controlla, di cui si ha bisogno e che in definitiva serve agli interessi degli Stati Uniti. Il presidente continuerà il suo gioco di minacce, inganni, maltrattamenti e disprezzo nei confronti degli alleati che sono sempre stati disponibili e devoti. Non lo seguiranno in tutte le sue iniziative perché, tra le altre cose, non possono farlo perché non sono ancora state create le condizioni per legittimare, agli occhi dell’opinione pubblica, il costo in vite umane e risorse delle guerre di aggressione condotte al servizio degli interessi di una potenza in declino. Questa paura è condivisa da Trump; semplicemente si aspetta che siano gli altri a sopportare il peso delle perdite mentre lui si proclama vincitore. Israele ci sarà sempre, ma i suoi impegni sono problematici: pone sistematicamente i propri interessi al centro delle sue iniziative militari e di sicurezza e, allo stesso tempo, agisce come attore interno nella politica americana, con un ruolo preponderante nella cerchia decisionale di Trump.
Non ci vuole molto per capirlo. Se il nemico è la Russia, se l’Unione Europea si prepara alla guerra contro Putin nel 2029-2030, se esiste un piano strategico approvato, generosamente finanziato e reso operativo entro quelle date dalle istituzioni europee e coordinato nel dettaglio con la NATO, ci sarà la guerra. Il problema: senza gli Stati Uniti, non possono vincere; ripeto, senza l’alleanza atlantica organizzata e guidata dagli americani, non saranno in grado di sconfiggere militarmente la Russia. L’attuale amministrazione statunitense lo ha chiarito fin dall’inizio, e ciò si riflette nei suoi documenti fondativi e nelle successive dichiarazioni dei suoi massimi leader. La priorità degli Stati Uniti è l’Indo-Pacifico e il contenimento della Cina, il suo unico rivale sistemico. La chiave è riconquistare il dominio sull’emisfero occidentale, ridefinendo il ruolo della NATO e rendendo l’Europa responsabile della difesa del suo territorio e dei relativi costi economici. Gli Stati Uniti, ripeto, non si ritireranno; rimarranno lì con la loro potenza nucleare, le loro basi e alla guida dell’alleanza militare.
[…]
Per l’Unione Europea, qui e ora, la pace dipende dalla sconfitta politica e militare della Russia. Sedersi a negoziare con Putin significherebbe accettare condizioni già ottenute sul fronte militare e consolidate a livello politico ed economico; in questo momento, l’importante è guadagnare tempo, sfruttando al massimo le debolezze sempre più evidenti di Trump, e aspettare. A novembre ci sono le elezioni parlamentari statunitensi, non è affatto chiaro come finirà la guerra contro l’Iran, il sistema economico e finanziario internazionale è sull’orlo del collasso e le conseguenze di una crisi energetica potrebbero essere disastrose. Si tratta di aspettare e vedere cosa succede. Nel frattempo, l’Unione si sta rapidamente riarmando e sta intraprendendo un’ulteriore ristrutturazione verso un potere sovranazionale più centralizzato, meno burocratico e più liberale, con meno regolamentazioni ambientali e sociali, impegnato in un sostanziale aumento della spesa militare e per la sicurezza da parte degli Stati membri, al di là delle “sacrosante” norme del “Consenso di Bruxelles”, e garantendo il potere del nuovo nucleo duro: Regno Unito, Francia, Germania e Ucraina.
Andrea Zhok, 25.4.2026
Sono sinceramente lieto che si festeggi la liberazione nazionale da un regime autoritario, impermeabile alla volontà popolare, che ha abolito la lotta di classe mantenendo le classi, che esercitava censura, e che ci ha condotto in una guerra catastrofica.
Mi chiedo solo, 81 anni dopo quel lieto evento, se non sia arrivato il momento di liberarci di un regime autoritario, impermeabile alla volontà popolare, che esercita censura, che ha abolito la lotta di classe mantenendo le classi, e che ci sta conducendo verso una guerra catastrofica – come l’UE.
Considerato poi che in termini di tenuta del tessuto industriale,di efficacia dei lavori pubblici, di dignità della pubblica istruzione e di unità sociale il regime tecnocratico europeo ha un curriculum parecchio peggiore dello screditato regime fascista, la domanda è: dobbiamo davvero sempre arrivare ad una guerra per liberarci degli oppressori?
Svegliarci un attimo prima di andare a sbattere, mai?
Da Mosca ultimo avvertimento alla Germania
il Simplicissimus, 23.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/23/da-mosca-ultimo-avvertimento-alla-germania/
Mentre quasi tutti i bollettini dell’oligarchia europea, chiamati impropriamente giornali, si dedicano alla demonizzazione delle parole del giornalista e conduttore russo Vladimir Solov’ëv, quello che dopo la Meloni se l’è presa anche con Calenda che è come sparare sulla Croce rossa, ci sono ben altre notizie che arrivano e che testimoniano di come l’evoluzione delle cose stia mettendo all’angolo la Germania bellicista che di fatto governa l’Europa continentale. Proprio ieri è arrivata la notizia che il petrolio del Kazakistan non arriverà più in Germania a partire al primo maggio: l’oleodotto Druzhba che trasporta l’oro nero dal cuore dell’Asia fino in Europa, in Ungheria, Slovacchia e che rifornisce la stessa Ucraina e arriva anche alla raffineria di Schwedt a 90 chilometri da Berlino, passando ovviamente per il territorio russo. Ed evidentemente Mosca non ha più intenzione di permettere il rifornimento di fabbriche che poi lavorano per l’Ucraina. L’antifona è talmente chiara che Euronews, il megafono che strilla gli ordini del giorno per l’informazione, tenta pietosamente di ciurlare nel manico ipotizzando che l’oleodotto sia stato colpito da qualche drone ucraino che avrebbe danneggiato gli impianti di pompaggio. Questo evento, benché molto spiacevole per il più ottuso alleato del regime neonazista di Kiev, nasconde in qualche modo le conseguenze dell’assurdo bellicismo di Berlino e di Bruxelles che peraltro viene ricattata anche da Kiev: a gennaio aveva chiuso il ramo dell’oleodotto che passa sul suo territorio, con la solita balla dell’attacco russo, mentre in realtà vuole soltanto soldi, sempre più soldi per le sue oligarchie nazi – sioniste.
Dunque proprio mentre infuria la crisi petrolifera scatenata dall’aggressione all’Iran, la Germania vede disseccarsi quel rivolo di energia diventata preziosa: infatti le importazioni erano molto aumentate nel primo trimestre del 2026: 730 mila tonnellate, contro i due milioni di tonnellate totali del 2025. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. E in questo caso il male riguarda la stessa raffineria di Schwedt che è di proprietà della russa Rosneft, ma che era stata stata posta sotto l’amministrazione fiduciaria del governo tedesco a seguito della guerra in Ucraina e dell’interruzione dei legami energetici con Mosca. Un’azione di pura rapina che adesso rimane a secco. Qui viene a proposito la dichiarazione fatta da Putin nel dicembre dello scorso anno: “Non abbiamo intenzione di entrare in conflitto con l’Europa, l’ho già detto cento volte. Ma se l’Europa improvvisamente volesse combattere e iniziasse, noi saremmo pronti fin da subito. Con l’Ucraina stiamo agendo con cautela e precisione, in modo che… beh, capite, no? Non si tratta di una guerra nel senso moderno e diretto del termine. Se l’Europa improvvisamente volesse iniziare una guerra e la cominciasse, allora potrebbe verificarsi molto rapidamente una situazione in cui non avremmo nessuno con cui negoziare.”
Insomma il gioco di fare la guerra senza impegnarsi direttamente sta ormai mostrando la corda e Mosca sta perdendo la pazienza: se la Germania e l’Europa vogliono diventare nemici esistenziali della Russia, allora ne pagheranno tutte le conseguenze. Anzi noi pagheremo le conseguenze degli atti compiuti da questi orribili e stupidi burattini. Per ora il blocco dell’oro nero durerò per tutto il mese di maggio ed è chiaramente un avvertimento che si cerca in qualche modo di non fa arrivare alle opinioni pubbliche.
Ho letto con interesse entrambi gli interventi: il tuo e quello di Cabras sulle nuove fabbriche di droni che dovrebbero accompagnare il “Grande Riarmo” dell’Europa e imprimere una ulteriore e drastica svolta anti-russa alla alleanza politica e militare continentale . Complimenti per la tua riflessione sul blocco mentale e culturale dell’ Europa che sta per essere abbandonata a se stessa anche dagli americani. A presto.
Le radici della guerra.