Universalismo e guerra
Aldous, 18 febbraio 2026
Pagine 1-2
La pretesa universalista dell’occidente anglosassone sta mostrando oggi il suo vero volto, che è un volto di sterminio.
Gaza e la Palestina, il popolo palestinese che viene cancellato dalla faccia della Terra (della sua terra), rappresentano la prova definitiva della reale sostanza dell’universalismo che odia la differenza. Dopo Gaza – il più grande genocidio e crimine della storia contemporanea – ogni tesi giuridica dell’occidente anglosassone e ogni sua pretesa di primato morale appaiono semplicemente tragici e grotteschi. Il capitalismo senza suolo, la finanza senza terra, toglie il suolo e la terra a un popolo che li abitava da secoli, con l’esplicito intento di trasformare quel suolo e quella terra in centri commerciali e in catene alberghiere di lusso nelle quali gli occidentali possano trascorrere le loro vacanze e le loro dorate vecchiaie.
Tutto questo non è il folclore di un presidente USA, tutto questo è la dissoluzione che sempre il dominio della crematistica (come Aristotele chiamava la finanza) porta con sé.
In questo articolo ho cercato di evidenziare l’enorme responsabilità – seppur su un versante servile – che gli ectoplasmi dell’Unione Europea (compresi i decisori politici italiani di ogni schieramento) hanno avuto e continuano ad avere nella definitiva scomparsa dei princìpi di Westfalia: la non ingerenza negli affari di altri Stati. Princìpi i quali garantirono al nostro continente una lunga pace.
In ogni caso, l’universalismo politico e la globalizzazione finanziaria di matrice anglosassone costituiscono la conferma che gli Stati Uniti d’America conoscono soltanto l’atteggiamento della mafia, della violenza, dell’oppressione. E tutto questo lo applicano ai rapporti con gli altri popoli del pianeta.






L’irrazionalismo della finanza liberista:
La sconfitta di un sistema
il Simplicissimus, 7.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/07/la-sconfitta-di-un-sistema/
Andrea Zhok, 23.4.2026
L’ideologia del capitale è:
1) NICHILISTA, nel senso della distruzione di ogni riferimento a valori naturali, tradizionali o storici;
2) PROGRESSISTA, nel senso di concepire un “andare avanti” purchessia come coincidente con il “meglio”;
3) TECNOCRATICA, nel senso di immaginare un mondo in cui la saggezza è definita come competenza nell’esercizio del potere tecnologico;
4) TRANSUMANISTA, nel senso di concepire l’umanità come una materia prima liberamente malleabile per fini ulteriori e specificamente in vista di un “incremento di potenza”;
5) MONOPOLISTICAMENTE UNIVERSALISTA, nel senso di supporre che possa e debba esistere soltanto una visione del mondo vera, da estendere a tutto il globo, espellendo ogni altra visione, per essenza “inferiore”.
I Musk, i Thiel, i Gates, i Soros, e molti altri meno famosi, si muovono tutti in questo orizzonte nichilista, progressista, tecnocratico, transumanista e universalista. Sarebbe sbagliato pensare che essi “mirino solo a fare sempre più soldi”. Ai loro occhi il capitale appare solo come uno strumento necessario, che in quanto necessario, naturalmente, non può venire in alcun modo compromesso. Ma essi si pensano “idealisti”. Ciò che sfugge loro, come a milioni di altri che vorrebbero essere al loro posto, è che quella che ai loro occhi appare come “visione vera” è proprio semplicemente la traduzione in immagine dei funzionamenti del capitale.
1) Il trionfo del capitale (denaro) è la sostituzione dei valori naturali e tradizionali con il valore di scambio (prezzo);
2) Il processo del capitale è idealmente l’andare avanti in un accumulo indefinito (progresso);
3) Il capitale è la più potente metatecnologia della storia: è il mezzo di tutti i mezzi, lo strumento che consente di governare tutti gli altri strumenti e tutti i beni;
4) Il capitale è potenza di trasformazione infinita e illimitata: non ha una forma propria, ma si può trasformare in modo liquido in ogni cosa; e perciò sembra che possa mantenere valore anche se gli esseri umani scomparissero;
5) Il capitale è una forma astratta, intrinsecamente universale. La visione del mondo del capitale sta alle visioni del mondo storiche ed antropologiche come i numeri stanno alle parole delle lingue umane: un linguaggio universale, trasversale, ma al contempo semanticamente vuoto.
Così, quando oggi vediamo il male del mondo concentrato nei Trump, nei Netanyahu, ricordiamoci che essi se ne andranno presto (ok, mai troppo presto), e che se ne andranno presto le loro scuse farlocche, le loro giustificazioni da commedianti a colpi di Bibbia, Olocausto, diritti umani, ecc., ma non se ne andrà la spinta fondamentale che sta dietro a loro (e a molti anche su posizioni politiche opposte).
Non se ne andrà la spinta a pensare
che non ci sono valori obiettivi (né nella natura, né nella storia);
che “andare avanti” verso il progresso (cioè verso un ulteriore “andare avanti”) è in sé il bene;
che i detentori della tecnoscienza sono anche i detentori della sapienza e della saggezza;
che l’umanità è un accidente sacrificabile;
che ogni altra visione, prospettiva, opinione sono solo atavismi, errori o pregiudizi da travolgere e soppiantare.
Questa configurazione ce la troveremo davanti ancora e ancora, in altre aggressioni internazionali, altri bombardamenti umanitari, altri attacchi preventivi, altre “guerre di civiltà”, altri genocidi nel nome del progresso, altre incarcerazioni nel nome del bene, altri assassini nel nome dell’idea che la nostra forma di vita (“way of life”) non è negoziabile.
Fino a quando, o noi la distruggeremo o essa distruggerà noi.
Letto con piena adesione e condivisione il tuo articolo.
Una analisi molto realistica e, certo, assai amara.
Ma questo è l’occidente.
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EPSTEIN FURY
Andrea Zhok, 11.3.2026
Il “Times of Israel” di ieri (10/03) dedica un articolo a ciò che per molti era chiaro dall’inizio: l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran non ha alcuna data di scadenza prevedibile e non ci sono segni di un collasso del regime, né di una “rivoluzione colorata”.
Potremmo compiacerci di aver avuto ragione. In molti capivano perfettamente da subito che la strada dell’aggressione frontale può avere semmai l’effetto di consolidare un regime e di radicalizzarlo, ben difficilmente di persuadere la popolazione che chi li bombarda gli vuole bene e fa i loro interessi.
Potremmo concludere che il Mossad e il Deep State americano siano imbecilli, gente incapace, che non è riuscita neppure a considerare probabile un esito che a moltissimi appariva certo.
Non stiamo parlando naturalmente di Trump, che potrebbe perfettamente aver creduto che in 4 giorni lo avrebbero incoronato imperatore dell’Iran e che perderà le elezioni di mid-term (l’uomo, lasciato a sé stesso, potrebbe girare in tondo tutto il giorno alla ricerca del proprio culo.)
Il punto è che queste decisioni non le prende Trump, se non formalmente, e la sua condizione di minorità rende semplice usarlo come cavatappi dai veri decisori (come Biden prima di lui.)
Insomma, può darsi che i decisori reali abbiano davvero sbagliato clamorosamente i conti, ma è altrettanto possibile, anzi più probabile, che lo scenario di un conflitto duraturo sia stato non solo messo in conto, ma visto con favore.
E qui è opportuno riflettere un momento su cosa comporterebbe uno scenario del genere, uno scenario in cui il conflitto si prolunga per mesi.
A chi giova? Chi sono i perdenti in questo scenario?
Lasciamo perdere le popolazioni, i civili, l’ambiente, ecc. tutte cose che per gli oligarchi del potere mondiale sono insetti, tutt’al più interferenze che meritano al massimo un bonifico extra ai loro giornali, per far passare la narrativa adatta.
I primi perdenti sono i paesi del Golfo, paesi ricchissimi, ma anche fragilissimi, paesi che si illudevano di essere “sotto l’ombrello americano”. Sta succedendo loro quello che succederà agli europei che ancora si illudono di essere “sotto l’ombrello della Nato”. Il giorno in cui l’ombrello serve, si accorgeranno di non essere “sotto l’ombrello”, ma di essere loro l’ombrello, che riceve la pioggia al posto degli USA.
Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, ecc. uscirebbero rovinati da una guerra prolungata. (Il mercato immobiliare a Dubai ha perso un quinto del suo valore in una settimana). Ora, i governanti di questi paesi possono ben minacciare di ritirare i loro capitali dal mercato statunitense, come hanno fatto, ma per investirli dove? In Cina? La verità è che quello che sta già ora accadendo è esattamente il contrario: si sta disinvestendo dai paesi del Golfo e i capitali disinvestiti si spostano nei loro “hub” di riferimento cioè New York o Londra.
I secondi perdenti sono i soliti cabarettisti cotonati dell’Unione Europea, che si agitano per fingere di contare, si spendono in lezioni a orologeria di moralità internazionale, ma dopo aver tagliato eroicamente i ponti con la Russia per i propri rifornimenti energetici, ora vedono ridursi gli approvvigionamenti di gas e gasolio, per la chiusura dello stretto di Hormuz. Il risultato è del tutto ovvio: ulteriore desertificazione industriale, con le industrie maggiori che trasferiscono la loro produzione negli USA.
Il terzo possibile perdente, ma al momento non sta accadendo, sarebbe la Cina, che viene messa in difficoltà nei propri approvvigionamenti petroliferi. Anche questa opzione è evidentemente gradita agli oligarchi israelo-americani.
Infine, ma forse più importante di tutte le motivazioni: incombe l’ombra di una stagflazione mondiale. La stagflazione sarebbe qui una combinazione di inflazione interna di origine esogena (dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia) e rallentamento della produzione industriale.
Qualcuno ingenuamente potrebbe dubitare che questo sia un esito gradito ai decisori apicali, alle oligarchie finanziarie. Ma in verità questo esito è desiderabilissimo per chi ha un eccesso di capitali accumulati che fanno fatica a trovare investimenti – e che al momento forniscono rendite molto basse.
Come sempre (vedi pandemia) non bisogna guardare alle perdite di breve periodo, ma alla redistribuzione di potere comparativo nel tempo.
Una stagflazione mondiale opera come un meccanismo darwiniano, dove chi ha maggiori scorte può permettersi perdite momentanee (come nei meccanismi di dumping) e uscirne in una posizione consolidata. Alla fine di una crisi stagflattiva i capitalisti di medio livello scivolano verso il basso, mentre il vertice finanziario si consolida.
Le massive distruzioni che una guerra produce rappresentano, alla fine della stessa, straordinarie occasioni di investimento per chi ha capitali fermi in abbondanza.
Ora, non è detto che tutti questi processi filino come desiderato. Ci sono alcune possibili criticità. La maggiore è rappresentata dalla tenuta della popolazione israeliana, che potrebbe ad un certo punto fare pressione sul proprio governo per staccare la spina. Non credo sia un caso che, per “ragioni di sicurezza nazionale”, la copertura interna e internazionale delle distruzioni interne ad Israele questa volta è pressoché nulla. La censura è draconiana. Come al solito, nel mondo moderno se una cosa non appare in TV non esiste. (Se una bomba ti capita sotto casa, ma al Tiggì non ne parlano, vuol dire che sei stato privatamente sfortunato; te ne fai una ragione.) Quanto questo gioco di negazione possa durare non è chiaro.
Ma alla fine, come accade sempre per i decisori accorti, gli esiti contemplati sono tutti favorevoli (Win – Win).
Se il regime iraniano collassa, il paese e le sue risorse verranno saccheggiate e la Cina messa in un angolo.
Se resiste, ad essere drenati saranno i paesi del Golfo e l’UE, indebolendo forse un po’ la Cina.
In entrambi i casi la lobby Epstein ne esce più grassa e potente di prima.
Esatto.
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Andrea Zhok, 10.3.2026
Io non me la prendo con le von der Leyen, con i Merz, con i Macron, con le Kallas, con i Tajani. Dopo tutto la loro ipocrisia, i loro doppi standard, le loro menzogne sono facilmente spiegabili: devono render conto a chi li ha messi là (che non è l’elettorato).
Io me la prendo con quelli che l’ipocrisia, i doppi standard, le menzogne le alimentano fervidamente a titolo gratuito.
Quando vedo le immagini di Teheran o di Beirut in questi giorni, quando vedo il quartiere Dahieh nel sud di Beirut, raso al suolo dai caccia israeliani, con 80 bambini morti (dati Unicef), quando vedo la scuola a Minab distrutta da un Tomahwak statunitense con 168 bambine dentro, quando vedo il cielo di Teheran occupato da un’apocalittica nube prodotta dal bombardamento dei depositi petroliferi, che si sta trasformando in pioggia acida (inaridendo tutto ciò che incontrerà e migrando verso l’Uzbekistan), quando vedo gli impianti di desalinizzazione colpiti e 700.000 cittadini iraniani trasformati in profughi senzatetto, quando vedo tutta questa catastrofe umanitaria ed ecologica, prodotta da un’aggressione unilaterale dei “nostri alleati”, una cosa non posso fare a meno di chiedermi:
Ma dove è finita la pletora delle associazioni dirittumaniste che chiedevano vendetta al cielo per l’eccessivo ricorso alla pena di morte in Iran?
Dove sono finiti i temibili attivisti climatici che imbrattavano musei per protestare contro le emissioni della Panda euro 5 e il gasolio per autotrazione?
Dove sono andati i gruppi di militanti dei diritti delle donne che inorridivano per lo strazio delle iraniane cui era raccomandato (non obbligato) lo hijab?
Dove sono finiti tutti questi utili idioti che hanno servito per anni a sostenere TUTTE le cause dell’establishment, pensando di essere alfieri del progresso? Questa gente che riempiva le rubriche di casi umani e storielle confezionate per promuovere la demonizzazione di intere nazioni?
Ora che a produrre stragi indiscriminate e catastrofi ecologiche mille volte peggiori sono quelli grossi, quelli con le atomiche, quelli con il portafoglio spesso e gli agganci giusti, ora, perché non li vedo incatenarsi ai cancelli dell’ambasciata di Israele o USA, come prima facevano con le ambasciate di chi gli USA dichiaravano essere “stati canaglia”? Perché non occupano le televisioni con condanne senza appello e grida di sdegno? Perché non tuonano dalle colonne dei giornali per richiamarci alla civiltà, al futuro del pianeta, alla necessità di soccorrere i popoli oppressi? Cos’è, questa settimana avevano judo?