Segnalo due articoli che mi sembra spieghino in modo assai chiaro il cuore di tenebra nel quale siamo immersi. Il primo lo fa analizzando gli elementi strutturali: il petrolio, l’energia, la moneta. Il secondo portando a evidenza la sovrastruttura propagandistica, informativa, emotiva che è fondamentale per la genesi e il successo della dimensione strutturale.
Pino Arlacchi – sociologo, ex vicesegretario dell’ONU e molte altre cose – coglie con grande chiarezza le ragioni della guerra scatenata da Israele e dagli USA nel Vicino Oriente. O meglio, di una fase particolarmente rischiosa di tale guerra, la quale è in atto da decenni.
Le ragioni strutturali del conflitto risultano dal testo evidenti, così come le motivazioni dell’attacco della Repubblica iraniana ai terminali petroliferi e militari dei Paesi arabi vicini, tutti al servizio degli Stati Uniti d’America nell’aggressione contro l’Iran.
L’unica mia perplessità riguarda il silenzio di Arlacchi sulla funzione che Israele svolge in questa guerra pericolosissima per tutti noi. Una funzione determinante perché innesta sulla questione del primato economico-finanziario del dollaro quella del primato storico e razziale di Israele, con le componenti messianiche che questo comporta.
Nel secondo testo Andrea Zhok, Professore di Filosofia morale alla Statale di Milano, descrive ancora una volta il profondo irrazionalismo che guida le politiche imperialiste degli Stati Uniti d’America e di Sion, il dominio pervasivo della menzogna a tutti i livelli, l’inspiegabile della dissoluzione.
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Il cuore del dollaro colpito nel cuore
di Pino Arlacchi, Il Fatto Quotidiano, 18.3.2026
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana.
Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
Questo sistema poggia su tre colonne. La prima è la produzione di gas, petrolio e derivati: il Golfo Persico contiene circa il 48% delle riserve mondiali di petrolio accertate, e attraverso lo Stretto di Hormuz transita quotidianamente l’80% dell’output petrolifero della regione e circa il 20% di quello mondiale. La seconda colonna è il pagamento in dollari: dal 1974, per accordo esplicito con Washington, l’Arabia Saudita e gli altri produttori hanno accettato di denominare in dollari la vendita del proprio petrolio, dando luogo a una domanda permanente di valuta Usa. La terza colonna è la protezione militare: grandi basi con decine di migliaia di soldati distribuite tra l’ingresso di Hormuz e l’Iraq – da Camp Doha in Kuwait alla mega-base di Al-Udeid in Qatar, dalla V flotta della Marina Usa di stanza a Bahrein alla base di Al Dhafra negli Emirati. È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. Un cerchio virtuoso per Washington, un cappio stretto intorno al collo di chiunque voglia sfidare la supremazia del dollaro.
Tutte e tre queste colonne vacillano paurosamente in questi giorni. Gli orrendi, sporchi, etc. ayatollah di cui sopra hanno lucidamente individuato il punto di massima fragilità del sistema: la fiducia dei petro-monarchi del Golfo nella capacità americana di proteggere i loro regimi, le loro industrie e i loro soldi.
Fiducia iniziata a svanire nel 2019 e dissolta nella prima settimana di questa guerra con gli attacchi iraniani che hanno devastato senza grandi ostacoli infrastrutture critiche della produzione di idrocarburi del Golfo e colpito basi militari ritenute invulnerabili. La chiusura di Hormuz ha completato l’opera.
L’assaggio di quanto sta accadendo, d’altra parte, c’era già stato nel settembre 2019, quando un attacco di droni iraniani manovrati dagli Houthi mise fuori gioco il 5% dell’offerta mondiale di petrolio e fece schizzare il prezzo del Brent di oltre il 15% in una sola seduta. Oggigiorno, un attacco prolungato, abbinato alla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso mine navali, missili costieri e sommergibili, può portare, secondo le stime più conservative, il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.
Le conseguenze sull’economia mondiale possono essere brutali. Un raddoppio del prezzo del barile può innescare una recessione profonda nelle economie industrializzate importatrici, a cominciare da Europa e Giappone. Ma il danno più grave non si limiterebbe al breve termine: consisterebbe nell’inizio della fine del petrodollaro, e del dollaro di cui consiste. Nel breve periodo, i giganti del petrolio potrebbero registrare utili straordinari. La guerra fa bene alle compagnie petrolifere, ma non fa bene al meccanismo che tiene in piedi l’intera baracca.
La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente – i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione – il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte. I titoli del Tesoro Usa vengono venduti in massa sul mercato aperto. Il dollaro subisce una pressione al ribasso che la Federal Reserve non può contrastare solo alzando i tassi di interesse, perché tassi più alti in un contesto di recessione petrolifera aggravano la crisi economica interna.
È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro. Per andare dove? Il terreno per questa transizione è già stato preparato con cura negli ultimi anni. Nel marzo 2023, Xi Jinping e Mohammed bin Salman hanno siglato un accordo storico a Pechino, con l’Arabia Saudita che ha accettato di ricevere pagamenti in yuan per una quota crescente delle proprie esportazioni petrolifere verso la Cina. Pechino è già il principale cliente dei sauditi, importandone circa 1,8 milioni di barili al giorno. Già nel 2022 la Cina aveva lanciato il contratto futures sul petrolio denominato in yuan sulla Borsa internazionale dell’energia di Shanghai (Ine), con l’obiettivo creare un meccanismo di pricing alternativo al Brent londinese e al Wti americano.
La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. Il processo è già in corso: le riserve di yuan nelle Banche centrali dei paesi del Golfo sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni.
L’accordo quadro Brics+ – al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto – prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri.
Gli attacchi iraniani stanno squassando le monarchie del Golfo e stanno accelerando questo processo. La ricchezza petrolifera che per cinquant’anni ha finanziato i deficit Usa attraverso il riciclaggio dei petrodollari inizia a fluire verso Pechino, Shanghai e i mercati asiatici emergenti. Le conseguenze di tutto questo sono epocali. Un’America che perde il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale – privilegio che le consente d’emettere debito a costi bassissimi, di finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, d’esercitare il dominio finanziario attraverso sistema Swift e sanzioni bancarie – non è più la stessa America. Perde la capacità di proiettare potenza militare su scala globale perché non può più permettersi di farlo. Perde la capacità d’imporre sanzioni economiche perché il sistema alternativo yuan-Brics offre una via di fuga. Perde, in sostanza, l’impero.
Questo è ciò che il mio maestro, Giovanni Arrighi, aveva intuito con straordinaria lungimiranza. La transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva – o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica – sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato. L’Iran non è l’autore del dramma, ma il detonatore che innesca un’esplosione la cui miccia è stata preparata da decenni d’egemonia finanziaria americana sempre più rapace e obsoleta.
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Gli apprendisti stregoni
Andrea Zhok, 22.3.2026
La logica in cui l’Occidente a guida israeloamericana si è infilata è una logica perversa e pericolosissima, una logica dell’escalation distruttiva come unico orizzonte percorribile. Se non emergeranno presto contropoteri interni (agli USA, improbabile nell’entità sionista), a premere per un disimpegno, l’orizzonte che si prepara è quello di una catastrofe.
Al bombardamento dell’area del sito nucleare di Natanz, l’Iran ha risposto bombardando l’area del sito nucleare di Dimona in Israele; all’attacco ai depositi di gas dell’isola di Kharg, l’Iran ha risposto attaccando i più grandi depositi strategici e le raffinerie del Golfo; le minacce si succedono alle minacce con prospettive di distruzione che coinvolgono gli impianti di desalinizzazione, la cablatura intercontinentale su cui viaggia gran parte del traffico internet mondiale, e all’orizzonte la possibilità di un attacco decisivo diretto alle rispettive centrali nucleari, con la prospettiva di una creazione di due Chernobyl in una zona da cui proviene la metà delle risorse energetiche del pianeta.
Mentre la pura e semplice distruzione di risorse militari e civili nel breve periodo può avere una logica di potere, la compromissione delle risorse energetiche di lungo periodo non ne ha nessuna.
La “logica di potere” qui è la distruzione di risorse che alimenta commesse e rafforza la posizione di chi, detenendo grandi capitali da investire, si proporrà per la ricostruzione postbellica.
Ma una compromissione a tempo indeterminato della cablatura sottomarina del Golfo Persico (FEA, SEA-ME-WE 4 & 5), così come una duratura compromissione delle risorse energetiche disponibili finirebbe per colpire anche i retroterra più solidi, gettando nella miseria centinaia di milioni di persone e creando aree di conflitto interno ed esterno un po’ ovunque, anche nei paesi aggressori.
La domanda che in molti si pongono è: com’è possibile che un orizzonte così manifestamente irrazionale, irrazionale anche per i più cinici tra i potenti, continui ad essere percorso?
Io credo che una risposta, non l’unica, ma significativa sia legata a quella che possiamo chiamare il DOMINIO DELLA MENZOGNA nel mondo Occidentale. La dinamica che le classi dirigenti occidentali sono abituate ad abitare è tale per cui, se riesci a supportare una menzogna in forme persuasive, queste menzogne ti permettono di modellare la realtà.
È, ad esempio, il meccanismo delle bolle finanziarie e dell’insider trading: se si sparge una voce in maniera persuasiva, questa diventerà prospettiva di profitto, dunque valore azionario, dunque denaro, dunque potere d’acquisto di beni reali: una menzogna ben supportata e ti compri un’isola.
Stessa cosa sul piano della democrazia rappresentativa: se riesci a costruire un sistema di propaganda efficace, convinci almeno pro tempore l’elettorato, e la trasformazione delle coscienze attraverso la menzogna si trasforma nelle urne in potere reale.
La stessa dinamica viene adoperata costantemente sul piano internazionale. Si seminano per anni menzogne diffamatorie, distorsioni fuorvianti, maldicenze e miti metropolitani a scapito dei propri avversari in politica internazionale. Questo lavoro viene organizzato da strutture meticolose e assai ben finanziate, connesse alle centrali di intelligence. Poi, quando serve, si raccoglie quanto seminato, dando fuoco alla benzina dell’indignazione pubblica e accreditando le varie iniziative di aggressione (embargo, bombardamenti umanitari, assassini politici, eventualmente invasioni dirette).
Due esempi.
All’indomani del 7 ottobre 2023 i media israeliani diffusero la narrazione di 40 neonati decapitati da Hamas. La notizia venne ripresa sollecitamente da tutti i media occidentali, cominciò a circolare sui social, ad essere usata come premessa tacita delle discussioni successive e giustificazione del genocidio in corso; 6 mesi dopo, quando da tempo era chiaro come fosse stata una fake news costruita ad arte, la notizia continuava ad imperversare sui social e a muovere coscienze.
Similmente, qualche giorno dopo la trasformazione delle proteste pubbliche in Iran in un tentativo di “rivoluzione colorata” infiltrata dal Mossad (infiltrazione rivendicata poi dagli israeliani) una ONG canadese mise in giro il numero di “32.000 giovani manifestanti” giustiziati dal regime. La voce rinviava a “fonti interne” all’Iran. Il numero cominciò a girare vorticosamente, sorretto da quel poderoso investimento propagandistico che è la Hasbara sionista. La cifra era apparsa immediatamente implausibile anche sul piano schiettamente pratico (ad Auschwitz al picco della soluzione finale, in quella che era una macchina pensata per lo sterminio sistematico e l’incenerimento di soggetti già catturati ed inermi, si arrivava a un migliaio di internati uccisi al giorno: quello che ad Auschwitz al massimo dell’efficienza avrebbe richiesto un mese, la polizia iraniana lo avrebbe fatto in tre giorni). Quella voce non è mai stata corroborata da una singola prova documentale. Ma ancora oggi un enorme numero di cocorite del web continua a ripetere quel numero magico come fosse un dato da cui partire per ragionare.
Ecco, il problema di fondo in cui sguazziamo è che le nostre classi dirigenti, i Trump, le von der Leyen, gli Hegseth, i Nethanyahu sono abituati a vivere in un mondo, il loro mondo, in cui se domini la narrazione a colpi di balle ben finanziate, poi la realtà si limiterà a seguire docile, adeguandosi a posteriori.
E questo sul piano interno è assai spesso vero.
Il problema è quando pensano di poter applicare questo stesso meccanismo indiscriminatamente a tutto il mondo esterno, ai rapporti internazionali. Esso funziona finché i paesi cui ci si rivolge sono impotenti, sottomessi o complici. Ma quando queste condizioni non si verificano, quei soggetti, abituati a pensare al potere magico di frottole foderate di contanti, di fandonie allegate a bonifici, faticano a uscire dalla bolla illusoria in cui dominano. Essi appaiono perciò refrattari alla refutazione, ai contro argomenti, alla percezione degli spigoli della realtà. Continuano a pensare che l’incantesimo della menzogna creativa piegherà magicamente il mondo, finendo per credere essi stessi alle proprie fantasie.
Finché l’incantesimo non gli si rivolterà contro, portando loro e tutti quelli che sono caduti sotto il medesimo sortilegio, insieme, nel baratro.







Il 29 aprile 1906 ad Acqualagna nasceva Enrico Mattei
Gilberto Trombetta, 29.4.2026
Il 27 ottobre 1962, veniva assassinato Enrico Mattei. Una piccola carica di tritolo venne piazzata sull’aereo che lo stava portando dall’aeroporto di Catania Fontanarossa a quello di Linate. Venne assassinato con la complicità di uomini di Stato italiani e su mandato di un Paese tra Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Quando nel 1945 gli venne affidata l’AGIP per liquidarla regalandola ai privati, si oppose. Non solo mantenne l’AGIP un’azienda di Stato, ma nel 1953 creò l’ENI. Permise all’Italia di diventare una protagonista dell’energia a livello mondiale perseguendo la sovranità energetica del Paese che si sentiva onorato di servire. Si schierò, in Africa e Medio Oriente, sempre dalla parte delle popolazioni oppresse dal colonialismo occidentale traendone al contempo grandi vantaggi per l’Italia. Rifiutò di fare cartello con le 7 sorelle che volevano aumentare i prezzi energetici per aumentare i profitti sulle spalle dei cittadini.
Stipulò contratti con i Paesi africani e medio-orientali trattandoli sempre come partner alla pari. Strinse accordi con Iran, Libia, Egitto, Giordania, Tunisia, Libano e Marocco. Nel 1960 volò in Unione Sovietica per stringere accordi commerciali. Grazie a lui abbiamo avuto benzina, gas e petrolio ai prezzi migliori di tutta Europa. In un cablogramma dell’intelligence inglese dell’agosto del 1962 (pochi mesi prima del suo omicidio), viene riportata una conversazione con un politico italiano in cui disse «Ci ho messo 7 anni per condurre il Governo italiano verso una apertura a sinistra. E posso dirle che mi ci vorranno meno di 7 anni per far uscire l’Italia dalla NATO e metterla alla testa dei Paesi neutrali».
L’intelligence americana lo riteneva un pericolo mentre la stampa a stelle e strisce lo chiamava traditore. Venne minacciato di morte dall’OAS, un gruppo paramilitare francese di estrema destra contrario all’indipendenza delle colonie africane e finanziato dalla Cia in chiave anti-comunista. Aveva nemici all’interno delle massime cariche italiane. Anche nel mondo cattolico da cui proveniva. Come Giulio Andreotti, all’epoca ministro dell’interno, e Don Sturzo, braccio politico-ecclesiale americano in Italia. Aveva nemici dentro l’ENI. Il braccio destro di Mattei all’ENI, Eugenio Cefis, ex ufficiale del Sim (Servizi informazione militare) che aveva rapporti con l’Oss durante la guerra e con la Cia successivamente. Venne cacciato dallo stesso Mattei pochi mesi prima della sua morte. Ne divenne però presidente subito dopo il suo assassinio.
La sua morte è costellata di omissioni e misteri. Come l’intervista del contadino Mario Ronchi rilasciata a RaiUno in cui dichiarava di aver visto e sentito un’esplosione in cielo prima dello schianto dell’aereo su cui viaggiava Mattei. Intervista il cui audio venne cancellato. Dichiarazioni che vennero ritrattate dallo stesso Ronchi assunto poi dall’Eni di Eugenio Cefis (che diede lavoro anche alla figlia).
Come la morte del giornalista Mauro De Mauro inviato in Sicilia dal regista Francesco Rosi per ricostruire gli ultimi giorni di vita di Enrico Mattei.
Come la morte di Pier Paolo Pasolini che stava lavorando a un romanzo, “Petrolio” in cui parlava dell’ENI, della morte di Mattei, della scalata al potere del suo successore Eugenio Cefis e della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta.
Nelle conclusioni al processo che sancì al di là di ogni ragionevole dubbio che quello di Enrico Mattei fu un omicidio, l’allora PM di Pavia, Vincenzo Calia, scrisse “la programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono […] il coinvolgimento di uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano”. «Non voglio essere ricco in un Paese povero». Enrico Mattei era un patriota, era un cattolico ed era un socialista.
Venne ritenuto colpevole di perseguire la sovranità italiana e di combattere il colonialismo occidentale trattando i Paesi africani e medio-orientali come partner commerciali alla pari.
Per questo venne assassinato dai nemici dell’Italia, interni ed esterni.
Un altro lucido articolo di Pino Arlacchi – su Il Fatto Quotidiano di oggi – spiega in poche righe l’essenza della ὕβρις anglosassone.
Morte e finanza.
Da: Lo speculatore della falsa pace
il Simplicissimus, 26.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/26/lo-speculatore-della-falsa-pace/
«Che Trump si sia messo in trappola da solo non c’è dubbio, che le sue mosse, tra distruzione totale e tavolo di pace con l’Iran, siano state un gigantesco insider trading per se stesso e per i suoi amici è ancor meno in discussione: circa 15 minuti prima che il post di The Donald, in cui elogiava i colloqui “produttivi” con l’Iran, di cui nessuno sapeva nulla, provocasse un crollo del prezzo del greggio e innescasse volatilità in altri asset, i trader hanno piazzato scommesse per un valore di mezzo miliardo di dollari sul mercato petrolifero. Il valore nominale di tali transazioni è arrivato a 580 milioni di dollari, secondo i calcoli del Financial Times basati sui dati di Bloomberg e il grosso di questi scambi si è avuto 27 secondi prima del post trumpiano. Tutto calcolato al secondo. Che poi i prezzi reali dell’oro nero siano una cosa diversa dai giochi sui futures non interessa poi tanto agli speculatori che già da decenni vivono di economia di carta. Lunedì scorso, tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, sono stati scambiati circa 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate, appena un quarto d’ora prima del post del presidente statunitense su Truth Social, in cui affermava che nei giorni precedenti si erano tenute “conversazioni produttive” con Teheran per porre fine alla guerra in Iran.
Si può essere certi che nessun colloquio fosse stato aperto, non soltanto perché le autorità iraniane hanno immediatamente smentito questa circostanza, ma anche perché le finte trattative di pace che hanno preceduto, anzi coperto, l’attacco del 28 febbraio e che si sono svolte a Ginevra, non sono mai state dirette»
La notizia si riferisce a materie prime essenziali per l’agricoltura.
L’occidente è in caduta libera. E lo merita.
Stupid people.
L’Unione Europea e dunque purtroppo anche l’Italia stanno passando dallo status di colonia a quello di territori dominati con la violenza e con le minacce di miseria (niente gas, riscaldamento, carburanti, elettricità). La storia chiede sempre il conto a chi per troppo tempo ha accettato di essere servo.
Saremo noi cittadini a pagare questo tradimento attuato da personale politico indegno, come quello di Fratelli d’Italia, del Partito Democratico e dei loro cespugli.