Anche facendo seguito a un articolo redatto dopo la prima aggressione del regime sionista-statunitense contro l’Iran del 17 giugno 2025 – e allo scopo di aggiornarlo – riprendo qui e sintetizzo alcune delle riflessioni e dei documenti che ho raccolto (nelle sezioni ‘commenti’) a partire dal secondo e più grave attacco alla Repubblica dell’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026.
Del contenuto dei miei brevi commenti ai documenti selezionati, anticipo che non si tratta soltanto di un conflitto politico-economico per quanto distruttivo; ne va invece del destino della stessa razionalità greca ed europea.
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Giorgio Agamben, 8.3.2026
Così osserva, comprende e parla un filosofo, Giorgio Agamben.
La più parte dei professori e degli intellettuali (anche italiani) invece tace perché non osserva e non comprende. O addirittura si fa complice dell’imperialismo e dell’orrore.
Fonte: Quodlibet
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Vincenzo Costa, 8.3.2026
Vincenzo Costa è professore ordinario di Filosofia teoretica al San Raffaele di Milano.
Le informazioni che fornisce in questo suo breve intervento sono una prova assai plastica della miseria culturale italiana. Il personaggio con il cui nome chiude il testo è stato ascoltato come ‘esperta’ anche dall’Ateneo di Catania, che è anche il mio. Mi vergogno.
Portare luce e cultura nell’oscurità del mondo persiano
di Vincenzo Costa – 8.3.2026
Fonte: Arianna Editrice
C’è questa cosa che ci differenzia dall’Iran oscurantista e dittatoriale, dove superstizione e ignoranza regnano sovrane:
il ministro degli Esteri ha studiato in Inghilterra, con un docente marxista.
La sua tesi di dottorato cerca di capire come la tradizione islamica moderna abbia cercato di conciliare sovranità divina e sovranità popolare, dunque democrazia e metafisica.
Ha dunque letto la sua stessa tradizione con strumenti concettuali occidentali, può assumere il nostro punto di vista, sa che cosa sono culture subalterne, conosce i problemi del rapporto tra le culture.
Noi abbiamo Tajani e Hegseth. Niente da aggiungere.
Ali Larijani, segretario del consiglio supremo di sicurezza, ha scritto su Kant, Lewis e Kripke, oltre ad avere una laurea in matematica e scienze e un dottorato in filosofia occidentale.
Noi possiamo vantare Crosetto o la Schlein
Insomma l’Iran è ignoranza, e noi siamo il sapere e la mente aperta.
Mi sto accorgendo che gli altri ci conoscono, e noi non sappiamo niente degli altri, tranne quello che qualche scemo di repubblica o de Linkiesta si inventa.
Gli altri studiano, noi ascoltiamo Cecilia Sala…
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Eh sì, l’immondo governo anglo-sionista realizzerà con buona probabilità un nuovo mega attentato, forse a Los Angeles. E poi lo attribuirà all’Iran.
Questi criminali senza onore non possono capire che l’Iran non farebbe mai una cosa del genere, anche se ne avesse la capacità (cosa che non credo abbia).
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L’articolo che segnalo qui sotto riassume delle ovvie ma gravi verità che molti occidentali proprio si rifiutano di cogliere:
«In Iran, almeno nelle grandi città le donne non portano il velo, ma in Arabia Saudita sì, ma nessuna povera testolina ipocrita verrebbe assunta in un giornale se lo dicesse. il regime degli Ayatollah è demonizzato perché “teocratico”, ma non ha mai fatto guerre ed ha subito solo aggressioni, mentre Israele, dove l’aggressione nei confronti di altri Paesi viene teologicamente giustificata sulla base della Bibbia, sarebbe invece perfettamente democratico. In più mentre Teheran ha da decenni rinunciato alla bomba, Israele invece la possiede in barba ad ogni accordo sul nucleare».
Contro i barbari: la lotta dell’Iran è la nostra lotta
Fonte: il Simplicissimus, 27.3.2026
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Non regime change: distruzione. La guerra all’Iran è un progetto di caos globale
Pino Cabras, 28.3.2026
Andate al terzo capitolo del report “Quale via per la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” e leggerete queste righe:
«Una insurrezione è spesso più facile da fomentare e da sostenere dall’estero… Fomentare un’insurrezione, notoriamente, richiede un impegno economico poco oneroso… sostenere di nascosto l’insurrezione consentirebbe agli Stati Uniti di poter negare in modo plausibile di averlo fatto, riducendo i contraccolpi sul piano diplomatico e politico… a differenza di quanto avverrebbe se gli Stati uniti si adoperassero per organizzare un’azione militare diretta… Dopo che il governo sarà per alcune volte finito sotto scacco, ci sarà anche il pretesto per agire.»
Firmato Brookings Institution (think tank senza fini di lucro con base a Washington), data 2009.
In nessun momento la coalizione Epstein, nel suo attacco all’Iran, si è posta un qualche obiettivo reale di “regime change”. Magari alcuni degli attori coinvolti hanno recitato questo ruolo, fossero consapevoli oppure no. Un modo per creare consenso presso certe figure influenti in giro per il mondo consisteva nell’attirarle con la promessa di un esito politico ordinato: togli gli Ayatollah e metti lo Scià.
Ma bastava guardare a tutte le guerre degli ultimi decenni nel cosiddetto Medio Oriente allargato, dalla Libia all’Afghanistan, per notare che non era questo l’obiettivo. I perturbatori occidentali e del Sionismo Reale non hanno mai puntato all’ordine, ma al caos. Consistente in una corona di stati falliti, non in grado di rimettersi in piedi, da ritagliare poi con nuovi confini, feudi, signorie della guerra deboli e manovrabili, tributarie di una nuova Signoria, la Grande Israele che si rivela appieno con un profilo messianico predatorio senza più troppe maschere (come di fatto esplicitato dall’agente del Caos attuale, Bibi il Genocida). Un nuovo sistema che pasteggia sui cadaveri dei vecchi Stati e si erge a Superpotenza mondiale in simbiosi con i tecnofeudatari di un nuovo potere totalitario e di rapina basato negli Stati Uniti, proiettato a una guerra mondiale per le risorse.
È chiaro che il resto del mondo non ci sta. In primis la civiltà dell’Iran non ci sta. E oppone sapienza, forza, metodo, al punto da porsi come un baluardo, una dimostrazione concreta di resistenza. In condizioni normali sarebbero già da considerare i potenziali vincitori. Ma il punto drammatico è che non siamo affatto in condizioni normali. Perché?
Perché l’Impero del Caos è fermamente orientato a distruggere un’intera civiltà. L’attacco alle acciaierie del decimo produttore mondiale di acciaio, qual è l’Iran – che aveva superato recentemente l’Italia per numero di auto prodotte – svela un intento di annichilimento da guerra totale. Trump, che parla di negoziati in corso mentre bombarda le basi industriali di un paese, emerge come una figura orrendamente tragica. Sappiamo che non ci sono negoziati, ma se ci fossero sarebbe una dimostrazione riconfermata di barbarie assoluta. Siccome i negoziati non ci sono, l’unico scopo è evocarli per far guadagnare in borsa qualcuno a lui vicino.
La barbarie, beh, quella, resta comunque, così come resta – a questo punto – l’inevitabilità dell’escalation e la distruzione del Golfo Persico.
Siccome la posta in gioco sale, gli iniziatori di questa guerra sono disposti a tutto, compreso, se gli servirà, un evento sulla scala dell’11 settembre 2001 o peggio, con un attacco sotto falsa bandiera volto a torcere il braccio all’Europa, silenziare gli elettori americani traditi da Trump e furiosi con lui, per trascinarci tutti nel disastro, dove si bruciano i debiti, i crediti, i libri contabili di un sistema ansioso di resettarsi.
Su una scala di questa dimensione non è poi possibile fare le previsioni sugli scenari ulteriori.
Occorrerebbero voci autorevoli. Ma il primo viaggio all’estero di papa Prevost è a Montecarlo. Se il mondo è un casino, potrà benedire un casinò.
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A che punto è la notte di Sion
29.3.2026
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Andrea Zhok è Professore Associato di Filosofia morale alla Statale di Milano
C’è una moralità della memoria, che noi nel mondo occidentale abbiamo dismesso
Andrea Zhok, 30.3.2026
Nella storia ogni popolo che abbia posseduto una capacità di radicamento storico ha rispettato varie forme di moralità, non solo verso l’interno, ma anche verso gli altri popoli con cui si confrontava, anche militarmente.
Popoli noti per la durezza delle proprie rappresaglie, come i Turchi o gli stessi Romani, ci tenevano molto a presentare l’eventuale crudeltà come il giusto equilibrato contrappasso per una violazione. Questa rivendicata affidabilità dei patti (Pacta Sunt Servanda) non era un segno di debolezza, ma di forza consapevole.
Per fondare imperi, per rimanere radicati in terre conquistate, era necessario fornire una cornice normativa che consentisse anche all’avversario di ieri di trovare un proprio spazio nel lungo periodo.
Lo sterminio, la cancellazione del nemico, erano legittimati solo di fronte alla percezione di una violazione dei patti.
La ragione di questa esigenza di giustizia – sia pure la propria giustizia – era semplice: l’esercizio della violenza arbitraria, del tradimento, dell’inganno non sono “immorali” perché “non sta bene”, non per ragioni formali, ma profonde: immorale è ciò che mina il “mos”, mina il costume, incrina la possibilità di convivere nella cornice dei medesimi costumi.
Che il guerriero sconfitto in battaglia divenisse schiavo può inorridirci, ma era parte delle regole del gioco (l’alternativa era farsi uccidere in battaglia). Questo non significava che tutto fosse concesso, neppure verso lo schiavo.
Il senso del comportamento morale nei confronti del nemico è semplice: serve a creare una piattaforma di convivenza nel lungo periodo, anche con il nemico vinto. Se non lo si fa, non si perviene mai davvero ad una vittoria.
L’esibizione di comportamenti irriducibilmente arbitrari, il sopruso, la violenza insensata sul più debole creano il terreno per un illimitato desiderio di vendetta e rivalsa. E questo significa che il conflitto rimarrà sotto traccia, pronto sempre a riaccendersi: la “vittoria” non giunge davvero mai perché non c’è alcuna chiusura.
Una delle ragioni per cui i nazisti finirono per essere travolti era la grande difficoltà culturale che avevano nel trattare gli altri (anche i collaborazionisti) come loro pari. Il suprematismo nazista lasciò ovunque una memoria risentita e appena la superiorità militare iniziò a scricchiolare, tutto prese a crollare rapidamente.
Questa lezione che tiene insieme politica di potenza e moralità è scomparsa nella cultura israeliana e statunitense.
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In attesa che l’Ateneo di Catania e il Dipartimento nel quale insegno si esprimano, enuncio qui la mia solidarietà personale verso i colleghi delle Università iraniane, le cui sedi e vite sono aggredite dall’imperialismo sionista e anglosassone.
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Temo che la realtà stia proprio nei termini indicati qui sotto dal breve intervento di Federica D’Alessio
Ogni giorno che passa, ogni ambulanza colpita con i suoi passeggeri, ogni esodo e massacro imposto ai villaggi libanesi, ogni sterminio di bambine iraniane, ogni famiglia e città palestinese della Cisgiordania violentata e bruciata, la distruzione completa di Gaza e il genocidio dei suoi abitanti, ogni affermazione che ‘per il popolo eletto il diritto internazionale non vale’, come ha affermato Bezalel Smotrich, ministro della Difesa del governo di Israele e come molti altri esponenti di quello Stato ribadiscono ormai ogni giorno, tutto questo e molto altro conferma che «l’orda tribale» è un pericolo reale e fuori controllo, è la nemica di tutti noi:
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Andrea Zhok (1.4.2026) sugli esorcisti che popolano la Casa Bianca e consigliano Trump.
La follia non politica ma proprio clinica del potere degli Stati Uniti d’America è ormai palese, assolutamente palese.
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Il progetto è questo, è la Grande Israele.
Un progetto messianico-teocratico, il quale se non verrà fermato metterà seriamente a rischio l’identità e la forza dell’illuminismo europeo, della razionalità greca.
IL BIG BANG GEOPOLITICO DEL GRANDE ISRAELE
Pino Cabras, 2.4.2026
In questi anni di bellicismo genocidiario, la classe dirigente del Sionismo Reale ha portato a galla la sua volontà egemonica a lungo raggio, volta a creare il “Grande Israele” come Superpotenza mondiale con una base territoriale da impero vasto su scala subcontinentale.
Quel che fino a ieri sembrava un fenomeno latente, sottovalutato perché visto distrattamente presso gruppi comunque legati a uno staterello piccolo come una regione italiana, appare ora nella pienezza di un progetto esplicito, sfrenato, apertamente rivendicato, alla ricerca di uno spazio vitale che travolge i confini.
Non sono più i soliti brutti ceffi razzisti come i ministri Ben Gvir o Smotrich a volersi allargare a suon di stragi.
È lo stesso Netanyahu a preconizzare l’avvento del Messia mentre si travolgono tutti i poteri mediorientali. Sempre lui parla di future rivincite su Roma, come se volesse dire “il mare Nostrum? È nostrum. Il messia non è un indifeso uomo torturato e crocifisso. Il vero messia tortura e sopprime”.
Gli fa già eco il capo dell’opposizione Yair Lapid , per ricordarci che la questione non è in mano a una sola parte spregiudicata, ma investe quasi tutto l’arco politico israeliano: ora Lapid appoggia apertamente il progetto del Grande Israele. Qualche mese fa l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, candidamente reputava tutto il vasto mondo mediorientale citato dalla Bibbia dal Nilo all’Eufrate come il nuovo perimetro di una Israele autorizzata a occuparlo in base alle sue esigenze. Il supremo garante di Israel First e di Make Israel Great Again è oggi Donald Trump, che ritaglia per sé e i suoi famigli un processo di accumulazione primitiva che ridisegna gli equilibri del capitalismo occidentale intorno a un nucleo ristretto di tecnofeudatari disposti all’Apocalisse.
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Ancora da un articolo di Andrea Zhok, 23.3.2026
Diversa la situazione di Israele, che sta rapidamente passando dal sogno della Grande Israele all’incubo di star perdendo lo scudo americano, proprio nel momento in cui ha suscitato un odio irrefrenabile tutto intorno a sé.
L’atteggiamento israeliano di distruzione indiscriminata verso chiunque gli desse fastidio, Libano, Iraq, Iran, Gaza, vantandosi della propria spietatezza, della propria ferocia, ingannando, assassinando personalità autorevoli come Khamenei, macellando donne e bambini, ha concentrato su Israele un odio che credo abbia pochi analoghi storici.
Nel momento in cui Israele dovesse mostrare segni di debolezza, l’odio seminato gli ritornerà addosso (e questo – beninteso – prima o poi accadrà comunque, quali che siano gli esiti dell’attuale aggressione all’Iran).
Ma al presente questo contesto fa sì che la pressione per l’utilizzo dell’arma nucleare come ultimo, estremo, mezzo di coercizione, continui ad aumentare.
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In relazione a quest’ultima riflessione di Zhok e a quanto accennato più sopra, è prevedibile un’azione disperata e nichilistica dell’animale ferito a morte. Essa potrebbe indirizzarsi o verso l’utilizzo della bomba nucleare sull’Iran – gli Stati Uniti d’America sono l’unico Paese al mondo ad aver già sganciato delle bombe atomiche su due città umane – oppure un’azione simile a quella dell’11 settembre 2001, la quale diede agli USA il pretesto per rendere pervasivi il controllo e la violenza verso il resto del globo. Forse far crollare un altro grattacielo, ad esempio a Los Angeles, e attribuirlo falsamente all’Iran potrebbe costituire motivo di utilizzo della bomba nucleare.
Spero che queste rimarranno soltanto delle previsioni sbagliate.











Trump si sta preparando a firmare la resa dell’America e la sua umiliazione strategica
di The Intel Drop
Oggi sarò brutalmente diretto con voi. Il memorandum d’intesa in 14 punti concluso tra Iran e Stati Uniti.
Il memorandum d’intesa in 14 punti concluso tra Iran e Stati Uniti è uno dei documenti diplomatici più straordinari mai creati.
Leggete attentamente questi 14 punti. Poi chiedetevi: chi ha vinto questa guerra?
Gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti al momento del lancio dell’Operazione Epic Fury, a fianco del regime sionista da loro sostenuto, il 28 febbraio 2026, erano inequivocabili: distruggere definitivamente il programma nucleare iraniano, annientare la sua industria missilistica, neutralizzare il suo sostegno ai gruppi di resistenza in tutta la regione e – sebbene non sia mai stato dichiarato ufficialmente – provocare un cambio di regime a Teheran.
Nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto. Nessuno.
La Guida Suprema iraniana fu assassinata nelle prime ore della campagna. La sua marina convenzionale fu in gran parte distrutta. I suoi siti nucleari subirono gravi danni. In termini di pura potenza di fuoco, l’America vinse la battaglia militare.
Eppure, ecco cosa dice effettivamente l’accordo di pace:
Gli Stati Uniti si impegnano a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità iraniana;
Il blocco navale, strumento di coercizione per eccellenza degli Stati Uniti, deve essere completamente revocato;
Le forze statunitensi devono ritirarsi dalle vicinanze dell’Iran;
Tutte le sanzioni relative al petrolio e ai prodotti petrolchimici sono sospese;
Gli Stati Uniti sbloccheranno 24 miliardi di dollari di beni iraniani;
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono presentare piani di ricostruzione per l’Iran per un importo di almeno 300 miliardi di dollari.
Chiamiamo le cose con il loro nome. “Fondo per la ricostruzione” è un eufemismo, un pretesto diplomatico. La storia ha un termine per indicare l’aggressore che finanzia la ricostruzione del paese attaccato: riparazioni di guerra. E in tutta la storia dei conflitti armati, solo i vinti pagano le riparazioni. Questo è stato il caso durante le guerre napoleoniche. La Germania le ha pagate dopo entrambe le guerre mondiali. Il Giappone le ha pagate dopo il 1945. L’Iraq le ha pagate dopo la Guerra del Golfo.
Dopo l’Iran, ora è agli Stati Uniti che viene chiesto di pagare.
Se aveste bisogno di un solo dato per capire chi ha perso la guerra, eccolo.
E soprattutto, il programma missilistico iraniano e il sostegno che l’Iran offre ai suoi alleati nella regione — Hamas, Hezbollah e gli Houthi — sono definitivamente esclusi dall’agenda dei negoziati.
Autogol di ‘Bibi’?
RivistaIndipendenza, 14.6.2026
Canale 12 (israeliano) afferma che Trump ha offerto a Teheran lo sblocco di fondi aggiuntivi in cambio della rinuncia ad una sua risposta militare contro Israele, per l’ennesima strage che il regime genocida sionista ha perpetrato a Beirut sud poche ore fa. Secca la risposta di Teheran: i nostri alleati non sono in vendita.
Tel Aviv ha fatto sapere di aver informato preventivamente il comando centrale statunitense (Centcom) poco prima dell’operazione, ricevendo disco verde. Trump però, dal canto suo, ad Axios: «Perché Bibi ha dovuto fare un fottuto attacco? Ero furioso. Ero incazzato nero. Gliel’ho fatto sapere. Non ha un cazzo di buon senso. Gliel’ho fatto sapere. Avremmo dovuto firmare l’accordo stamattina (…)». Ha quindi rivolto un appello a tutte le parti coinvolte ad evitare ulteriori spirali, con un passaggio che è risultato molto sgradito a Tel Aviv: «Non dovrebbero esserci altri attacchi da parte di Israele in nessuna parte del Libano». Le parole di Trump vanno prese per quello che valgono, certo, vista la sua allegra propensione alla volubilità di azioni e dichiarazioni in assoluta assenza di una qualche visione strategica; purtuttavia assumono particolare rilievo perché sembrano andare oltre le posizioni espresse nelle ultime ore da alcuni esponenti israeliani, i quali avevano lasciato intendere che eventuali limitazioni operative avrebbero riguardato soltanto Beirut e non il resto del territorio libanese. Secondo Yediot Ahronoth, quotidiano israeliano, Trump ha chiesto a Netanyahu di ritirare le forze israeliane dal Libano e di cessare tutti gli attacchi aerei. A Tel Aviv serpeggia il timore che Trump estenda un eventuale accordo regionale all’intero Libano o che lo debba fare a fronte di una ferma postura di Teheran. Canale 12, sul punto, dà la misura della delicatezza della questione riferendo –dal gabinetto di sicurezza israeliano in svolgimento– dichiarazioni del seguente tenore: per quanto ci riguarda, l’Iran è un problema di Trump e lui ha il diritto di perseguire un accordo, ma il Libano è “nostro”. Non dobbiamo accettare l’equazione iraniana, anche a costo di un grave confronto con gli Stati Uniti.
Da Teheran anche il capo del Comitato per la Sicurezza Nazionale dell’Iran, Ibrahim Azizi, su X, preannuncia ciò che accadrà: «Il crimine di oggi da parte del regime sionista a Dahieh, Beirut, ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti sono deboli e privi di credibilità, poiché non sono nemmeno in grado di controllare questo regime illegittimo. Una forte risposta sta arrivando».
È incerto se le forze aereo-spaziali dei Guardiani della Rivoluzione agiranno già nelle prossime ore o se stiano preparando un attacco su più larga scala. Indiscrezioni dai canali iraniani parlano dell’utilizzo di missili pesanti e droni Shahed, che saranno lancati a ondate, prima per sopraffare il già vulnerabile Iron Dome e poi per lanciare attacchi successivi più pesanti.
Teheran può ora sfruttare la finestra d’opportunità, offerta improvvidamente dal regime sionista, per colpire molto duramente le infrastrutture militari e industriali di Tel Aviv, sia per ribadire la sua credibilità quando parla di ‘linee rosse’ da non superare, sia per saggiare ‘se’ ci sarà –e in caso ‘in che termini’– la reazione della Casa Bianca (con l’evidente ricaduta d’interesse di acuire le frizioni e divergenze, per ora solo ‘tattiche’ ma in futuro chissà, tra Tel Aviv e Washington), sia per chiarire come possano essere in futuro le modalità del suo intervento a fronte di sicure violazioni e posture aggressive di Israele nei confronti del Libano (e non solo!) riservandosi così la facoltà di intervenire militarmente in aiuto ogni qual volta ritenga. Un passaggio molto delicato ma che potrebbe rafforzare la svolta epocale –già in essere– del ruolo dell’Iran nella regione, di fronte al terrorismo genocida ed espansionista di Tel Aviv.
https://t.me/rivistaindipendenza
Giubbe Rosse, 15.6.2026
BAGHAEI: “IL LIBANO È PARTE INTEGRANTE DELL’ACCORDO. STA AGLI USA TENERE A BADA ISRAELE”
Questi i punti salienti delle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei:
Fossi tra i negoziatori iraniani, non crederei a una parola di ciò che promettono o dicono USA e Israele. Hanno dimostrato a iosa che sono nazioni senza onore, la cui parola non vale assolutamente nulla.
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Memorandum ‘sospeso’ a Teheran e attacchi sionisti a Beirut
Rivista Indipendenza, 14.6.2026
Sul Memorandum d’Intesa scaturito dai negoziati USA-Iran, Teheran non ha ancora annunciato la sua posizione finale. È in corso una valutazione dei suoi aspetti politici, giuridici e tecnici, sia a livello di esperti sia ai diversi livelli decisionali. A Teheran, nella notte, in alcune delle manifestazioni che si tengono ogni sera, in svariate città, dal 28 febbraio scorso a sostegno della Repubblica e delle sue Forze Armate, slogan scanditi e cartelli esibiti chiedono di non intaccare con i negoziati la vittoria storica ottenuta sul campo. La stessa stampa iraniana è divisa tra quotidiani filogovernativi che parlano di «vittoria strategica», riecheggiando il ministro Araghchi (Esteri) e quelli della linea principialista, che mettono in guardia dal «non trasformare la vittoria in guerra in una sconfitta con un cattivo accordo». Quest’ultimi chiedono che pedaggi per lo Stretto di Hormuz, riparazioni e ritiro totale USA dalla regione siano acquisiti e paventano il fantasma del JCPOA (l’accordo sul nucleare firmato a Vienna nel 2015 dalla presidenza Obama) sostenendo che fidarsi ancora di Washington sarebbe fatale. C’è chi invita alla «razionalità rivoluzionaria» e critica i «divisori» dentro il campo conservatore, esortando alla pazienza fino al rilascio del testo completo.
Trump, che nelle sue trumpanate truttiane ha annunciato pressoché ogni giorno la sua «vittoria assoluta» con totale indifferenza all’esposizione ridicola e grottesca –su scala mondiale– della sua figura e, va da sé, dell’immagine degli USA, è lì che scalpita per poter annunciare oggi, giorno del suo compleanno, qualcosa di ‘vittorioso’.
Da Israele è un dilagare di «Trump ci ha tradito!». Da stampa e politici l’accordo futuro è ritenuto lesivo degli interessi sionisti: chi parla di «cedimento alle condizioni principali di Teheran», chi di «fallimento», chi di «disastro colossale» guardando agli scenari che si profilano. Il regime genocida, quindi, perseverando nella sua linea sterminazionista, torna a colpire il quartiere di Dahiyeh, a Beirut, esattamente una settimana dopo averlo già fatto. Teheran, il 7 giugno scorso, aveva bollato i bombardamenti sionisti come una violazione della tregua e, per la prima volta nella storia della Repubblica Islamica, come promesso aveva attaccato per primo, a difesa del Libano e di Hezbollah, suo alleato regionale. Insomma Tel Aviv, nel tentativo di impedire o ritardare lo sganciamento di Washington dal pantano iraniano, cerca di far saltare il banco.
Hezbollah continua a tendere imboscate, ad attaccare corpo a corpo gli aggressori, a lanciare missili e a impiegare droni in fibra ottica invisibili ai radar, mostrando una capacità difensiva di risposta mai così efficace –a detta di stampa e vertici militari sionisti– contro le ambizioni annessionistiche per la “Grande Israele” che da sempre il sionismo persegue. Ora la domanda è: come risponderà l’Iran all’attacco israeliano a Beirut, visto che ha promesso di farlo con decisione di fronte a qualsiasi attacco alla città? Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf: «l’incursione dei sionisti a Dahiyeh dimostra ancora una volta che gli Stati Uniti o mancano della volontà di adempiere ai loro impegni o della capacità di farlo. Dando il via libera al regime, non si possono ottenere concessioni. Il gioco del poliziotto cattivo e del poliziotto buono è obsoleto. Se manca la volontà e la capacità di adempiere agli impegni, parlare di continuare il percorso non è possibile». Secondo il vice Comandante delle Forze Armate iraniane «l’aggressione sionista contro Dahiyeh a Beirut non rimarrà senza risposta». Insomma, i negoziati stessi mostrano di non essere in contrapposizione con la resistenza. Sono essi stessi campo di battaglia ed il campo di battaglia stesso alimenta i rapporti di forza tra i campi negoziali. In più, a ben vedere, si acuiscono le frizioni, le incrinature d’interesse tattico tra Stati Uniti e Israele.
https://t.me/rivistaindipendenza
Da: L’impossibilità della pace
il Simplicissimus, 11.6.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/06/11/limpossibilita-della-pace/
Così è di nuovo guerra: dopo infiniti e quotidiani tentennamenti, dopo menzogne e fantasie a getto continuo, l’unica strada imboccata è stata quella della guerra. Ma era inevitabile perché né gli Usa, né, tantomeno Israele, hanno una concezione della pace che non sia quella tregua per leccarsi le ferite e ricominciare oppure per dare all’avversario l’illusione di poter scendere a patti e poi colpirlo a tradimento. Per fortuna l’Iran non ha creduto un solo istante alle profferte trumpiane, alle caramelle della coalizione Epstein, adusa a queste genere di cose. E così si è fatto trovare pronto quando la Casa Bianca è passata alla “difesa attiva”, una di quelle espressioni rituali insensate che tuttavia vengono ripetute dal ciclostile unico occidentale. Per inciso è la medesima formula che usò Hitler per giustificare l’invasione della Polonia: non c’è bisogno dei baffetti per ripeterla.
Usisraele aggredisce ancora una volta l’Iran ma per l’egemone imperialista è un evento di disperazione.
Esatto.
E bisogna dunque parlare loro nell’unica lingua che sono capaci di intendere.
L’Iran è l’unico Stato in grado di fermare la furia irrazionale e tremenda di Israele, è l’unica speranza per il popolo palestinese e per il Libano.
Onore all’Iran.
Finalmente l’Iran ha compreso che con gli Stati Uniti d’America è impossibile trattare.
Sono infatti dei barbari la cui unica lingua è la forza, il cui unico orizzonte sono le armi.
Sarebbe bene che lo capissero tutte le altre Nazioni.
Le bombe nucleari iraniane – che non ci sono – e le bombe nucleari israeliane – che ci sono.
il Simplicissimus, 22.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/22/lipocrisia-della-bomba-che-ce-e-di-quella-che-non-ce/
Stati Uniti d’America, Cina, Russia, Iran…
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Il mese che ha cambiato il mondo
il Simplicissimus, 15.5.2016
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/15/il-mese-che-ha-cambiato-il-mondo/
Credo proprio che l’Iran abbia ragione.
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— Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei:
A ogni essere umano decente—indipendentemente da religione, etnia, nazionalità, razza o qualsiasi altra distinzione,
Ai musulmani, agli ebrei, ai cristiani, ai sikh, agli indù, ai buddisti e a tutti gli altri credenti,
E a coloro che non seguono alcuna religione formale ma credono profondamente nei valori universali di pace, giustizia e dignità umana:
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato questa guerra di aggressione il 28 febbraio 2026, per la seconda volta in meno di un anno, mentre Iran e Stati Uniti erano impegnati in negoziati diplomatici.
Questa non è solo una guerra per la terra, le risorse o la geopolitica. Questa è una guerra che determinerà il significato stesso di ‘bene’ e ‘male’ nel nostro tempo e per il futuro.
Quello che è stato scatenato contro la nostra nazione amante della pace non è solo un altro conflitto. Da un lato ci sono coloro che si dilettano nel violare ogni legge di guerra e ogni decenza umana fondamentale—coloro che uccidono per sport, che massacrano i bambini per tormentare le loro famiglie, che lanciano i missili più recenti contro le palestre femminili semplicemente per testare il loro potere distruttivo.
Questa è una guerra tra coloro che si vantano di silurare navi disarmate “per divertimento”, e coloro che fanno ogni sforzo per proteggere vite innocenti.
Questa è una guerra tra bugiardi professionali che inventano giustificazioni per l’atrocità, e un popolo orgoglioso che difende la propria patria e la dignità umana affidandosi esclusivamente alla propria forza e determinazione.
Questa è una guerra tra coloro le cui decisioni sono oscurate dal compromesso morale, e coloro che agiscono con una chiara coscienza.
Questa è una lotta decisiva per il futuro dell’umanità. Deciderà se le conquiste duramente ottenute della civiltà—diritti umani, stato di diritto e moralità di base—sopravvivranno o saranno spazzate via.
Dobbiamo scegliere:
Accettiamo un mondo governato da moderni schiavisti—arroganti, dominanti e irresponsabili—che governano attraverso la coercizione, le menzogne e l’estorsione?
O ci battiamo per un mondo fondato sul rispetto, la giustizia, la pace e la dignità umana?
La coscienza dell’umanità non è ancora morta. Ma in tempi come questi, il silenzio è complicità con il male.
Se rifiutate il percorso della barbarie e della dominazione, allora trovate il coraggio morale di parlare, di agire e di stare dalla parte giusta della storia—prima che il mondo precipiti in un abisso di illegalità e sottomissione.
La scelta è tua.
Una risposta intelligente e ironica.
Tra gli USA e l ‘Iran c’è proprio un abisso di civiltà.
SQUILLI DI TROMBA
Target, 28.4.2026
https://t.me/target_geopolitica
Dopo che l’Iran ha notificato agli Stati Uniti la sua ultima proposta negoziale, la questione che si pone per Trump è, ancora una volta, che fare. Il punto è che l’atteggiamento della leadership iraniana è significativamente mutato, e buona parte della disponibilità sinora mostrata è andata in fumo. Ed è tutto frutto dell’atteggiamento negoziale di Trump e della sua squadra. Teheran ovviamente non si fidava di Witkoff e Kushner, che sono sfacciatamente due asset israeliani, oltre che degli affaristi, incapaci di intessere una trattativa diplomatica; per questo avevano chiesto la presenza del vice-presidente Vance. Ma durante il round di colloqui ad Islamabad questi si è rivelato persino peggio, continuamente al telefono con Trump e Netanyahu per ricevere l’imbeccata. E in conclusione, quel poco che si era riusciti a far avanzare per un accordo, è stato poi mandato a monte dal presidente USA. Ovviamente, a questo punto gli iraniani hanno perso ogni fiducia nel negoziato.
Il viaggio di Araghchi, pertanto, assume un preciso significato proprio alla luce di ciò. Teheran non crede più in un negoziato, e in parte anche nella mediazione pakistana, quindi si muove in una logica ormai diversa. Ovvero: se gli USA vogliono negoziare, adesso la base di partenza è ancor più ristretta (il nucleare è fuori dalle prime fasi), e se non gli sta bene allora non se ne fa nulla. Intanto, l’Iran porta avanti con l’Oman – possibile nuovo mediatore, o ospite del negoziato – l’accordo per la gestione futura dello Stretto di Hormuz. Rispetto alla quale, poiché non è firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS), non è tenuto ad osservarne le predisposizioni, e può quindi stabilire le sue proprie regole. Lo Stretto, infatti, non ha acque internazionali, ma nel suo punto di minor larghezza è diviso tra le acque territoriali iraniane e quelle omanite. Teheran, insomma, si appresta a predisporre sin d’ora un quadro giuridico relativo al transito nello Stretto, svincolandolo da qualsiasi negoziato. Così è, se vi pare.
Ugualmente, l’incontro con Putin e Lavrov serve a ribadire la copertura politica (e non solo) a questa posizione, bilanciando in qualche modo il rapporto con Pechino, che invece preme per una maggiore flessibilità ed una più rapida riapertura di Hormuz – infatti, dietro la mediazione pakistana c’era proprio la Cina. E non a caso la posizione russa si sta a sua volta facendo più dura, con una crescente sfiducia nella volontà negoziale statunitense, ed un crescente fastidio verso i comportamenti dell’occidente.
Per il momento, Trump avrebbe rigettato la proposta di Teheran. Ma questo di certo non lo aiuta ad uscire dall’angolo. Oltretutto, la situazione in Libano – che per l’Iran è inscindibile da quella generale – sta chiaramente sfuggendo di mano, il cessate il fuoco proclamato da Trump è valso solo da limitatore del conflitto, e minaccia di saltare del tutto. Israele, infatti, è la variabile difficilmente controllabile, in questa equazione. La palla, resta in campo statunitense.
D’altro canto, tutto il continuo accumulo di forze nella regione – praticamente senza soste – difficilmente serve unicamente a rifornire Tel Aviv. Anche come arma di pressione è ormai chiaramente spuntata. Però – alle strette – potrebbe servire per menare un’ultima zampata, dichiarare “mission accomplished” e tornare a casa da vincitore. Tanto, l’elettore medio non legge il New York Times o il Washington Post, ma si abbevera su Fox News…
Insomma, la buona vecchia America che risolve tutto col 7° Cavalleggeri.
Avere avuto troppe pretese nel negoziato, ha finito col bruciarlo del tutto. Ma anche la carta della guerra a tutto spiano non è assolutamente praticabile. E le opzioni non sono infinite.
Nessuna meraviglia, quindi, se sentiremo la tromba suonare la carica. E subito dopo, la ritirata.
Guarda guarda, l’impero scricchiola.
Si scrive von der Leyen, ma si pronuncia Netanyahu
il Simplicissimus, 24.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/24/si-scrive-von-der-leyen-ma-si-pronuncia-netanyahu/
Un popolo e delle donne indistruttibili.
Israele e gli USA le vorrebbero sterminare e sottomettere.
L’Unione Europea è l’ipocrisia e la stupidità fatta istituzione.
Rivista Indipendenza
Notiziario, 17 aprile 2026, ore 02:30
– Financial Times: l’Iran ha acquisito un satellite di fabbricazione cinese per monitorare e colpire basi militari USA. Il satellite TEE-01B (risoluzione stimata intorno al mezzo metro) consente di colpire con precisione. Acquisito nel 2024 dai Guardiani della Rivoluzione, avrebbe raccolto immagini ad alta risoluzione di installazioni militari USA in tutta la regione tra cui Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Bahrein, poi colpite e distrutte: un salto di qualità per l’intelligence iraniana. Frutto di una crescente cooperazione tra Iran, Cina e Russia (Pechino ha però smentito) l’integrazione tra intelligence satellitare, droni e missili consente a Teheran di aumentare significativamente la precisione operativa, riducendo il divario tecnologico con USA e loro alleati regionali.
– Comando militare iraniano: bloccheremo le rotte commerciali nel Golfo Persico, nel Mare di Oman e nel Mar Rosso se gli USA proseguiranno il blocco navale di Hormuz. Per Teheran il blocco è una violazione indiretta del cessate il fuoco in discussione e mira a colpire le sue esportazioni energetiche. Se oltre Hormuz si arrivasse al Mar Rosso e a Bab el-Mandeb, si troverebbero sotto pressione due delle arterie energetiche più importanti al mondo.
– L’Arabia Saudita preme su Washington: fermare il blocco navale o rischio che Teheran reagisca bloccando lo Stretto di Bab el-Mandeb. Per l’Arabia Saudita sarebbero a rischio milioni di barili di petrolio al giorno. Il movimento Ansar Allah (Houthi), alleato dell’Iran, ha già dimostrato in passato di poter colpire il traffico navale nello Stretto.
– New York Times: Trump appare «fuori controllo» e incapace di gestire le conseguenze del conflitto. La sua amministrazione ha sottovalutato la guerra, pensandola come un’operazione rapida e risolutiva. Finita in stallo, sta evidenziando i limiti strutturali della potenza USA. Le reazioni aggressive, isteriche, surreali di Trump sono sintomi di difficoltà crescenti. Non si tratta più solo di una crisi internazionale, ma anche di un test politico per saggiare la tenuta del modello decisionale USA, con implicazioni che potrebbero andare ben oltre la durata della guerra stessa. John Bolton, suo ex consigliere: «Trump è in preda al panico e non capisce come uscire dalla guerra con l’Iran».
– Wall Street Journal: l’attacco di USA e Israele è fallito e la nuova dirigenza iraniana è più dura della precedente. Mohsen Rezaei, consigliere militare iranano: «Lo scontro continuerà finché non saranno soddisfatte diverse condizioni, tra cui revoca delle sanzioni e risarcimento dei danni. La risposta iraniana sarà non più ‘occhio per occhio’, ma una testa per un occhio, una mano e una gamba per un occhio».
– Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco: Israele vede la Turchia come prossimo avversario strategico, dopo l’Iran perché necessita di un nemico permanente per esistere. Le tensioni si sono intensificate con la guerra di Gaza del 2023. Il rapporto, fino a poco tempo prima solido, ha cominciato ad incrinarsi quando Ankara si è posto come riferimento politico del mondo musulmano sunnita, sostenendo la causa palestinese. Più di recente si è aggiunta la Siria. Ankara mira a contenere le formazioni curde e consolidare la propria influenza nel nord del Paese, mentre Israele ostacola ogni tipo di stabilizzazione per avere anche lì un vicino debole al quale erodere progressivamente territori. Allo stato un conflitto aperto resta remoto, pur se si segnalano toni duri, operazioni coperte, incidenti indiretti. Uno scontro di Israele con la Turchia, che è membro della NATO, rischia di incrinare gli equilibri dell’architettura atlantica e porrebbe Washington di fronte a una scelta complessa tra due alleati chiave. Sul piano militare Ankara dispone di capacità convenzionali significative, mentre Tel Aviv ha un relativo vantaggio tecnologico.
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USA: dai successi tattici contro l’Iran all’incubo di una sconfitta strategica
Rivista Indipendenza, 17.4.2026
«Il successo tattico non equivale a una vittoria strategica». Così Joe Kent, ex direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo, dimessosi (scorso 17 marzo) per divergenze con l’amministrazione Trump sull’entrata in guerra contro l’Iran: «bombardare equipaggiamenti iraniani e uccidere i leader può generare grande clamore ma, per evitare un grande disastro, dobbiamo prima definire che cosa è veramente vitale per i nostri interessi nazionali e agire di conseguenza». Secondo Kent, l’Iran «prepara la trappola dell’escalation» rifiutando le nostre offerte iniziali di pace. «Possiamo evitare quella trappola, se siamo abbastanza saggi da non credere alle nostre stesse propagande». Quindi: «de-escalation». Abbiamo bisogno che il petrolio fluisca per lo Stretto di Hormuz, che la stabilità torni sui mercati energetici e nella regione del Golfo. Per questi obiettivi realistici, dobbiamo ridurre significativamente la nostra presenza militare nella regione e revocare le sanzioni all’Iran. Possiamo così vantare l’accordo dell’Iran di non costruire un’arma nucleare come una chiara vittoria per i media. Altro punto, secondo Kent, «è contenere Israele limitando drasticamente gli aiuti militari che gli forniamo. Israele non può sostenere questa lotta senza di noi e farà tutto il possibile per mantenerci coinvolti. Dobbiamo perseguire i nostri obiettivi, non i loro. Se cerchiamo di imporre un risultato massimalista all’Iran (zero arricchimento, ecc.), questa guerra senza dubbio degenererà, costando vite agli americani, miliardi di dollari in più e, in ultima analisi, erodendo la nostra posizione globale. Dobbiamo imparare dal nostro passato e riconoscere quando è il momento di tagliare le perdite e andarsene. Alla fine, lavorare per ristabilire l’ordine rafforzerà l’America molto più di qualsiasi azione militare mai possibile».
In seguito a quelle sue dichiarazioni, l’FBI ha messo Kent sotto indagine per possibile diffusione di informazioni riservate relative alla sicurezza nazionale. Nel frattempo la situazione sul campo è andata peggiorando e la Casa Bianca si trova palesemente in grande imbarazzo, annaspando confusamente su quale strada seguire: di fondo si vorrebbe una exit strategy da un conflitto che non solo ha disatteso le facili aspettative di vittoria in 2-3 giorni concionate a destra e a manca da Washington, ma che è ormai rapidamente e palesemente sfuggito al suo controllo. L’Iran sta scrivendo pagine di Storia da possibile tornante epocale. Teheran ha portato il conflitto ad uno stallo strategico lasciando, per ora agli Stati Uniti tre vie d’uscita tutte negative, quale più quale meno: 1. Mettere fine alla guerra senza ‘riaprire’ Hormuz e accettare una sconfitta strategica; 2. Lasciare che la guerra si protragga così com’è, aggravando i costi negativi per gli Stati Uniti comprensivi delle contrazioni economiche inflazionistiche e pre-recessive prevalentemente nell’Occidente allargato, casa propria inclusa; 3. Intensificare le operazioni militari con un pur circoscritto intervento a terra, rischiando la ripetizione della catastrofica operazione alla centrale nucleare di Isfahan del 4-5 aprile scorso (perdita di una dozzina di velivoli e di un imprecisato secretato numero di morti e feriti) poi malamente mascherata da operazione di recupero di un solo pilota eiettatosi da un F-35 abbattuto qualche giorno prima. Questo terzo scenario potrebbe –per direttissima– far slittare gli Stati Uniti da una condizione molto critica di stallo ad un rovinoso disastro strategico.
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Breve ma istruttiva storia dell’Iran negli ultimi cento anni.
Per capire le radici del presente e la complicità del Regno Unito, degli USA e di Israele nella distruzione dei diritti umani attuata in quel Paese nei decenni precedenti il 1978.
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Iran, cent’anni di aggressione
il Simplicissimus, 12.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/12/iran-centanni-di-aggressione/
Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo e la stessa casa reale.
Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la lguerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzòla produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense.
E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Damasco arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam e buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.
Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di questo scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l ‘Asia è un ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.
Che guerra sia
il Simplicissimus, 12.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/12/che-guerra-sia/
Come c’era da aspettarsi, Vance ha fallito nella sua missione, diciamo così di pace, tanto per definirla in qualche modo. Anzi no, si è dimostrato l’ennesimo personaggio marionetta che è andato a Islamabad tanto per prendere tempo e dimostrare ancora una volta che con Washington non si riesce a trattare perché l’amministrazione americana, qualunque essa sia, non riesce a rinunciare né agli istinti imperialisti, né a considerare il mondo com’è e non come lo immagina o forse come lo immagina Israele che ormai sta determinando l’immaginario collettivo dell’America peggiore. Vance si è fatto imporre la solita balla dell’atomica iraniana che circola da trent’anni e pace all’anima sua, anche se dubito che certa gentaglia ne abbia una. Eppure il fatto che Teheran non abbia ceduto di un millimetro sulle sue richieste, dovrebbe far comprendere che l’Iran ha ancora molti assi nella manica, che non è affatto distrutto come vorrebbe la leggenda che il Mossad sussurra alle orecchie di Trump, orecchie del resto molto sensibili visto che pur non essendo collegate a un cervello funzionante, gli ricordano quella misteriosa pallottola di avvertimento che Tel Aviv gli ha mandato sotto forma di fallito attentato.
Il comunicato della della delegazione iraniana che potremmo definire eroica, visto che non si sa che fine potrà fare in mano a un nemico senza onore, non lascia spazio a dubbi sull’inconsistenza della cosiddetta trattativa: “Il nemico americano, che è vile, malvagio e disonesto, ha tentato di ottenere al tavolo delle trattative ciò che non è riuscito a ottenere con la guerra. Tra queste richieste figurano la consegna dell’uranio arricchito e l’apertura dello Stretto di Hormuz, pur in assenza di una conferma della sovranità iraniana su di esso. L’Iran ha deciso di respingere queste condizioni e di continuare la sacra difesa della sua patria con ogni mezzo necessario, militare o diplomatico.” In realtà Trump e l’America non sono nella posizione di pretendere nulla: la Casa Bianca è tormentata da una crisi politica interna, causata dal crollo dei sondaggi, dal malcontento tra i suoi stessi elettori e dalle ripercussioni dello scandalo Epstein, tanto da spingere la moglie del presidente a rassicurare gli elettori sul fatto che non conoscesse Epstein, una balla grande come una casa, ma che importa, tanto il marito ne dice cinque o sei al giorno. A ciò si aggiunge il crescente contraccolpo economico planetario derivante dalla sua sconsiderata politica bellicista. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno consumato un enorme arsenale di armi, con una spesa calcolata per difetto di 30 miliardi di dollari, rimanendo senza munizioni per intraprendere un’ulteriore guerra contro l’Iran. E tutto questo senza alcun vantaggio strategico. L’immagine globale degli Stati Uniti non è mai stata così compromessa da ogni punto di vista.
Teheran ha le carte in mano e Trump rassomiglia sempre di più a un baro che si è fatto cascare gli assi nascosti. Senza più un consistente riserva di missili da difesa, senza la maggior parte dei radar di allerta precoce, senza più un consistente numero di armi di offesa che costringono i accia a sorvolare il territorio iraniano ed esposti perciò al tiro contraereo, sia le basi americane in Medio Oriente o quel che ne rimane, sia le installazioni petrolifere e gasiere degli Stati del Golfo che hanno tenuto bordone a questo ennesimo tentativo imperialista, sono adesso sotto tiro. E dico questo non tanto per sottolineare i limiti della macchina militare americana non più sorretta da un sistema produttivo adeguato, quanto per avvertire che un presidente plagiato dal sionismo, incapace di uscire dalla gabbia in cui esso lo ha rinchiuso, ha una sola strada per non fare la figura del perdente, dello stupido Golem evocato da Netanyahu, quello di usare l’arma atomica. E se qualcuno poteva sperare che Vance riuscisse a guidarlo come un orbo fa con un cieco, adesso è fin troppo chiaro che non è il personaggio in grado di farlo.
Un fallimento del tutto prevedibile.
Una delle notizie è questa: «Asia Times: gli USA si stanno avvicinando al loro «momento sovietico». In un articolo analitico pubblicato ieri (America’s Soviet moment: Why Trump is looking like Yeltsin), Asia Times scrive che gli Stati Uniti stanno entrando in una fase di crisi sistemica strutturale, per certi aspetti paragonabile agli ultimi anni dell’Unione Sovietica»
Sarebbe l’inizio di una storia migliore per l’intera umanità.
Rivista Indipendenza
Notiziario, 11 aprile 2026, ore 02:30
– Jerusalem Post: «Mentre Trump rivendica la vittoria, un Iran ferito ma potente conserva la sua influenza sullo Stretto di Hormuz (…) La guerra sarà ricordata come un grave errore strategico di Trump, che ha involontariamente cambiato il corso degli eventi nella regione. L’Iran ha mantenuto il controllo e l’influenza sullo Stretto di Hormuz. Ciò ha permesso a Teheran di avere la meglio nei negoziati e di rafforzare la sua posizione regionale anche dopo la guerra».
– Si chiama “Minab 168” la delegazione iraniana, guidata dal Presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e dal Ministro degli Esteri Abbas Araqchi, arrivata a Islamabad (Pakistan). Il nome fa riferimento al bombardamento mirato statunitense-israeliano, il 28 febbraio scorso, alla scuola di Minab, in cui 168 bambini sono stati uccisi e molti altri feriti.
– Un rappresentante sudcoreano e dirigenti di banche qatarine stanno lavorando dietro le quinte per sbloccare fondi iraniani congelati dalle sanzioni finanziarie USA per un valore di 7 miliardi di dollari, detenuti dalla Corea del Sud in banche qatarine. Stime parlano di un valore totale dei beni iraniani superiore ai 100 miliardi di dollari; una parte significativa è custodita in Corea del Sud e Giappone, grandi acquirenti delle esportazioni di petrolio dell’Iran, ed anche, secondo la Financial Crimes Enforcement Network USA, acquirenti di petrolio in Paesi come Singapore e gli Emirati Arabi Uniti sono stati al centro di trasferimenti «potenzialmente riconducibili al petrolio iraniano sottoposto a sanzioni in particolare verso altre compagnie petrolifere con sede negli Emirati e probabili società di comodo con sede a Hong Kong». Conti iraniani, secondo le cronache, si trovano in altri Paesi, tra cui Cina, Germania, India e Turchia.
– CNN: «l’Iran vendeva un milione di barili di petrolio prima della guerra e ora ne sta vendendo 1,7 milioni. Questo potrebbe aggiungere, nelle condizioni attuali, circa 60 milioni di dollari di entrate settimanali aggiuntive».
– Asia Times: gli USA si stanno avvicinando al loro «momento sovietico». In un articolo analitico pubblicato ieri (America’s Soviet moment: Why Trump is looking like Yeltsin), Asia Times scrive che gli Stati Uniti stanno entrando in una fase di crisi sistemica strutturale, per certi aspetti paragonabile agli ultimi anni dell’Unione Sovietica.
– Financial Times: per le ripercussioni del conflitto nel Golfo Persico, l’UE ha aumentato del 17% gli acquisti di gas russo. Nei primi tre mesi del 2026, l’UE ha importato 5 milioni di tonnellate di gas dal progetto Yamal LNG, per un valore di 2,88 miliardi di euro (circa 261,7 miliardi di rubli). Inoltre, a marzo sono state acquistate 1,8 milioni di tonnellate, più che a gennaio e febbraio.
– Anche ieri, per il secondo giorno consecutivo, proteste di massa di cittadini libanesi davanti al palazzo del governo a Beirut, con la richiesta alle autorità di sostenere Hezbollah nella lotta contro Israele. Le manifestazioni si sono svolte nella famosa via Hamra, nel centro di Beirut. Le autorità libanesi (presidente della Repubblica e presidente del Consiglio sono considerati due marionette di Washington e Tel Aviv) hanno disposto il dispiegamento di truppe libanesi a protezione del palazzo presidenziale. I manifestanti si oppongono ai negoziati diretti del governo libanese con Israele che avverranno martedì a Washington presso il Dipartimento di Stato USA. Già la ‘cornice’ è abbastanza significativa. È prevedibile che Israele, per le difficoltà che sta incontrando di fronte alla resistenza di Hezbollah, intenda spingere il Libano verso una guerra civile premendo sul governo libanese perché combatta Hezbollah, il che sarebbe l’ideale per gli interessi israeliani.
https://t.me/rivistaindipendenza/
Rivista Indipendenza
Notiziario, 9 aprile 2026, ore 21:30
– Il regime sionista si è detto pronto per una ripresa dei combattimenti su larga scala a Gaza: la scadenza per Hamas della richiesta USA di disarmo completo è scaduta ieri, senza alcun seguito.
– Canale 12 israeliano e Reuters: in preda al panico, militari israeliani abbandonano artiglieria pesante. Hezbollah si è così impadronito di grandi quantità di attrezzature avanzate. Canale 12 ha riferito che il regime israeliano ha perso una potenza di fuoco decisiva.
– «Le affermazioni di Israele di difendere gli ebrei sono una vergognosa menzogna». Così il rabbino Younes Hamami Lalehzar, responsabile della Comunità Ebraica Iraniana. Sull’attacco USA-israeliano che ha distrutto la sinagoga Rafi-Nia nel centro di Teheran: «Israele ha commesso un attacco disumano e terroristico colpendo infrastrutture civili senza alcuna presenza militare».
– Reza Pahlavi si è offeso e ha smesso di seguire Trump e Netanyahu sui social.
– La Spagna riaprirà l’ambasciata a Teheran. Lo ha detto il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares.
– ExxonMobil, gigante petrolifero USA, lamenta danni dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Nonostante l’aumento dei ricavi per l’incremento del prezzo del petrolio, registra una diminuzione dei profitti nel primo trimestre, con un impatto negativo maggiore dei ricavi per circa 5,3 miliardi di dollari (effetti di tempistica legati ai contratti derivati e alle spedizioni non consegnate a causa della guerra).
– Morto in circostanze non chiare lo scienziato della NASA, Michael David Hicks, 59 anni, ricercatore di lunga data presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA. A Washington la cosa ha suscitato preoccupazioni per la sicurezza nazionale. È il nono scienziato USA di alto livello, associato ai programmi spaziali o nucleari, a morire o scomparire misteriosamente negli ultimi anni, tra cui tre suoi stretti colleghi.
– Bloomberg: Mosca si è assicurato un altro alleato strategico, il Madagascar, dove a ottobre si è verificato un colpo di Stato guidato dal colonnello Michael Randrianirina. Il 27 febbraio il Madagascar ha ricevuto un lotto di elicotteri da combattimento, camion e riso dalla Russia. Mosca è interessata a giacimenti di metalli e minerali, e al porto di Toamasina, vicino al canale di navigazione nell’Oceano Indiano, non lontano dal Mozambico ricco di gas, dove passa quasi un terzo del petrolio mondiale.
– Die Welt, quotidiano tedesco: il modello economico dell’Unione Europea (UE) sta crollando irreversibilmente a causa della rinuncia della UE all’importazione di forniture energetiche russe, come conseguenza del conflitto in Ucraina. Il problema si è aggravato con la crisi in corso nel Golfo Persico. La Commissione Europea ha poi accettato un accordo svantaggioso con gli USA, azzerando i propri dazi e accettando tariffe del 15% sulle proprie merci esportate negli USA. Soltanto la Germania perderà, a causa di ciò, 35 miliardi di euro all’anno. Die Welt sottolinea che i 250 miliardi di euro all’anno che servirebbero alla UE, per potenziare il proprio sistema di sicurezza fino a un livello minimamente accettabile, non si sa dove possano essere reperiti.
Con l’Iran, contro la barbarie.
Se né Gengis Khan, né l’Antica Grecia, né Roma sono riusciti a distruggere la civiltà iraniana, allora anche Trump porterà questa ambizione nella tomba.
L’Iran non è semplicemente una linea su una mappa; è uno spirito che scorre attraverso il corso della storia, una terra nata dalla luce e dalla poesia, le cui radici sono profondamente intrecciate nel tessuto di oltre cinquemila anni di civiltà. Uno stato la cui storia non raggiunge nemmeno i due secoli non può abbattere una civiltà della portata dell’Iran.
Anche Gengis Khan venne con tali ambizioni e passò; il suo impero alla fine si dissolse nella stessa cultura e civiltà di questa terra. L’Antica Grecia, Roma e altri incontrarono destini simili.
Anche oggi, tra le minacce lanciate da Trump e dalle potenze globali, la civiltà persiana è come una fenice testata dal fuoco, ogni volta che viene consumata dalle fiamme dell’ostilità, si alza di nuovo dalle proprie ceneri con una voce più forte e uno spirito rinnovato.
Nabil Aryaei (https://x.com/nabilaryaei?s=21)
È così fin dall’inizio e diventa comunque sempre più chiaro:
«Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero».
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Andrea Zhok, 8.4.2026
Come temuto e previsto, Israele non ha alcun interesse ad accettare né una tregua né una pace.
D’altro canto, se non fosse stato per le pressioni israeliane, questo mattatoio non avrebbe neanche avuto inizio, visto che per gli USA l’intera operazione era solo un onere (magari per i giochini in borsa di Trump no, ma Trump non governa da solo).
Appena posatasi la polvere dopo l’inizio ufficiale della tregua, Israele ha effettuato il suo più massiccio bombardamento di sempre sul Libano.
Le immagini di morte e distruzione da Beirut sono apocalittiche.
Una volta di più Israele si dimostra come la più costante minaccia alla pace e alla convivenza tra i popoli della regione.
Un’immagine simbolica di tutto ciò era ieri il rabbino capo della comunità ebraica iraniana che inveiva contro Israele, dopo che l’aviazione dell’IDF aveva distrutto la sinagoga di Teheran e la biblioteca adiacente. Le sue parole sono state: “Non ci perdoneranno mai di essere ebrei antisionisti.”
Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero.
L’Iran non abbandonerà il Libano alla sua sorte, dunque se gli Usa non riescono a porre un freno alla frenesia idrofoba di Netanyahu, la guerra riprenderà a breve.
Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell’Iran:
-Il nemico, nella sua guerra ingiusta, illegale e criminale contro la nazione iraniana, ha subito una sconfitta innegabile, storica e schiacciante.
-Gli Stati Uniti sono stati costretti ad accettare la proposta in 10 punti dell’Iran, che include: un impegno fondamentale alla non aggressione, il controllo iraniano continuato sullo Stretto di Hormuz, l’accettazione dell’arricchimento dell’uranio, la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, la cessazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori, il risarcimento all’Iran, il ritiro delle forze di combattimento statunitensi dalla regione e la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso contro la resistenza islamica in Libano.
-All’inizio di questa guerra ingiusta, il nemico credeva di poter raggiungere rapidamente il dominio militare totale sull’Iran, creare instabilità politica e sociale e costringere l’Iran alla sottomissione.
-Hanno supposto che le capacità missilistiche e dei droni dell’Iran sarebbero state rapidamente neutralizzate e non credevano che l’Iran potesse rispondere con tanta forza oltre i suoi confini e in tutta la regione.
-Erano convinti che questa guerra avrebbe posto fine all’Iran e avrebbe permesso loro di eliminare quella che viene descritta come l’ultima roccaforte dell’umanità, consentendo ulteriori azioni incontrollate.
-Immaginavano di dividere l’Iran, saccheggiare il suo petrolio e la sua ricchezza e lasciare il suo popolo in prolungata instabilità e insicurezza.
-Nonostante il profondo dolore per il martirio del loro leader, i combattenti iraniani e i loro alleati si sono affidati alla fede in Dio e all’ispirazione del leader dei martiri per impartire una lezione storica ai loro nemici, vendicare i crimini passati e assicurare che il nemico abbandonasse per sempre i pensieri di aggressione contro l’Iran.
-Dopo circa 10 giorni dall’inizio della guerra, il nemico si rese conto di non avere assolutamente alcuna possibilità di vincere questa guerra.
-I negoziati inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad con una completa sfiducia nei confronti della parte americana.
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Politica ed economia fanno da orpello. I sionisti sono in realtà soltanto dei criminali teocratici.
Rivista Indipendenza
Notiziario, 6 aprile 2026, ore 23:00
– L’Iran al Pakistan, sulla proposta USA di cessate il fuoco di 45 giorni come «prima fase» in vista di un accordo. No a un cessate il fuoco temporaneo, sì a una cessazione definitiva della guerra con condizioni: 1. Fine permanente della guerra in tutta l’Asia occidentale, incluso Libano e Gaza, con garanzie. 2. Smantellamento di tutte le basi USA nel Golfo Persico. 3. Attuazione di un protocollo di transito che riconosca il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e consenta all’Iran di riscuotere pedaggi. 4. Revoca delle sanzioni economiche contro l’Iran. 5. Riconoscimento del diritto dell’Iran all’arricchimento pacifico dell’uranio ai sensi del TNP e della Carta delle Nazioni Unite. 6. Pagamento di riparazioni per i danni economici subiti durante la guerra.
– Trump: «l’Iran può essere distrutto in una notte e quella notte potrebbe essere domani» (martedì alle 20:00 ora orientale, scadenza ultimatum: se Teheran non accetta il cessate il fuoco di 45 giorni, rimarrà senza «nessuna centrale elettrica» o «ponte in piedi»).
– Esmaeil Baghaei, portavoce ministero Esteri iraniano: «i negoziati non sono compatibili con ultimatum, minacce, crimini di guerra. La Repubblica Islamica dell’Iran e il popolo iraniano hanno avuto un’esperienza molto amara negoziando con gli USA». Se le infrastrutture della Repubblica subiranno un attacco, seguirà una risposta contro «qualsiasi infrastruttura simile che appartenga o sia in qualche modo collegata agli Stati Uniti, o che contribuisca al loro atto di aggressione contro l’Iran. Non è qualcosa che faremo volontariamente o di nostra iniziativa. Fa parte delle nostre misure difensive contro le loro azioni illegali. Credo che il popolo americano abbia capito che questa non è la loro guerra. È una guerra voluta dall’amministrazione degli Stati Uniti, forse per conto del regime genocida (sionista, ndr)».
– Il New York Times: la guerra ha trasformato l’Iran in una potenza globale.
– The Atlantic: la guerra con l’Iran è un disastro prevedibile e costoso. La «vera sconfitta» è nel «rifiuto ostinato» di Trump di accettare i fatti duri sulla potenza militare dell’Iran. Trump ha ignorato i rapporti delle agenzie di intelligence che avevano ripetutamente ribadito (contrariamente a quanto affermato da Trump per giustificare la sua decisione) che l’Iran «non si stava preparando a usare un’arma nucleare; non possedeva missili balistici in grado di raggiungere gli USA; e, in risposta a un attacco militare statunitense, l’Iran avrebbe probabilmente colpito i Paesi vicini nel Golfo Persico e tentato di bloccare lo Stretto di Hormuz, provocando una crisi economica globale». La Casa Bianca, informata anche che i bombardamenti non avrebbero portato alla capitolazione di Teheran, ha condotto il Paese «su un percorso incerto, in una guerra i cui costi hanno superato le aspettative iniziali della Casa Bianca».
– Fareed Zakaria (Foreign Policy): la guerra contro l’Iran? Rischio di un «autogol» strategico per gli USA. Il conflitto non ha prodotto i risultati dichiarati da Washington, ma ha rafforzato le componenti più radicali del sistema iraniano, consolidando il ruolo dei Pasdaran. Sul piano economico e strategico, l’effetto più rilevante riguarda lo Stretto di Hormuz: non una chiusura totale, ma un controllo selettivo che consente a Teheran di continuare a esportare petrolio, aumentando i ricavi attraverso nuove condizioni di transito alle navi. Il conflitto sta producendo effetti sistemici più ampi: la Russia beneficia dell’aumento dei prezzi energetici, la Cina rafforza la propria posizione globale mentre gli USA si concentrano sul Vicino Oriente e l’Europa si trova esposta a shock energetici e pressioni strategiche. I costi della guerra stanno superando i benefici, mentre gli obiettivi politici restano lontani.
– Financial Times: la Commissione Europea (CE) avverte i Paesi membri di non trasformare la crisi energetica, provocata dalla guerra in Iran, in una crisi finanziaria. Quindi, ritiene necessario limitare il ricorso a misure di sostegno come sussidi energetici, riduzioni di tasse e accise, tetti massimi di prezzo, che potrebbero stimolare eccessivamente la domanda, innescare un’inflazione elevata e un forte aumento del deficit di bilancio. Italia, Polonia e Spagna hanno ridotto le tasse sui carburanti, ma Bruxelles preme sul loro carattere temporaneo e mirato. Secondo i dati del giornale, il conflitto ha provocato un aumento dei prezzi di petrolio e gas in Europa di circa il 60% e carenze di gasolio e carburante per l’aviazione civile. I ministri delle finanze di Germania, Spagna, Italia, Portogallo e Austria hanno chiesto alla CE di introdurre una tassa europea sugli extra-profitti delle compagnie energetiche, per alleggerire il carico sulle proprie economie e sui cittadini.
– Portale Iran War Cost Tracker: gli USA hanno già speso più di 42 miliardi di dollari per condurre la loro guerra d’aggressione all’Iran. I dati si basano su un’informativa del Pentagono al Congresso che, durante i primi sei giorni di guerra, aveva parlato di spese per 11,3 miliardi di dollari e prevedeva ulteriori costi di un miliardo di dollari al giorno finché fosse durato il conflitto.
– The Atlantic chiede spiegazioni sulle epurazioni di giovedì scorso. «La guerra di Hegseth contro l’esercito statunitense», in una fase delicata della guerra d’aggressione, ha colpito «ufficiali di alto grado, in particolare quelli vicini al Segretario dell’Esercito, Dan Driscoll». Il Dipartimento della Guerra «non ha fornito alcuna motivazione ufficiale per i loro licenziamenti, ma è probabile che siano le ultime vittime delle aspre lotte di Hegseth con l’esercito, che a suo dire lo ha trattato male. “Mi hanno sputato fuori”, scrive in un suo libro del 2024, mentre lui fatica in un lavoro per il quale rimane assolutamente inadatto». theatlantic.com/politics/2026/04/hegseths-war-on-americas-military/686676/
– George Galloway, politico e analista britannico: «Nessuno. Né Nasser, né Saddam, nessuno ha mai ripagato i crimini di Israele come l’Iran sta facendo ogni giorno e ogni notte. Nessun re, nessun emiro. Nessuno».
– Bloomberg: la guerra contro l’Iran ha posto fine al petrodollaro, nato (1974) da un accordo concluso da Henry Kissinger. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo Persico iniziarono a vendere petrolio in dollari e a investire le eccedenze in titoli di Stato degli Stati Uniti, così finanziandoli. Da allora, qualsiasi crisi portava a un aumento della domanda di titoli del Tesoro USA, in quanto beni sicuri, determinando un calo dei loro rendimenti. Questa volta è il contrario. La domanda è diminuita e il rendimento è salito dal 3,9% al 4,4%. Di solito, uno shock petrolifero con un’impennata dei prezzi del greggio portava a un aumento delle entrate dei Paesi del Golfo e a maggiori acquisti di attività in dollari. Oggi i flussi di petrolio mediorientale si sono fermati a causa dello Stretto di Hormuz e i Paesi del Golfo stanno vendendo titoli USA per risolvere i problemi di difesa e compensare le perdite. Le banche centrali mondiali stanno vendendo attività in dollari per sostenere le valute nazionali. Per la prima volta dal 1996, la quota dell’oro negli attivi delle banche centrali ha superato la quota dei titoli obbligazionari in dollari. Il circuito del petrodollaro si compone di due parti: dollari guadagnati e dollari reinvestiti. Entrambe le cose stanno cessando.
– Il Canale 14 (israeliano) discute la possibilità di usare una bomba a neutroni contro l’Iran. Quando al ministro della ‘Sicurezza Nazionale’ del regime genocida israeliano Itamar Ben-Gvir è stato chiesto perché tale opzione non venga utilizzata, ha riso ed evitato di dare una risposta diretta.
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Trump, il barattolo e la tartaruga
Pino Cabras, 6.4.2026
Quando osservo il modo con cui i trumpiani gestiscono questa assurda storia dei piloti sopravvissuti all’abbattimento dei loro caccia e salvati con una complicatissima e costosissima operazione delle forze speciali, vedo all’opera gli stessi meccanismi di gestione manipolatoria delle notizie che avevo visto da vicino nella provincia dell’Impero, quando gli uffici comunicazione del M5S impacchettavano gli episodi negativi che riguardavano il partito all’interno di narrazioni che li assorbivano, diluivano, rovesciavano, congelavano, rimandando intanto la resa di conti con la realtà di due giorni, con la certezza che passati quei due giorni avrebbero escogitato un’altra rocambolesca distrazione manipolatoria che avrebbe procrastinato l’impatto. Chiamavo questa tecnica “il calcio al barattolo”, quasi la versione moderna del paradosso di Achille e la tartaruga formulato da Zenone di Elea.
Questa storia hollywoodista delle forze speciali americane in Iran che ora i media dell’Impero gonfiano all’inverosimile è fatta con gli stessi principi di quel gruppo di manipolatori che vidi da vicino, ma con una rete di propagandisti molto più potente e aggressiva. Raccolgo i dubbi formulati da Enrico Tomaselli:
«Dalle prime notizie che trapelano, sembra che il primo tentativo parziale di “boots on the ground”, da parte USA, si sia risolto in un fallimento epocale.
L’operazione di recupero dei piloti dell’F-15E abbattuto sui cieli dell’Iran è andata malissimo. Almeno due aerei C-130J Combat King III distrutti, uno o due elicotteri MH-6 abbattuti. E dei piloti – che Trump sostiene siano stati recuperati – non c’è alcuna prova visiva che lo siano effettivamente.
Avanti così.»
«UPDATE: Le perdite di aerei dell’esercito statunitense per salvare (non ci sono prove visive al momento) i due membri dell’equipaggio dell’aereo F-15E abbattuto sull’Iran:
Perdite confermate (conteggio attuale):
— 1× F-15E Strike Eagle — distrutto
— 2× elicotteri HH-60 — danneggiati
— 1x MH-6 Little Bird — distrutto
— 1× A-10 Thunderbolt II — distrutto
— 2× C-130 Hercules — distrutti
— 1–2× MQ-9 Reapers — distrutti
Danni possibili/non confermati:
— 1× F-16 Fighting Falcon — squawk di emergenza
— 1× KC-135 Stratotanker — squawk di emergenza
— 1× A-10 Thunderbolt II — possibile atterraggio di emergenza (dubbio)».
Situazione ancora “in fieri”. Tanto che poi Tomaselli fa notare: «se, come sembrerebbe da uno dei video, almeno un C-130 è stato abbattuto, è probabile che siano proprio morti. Comunque c’è ancora moltissima confusione su questo scontro, bisognerà aspettare un po’ per saperne di più.»
Anche se la conferenza stampa trumpiana di Pasquetta potrà persino esibire i piloti esfiltrati sotto il suono delle fanfare e vorrà pompare ulteriormente una perdita secca come un mirabolante successo, i fatti calciati in avanti come un barattolo si ripresenteranno nella loro crudezza: a queste condizioni, qualunque grande attacco via terra avrebbe costi immensi senza tangibili guadagni.
Questo è appena un assaggio.
È anche per questo che a Washington e a Tel Aviv le dichiarazioni dei politici e giornalisti su questa guerra sono sempre più criminali: come Trump, che annuncia di voler distruggere l’intera infrastruttura energetica e tutti i ponti dell’Iran, o come il giornalista israeliano estremista Shimon Riklin, che fa campagna per un tipo particolare di arma nucleare:
«Perché non usiamo una bomba a neutroni? È un tipo di bomba atomica che non danneggia gli edifici, ma uccide le persone in modo limitato».
È quasi mezzo secolo che dipingono l’Iran come barbarie. È invece un freno alla barbarie del campo in cui viviamo. Dovremo essere noi i primi a riscattarci, prima che questa barbarie tutta nostrana ci sommerga definitivamente, innanzitutto con le sue menzogne.
Rivista Indipendenza
Notiziario, 5 aprile 2026, ore 23:30
– The Atlantic: comunque finirà la guerra con l’Iran, il colpo per gli USA è già devastante: il sistema di alleanze da 80 anni base del suo potere sta crollando e Washington tornerà alla debolezza e all’isolamento degli anni Trenta del Novecento. Questa guerra, poi, sta creando fratture profonde tra USA e “alleati” in Europa e in Asia, forse un processo irreversibile. Invece di isolare Russia e Cina, l’Occidente le ha beneficiate e si è autoinflitto una crisi sistemica profonda. La Cina non trascurerà la paura degli USA di uno scontro diretto delle loro navi con l’Iran nello Stretto di Hormuz, considerando che il potenziale offensivo della Cina è di gran lunga superiore a quello iraniano. I Paesi che un tempo si schieravano con gli USA, ora si terranno alla larga o si uniranno contro sapendo che non li proteggerà e non smetterà di sfruttarli. Più a lungo l’attenzione e le risorse degli USA saranno legate all’Asia occidentale, tanto meglio sarà per Russia e Cina. Sta arrivando l’era della potenza statunitense emarginata.
– Bilancio pesantissimo per Washington per esfiltrare il pilota o i piloti USA dispersi in Iran. Le perdite, secondo fonti iraniane e USA: due aerei da trasporto militare C-130 Hercules, almeno due (per Fox News e ABC News: quattro) elicotteri MH-6 Little Bird, 2 droni MQ-9 e 2 droni Hermes 900, abbandono di equipaggiamenti e attrezzature, diversi militari USA feriti, alcuni gravemente, il pilota esfiltrato (un colonnello) in gravi condizioni. Khatam al-Anbiya (esercito iraniano): tutto è stato reso possibile utilizzando strumenti di guerra elettronica e moderni sistemi di difesa armata, l’attuazione del piano di difesa a terra “mosaico” e un rafforzato accerchiamento militare-di sicurezza. Eitan Levins, analista e giornalista USA: l’operazione? «Un fallimento epico» e più di un miliardo di dollari persi.
– Institute of the Study of War: la Cina sta aiutando Teheran con forniture di carburante per missili, componentistica per la loro produzione, materiale per riparare i bunker missilistici sotterranei, informazioni di intelligence sui movimenti delle forze USA in Iran.
– Trump, su Truth, proroga di nuovo la «scadenza di 48 ore» del suo ultimatum a Teheran, ora entro martedì sera, se non apre lo Stretto di Hormuz. Si tratta del quarto rinvio. In preda all’isteria («Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi»), ha minacciato una “Giornata delle centrali elettriche e dei ponti”, che all’Iran «non resterà neanche una centrale elettrica o un singolo ponte intatto. Ci vorranno 20 anni per ricostruire questo paese, se saranno fortunati. Se, ovviamente, avranno ancora un paese». Il ministero degli Esteri iraniano: qualsiasi attacco alle infrastrutture iraniane sarà seguito da attacchi di rappresaglia.
– Forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione: in risposta agli attacchi statunitensi-israeliani sul ponte B1 di Karaj e agli impianti petrolchimici di Mahshahr, nonché alle minacce di Trump, abbiamo condotto la prima fase di attacchi di rappresaglia nell’ambito dell’Operazione Promessa Veritiera 4, ondata 96. I bersagli: una raffineria che fornisce carburante ai jet da combattimento israeliani a Haifa, impianti di gas Exxon/Mobil/Chevron a Habshan (Emirati Arabi Uniti), un impianto petrolchimico USA ad Al Ruwais (Emirati Arabi Uniti), un impianto petrolchimico USA a Sitra (Bahrain) e un impianto petrolchimico USA a Shu’aiba (Kuwait). Se gli attacchi su obiettivi non militari continueranno, la seconda fase sarà molto più devastante e diffusa.
– Channel 14 (rete informativa israeliana): Hezbollah ha colpito con un missile terra-mare una nave da guerra britannica a circa 70 miglia nautiche dalla costa libanese, scambiata per un’imbarcazione israeliana, in procinto di lanciare missili sul Libano. Gravi i danni.
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Bombardando le Biblioteche e distruggendo i libri, gli Stati Uniti d’America confermano di essere loro «all’età della pietra», di essere rimasti dei barbari.
Tentativo USA di incursione in Iran fallito miseramente
il Simplicissimus, 5.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/05/tentativo-usa-di-incursione-in-iran-fallito-miseramente/
Non so se la Pasqua venga ancora festeggiata in America, ma probabilmente no, visto che ieri notte è stato messo in atto un tentativo di invasione dell’Iran, nell’area di Isfahan, nel tentativo di impadronirsi di un luogo dove, secondo le indicazioni del Mossad, viene custodito l’ uranio impoverito, è stato respinto dopo uno scontro a fuoco. La stampa statunitense per carità di Patria, ma soprattutto sotto choc, ha fatto finta di credere che si sia trattato di un’operazione per salvare uno dei piloti abbattuti sull’Iran, ma siamo di fronte a una serie di bugie concatenate piuttosto clamorose: la missione di salvataggio è infatti costata agli Usa due C 130 Hercules oltre a un A10, a un F15 e a due elicotteri BlackHawk.
La narrazione è piuttosto divertente perché ci vogliono far pensare che per salvare un solo pilota siano stati inviati due velivoli capaci di trasportare ognuno 92 uomini con equipaggiamento completo, o un articolato complesso di uomini e mezzi blindati. Ma via, per queste operazioni, si utilizzano solo elicotteri, molto più adatti all’uso e che possono atterrare facilmente quasi dovunque. E che, tra l’altro, non sono poi molto meno veloci di un Hercules. Ma c’è di più: in un crescendo di frenesia narrativa, viene riferito che i due velivoli sarebbero stati danneggiati, non si sa bene in quali circostanze e che per questo sono poi stati distrutti per evitare che gli iraniani se ne impadronissero. Sai che guaio il 130 è un ottimo aereo, ma risale alla metà degli anni 50, non è proprio il top della tecnologia aviatoria. Ma quante palle.
Al momento è stato annunciato il salvataggio del pilota caduto la cui ricerca ha evidentemente fatto da copertura a questa operazione fallimentare, anche perché cosa se ne faranno mai di bidoni di uranio impoverito? Era forse un’operazione dimostrativa? Sta di fatto che l’account principale su X delle forze armate americane che pubblica praticamente ogni pochi minuti qualche notizia, è silente da oltre trenta ore. La batosta deve essere stata piuttosto brutta e ancora non sappiamo quanti possano essere stati i morti. Per il momento non è possibile sapere di più, ma di certo gli americani non festeggeranno più la Pasqua ma di certo si avviano a conoscere l’inferno.
Rivista Indipendenza
Notiziario, 4 aprile 2026, ore 22:00
– New York Times, da fonti di intelligence, che esprimono dubbi sulla reale portata dell’obiettivo di distruggere la capacità missilistica iraniana, uno degli scopi principali della guerra: l’Iran ha ancora una parte significativa di missili e lanciatori mobili, ripara rapidamente i bunker missilistici, anche in poche ore dopo essere stati colpiti e ha molteplici risorse sottoterra. Vengono impiegate esche, che rendono difficile valutare o distruggere gli obiettivi. Sul piano tattico emergono adattamenti, con cambi frequenti di modalità e aree di lancio, con distribuzione degli attacchi nel tempo e nello spazio e mantenimento della pressione senza consumare le risorse. Aggiungiamo noi: ci sono poi le linee di produzione sottoterra che continuano a funzionare.
– CNN: per l’intelligence USA, l’Iran mantiene un significativo potenziale offensivo (missili e droni). Questo nonostante i potenti attacchi di USA e Israele da cinque settimane a questa parte. Inoltre, una parte significativa dei missili da crociera iraniani per la difesa costiera non ha subìto danni. Il che rappresenta lo strumento chiave che consente all’Iran di regolare la navigazione nello Stretto di Hormuz. CNN sottolinea che queste informazioni d’intelligence contraddicono le dichiarazioni trionfali di Trump sulla distruzione pressoché completa dei mezzi d’attacco iraniani.
– Oggi l’Iran ha dispiegato una vasta gamma di siti di lancio da nord a sud. Lanci sono stati effettuati dai depositi e dai siti più remoti o isolati dalle basi principali. Gli attacchi sono stati registrati contro infrastrutture sia di Israele sia di alleati degli USA nella regione.
– L’Iran utilizza sofisticate tecnologie di rilevamento passivo a infrarossi per abbattere i jet statunitensi. Lo sostiene il colonnello in pensione dei marines ed ex vice assistente segretario di Stato, Steve Ganyard. «La mia ipotesi è che gli iraniani abbiano utilizzato quello che viene chiamato infrarosso. Hanno utilizzato un rilevamento passivo, che utilizza differenze di calore», ha dichiarato ad ABC News, commentando l’F-15E perso. Anche senza radar, l’antiaerea iraniana si avvale di tecnologia di imaging a infrarossi passiva di livello militare a ciclo completo (R&D alla produzione) innestati su diverse tipologie di missili che, sulla base di differenze di temperatura, identificano e colpiscono gli aerei nemici.
– The Daily Telegraph: il destino del secondo pilota del caccia statunitense F-15E abbattuto, scomparso sul territorio iraniano, potrebbe determinare il corso del conflitto in Asia occidentale. Se l’operazione di ricerca e salvataggio avrà successo, Trump potrebbe continuare l’operazione contro l’Iran e possibilmente espanderla. Se invece l’Iran rilascerà filmati del pilota catturato, le pressioni del Congresso e dell’opinione pubblica statunitensi sull’avvio di negoziati si faranno più pressanti.
– Trump: «Non possiamo occuparci degli asili nidi. Siamo un grande Paese. Stiamo combattendo guerre. Non è possibile per noi occuparci di asili nidi, Medicaid, Medicare, di tutte queste cose».
– (Al-Akhbar) Lega della Resistenza di Hezbollah, ala politica del gruppo nel Parlamento libanese: qualsiasi zona cuscinetto israeliana nel sud del Libano sarà un «cimitero per gli invasori», come la cintura di sicurezza dal 1985 fino alla sua liberazione. Il Libano si trova alla soglia di una nuova fase della sua storia e l’«aggressione» minaccia non solo una regione o un gruppo, ma l’esistenza stessa del Libano. Canale 12 (israeliano): l’IDF presenterà un piano per distruggere completamente dozzine di villaggi di confine nel sud del Libano e stabilire una zona di sicurezza che si estenderà da 2 a 4 chilometri dalla frontiera, senza che la popolazione libanese possa tornare. Il modello è simile alla «linea gialla» a Gaza e spingerebbe il confine più in profondità nel territorio libanese.
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Rivista Indipendenza
Notiziario, 3 aprile 2026, ore 23:00
– L’Italia sta esaurendo le risorse per contenere i prezzi della benzina. La sospensione della cancellazione delle accise sarà estesa fino al 1° maggio (costo: 500 milioni) il che esaurirà le ultime risorse disponibili. Non saranno più possibili ulteriori misure di sconto. Il governo Meloni chiede che l’Unione Europea allenti le regole sul deficit di bilancio (3% del PIL) se la guerra USA-Israele contro l’Iran persisterà. Giorgetti, ministro Economia e Finanze: l’Italia potrebbe non riuscire a ridurre il deficit al 2,8% del PIL quest’anno, dal 3,1% previsto nel 2025, per la crescita inferiore alle aspettative in un contesto di aumento dei prezzi dell’energia.
– Commissione Europea: l’Europa deve prepararsi a una lunga crisi energetica. Dan Jørgensen, commissario per l’Energia: «Questa sarà una crisi prolungata. I prezzi dell’energia rimarranno alti per molto tempo. Per quanto riguarda una serie di beni critici, la situazione peggiorerà ulteriormente nelle prossime settimane». L’UE sta esaminando tutte le opzioni possibili, inclusi razionamento del carburante e rilascio di una maggiore quantità di petrolio dalle riserve strategiche.
– Oggi Pete Hegseth, ministro della Guerra USA, ha licenziato più di 12 comandanti di alto rango, inclusi il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e generali di marina e aeronautica. Secondo analisti ritengono impraticabile, disastrosa, l’operazione di terra, pur limitata, cui Trump e Hegseth pensano.
– CNN: l’abbattimento del caccia F-15E è un «enorme colpo» per l’amministrazione Trump. Per salvare i due piloti sono stati mobilitati caccia F-35A, F-15, elicotteri Black Hawk e aerei d’attacco A-10 Warthog. Fonti USA: due elicotteri Blackhawk sono stati colpiti durante dette operazioni. Un A-10 Thunderbolt II abbattuto nello stretto di Hormuz. Un F-16CJ, danneggiato dalla contraerea iraniana, ha dovuto effettuare un atterraggio di emergenza. Una giornata nera per l’aviazione USA. Fortuna che le difese iraniane, a detta di Trump, erano state azzerate!
– USA in crisi per il tungsteno. La sua macchina militare ne dipende fortemente. Le riserve sono in esaurimento ed i prezzi sono aumentati di oltre il 500%. La situazione è aggravata dal predominio della Cina nelle catene di approvvigionamento e dalle sue restrizioni all’esportazione da cui il complesso militare-industriale USA (e non solo per il tungsteno) dipende. La creazione di una filiera di approvvigionamento indipendente dalla Cina richiederebbe dai tre ai dieci anni.
– L’Iran rifiuta di incontrare funzionari USA a Islamabad (Pakistan) per negoziare la fine della guerra. Trump: «L’Iran sta implorando un accordo, lo vogliono disperatamente». IRGC (Guardiani della Rivoluzione): la nostra strategia è quella di cacciare gli USA dall’Asia occidentale.
– L’Iran ha concesso, per la prima volta dalla guerra, alle navi francesi il diritto di passare attraverso Hormuz, dopo che Parigi, insieme a Pechino e Mosca, ha posto il veto a una proposta al Consiglio di sicurezza dell’ONU sul ricorso ad azioni militari per riaprire lo Stretto. Il limite è una singola nave francese al giorno. Ricordiamo che le navi non di Paesi della “Coalizione Epstein” possono passare solo dopo autorizzazione e pagando un pedaggio in yuan, ryal o cryptovalute.
– Politico: Trump ha allentato la pressione su Cuba perché impegnato a profondere quantità di risorse non indifferenti nel conflitto con l’Iran e perché non vuole inasprire le relazioni con la Russia. L’Avana beneficerebbe così di un «periodo di tregua». Di qui l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin, nonostante il blocco petrolifero in corso. La Casa Bianca non avrebbe abbandonato i piani per rovesciare il sistema politico a Cuba.
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Iran – USA, 3.4.2026
La civiltà persiana contro i barbari statunitensi.
Sul filo del rasoio
il Simplicissimus, 3.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/03/sul-filo-del-rasoio/
La situazione si evolve rapidamente. Forse non ci sarà la ventilata operazione di terra per la quale la Casa Bianca si è data tanto da fare, spostando numerosi reparti, aerei, personale e licenziando i generali che si opponevano a questa idea. come Randy George, David Hodne e William “Bill” Green. Ma il rischio di un fallimento è troppo grande e forse Trump ci sta ripensando, anche perché l’operazione cambierebbe ben poco della situazione che si è creata e sarebbe certamente sanguinosacon anche la consistente probabilità di fare anche una figuraccia sul piano militare. Si parla anche di trattative indirette che si svolgono per interposto Pakistan, il quale, a sua volta, riferisce a Pechino che è il reale negoziatore, ma che rimane nell’ombra perché non si fida né dell’amministrazione Trump, né degli assassini psicopatici e genocidi di Tel Aviv. Inoltre, altro segno positivo, per la parte statunitense non ci sono più Witkoff e Kushner, i due falchi di origine ebraica, ma il vicepresidente Vance, che tenta disperatamente di salvare una propria futura candidatura dai disastri provocati dal suo patron e che recentemente è stato attaccato dalla stampa israeliana. Però, comunque vada, alcune cose sembrano già essere certe: la prima è che l’Iran imporrà dei dazi in rial o yuan sul passaggio di Hormuz come risarcimento di guerra. Può ottenere facilmente questo scopo per due motivi: il primo è che ha dimostrato di poter colpire facilmente le installazioni energetiche degli Stati del Golfo trasformando la crisi petrolifera in dramma permanente e la seconda è che agli Usa questo conviene perché potranno vendere di più il proprio petrolio e a prezzi maggiorati.
La seconda cosa è che la politica del divide ed impera degli americani è riuscita frammentare il Consiglio di Cooperazione del Golfo con l’Oman e il Qatar che si sono dichiarati neutrali, l’Arabia Saudita che medita di vendicarsi di Trump dichiarando di non acquistare più armi americani e gli Emirati – una costruzione artificiale, creata dagli inglesi su territori appartenenti al Sultanato dell’Oman – sono di fatto entrati nella guerra americana contro l’Iran. Tuttavia la presenza del Pakistan tra i negoziatori indica che sono in corso trattative per dare vita al corridoio sud della via della seta attraverso il corridoio tra il porto pakistano di Gwadar, nonché terminal del Corridoio Economico Cina – Pakistan e quello iraniano di Chabahar, permettendo un flusso di petrolio e di merci prima impossibile viste le sanzioni a Teheran. Tra le due cose, la seconda è di gran lunga più importante preservando ed anzi sviluppando uno dei nodi integrazione tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale, configurandosi come uno smacco strategico per gli Usa.
La terza è che da questa vicenda ne escono perdenti sia gli Stati del Golfo, sia l’Europa, già indebolita dagli alti prezzi dell’energia derivanti dal suo rifiuto di avere rapporti commerciali con la Russia, e che sta ora perdendo ulteriori fonti di petrolio e gas (nonché di fertilizzanti e altre materie prime) e dovrà rivolgersi ai prezzi capestro degli Usa. Non è certo un caso se da Bruxelles giungano annunci di una nuova stagione di austerità e di segregazioni, visto che le oligarchie di comando si rifiutano ancora di comprare petrolio e gas a prezzi molto più convenienti dalla Russia. Questo durerà fino a che non ci saremo liberati dei burattini. europei, fino a che non saremo stanchi di balle, di lobby, di guerre, di crisi. Ed è qui che si colloca la sbracata commedia del nostro governo che con la farsa di Sigonella cerca di ingraziarsi l’Iran e far passare petrolio attraverso Hormuz.
Complessivamente però il risultato finale è una sconfitta epocale per gli States, i quali hanno definitivamente minato da soli il sistema del petrodollaro che trascina con sé anche tutti gli altri scambi commerciali in valuta americana, si sono alienati l’Europa, anche se non la Ue che è di fatto un loro prodotto, anche se parecchi faticano a comprenderlo e infine hanno regalato alla Cina una grande vittoria materiale e morale, perché i corridoi della Via della Seta sono intatti e anzi rafforzati, i russi sono di fatto i padroni dell’Artico e dunque delle vie alternative per il trasporto di merci ed energia, mentre l’Iran tornerà ad essere una potenza petrolifera e potrà ricostruire le macerie prodotte dagli americani. Non è che queste cose le vedo solo io: perciò ho il timore che qualcuno a Washington, ma soprattutto in Israele stia pensando ala bomba. Insomma siamo in bilico sul filo del rasoio.