Blog Iran 2026

Iran 2026

Anche facendo seguito a un articolo redatto dopo la prima aggressione del regime sionista-statunitense contro l’Iran del 17 giugno 2025 – e allo scopo di aggiornarlo – riprendo qui e sintetizzo alcune delle riflessioni e dei documenti che ho raccolto (nelle sezioni ‘commenti’) a partire dal secondo e più grave attacco alla Repubblica dell’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026.
Del contenuto dei miei brevi commenti ai documenti selezionati, anticipo che non si tratta soltanto di un conflitto politico-economico per quanto distruttivo; ne va invece del destino della stessa razionalità greca ed europea.

 

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Giorgio Agamben, 8.3.2026

Così osserva, comprende e parla un filosofo, Giorgio Agamben.
La più parte dei professori e degli intellettuali (anche italiani) invece tace perché non osserva e non comprende. O addirittura si fa complice dell’imperialismo e dell’orrore.
Fonte: Quodlibet

Agamben_Iran

 

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Vincenzo Costa, 8.3.2026

Vincenzo Costa è professore ordinario di Filosofia teoretica al San Raffaele di Milano.
Le informazioni che fornisce in questo suo breve intervento sono una prova assai plastica della miseria culturale italiana. Il personaggio con il cui nome chiude il testo è stato ascoltato come ‘esperta’ anche dall’Ateneo di Catania, che è anche il mio. Mi vergogno.

Portare luce e cultura nell’oscurità del mondo persiano
di Vincenzo Costa – 8.3.2026
Fonte: Arianna Editrice

C’è questa cosa che ci differenzia dall’Iran oscurantista e dittatoriale, dove superstizione e ignoranza regnano sovrane:

il ministro degli Esteri ha studiato in Inghilterra, con un docente marxista.
La sua tesi di dottorato cerca di capire come la tradizione islamica moderna abbia cercato di conciliare sovranità divina e sovranità popolare, dunque democrazia e metafisica.
Ha dunque letto la sua stessa tradizione con strumenti concettuali occidentali, può assumere il nostro punto di vista, sa che cosa sono culture subalterne, conosce i problemi del rapporto tra le culture.

Noi abbiamo Tajani e Hegseth. Niente da aggiungere.

Ali Larijani, segretario del consiglio supremo di sicurezza, ha scritto su Kant, Lewis e Kripke, oltre ad avere una laurea in matematica e scienze e un dottorato in filosofia occidentale.
Noi possiamo vantare Crosetto o la Schlein

Insomma l’Iran è ignoranza, e noi siamo il sapere e la mente aperta.
Mi sto accorgendo che gli altri ci conoscono, e noi non sappiamo niente degli altri, tranne quello che qualche scemo di repubblica o de Linkiesta si inventa.
Gli altri studiano, noi ascoltiamo Cecilia Sala…

 

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Eh sì, l’immondo governo anglo-sionista realizzerà con buona probabilità un nuovo mega attentato, forse a Los Angeles. E poi lo attribuirà all’Iran.
Questi criminali senza onore non possono capire che l’Iran non farebbe mai una cosa del genere, anche se ne avesse la capacità (cosa che non credo abbia).

USAI_Autoattentati

 

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L’articolo che segnalo qui sotto riassume delle ovvie ma gravi verità che molti occidentali proprio si rifiutano di cogliere:
«In Iran, almeno nelle grandi città le donne non portano il velo, ma in Arabia Saudita sì, ma nessuna povera testolina ipocrita verrebbe assunta in un giornale se lo dicesse. il regime degli Ayatollah è demonizzato perché “teocratico”, ma non ha mai fatto guerre ed ha subito solo aggressioni, mentre Israele, dove l’aggressione nei confronti di altri Paesi viene teologicamente giustificata sulla base della Bibbia, sarebbe invece perfettamente democratico. In più mentre Teheran ha da decenni rinunciato alla bomba, Israele invece la possiede in barba ad ogni accordo sul nucleare».

Contro i barbari: la lotta dell’Iran è la nostra lotta
Fonte: il Simplicissimus, 27.3.2026

 

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Non regime change: distruzione. La guerra all’Iran è un progetto di caos globale
Pino Cabras, 28.3.2026

Andate al terzo capitolo del report “Quale via per la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” e leggerete queste righe:
«Una insurrezione è spesso più facile da fomentare e da sostenere dall’estero… Fomentare un’insurrezione, notoriamente, richiede un impegno economico poco oneroso… sostenere di nascosto l’insurrezione consentirebbe agli Stati Uniti di poter negare in modo plausibile di averlo fatto, riducendo i contraccolpi sul piano diplomatico e politico… a differenza di quanto avverrebbe se gli Stati uniti si adoperassero per organizzare un’azione militare diretta… Dopo che il governo sarà per alcune volte finito sotto scacco, ci sarà anche il pretesto per agire.»
Firmato Brookings Institution (think tank senza fini di lucro con base a Washington), data 2009.
In nessun momento la coalizione Epstein, nel suo attacco all’Iran, si è posta un qualche obiettivo reale di “regime change”. Magari alcuni degli attori coinvolti hanno recitato questo ruolo, fossero consapevoli oppure no. Un modo per creare consenso presso certe figure influenti in giro per il mondo consisteva nell’attirarle con la promessa di un esito politico ordinato: togli gli Ayatollah e metti lo Scià.

Ma bastava guardare a tutte le guerre degli ultimi decenni nel cosiddetto Medio Oriente allargato, dalla Libia all’Afghanistan, per notare che non era questo l’obiettivo. I perturbatori occidentali e del Sionismo Reale non hanno mai puntato all’ordine, ma al caos. Consistente in una corona di stati falliti, non in grado di rimettersi in piedi, da ritagliare poi con nuovi confini, feudi, signorie della guerra deboli e manovrabili, tributarie di una nuova Signoria, la Grande Israele che si rivela appieno con un profilo messianico predatorio senza più troppe maschere (come di fatto esplicitato dall’agente del Caos attuale, Bibi il Genocida). Un nuovo sistema che pasteggia sui cadaveri dei vecchi Stati e si erge a Superpotenza mondiale in simbiosi con i tecnofeudatari di un nuovo potere totalitario e di rapina basato negli Stati Uniti, proiettato a una guerra mondiale per le risorse.
È chiaro che il resto del mondo non ci sta. In primis la civiltà dell’Iran non ci sta. E oppone sapienza, forza, metodo, al punto da porsi come un baluardo, una dimostrazione concreta di resistenza. In condizioni normali sarebbero già da considerare i potenziali vincitori. Ma il punto drammatico è che non siamo affatto in condizioni normali. Perché?

Perché l’Impero del Caos è fermamente orientato a distruggere un’intera civiltà. L’attacco alle acciaierie del decimo produttore mondiale di acciaio, qual è l’Iran – che aveva superato recentemente l’Italia per numero di auto prodotte – svela un intento di annichilimento da guerra totale. Trump, che parla di negoziati in corso mentre bombarda le basi industriali di un paese, emerge come una figura orrendamente tragica. Sappiamo che non ci sono negoziati, ma se ci fossero sarebbe una dimostrazione riconfermata di barbarie assoluta. Siccome i negoziati non ci sono, l’unico scopo è evocarli per far guadagnare in borsa qualcuno a lui vicino.
La barbarie, beh, quella, resta comunque, così come resta – a questo punto – l’inevitabilità dell’escalation e la distruzione del Golfo Persico.
Siccome la posta in gioco sale, gli iniziatori di questa guerra sono disposti a tutto, compreso, se gli servirà, un evento sulla scala dell’11 settembre 2001 o peggio, con un attacco sotto falsa bandiera volto a torcere il braccio all’Europa, silenziare gli elettori americani traditi da Trump e furiosi con lui, per trascinarci tutti nel disastro, dove si bruciano i debiti, i crediti, i libri contabili di un sistema ansioso di resettarsi.

Su una scala di questa dimensione non è poi possibile fare le previsioni sugli scenari ulteriori.
Occorrerebbero voci autorevoli. Ma il primo viaggio all’estero di papa Prevost è a Montecarlo. Se il mondo è un casino, potrà benedire un casinò.

 

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A che punto è la notte di Sion
29.3.2026

A_che_punto_la_notte_29.3-2026

 

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Andrea Zhok è Professore Associato di Filosofia morale alla Statale di Milano

C’è una moralità della memoria, che noi nel mondo occidentale abbiamo dismesso
Andrea Zhok, 30.3.2026

Nella storia ogni popolo che abbia posseduto una capacità di radicamento storico ha rispettato varie forme di moralità, non solo verso l’interno, ma anche verso gli altri popoli con cui si confrontava, anche militarmente. 

Popoli noti per la durezza delle proprie rappresaglie, come i Turchi o gli stessi Romani, ci tenevano molto a presentare l’eventuale crudeltà come il giusto equilibrato contrappasso per una violazione. Questa rivendicata affidabilità dei patti (Pacta Sunt Servanda) non era un segno di debolezza, ma di forza consapevole.

Per fondare imperi, per rimanere radicati in terre conquistate, era necessario fornire una cornice normativa che consentisse anche all’avversario di ieri di trovare un proprio spazio nel lungo periodo.

Lo sterminio, la cancellazione del nemico, erano legittimati solo di fronte alla percezione di una violazione dei patti. 

La ragione di questa esigenza di giustizia – sia pure la propria giustizia – era semplice: l’esercizio della violenza arbitraria, del tradimento, dell’inganno non sono “immorali” perché “non sta bene”, non per ragioni formali, ma profonde: immorale è ciò che mina il “mos”, mina il costume, incrina la possibilità di convivere nella cornice dei medesimi costumi. 

Che il guerriero sconfitto in battaglia divenisse schiavo può inorridirci, ma era parte delle regole del gioco (l’alternativa era farsi uccidere in battaglia). Questo non significava che tutto fosse concesso, neppure verso lo schiavo. 

Il senso del comportamento morale nei confronti del nemico è semplice: serve a creare una piattaforma di convivenza nel lungo periodo, anche con il nemico vinto. Se non lo si fa, non si perviene mai davvero ad una vittoria.
L’esibizione di comportamenti irriducibilmente arbitrari, il sopruso, la violenza insensata sul più debole creano il terreno per un illimitato desiderio di vendetta e rivalsa. E questo significa che il conflitto rimarrà sotto traccia, pronto sempre a riaccendersi: la “vittoria” non giunge davvero mai perché non c’è alcuna chiusura. 

Una delle ragioni per cui i nazisti finirono per essere travolti era la grande difficoltà culturale che avevano nel trattare gli altri (anche i collaborazionisti) come loro pari. Il suprematismo nazista lasciò ovunque una memoria risentita e appena la superiorità militare iniziò a scricchiolare, tutto prese a crollare rapidamente.

Questa lezione che tiene insieme politica di potenza e moralità è scomparsa nella cultura israeliana e statunitense.

 

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In attesa che l’Ateneo di Catania e il Dipartimento nel quale insegno si esprimano, enuncio qui la mia solidarietà personale verso i colleghi delle Università iraniane, le cui sedi e vite sono aggredite dall’imperialismo sionista e anglosassone.

Iran_Universita

 

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Temo che la realtà stia proprio nei termini indicati qui sotto dal breve intervento di Federica D’Alessio
Ogni giorno che passa, ogni ambulanza colpita con i suoi passeggeri, ogni esodo e massacro imposto ai villaggi libanesi, ogni sterminio di bambine iraniane, ogni famiglia e città palestinese della Cisgiordania violentata e bruciata, la distruzione completa di Gaza e il genocidio dei suoi abitanti, ogni affermazione che ‘per il popolo eletto il diritto internazionale non vale’, come ha affermato Bezalel Smotrich,  ministro della Difesa del governo di Israele e come molti altri esponenti di quello Stato ribadiscono ormai ogni giorno, tutto questo e molto altro conferma che «l’orda tribale» è un pericolo reale e fuori controllo, è la nemica di tutti noi:

Israele_nemico

 

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Andrea Zhok (1.4.2026) sugli esorcisti che popolano la Casa Bianca e consigliano Trump.
La follia non politica ma proprio clinica del potere degli Stati Uniti d’America è ormai palese, assolutamente palese.

Usa_esorcisti

 

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Il progetto è questo, è la Grande Israele.
Un progetto messianico-teocratico, il quale se non verrà fermato metterà seriamente a rischio l’identità e la forza dell’illuminismo europeo, della razionalità greca.

IL BIG BANG GEOPOLITICO DEL GRANDE ISRAELE
Pino Cabras, 2.4.2026

In questi anni di bellicismo genocidiario, la classe dirigente del Sionismo Reale ha portato a galla la sua volontà egemonica a lungo raggio, volta a creare il “Grande Israele” come Superpotenza mondiale con una base territoriale da impero vasto su scala subcontinentale.
Quel che fino a ieri sembrava un fenomeno latente, sottovalutato perché visto distrattamente presso gruppi comunque legati a uno staterello piccolo come una regione italiana, appare ora nella pienezza di un progetto esplicito, sfrenato, apertamente rivendicato, alla ricerca di uno spazio vitale che travolge i confini.

Non sono più i soliti brutti ceffi razzisti come i ministri Ben Gvir o Smotrich a volersi allargare a suon di stragi.

È lo stesso Netanyahu a preconizzare l’avvento del Messia mentre si travolgono tutti i poteri mediorientali. Sempre lui parla di future rivincite su Roma, come se volesse dire “il mare Nostrum? È nostrum. Il messia non è un indifeso uomo torturato e crocifisso. Il vero messia tortura e sopprime”.

Gli fa già eco il capo dell’opposizione Yair Lapid , per ricordarci che la questione non è in mano a una sola parte spregiudicata, ma investe quasi tutto l’arco politico israeliano: ora Lapid appoggia apertamente il progetto del Grande Israele. Qualche mese fa l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, candidamente reputava tutto il vasto mondo mediorientale citato dalla Bibbia dal Nilo all’Eufrate come il nuovo perimetro di una Israele autorizzata a occuparlo in base alle sue esigenze. Il supremo garante di Israel First e di Make Israel Great Again è oggi Donald Trump, che ritaglia per sé e i suoi famigli un processo di accumulazione primitiva che ridisegna gli equilibri del capitalismo occidentale intorno a un nucleo ristretto di tecnofeudatari disposti all’Apocalisse.

 

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Ancora da un articolo di Andrea Zhok, 23.3.2026

Diversa la situazione di Israele, che sta rapidamente passando dal sogno della Grande Israele all’incubo di star perdendo lo scudo americano, proprio nel momento in cui ha suscitato un odio irrefrenabile tutto intorno a sé. 

L’atteggiamento israeliano di distruzione indiscriminata verso chiunque gli desse fastidio, Libano, Iraq, Iran, Gaza, vantandosi della propria spietatezza, della propria ferocia, ingannando, assassinando personalità autorevoli come Khamenei, macellando donne e bambini, ha concentrato su Israele un odio che credo abbia pochi analoghi storici. 

Nel momento in cui Israele dovesse mostrare segni di debolezza, l’odio seminato gli ritornerà addosso (e questo – beninteso – prima o poi accadrà comunque, quali che siano gli esiti dell’attuale aggressione all’Iran).
Ma al presente questo contesto fa sì che la pressione per l’utilizzo dell’arma nucleare come ultimo, estremo, mezzo di coercizione, continui ad aumentare.

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In relazione a quest’ultima riflessione di Zhok e a quanto accennato più sopra, è prevedibile un’azione disperata e nichilistica dell’animale ferito a morte. Essa potrebbe indirizzarsi o verso l’utilizzo della bomba nucleare sull’Iran – gli Stati Uniti d’America sono l’unico Paese al mondo ad aver già sganciato delle bombe atomiche su due città umane – oppure un’azione simile a quella dell’11 settembre 2001, la quale diede agli USA il pretesto per rendere pervasivi il controllo e la violenza verso il resto del globo. Forse far crollare un altro grattacielo, ad esempio a Los Angeles, e attribuirlo falsamente all’Iran potrebbe costituire motivo di utilizzo della bomba nucleare.
Spero che queste rimarranno soltanto delle previsioni sbagliate.

 

Grande_Israele

 

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