Soltanto i ciechi e gli accecati non vedono e non vogliono vedere che quanto accade a Gaza è un genocidio, un lucido e voluto genocidio. La domanda è dunque: i palestinesi e un loro Stato hanno diritto a esistere oppure devono essere spazzati via dalla faccia della Terra?
La risposta è chiara: il problema palestinese sarà risolto quando neppure uno di loro abiterà più la Palestina, diventata definitivamente «il grande Israele».
Questo genocidio è in corso da molto tempo, è attuato da Israele ed è sostenuto in tutti i modi dagli Stati Uniti d’America, un Paese che mostra ormai senza infingimenti la propria natura guerrafondaia e terroristica, un Paese che è diventato il più pericoloso per la pace su questo martoriato pianeta.
E allora pongo di nuovo le domande che rivolsi qualche mese fa:
Che cosa autorizza un Paese come gli Stati Uniti d’America a intromettersi nelle decisioni, nella vita, nelle libertà di altri Paesi?
In nome di che che cosa gli USA sono giudici dei destini di ciò che avviene nel continente asiatico, in America Latina, nel Vicino Oriente, in Europa, ovunque?
Da dove proviene questo privilegio assoluto di stabilire per tutti che cosa sia il bene e che cosa il male?
Che cosa legittima la pretesa che gli altri popoli, stati, nazioni debbano obbedire ai giudizi, alle decisioni, alle azioni e alle armi degli Stati Uniti d’America?
Sono davvero interessato a delle plausibili risposte, che non siano l’unica possibile e realistica: «Perché gli Stati Uniti d’America sono attualmente il Paese più forte e militarizzato del mondo e i più forti fanno ciò che vogliono dei più deboli».
[La fotografia di apertura è stata scattata da Davide Amato in occasione di un evento organizzato lo scorso maggio dall’ASFU e dedicato alla guerra]






Stati Uniti d’America – Cina. Un confronto.
I bombardanti.
Cuba, un altro crimine degli Stati Uniti d’America.
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Que viva Cuba libre
il Simplicissimus, 29.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/29/que-viva-cuba-libre/
«Terroristi» , certo. Ma anche barbari e avidi.
Tucidide? Who is this guy?
il Simplicissimus, 16.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/16/tucidide-who-is-this-guy/
Vola la fantasia… e a Washington non manca mai: se la realtà è matrigna, allora meglio sognare, come il sistema narrativo occidentale ci dice di fare ogni giorno, ogni ora, in qualsiasi occasione. No, Trump non rinuncia ai suoi sogni e se non è riuscito a cavare un ragno dal buco a Pechino, chissenefrega, diciamo lo stesso meraviglie. Basta vedere la straordinaria divergenza tra le versioni del vertice di Pechino, data dal governo cinese e dall’amministrazione americana, per comprendere appieno il fallimento e il tentativo di gonfiare il canotto per far navigare mister president nella palude in cui si è cacciato. Per la verità non esistono dei documenti ufficiali, nemmeno una dichiarazione finale, ma solo considerazioni dei due governi distanti come il giorno e la notte. La Casa Bianca afferma che la Cina ha accettato la tesi che che l’Iran non debba mai possedere un’arma nucleare e che è anche d’accordo sull’impedire un sistema di pedaggi iraniani ad Hormuz, ma in realtà, come sappiamo da indiscrezioni provenienti da fonti affidabili, Xi ha respinto fermamente la richiesta di Trump di esercitare pressioni sull’Iran e di contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz.
Sogna, ragazzo sogna. Washington ha messo assieme un comunicato ufficiale in cui dice testualmente: “le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia. Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, ed ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre in futuro la dipendenza della Cina dallo Stretto. Entrambi i paesi hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.” Ma il comunicato cinese si limita a dire che ” le due parti hanno discusso del conflitto in Medio Oriente.”
E questo è accaduto in pratica su ogni capitolo di discussione. Gli Usa dicono che le due parti hanno discusso di “aumentare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli statunitensi”, mentre il comunicato cinese si limita a citare scambi “reciprocamente vantaggiosi” il che, visto il costo dei prodotti americani, peraltro anche pesantemente manipolati, esclude grandi quantità di commerci in questo settore. Ma su un altro punto le divergenze sono ancora più accentuate. Washington sostiene che Pechino si è trovata d’accordo “sull’ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane e sull’aumento degli investimenti cinesi nelle industrie statunitensi”, mentre invece le cose stanno molto diversamente visto che la Cina sostiene di voler “aprire le sue porte più ampiamente“, ma alle proprie condizioni, non come una risposta alle richieste statunitensi di accesso al mercato. E infatti mentre Trump parla di fantastici affari che sarebbero stati fatti dalla folla di capi di aziende tecnologiche che si è portato dietro, i cinesi considerano queste presenza solo come un atto di cortesia.
Credo il clou dell’incontro sia stato quando Xi ha chiesto a Trump se la Cina e gli Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi potenze. Tucidide? Chi è mai costui? Un wrestler, una nuova marca di patatine oppure una nuova griffe giapponese? Eppure di questa trappola si parla da anni proprio perché l’America è nel pieno di questa sindrome che consiste nel tentativo della potenza dominante di impedire l’ascesa di quella emergente. Quasi sempre è guerra. E appunto Xi ha chiesto all’amministrazione americana di sfuggire a questa logica e di costruire un futuro di pace. Ma non credo che a Washington ci sentano da questo orecchio: se gli Stati Uniti rinunciassero ai vantaggi di una posizione dominate, tutta l’élite a stelle e strisce, che di questo ha vissuto da oltre un secolo, verrebbe spazzata via assieme al sistema di dominanza interna e esterna che ha creato. E non è certo un mistero che Russia e Cina, per interposto Pakistan, stanno lavorando a una nuova architettura di sicurezza per il Golfo Persico.
L’obiettivo a breve è quello di convincere l’Arabia Saudita e il Qatar a interrompere di fatto i legami militari con gli Stati Uniti e a stipulare un accordo strategico garantito da Russia e Cina. Se l’Arabia Saudita e il Qatar persisteranno nel proibire agli Usa di utilizzare le loro basi e il loro spazio aereo altri attacchi all’Iran saranno impossibili, anche con il pungolo di Netanyahu.
Da: Trump da Xi col cappello in mano
il Simplicissimus, 12.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/12/trump-da-xi-col-cappello-in-mano/
«La sabbia scorre dentro la clessidra e se avessimo delle tacche per misurare il tempo potremmo andare a 9 anni fa al 2017 che è così vicino e al tempo stesso così irrevocabilmente lontano. In quell’anno Trump andò in Cina come capo di una indiscussa potenza planetaria in grado di imporre al resto del mondo le regole commerciali e la sua tecnocrazia. Poi è venuta la pandemia con le sue dense ombre che ancora e ancora aleggiano tra sanità e politica, poi è venuta la guerra in Ucraina dove si è infranta la potenza occidentale, poi Gaza, poi l’Iran dove si sono dissolte quelle regole che venivano proclamate come la magna charta dell’insieme geopolitico. Oggi Trump va in Cina come capo di una potenza assediata dai debiti, quasi sfrontata nell’esigere che il resto del mondo continui a finanziare il suo stile di vita, avido e vuoto, ma irrimediabilmente rivelatasi incapace di dare corpo alle sue ambizioni. Va in Cina dopo il fallimento della guerra a Teheran, l’incapacità di aprire Hormuz, con i suoi arsenali semivuoti, con i suoi dazi falliti, con una Cina in grado di dettare le regole o almeno parte di esse.
Se questo appare evidente dal di fuori, comincia ad apparire anche all’interno, tanto che persino l’American Council on Foreign Relations, un influentissimo think tank legato alla fondazione Rockefeller, è costretto ad ammettere che il presidente va a Pechino in una posizione di debolezza e ci va per chiedere alla Cina di esercitare la sua influenza per la riapertura di Hormuz e probabilmente per togliere il contingentamento delle terre rare, essenziali anche per la macchina militare americana, per stabilire regole comuni: è quasi il riconoscimento di un passaggio epocale.
Questo non è facile da riconoscere da parte di analisti immersi nella cultura e nel mito del Paese eccezionale. La conclusione del Council è che, sebbene gli Stati Uniti restino più forti della Cina in termini di potenza militare e finanziaria combinata, hanno già perso la capacità di condurre simultaneamente uno scontro globale su più fronti senza aumentare la propria dipendenza da partner e rivali. La Cina, al contrario, ha imparato a trasformare il peso eccessivo degli Stati Uniti in un vantaggio negoziale e non ha bisogno di guerre, ma solo di aspettare che l’enfatica governance americana, ormai in rotta verso un sistema feudale, perda la capacità di imporsi contemporaneamente in Europa, Medio Oriente e Asia».
«Dunque, alla fine, Trump non è altro che un ostaggio dei sionisti, degli evangelici biblici, dei cretini incompetenti di cui si è circondato e della sua stessa sindrome patologica di narcisismo: cerca una via di uscita cambiando idea ogni momento, provando a vedere se c’è un qualche pertugio nella trappola in cui si è andato a cacciare».
Da: Quattro passi nel girone infernale di Washington
il Simplicissimus, 6.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/06/quattro-passi-nel-girone-infernale-di-washington/
…Stati Uniti d’America 2026, realtà
Stati Uniti d’America 2026, propaganda…
I rapporti assai stretti tra gli Stati Uniti d’America e il regime hitleriano negli anni Trenta sono ormai assodati dalla storiografia ma rimangono nell’ambito degli studi specialistici. Ogni tanto emergono anche sul web, come in questo caso.
Giubbe Rosse, 29.4.2026
Fonte: https://t.me/rossobruni/61700
L’amministrazione Trump sta trasformando la guerra tra Stati Uniti e Iran in una guerra globale che ridisegna completamente gli scenari geopolitici: da un lato gli USA con i loro alleati (Israele, Argentina, Emirati dopo l’uscita dall’OPEC), dall’altro Europa, Cina e paesi asiatici che dipendono fortemente dal petrolio del Medio Oriente. È una guerra di resistenza, che si combatte sul piano energetico e finanziario e che ha come fine ultimo strozzare la Cina, i suoi approvvigionamenti energetici e i suoi alleati (Venezuela, Iran, mentre continua la pressione sulla Russia usando il proxy ucraino). È una gara a chi resiste di più. Trump è convinto di poterla vincere, dal momento che gli USA dipendono solo per il 10% dalle importazioni di petrolio che transitano per lo stretto di Hormuz. Il prezzo maggiore di un blocco prolungato del petrolio mediorientale lo pagheranno i paesi asiatici e l’Europa.
La strategia di Trump, però, non mira solo a mettere in ginocchio finanziariamente l’Iran e a strozzare l’approvvigioamento petrolifero della Cina attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Malacca (si veda in proposito l’accordo militare bilaterale firmato pochi giorni fa con l’Indonesia). Mira anche a distruggere l’economia europea e a creare la tempesta perfetta per la fine della NATO, un’alleanza obsoleta che Washington considera ormai un peso morto (gli USA vogliono tenersi solo alcuni alleati chiave in Europa e scaricare quelli non più funzionali).
Va da sé che la condizione necessaria per il successo di questa strategia è il controllo dei prezzi del petrolio in patria. Trump confida nel fatto che il blocco di Hormuz spingerà molti paesi ad acquistare petrolio dagli Stati Uniti, come di fatto sta già avvenendo, dando per scontato che il petrolio pesante che arriva dal Canada continuerà a fluire e a rifornire le industrie del Midwest. Ma se i raffinatori americani saranno attratti dai premi offerti dagli importatori europei e asiatici, fatalmente questo si ripercuoterà sui prezzi nazionali e, in ultima analisi, sul prezzo alla pompa che l’americano medio dovrà pagare. È bene ricordare, infatti, che, diversamente dal petrolio cartaceo, il petrolio fisico è un gioco a somma zero. I barili non si inventano dal nulla.
Trump, a sette mesi dalle elezioni di medio termine e due anni e mezzo dalla fine del suo secondo e ultimo mandato, ha deciso di rischiare tutto. Chi ascolta i suoi ultimi discorsi, al netto delle proverbiali fanfaronate che ormai suscitano solo ilarità o, peggio, commiserazione, ricava l’impressione di un presidente che vede se stesso come un eroe incompreso, come un Cristo che porta la croce e si sacrifica per chi verrà dopo. Proprio ieri, parlando di guerra all’Iran, ha detto in conferenza stampa: “Sto facendo quello che molti presidenti prima di me non hanno voluto fare”. E il bello è che, in parte, ha pure ragione. Trump non sta lavorando per il suo partito, ma per l’impero. E ai democratici questo va benissimo: è comodo per loro avere qualcuno alla Casa Bianca che fa il lavoro sporco. Se Trump fallirà, si prenderà da solo tutte le colpe. Se invece avrà successo, i benefici ricadranno su tutti gli americani. Per questo, i democratici non stanno facendo alcuna vera opposizione alla guerra in Iran, al di là di qualche simbolica presa di posizione sui social. Trump ha messo sul piatto tutte le fiches. Rischia tutto, tanto ormai non ha poco o niente da perdere.
Quella che è nata come guerra contro l’Iran si è trasformata in una guerra globale di resistenza. Vince non chi picchia più forte, ma chi rimane in piedi più a lungo.
“Altri ne prenderanno il posto dopo il tentativo di imporsi con la distruzione.”
La tregua prima della tempesta
il Simpicissimus, 23.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/23/la-tregua-prima-della-tempesta/
Il terrorismo statunitense è ancora assai aggressivo ma è sempre più in difficoltà.
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Il piano B di Trump contro la civiltà
il Simplicissimus, 22.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/22/il-piano-b-di-trump-contro-la-civilta/
“Trump è certamente malato, ma la sua patologia è quella stessa dell’America”
Muoia Sansone con tutti i filistei
il Simplicissimus, 15.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/15/muoia-sansone-con-tutti-i-filistei-2/
LA TREGUA CONSENTE A IRAN E OMAN DI APPLICARE PEDAGGI SUL TRASPORTO ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ
Fonte: Times of Israel (https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/truce-lets-iran-and-oman-charge-fees-on-shipping-through-strait-of-hormuz-regional-official/)
Il piano di cessate il fuoco di due settimane prevede la possibilità da parte sia dell’Iran che dell’Oman di applicare pedaggi sulle navi che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, afferma un funzionario regionale.
Il funzionario afferma che l’Iran utilizzerà i fondi raccolti per la ricostruzione. Non è immediatamente chiaro che cosa farà l’Oman con i suoi soldi.
Lo stretto si trova nelle acque territoriali sia dell’Oman che dell’Iran. Il mondo considerava il passaggio una via d’acqua internazionale e non aveva mai pagato pedaggi prima.
Il funzionario, che era stato direttamente coinvolto nelle negoziazioni, parla a condizione di anonimato per discutere delle deliberazioni interne.
Un vero capolavoro. Non solo ha fallito nell’instaurare un cambio di regime a Teheran, finendo anzi per cementare la coesione e rafforzare l’orgoglio nazionale iraniano. Non solo ha perso il voto e la fiducia di milioni di cristiani con un post che lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni e macchierà per sempre la sua reputazione agli occhi dei posteri. È riuscito pure a trasformare la più importante via di transito commerciale globale, finora gratuita, in un transito a pagamento a tutto vantaggio di quel nemico di cui fino a poche ore fa minacciava di estinguere la civiltà.
È una débâcle a tutti i livelli la sua: non solo militare e geopolitica, ma soprattutto umana e di immagine. È difficile immaginare come Trump possa risollevarsi dalla voragine nella quale si è cacciato da solo dal 28 febbraio a oggi.
Ecco come si esprime un criminale blasfemo, che crede di parlare in nome di un Dio.
Trump è soltanto la manifestazione chiara e patologica della bestemmia che gli Stati Uniti d’America sono.
La macchina-trump.
Il segreto della guerra: un cretino, un sionista e un fuori di testa
il Simplicissimus, 6.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/06/il-segreto-della-guerra-un-cretino-un-sionista-e-un-fuori-di-testa/
Probabilmente sarebbe difficile trovare nella storia una vicenda simile a quella americana, in cui alla vigilia di un attacco ventilato, annunciato, sventolato ai quattro venti, vengono licenziati i generali e gli alti gradi che dovrebbero pianificarla e dirigerla. Eppure è successo: uno stillicidio di licenziamenti che è culminato con il benservito dato a Randy George, l’ufficiale più alto in grado dell’esercito. Ufficialmente questa epurazione è avvenuta per il fatto che questi alti gradi sarebbero troppo ideologizzati, qualsiasi cosa questo voglia dire, ma è un evidente pretesto perché se fosse vero sarebbero stati mandati a casa molto prima, come del resto era avvenuto con il capo di stato maggiore congiunto, il generale dell’aeronautica Charles Q. Brown, destituito l’estate scorsa o con i vertici dell’Nsa. Il fatto invece è che questi alti gradi si sono strenuamente opposti all’aggressione contro l’Iran, riconoscendone pienamente i pericoli.
Ma alla radice di questo dramma militare che si è poi concretizzato nel fallito tentativo di sabato notte di raggiungere i depositi di uranio arricchito e impoverito presenti nella regione attorno ad Isfahan, prendendo a pretesto il salvataggio di un piota abbattuto, non c’è solo Trump che, ormai lo si è capito, è un personaggio confuso e facilmente gestibile dalla cupola di potere, ma soprattutto il segretario alla guerra, Pete Hegseth, che esercita una nefasta influenza sulla Casa Bianca. Si tratta di un totale incompetente: sebbene ami dichiararsi un veterano della guerra in Iraq, non ha mai comandato nulla di più grande di un plotone di fucilieri, ma a quanto pare aveva attirato l’attenzione di Trump come commentatore entusiasta su Fox News . Tuttavia, quando Trump lo nominò, venne ben presto alla luce che aveva un grave e cronico problema di alcolismo, mentre le organizzazioni non profit per veterani che guidava erano fallite. Come se questo non bastasse, è stato anche accusato di violentato una donna presente a un congresso repubblicano e ha evitato la denuncia pagando 50 mila dollari: solo le pressioni di Trump gli hanno permesso di superare l’esame del Senato. Chi sia davvero appare chiaramente dalla foto di apertura.
Il personaggio non è solo inesperto, ma è anche un formidabile cretino: in una chat ha condiviso dettagli sensibili e classificati sugli imminenti attacchi aerei contro gli Houti, inclusi i tipi di aerei e missili, nonché gli orari di lancio e di attacco e persino il nome di un agente della Cia sotto copertura. Anche in questo caso, l’intervento di Trump gli ha consentito di evitare il licenziamento. E poi ha tentato di speculare in borsa grazie alla sua conoscenza dell’attacco all’Iran, scommettendo milioni di dollari sull’industria bellica, ma è riuscito addirittura perderci investendo proprio in quei pochi ambiti che hanno perso valore. Questo è tutt’altro che secondario perché significa non capire nulla dei fattori in gioco nella guerra che ha voluto a tutti i costi. Ma a sua volta Hegseth, non è altro che un prestanome o un prestafaccia: chi lavora davvero alla guerra è il suo vice, nientemeno che il miliardario ebreo Steve Feinberg, fondatore del Cerberus Capital Management e accreditato di un patrimonio di 60 miliardi di dollari. Con alle spalle un cretino e un magnate sionista la decisione assurda di attaccare l’Iran diventa assai più comprensibile, stante la completa confusione mentale di Trump che è già un complimento visto che presuppone una mente.
Adesso però bisogna tornare all’inizio di questo post: parrebbe, ma ovviamente questo non è dimostrabile, che la folle idea di servirsi della marina per scortare le petroliere, sia stata abbandonata per la strenua opposizione dei comandanti della marina, consapevoli che le navi sarebbero state sottoposte a un tiro al bersaglio, e questa sorta di ammutinamento ha spinto Trump a chiedere l’aiuto degli alleati della Nato, che ovviamente gli hanno risposto picche. Tutta l’assurdità di questo gioco tra il cretino, il miliardario e il fuori di testa, ha avuto come risultato che ormai i mercati non credono più alle fanfaronate di Trump sulla vittoria e i prezzi del petrolio non vengono più influenzati dalle dichiarazioni della Casa Bianca e tutti si aspettano un Armageddon economico.
Andrea Zhok, 3.4.2026
Oggi, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto le dimissioni, rispettivamente:
del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Randy George, del Generale David Hodne, a capo del Comando per la Trasformazione e l’Addestramento dell’Esercito, e del Maggiore Generale William Green, capo del Corpo dei Cappellani dell’Esercito.
Le ipotesi per questa decisione sono sostanzialmente due, una rivolta al passato e una al futuro: o l’amministrazione Trump cerca dei capri espiatori per giustificare il fallimento dell’operazione iraniana finora (ma in tal caso alla rimozione dovrebbe seguire una campagna di accuse), oppure si stanno rimuovendo i generali che dissentono rispetto alla linea che l’amministrazione intende prendere nei prossimi giorni.
Considerando che l’arrivo delle ultima forze americane da sbarco, destinate al Golfo Persico, è previsto tra una settimana, le possibilità che questo licenziamento sia l’anticamera di un’operazione di terra sono elevate.
Rimane l’enigma di cosa spinga il governo americano a tentare un’avventura così rischiosa, e potenzialmente catastrofica. Ma credo che la risposta, come sempre più spesso accade, non risieda in ragioni pubbliche o pubblicamente intelligibili.
Per capire cosa sta succedendo bisogna, io credo, combinare l’odierno triplice allontanamento dei vertici militari con un secondo fatto, apparentemente irrazionale. È stato spesso osservato come i ripetuti assassini mirati – portati avanti sempre dall’IDF – abbiano lasciato in circolazione pochissime figure di mediazione. Sui giornali si è ironizzato, come se fosse un errore, dicendo che questa strategia aveva tolto di mezzo tutti i soggetti disponibili a trattare, bloccando in partenza ogni possibilità di mediazione.
Che questo sia avvenuto, è certo; che questo sia stato una svista, non lo credo affatto.
Il punto è che, mentre sin dall’inizio gli USA avevano ben modeste ragioni per andare a stuzzicare l’Iran, questa guerra è stata voluta e continua ad essere voluta da Israele come scontro terminale, come resa dei conti definitiva con l’unico avversario regionale degno di nota.
Tutti gli stati arabi dell’area sono in una condizione di umiliante vassallaggio. La frase di Trump sul sovrano saudita Bin Salman costretto a “baciargli il culo” non credo che lasci molti margini di interpretazione, vista anche la remissività con cui è stata portata a casa.
Trump partecipa a questo processo non perché sia completamente ignaro delle sue gravi implicazioni, anche per il proprio futuro politico, ma semplicemente perché in qualche modo Israele lo tiene in pugno.
Quali siano le leve ricattatorie, possiamo solo immaginarlo, ma questo spiega bene quanto sta succedendo.
Israele sta mandando avanti i marines e paracadutisti americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo.
Anche qui funziona quel meccanismo oggi molto in voga per cui una guerra si continua serenamente, anche se apparentemente irrazionale, purché a morire siano “gli alleati”.
Lo spirito che abbiamo visto nella decisione occidentale di “combattere fino all’ultimo ucraino” trova una rinnovata versione nella propensione israeliana di “combattere fino all’ultimo americano”.
DELIRI
La favoletta in cui si narra che l’occidente è in lotta contro i regimi fondamentalisti religiosi diventa, ogni giorno che passa, sempre più ridicola.
Mentre costoro accusavano l’Iran di fanatismo religioso, nella Casa Bianca, pastori evangelici imponevano le mani sul presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale invocando su di lui “grazia e protezione divina”. Il video è stato diffuso dallo stesso staff presidenziale, con tanto di didascalia: “Dio benedica gli Stati Uniti.”
Non un episodio isolato eh..
Trump ha istituito, con decreto esecutivo firmato il 7 febbraio 2025, un apposito Ufficio della Fede alla Casa Bianca. A dirigerlo ha nominato Paula White-Cain, televangelista pentecostale nota per aver “parlato in lingue sconosciute” durante una diretta alla vigilia delle elezioni del 2020, invocando “rinforzi angelici dall’Africa e dal Sud America” per assicurare la vittoria a Trump. Nello stesso ambiente ecclesiale, le “prayerwalking” — marce collettive contro gli spiriti del male — e gli esorcismi di massa sono pratiche ordinarie.
Due giorni fa durante un pranzo pasquale alla Casa Bianca con oltre cento leader religiosi, la stessa White ha paragonato Trump a Gesù Cristo. Testualmente: “Sei stato tradito, arrestato e falsamente accusato. È uno schema familiare che ci ha mostrato il Nostro Signore e Salvatore.” E ancora: “Poiché Egli è risorto, anche tu ti sei rialzato.”
Cioè, la consigliera spirituale ufficiale del presidente della prima potenza mondiale ha comparato il capo dello Stato al Cristo risorto. C’era anche il vescovo cattolico Robert Barrron (uno dei cattolici più seguiti negli USA), che stava lì ad applaudire mentre Paula White paragonava Trump a Gesù Cristo.
Il cattolico Barron è già annunciato come oratore per il 17 maggio all’evento in cui Trump ridedicherà ufficialmente gli Stati Uniti a “una nazione, sotto Dio”.
Deliri incommentabili.
Da Weltanschauung Italia, 3.4.2026
Ciò che penso degli Stati Uniti d’America. In sintesi.
Da: Trittico sulla fine dell’Impero: 1 – La situazione
il Simplicissimus, 2.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/02/trittico-sulla-fine-dellimpero-1-la-situazione/
L’impero sta crollando, su questo ci possono essere pochi dubbi. E non da ora: come spesso accade il declino è cominciato decenni fa, al massimo dello splendore, ma oggi siamo di fronte a una guerra, combattuta in un’area ristretta, ma nondimeno di dimensioni mondiali, che un sistema fiaccato dal declino ha prodotto e che è espressione, mai così chiara, della decadenza intellettuale e morale che investito gli Usa. Molti lo chiamano il “momento Suez” dell’America, ricordando il fallimento dell’invasione del Canale da parte di forze anglo francesi, che segnò plasticamente la fine degli imperi britannico e francese.
La follia non politica ma proprio clinica del potere degli Stati Uniti d’America è ormai palese, assolutamente palese.
Il mostro del business e della guerra
il Simplicissimus, 31.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/31/il-mostro-del-business-e-della-guerra/
In questo post mi limito a riportare ciò che scrive il Financial Time riguardo alle speculazioni finanziarie del segretario alla difesa americano Pete Hegseth, che sta ricavando enormi profitti dal conflitto con l’Iran di cui è stato uno dei principali motori:
È davvero incredibile che tutti noi dobbiamo soffrire perché questa gente possa arricchirsi. Anche perché è evidente che se la guerra costituisce un guadagno e la pace una perdita, non c’è modo di ristabilire la civiltà. Prima, di certo, gli interessi economici delle industrie belliche, influenzavano pesantemente i ceti politici, spingendoli verso conflitti che avrebbero potuto risolversi, a volte anche facilmente, con trattative e compromessi, ma questo è molto diverso da un sistema nel quali tali ceti finiscono per speculare direttamente e personalmente. Si tratta di un salto di qualità, per così dire, che non vale solo per il dilemma guerra o pace, ma per tutti i settori: quando la molla è il guadagno personale tutto viene alterato nel contesto ideologico presentato nel post precedente.
Così viene spontaneo domandarsi se davvero Trump e compagnia si aspettassero che l’assalto all’Iran si sarebbe concluso in pochi giorni e, in specifico, se lo credesse Hegseth, perché è evidente che in questo caso il consumo di munizioni sarebbe stato molto minore e dunque modesto anche il guadagno da speculazione. Adesso, dopo un mese di conflitto, gli Usa e Israele sono davvero a corto di difese e le riserve vanno interamente ricostituite a prescindere dall’esito stesso della guerra con un notevole vantaggio enorme per chi ha investito nella guerra. Hegseth non è il segretario alla difesa, ma un mostro.
Anatomia di una sconfitta strategica
il Simplicissimus, 28.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/28/anatomia-di-una-sconfitta-strategica/
Benché questo non appaia immediatamente in mezzo ai fumi delle distruzioni, l’Iran ha già vinto la sua guerra sul piano strategico perché ha smascherato l’incapacità degli Stati Uniti di difendere davvero gli Stati del Golfo e le loro uova d’oro. Certo gli Usa non hanno bisogno del petrolio mediorientale perché sono ampiamente autosufficienti, almeno per ora, vista la rapida obsolescenza dei pozzi da fratturazione, ma non è questo il problema che hanno, ancorché, ovviamente i prezzi dei carburanti e quindi di qualsiasi altra cosa stanno aumentando anche da loro, perché tale è il sistema di profitto di cui sono gli incontrastati campioni. Il problema vero è il dominio del petrodollaro che consente agli americani di sostenere l’enorme debito dal quale sono gravati e in sostanza di mantenere uno stile di vita che fino ad ora ha garantito la pace sociale e dunque l’arricchimento senza limiti di una classe di oligarchi. Il maccanismo immagino che sia chiaro a tutti, ma cerco ugualmente di spiegarlo per far comprende meglio la dinamica di una sconfitta che finora non appare ancora nella sua evidenza.
Qualunque Paese acquisti petrolio o gas dal Medio Oriente deve pagarlo in dollari e non in altre valute, perché questa è la condizione posta da Washington agli Stati del Golfo in cambio della loro difesa, o sarebbe meglio dire in cambio del sostegno alle petromonarchie assolute dell’area che, ben più dell’Iran, sono un anacronismo anche rispetto allo sviluppo che i soldi del petrolio hanno portato. Per comprare gas o oro nero occorre perciò procurarsi dollari che poi Arabia Saudita, Emirati, Kuwait eccetera eccetera, investono negli Usa, in operazioni di vario tipo, ma fondamentalmente in buoni del Tesoro americani che vanno a finanziare l’indebitamento di Washington. Ma cosa succede se la capacità degli Stati Uniti di difendere i Paesi, preservando gli impianti di produzione, si rivela un bluff? Per quale motivo essi dovrebbero ancora pretendere che i loro acquirenti paghino in valuta americana? È chiaramente un circolo vizioso: finanziando un debito tale che qualunque altro Paese non sarebbe in grado di sopportare, gli Usa possono mantenere una macchina militare affetta da gigantismo, ma abbastanza inefficiente se paragonata alle sue spropositate dimensioni. Però col venire meno di questo finanziamento sarà giocoforza diminuire le spese militari e ritirarsi dalle migliaia di basi piccole e grandi disseminate nel globo e in particolare attorno a quei Paesi che non stanno al gioco. Meno macchina militare, meno garanzie di difesa e crollo della pretesa che l’economia mondiale si appoggi al biglietto verde. Si tratta di un meccanismo implosivo che si è sostituito a un graduale sostituzione del regime monetario nel quale viviamo.
L’ Iran colpendo decine di di infrastrutture gasiere e petrolifere ha smascherato la capacità statunitense di offrire una protezione reale e questo avrà conseguenze nel breve e lungo periodo, qualunque possa essere l’esito della guerra, perché essere sul carro del vincitore con tutte le proprie fonti di reddito distrutte, non è molto vantaggioso, tanto più che il grande Moloch di Washinton sarebbe colpito in maniera probabilmente mortale dalla incapacità di ricevere flussi vitali di denaro dal questa area. Senza dire che una volta morto il petrodollaro sarà un liberi tutti per l’intero pianeta. C’era ogni indizio sul fatto che un’aggressione contro l’Iran avrebbe potuto essere disastrosa per l’impero americano anche perché la guerra dei 12 giorni aveva ampiamente dimostrato la capacità di Teheran di colpire duramente Israele, anche se le salve missilistiche non si erano spinte oltre. Adesso esse colpiscono oltre alle basi americane, ai loro radar da 3 miliardi dollari e alle installazioni petrolifere, anche gli impianti di desalinizzazione, essenziali per la vita di questi Paesi del Golfo. Cosa sarebbe Dubai senz’ acqua? Una volta finita la guerra e ripresa, con difficoltà e lentezza la loro produzione energetica che in ogni caso non tornerà più ai livelli di prima, si chiederanno perché continuano ad accettare il vincolo del petrodollaro se non ne ricavano alcun vantaggio. Ma senza quel fiume di denaro, gli Usa si avvicineranno pericolosamente all’insolvenza totale. Questo in un mondo che odierà l’America, non perché abbia a cuore giustizia e correttezza, ma perché sarà colpito da un Armageddon economico, qualunque possa essere l’esito della guerra.
L’unico modo di vincere per Washington sarebbe stato quello di non iniziare il conflitto. Adesso i rivali che gli Usa si prefiggevano di sconfiggere sono i veri vincitori: la Russia che sta mettendo in cascina un insperato tesoro e la Cina che si rafforza e consolida mentre gli Stati Uniti dilapidano la propria ricchezza e il proprio potere nel Golfo. Quando tutto sarà finito, la Cina apparirà come un alleato e un partner commerciale ben più affidabile.
Scorre da sempre il sangue delle vittime degli Stati Uniti d’America; dai Nativi pellerossa all’Iran del 2026. L’essenza di questo Paese è la ferocia, è la morte.
Un capolavoro di stupidità
il Simplicissimus, 26.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/26/un-capolavoro-di-stupidita/
Ecco, si capiscono tante cose…
Tipico comportamento del bambino narciso, che batte i piedi e fa l’offeso quando gli altri rifiutano di giocare con lui.
Dopo l’alcolizzato Bush, il demente Biden, ora il patologico narciso Trump. Gli Stati Uniti d’America sono in mano alla follia, proprio a quella psichiatrica.
Superbia e vanità portano alla sconfitta
il Simplicissimus, 17.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/17/superbia-e-vanita-portano-alla-sconfitta/
Sulla guerra in Iran di alcune cose possiamo essere sicuri: la prima è che essa rappresenta l’inizio formale della terza guerra mondiale perché, a differenza dell’Ucraina, dove la battaglia era ancora condotta da un terzista della morte, ovvero Zelensky, in questo caso gli Usa sono dovuti scendere in campo in primo piano. La seconda è che l’assalto è stato preparato in maniera del tutto superficiale e quasi infantile, rappresenta in qualche modo una precisa rappresentazione dello stato in cui versano le élite militari e politiche americane, prive di un vera cultura, dedite alla cura dei dettagli, accompagnata da una completa cecità per il quadro generale. La terza, conseguente, è che tutti i calcoli sono stati sbagliati e il conflitto sta causando un enorme danno all’economia mondiale, cosa che naturalmente amplia il conflitto oltre l’area e mostra nella sua pienezza il declino dell’impero..
Il problema è che l’Iran non ha affatto esaurito i proprio missili come si prevedva o si , meglio, si sperava, anzi deve ancora lanciare quelli più aggiornati, mente Usa e Israele hanno finito i loro.
Le guerre, soprattutto quelle allargate, nascono sempre da errori di calcolo, solo che in questo caso sono stati particolarmente stupidi perché hanno ciecamente contato sul fatto che la decapitazione dei vertici politici iraniani e dei comandi centralizzati, avrebbe perciò stesso decretato l’apertura di una stagione di rapida distruzione della sovranità del Paese stesso. Insomma gli americani e gli israeliani pensavano di poter ripetere il colpo fatto in Iraq nel 2003, dove un iniziale raid aereo di fatto risolse la guerra. tuttavia in questo caso si trattava solo di scambiare per realtà i propri desideri, perché non soltanto l’Iran ha una struttura istituzionale molto solida che fin dall’inizio prevedeva precisi meccanismi di successione al potere, ma non era nemmeno possibile pensare di poter eliminare in un solo colpo le difese missilistiche di Teheran le quali, proprio grazie alla lezione dell’Iraq sono gestite a mosaico. Dal 2007 le infrastrutture militari hanno una grande autonomia con comandi provinciali autonomi, ognuno con le proprie scorte di munizioni, i propri silos missilistici e persino le proprie forze navali e truppe. Inoltre, come è ben risaputo, i missili sono interrati in profondità e sparsi su un territorio vasto come quello di tutta l’Europa occidentale, ricco di sistemi montagnosi, dove non possono essere raggiunti dalle bombe e non possono essere osservati dai satelliti. Altre postazioni sono invece mobili e si possono spostare in continuazione evitando così di essere colpite, come è successo in Yemen.
In questo modo Teheran ha sopperito alla mancanza di una forza aerea che comunque non avrebbe potuto essere all’altezza di quella del “grande satana”. Quindi è stato un totale azzardo pensare di poter avere ragione dell’Iran con una campagna aerea iniziale, ben sapendo che poi le munizioni di difesa sarebbero durate due settimane. Non è stata una sorpresa è stato l’errore di uno stragista come Netanyahu e di un’amministrazione americana che oltre ad essere formata da parsone di straordinaria mediocrità, si è fatta trascinare dalla propria tracotanza. Del resto tutte le guerre americane dell’ultimo secolo si sono basate sulla superiorità aerea che, certo, è importante, ma non decisiva. Nella seconda guerra mondiale la cosa ha funzionato perché l’alleato sovietico ci metteva gli stivali sul terreno, mentre gli alleati, al di là delle mitologie stupide delle quali siamo costanti vittime, da quel punto di vista hanno fatto poco: ci hanno messo due anni a risalire la penisola nonostante una enorme superiorità in mezzi e uomini e avendo dopo Cassibile e la consegna della flotta della Regia Marina, la padronanza navale del Mediterraneo. Anche il famoso sbarco in Normandia ha cambiato poco o nulla: la guerra è finita quando gli alleati erano a mala pena a traversare il Reno. Lo stesso Giappone non si è arreso per gli incessanti bombardamenti sui civili e nemmeno per le due bombe atomiche, ma a causa della rottura da parte dell’Urss del patto di non aggressione firmato nel 1941, perché questo erose le possibilità del Giappone di trattare una resa che non fosse incondizionata. L’attacco russo, concordato segretamente a Yalta sgretolò l’armata giapponese del Kwantung, forte di 700 mila uomini e che avrebbe potuto essere utilizzata per la difesa del Sol Levante.
Tuttavia, in seguito, sia in Corea che in Vietnam questa strategia aerea fallì e ha continuato a fallire: alla fine occorre metterci gli uomini e una cosa è fare guerre coloniali che comportano un numero limitato di caduti, un’altra scontrarsi con potenze se non proprio di pari grado, comunque paragonabili. Così i tracotanti e i superbi si sono messi in trappola da soli, perché incapaci di adattarsi ai tempi e vittime delle loro stesse illusioni. Scrive Michael Wolff, biografo di Trump: “Lui non ha un piano. Non sa cosa sta succedendo. Non è davvero in grado di formulare un piano. Crea un colpo di scena che diventa nella sua mente motivo di orgoglio, ma nessuno sa nessuno sa cosa farà dopo. Quindi – pensa – tutti hanno paura di me, e questo mi dà il massimo vantaggio. Non avere un piano diventa il piano”.
Però andando avanti così nessuno avrà più paura di lui che è riuscito nell’impresa di mostrare i limiti della proiezione militare americana. La foto di apertura che mostra una centrale di tiro di Thaad, colpita con precisione sta a dimostrare che adesso è lui ad avere paura.
«Ancora una volta Washington difende il dollaro e trae profitto dagli shock energetici, mentre i suoi vassalli sopportano il peso dei costi, come al solito. L’egemonia americana si manifesta così attraverso la capacità di trasformare una crisi globale in un vantaggio economico interno.
Questo calcolo potrebbe ritorcersi contro Washington qualora la dedollarizzazione subisse un’accelerazione.
Gli USA stanno minando dall’interno il sistema che un tempo garantiva la loro egemonia. Se gli Stati Uniti vengono percepiti sempre più come una forza destabilizzante, la loro credibilità si sgretola. È questo logoramento che accelera il passaggio verso un ordine multipolare, plasmato da potenze emergenti e nuove coalizioni»
@LauraRuHK, 16.3.2026
I cannibali dell’USAI:
https://t.me/alberto_giovanni_biuso/660
Manicomio Casa Bianca
il Simplicissimus, 6.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/06/manicomio-casa-bianca/
C’È METODO NELLA FOLLIA: COMPRENDERE LA POLITICA ESTERA DI TRUMP
Thomas Fazi, Giubbe Rosse, 4.3.2026
Dubai e l’inizio della post America
il Simplicissimus, 2.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/02/dubai-e-linizio-della-post-america/
Conosciamo tutti l’ “incidente” di percorso del ministro della difesa Crosetto, ignaro di tutto e che se ne è andato a Dubai per presenziare al matrimonio di conoscenti, proprio mentre iniziava la guerra di cui lui non sapeva nulla. Ma come rinunciare a una pacchianata americana che tanto piace a chi si ritrova con molti soldi in tasca e pochi spiccioli in testa? Lasciamo perdere tutte le polemiche sul fatto che sia tornato da solo e senza la famiglia su un aereo militare che asserisce di aver pagato il triplo rispetto al costo standard del trasporto di coglioni.
Ma questa storia ridicola, degna della commedia dell’arte, mi dà comunque l’occasione di fare alcune riflessioni sugli attacchi iraniani agli Emirati che nessuno si aspettava. ma che hanno una loro logica precisa e sono stati studiati attentamente nei mesi precedenti: Dubai infatti non è solo la capitale di una scatola di deserto che non produce nulla, è anche quella del riciclo mondiale del denaro, nonché la vetrina internazionale di questo mondo corrotto, intrinsecamente dozzinale e sgargiante al tempo stesso. È’ insomma una sorta di buen retiro per gli appartenenti al Club Epstein, per la Cia, per gli speculatori di ogni genere, per numerose strutture del mondo Usa, come Chevron ed Exxon e per parecchi degli affari e affarucci a strisce e stelle, compresa quella di Davide. Non è escluso che persino Trump ci abbia qualche asset, ma di certo lo hanno i suoi amici, consigliori, clienti. Senza dire che gli Emirati sono generosi donatori per quella bizzarra creatura che si chiama Board of Peace e che al contrario è un consiglio di guerra.
Insomma in qualche modo Dubai è la testa o quanto meno una delle tane più importanti di quel serpente che ha dato l’assalto all’Iran come primo passo verso una guerra ai Brics, la cui stessa esistenza rappresenta un pericolo mortale per l’economia finanziarizzata che sta tentando di salvarsi dalla sua stessa insostenibilità oltre che dai suoi vizi. Costringere a chiudere l’aeroporto di Dubai che peraltro costituisce una buona fetta del Pil degli Emirati e un terzo di quella della città, spegnere le luci sfavillanti, colpire i “monumenti” al nulla di cattivo gusto che mandano in estasi la plebaglia turistica con conti a sei zero, è allo stesso tempo un’operazione militare perché gli Emirati sono di fatto un’estensione degli Usa e simbolica perché demolisce, sotto gli occhi del Sud del Mondo, quel modello che li soffoca. L’Iran in questo modo diventa un punto di riferimento contro l’imperialismo e lancia un monito al sistema di alleanze americano in Asia occidentale. La sua capacità di sopravvivere a quasi un cinquantennio di sanzioni e di guerre scatenate dall’egemone è l’esempio che si può combattere l’imperialismo.
Di fronte a questo la strategia di Trump comincia a vacillare e ad apparire occasionale, incerta e in ogni caso non pensata, ma affidata solo a una muscolarità insensata che tuttavia non riesce a sollevare il manubrio dell’intelligenza. E dal momento che si è messo in campo sostanzialmente col globalismo, avvelena le sue stesse fonti. Questa guerra segna un inizio quello della Post America.
Peggio dei nazionalsocialisti.
Gli Stati Uniti d’America, il Messico, i narcotrafficanti.
Come la più finta democrazia del mondo fa morire gli abitanti di un’isola bellissima, la quale ha però la disgrazia di essere sua vicina.
Da: Monaco, la sicurezza uccide la libertà
il Simplicissimus, 14.2.2026
https://ilsimplicissimus2.com/2026/02/14/monaco-la-sicurezza-uccide-la-liberta/
«Bisogna ormai impadronirsi di beni reali per non far saltare tutto il meccanismo di dominio fondato sul dollaro e allora si tenta di rubare il petrolio venezuelano, di sfruttare le risorse dell’artico, di impedire una riscossa della Libia, di tenere fuori dal mercato l’Iran, l’arcinemico di Israele e di una consistente, se non prevalente fetta di centrali finanziarie di rito sionista, insomma di dare un qualche sottostante al dollaro che naviga nell’aria e rischia di precipitare. La novità è che l’illegalità dell’imperialismo statunitense è ormai diventata trasparente e non più camuffata da pretesti di “difesa della democrazia e del mondo libero” e altri illusionismi e oltretutto persino gli alleati occidentali sono minacciati dalla corsa americana a consolidare il suo potere globale in rapido declino»
GESTAPO DI TRUMP, CLIMA DA GUERRA CIVILE NEGLI STATI UNITI E ISRAELE (I)
Rivista Indipendenza, 25.1.2026
Stavolta è toccato ad Alex Jeffrey Pretti. Agenti dell’ICE lo hanno ucciso ieri a Minneapolis. Il 7 gennaio, nella stessa città, era stata uccisa a sangue freddo la 37enne Renee Good, sempre da agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) organismo federale istituito nel 2003, alle dipendenze del Dipartimento della sicurezza interna degli USA. Jacob Frey, sindaco di Minneapolis, ha formalmente chiesto l’intervento della Guardia Nazionale a sostegno degli agenti del dipartimento di polizia di Minneapolis. Tim Walz, governatore del Minnesota, ha ordinato alla Guardia Nazionale di proteggere i manifestanti, da settimane nelle strade, e le infrastrutture critiche. Ha dichiarato che l’ICE «sta seminando caos» e ha chiesto il suo ritiro dal Minnesota. E i problemi non sono solo in Minnesota.
La stampa statunitense evoca scenari di scontri senza precedenti negli ultimi decenni negli States e un clima da potenziale «guerra civile» tra due ‘fronti’: da un lato le autorità federali (agenzie federali e Casa Bianca) e dall’altro quelle statali (sindaci e governatori).
Trump su Truth ha accusato Pretti, infermiere di 37 anni al reparto di terapia intensiva per veterani di guerra in un ospedale di Minneapolis, di essersi opposto agli agenti pistola in pugno, circostanza smentita da prove video e da testimoni. Lo si vede in strada, sabato mattina, fotocamera in mano, a documentare le azioni degli agenti di Trump nella sua città. Vista una donna spinta a terra e colpita dallo spray urticante, si avvicina per aiutarla. A quel punto diversi agenti gli saltano addosso. Lo buttano a terra, lo immobilizzano, lo picchiano. Poi gli spari. Un medico di 29 anni denuncerà alla Bbc di aver prestato soccorso, dopo che inizialmente gli era stato impedito, che nessuno degli agenti dell’ICE stava praticando la rianimazione cardiopolmonare e che sulla vittima c’erano almeno tre ferite da arma da fuoco nella schiena, una nella parte superiore sinistra del torace ed un’altra all’altezza del collo. L’aspirante al Nobel per la Pace, Trump, e la portavoce del Dipartimento per la sicurezza interna, Tricia McLaughlin, si sono subito precipitati ad evocare la legittima difesa, come fu per Good che, uccisa mentre cercava di allontanarsi con l’auto, fu bollata da Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza Interna, come «terrorista interna». Nei giorni scorsi un altro cittadino statunitense è stato ferito da colpi d’arma da fuoco dei federali. Negli ultimi mesi non si contano i raid dell’ICE, di fatto una milizia paramilitare, nei quartieri e abusi in una totale impunità su immigrati e manifestanti. Numeri record di arresti (con la presidenza Trump oltre 65mila) e, sempre dal 2025, in crescita quello delle morti in custodia (cause ufficiali: crisi epilettiche, complicazioni dopo interventi chirurgici, insufficienza cardiaca, suicidi, eccetera). L’ONU ha chiesto l’apertura di inchieste al riguardo. La Casa Bianca presenta gli arresti come operazioni contro criminali pericolosi, rivendica una linea dura sull’immigrazione, parla il linguaggio della sicurezza per rafforzare il consenso nella sua base elettorale. I numeri, però, raccontano ‘altro’: a gennaio 2026 oltre il 40% delle persone detenute non ha alcuna condanna penale né procedimenti giudiziari in corso. Dodici mesi prima, a gennaio 2025, questa stessa categoria rappresentava appena il 6%. La reclusione avviene più per infrazioni stradali o violazioni amministrative delle norme sull’immigrazione (un visto scaduto, un permesso di soggiorno non rinnovato, la perdita dello status legale dopo un cambio di lavoro o il mancato rispetto di una procedura burocratica); numeri più modesti (il 13%) per rapine, aggressioni, traffico di droga.
Nell’ICE c’è una «matrice israeliana»: ex soldati dell’IDF lavorano come agenti e l’addestramento è israeliano in settori quali sorveglianza, controllo della folla e tattiche di detenzione. Ci sono somiglianze operative nelle modalità dei posti di blocco militarizzati, nella sorveglianza costante e nelle detenzioni arbitrarie (come in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania). L’agenzia USA si avvale di tecnologie di sorveglianza e intelligenza artificiale sviluppate in Israele e di contratti con aziende israeliane di spywar come la Paragon Solutions, fondata da veterani dell’Unità 8200 dell’IDF, specializzata nello spyware “Graphite” che riesce ad aggirare la crittografia degli smartphone e ad accedere a comunicazioni private (Signal e WhatsApp, ad esempio). Torri di sorveglianza e altre infrastrutture lungo il confine tra Stati Uniti e Messico sono state ‘testate’ nei territori palestinesi. L’appaltatore israeliano per la difesa, Elbit Systems, si è aggiudicato un importante contratto dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, che supervisiona l’ICE. Palantir, un’azienda tecnologica statunitense che ha sviluppato una piattaforma di intelligenza artificiale con l’esercito israeliano, ha fornito all’ICE sistemi (come FALCON e ICM) utilizzati in indagini e operazioni di contrasto su larga scala.
Circa la presenza di agenti dell’ICE, in Italia, nella gestione della sicurezza durante l’intero periodo delle Olimpiadi (6–22 febbraio) e delle Paralimpiadi (6–15 marzo 2026) di Milano-Cortina 2026, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che non gli risulta «ma, anche se fosse, le delegazioni straniere scelgono loro, all’interno del proprio ordinamento, a chi rivolgersi per assicurare la cornice di sicurezza alle delegazioni stesse».
FINANCIAL TIMES: “CON TRUMP IL MONDO SI STA INNAMORANDO DELLA CINA”
Il mito dell’America è giunto alla fine. Non che sia la prima volta che qualcuno lo dice, ma fa una certa impressione leggerlo oggi in un editoriale del Financial Times, colonna portante di quel mito, oltre che uno dei principali veicoli attraverso cui Washington ha proiettato nel mondo la sua influenza globale. Con qualche decennio di ritardo, anche la testata londinese ammette finalmente che le guerre degli ultimi trenta anni sono sempre state combattute per il petrolio o per gli interessi americani, anche se Washington amava giustificarle con il pretesto di portare la democrazia nel mondo. Trump ha segnato solo “la fine dell’ipocrisia e della moralizzazione e l’arrivo di una nuova forma di brutalismo e sincerità nella politica estera statunitense.” Per rendere meno amara la pillola, l’editorialista parla poi di “fallimento della Russia in Ucraina”, ma è poi costretto ad ammettere che Trump invidia la Cina a tal punto che ha iniziato a imitarla adottando, di fatto, il suo modello di capitalismo di stato. E ora che anche il velo di Maia è caduto e l’America si mostra finalmente per ciò che è, nessuno più al mondo ha motivo per amarla: “senza un’America che si batte per la libertà, o che almeno finge di farlo, che senso ha essere filo-americani?”.
Fonte: Financial Times
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PREMIO NOBEL (CONDIVISO) DI MISERIA UMANA
Rivista Indipendenza, 17.1.2026
Trump non ha mai mandato giù il mancato conferimento del Nobel per la Pace. Un altro guerrafondaio come Obama l’aveva ricevuto e il suo narcisismo non gli ha fatto digerire l’idea di aver subìto un torto. Vederlo assegnato, ad ottobre scorso, all’insulsa Maria Corina Machado, una vendi Patria che l’Occidente, USA in testa, aveva elevato a guida dell’opposizione venezuelana, gli ha fatto sobbalzare la zazzera bionda patinata. Il Washington Post ha scritto che Trump non avrebbe considerato la Machado come futura presidente del Venezuela, proprio a causa del fatto che il Premio Nobel era stato assegnato a lei e non a lui. Eppure quella medaglia era collegata all’operazione militare che i circoli atlantici stavano imbastendo per rovesciare il sistema politico bolivariano, per ora limitata al sequestro del Presidente di quella Repubblica, Nicolas Maduro. Cosa, in effetti, abbia fatto la Machado per meritarsela in relazione alla “pace”, la ragion d’essere di un premio peraltro già abbastanza screditato, è effettivamente un mistero, alla luce del suo punto fermo di invocare a più riprese l’intervento militare degli Stati Uniti perché, come era solita ripetere, solo con i bombardamenti sul suo Paese riteneva fosse possibile rovesciare detto sistema.
Nella conferenza stampa immediatamente successiva al sequestro politico di Maduro (3 gennaio), Trump comunicava che era «molto difficile per lei essere leader del Venezuela. Non è amata dal Paese e non ha il rispetto necessario. Rimane una brava donna». Una liquidazione dal ruolo di presidente in un Venezuela post-bolivariano che fino a quel momento le aveva anch’egli attribuito. In effetti la perseguita insurrezione antibolivariana di popolo non c’è stata. La parte largamente maggioritaria del Paese si è stretta intorno alla sua classe dirigente, continuando a rivendicare la liberazione del suo Presidente, a difesa di una Rivoluzione che, al netto di ulteriori passaggi ‘migliorativi’ da raggiungere, ha migliorato tutta una serie di indici sociali di benessere rispetto al degrado e alla povertà dilaganti fino a prima, sganciando il Paese dalla dipendenza USA e dal suo essere terra di sfruttamento, oltre che pompa di benzina a buonissimo mercato per le compagnie petrolifere statunitensi.
La Machado c’è rimasta male. Figlia di un magnate venezuelano vicino al mondo dell’oligarchia spodestata dalla rivoluzione popolare bolivariana, si era prodigata per anni a garantire alle diverse amministrazioni statunitensi che, con lei al potere, avrebbe privatizzato tutto, fatto fare lauti profitti alle multinazionali statunitensi non solo nel settore petroliefero e si era anche mostrata ‘politicamente corretta’ nell’esprimere un convinto sostegno al sionismo e all’ultima (per ora) e più violenta espressione genocida (il governo Netanyahu) della costruzione pluridecennale del «Grande Israele».
Non si è comunque persa d’animo per cercare di rientrare nelle grazie di Trump. Ha dichiarato che si sarebbe recata a Washington per consegnare la medaglia del Nobel, nonostante l’Istituto avesse comunicato che, una volta ricevuta, non si può cedere né condividere con alcuno. L’ha fatto. Senza alcuna dignità si è presentata dal bambinone capriccioso alla Casa Bianca dichiarando di consegnarglielo «a nome del popolo venezuelano» (che in larghissima parte la rifiuta e che manifesta per la liberazione del suo Presidente e la Rivoluzione bolivariana) per il «lavoro» svolto. Trump, gongolante, si è offerto con la medaglia alle telecamere e ai fotografi. Ed è bene che sia stato così: una scena che immortala per la Storia non solo due figure di una nullità umana disarmante, ma anche uno dei tanti momenti di bassezza politica di un sistema di dominio a stelle e strisce sulla strada del tramonto, nondimeno ancora molto pericoloso per l’umanità.
https://t.me/rivistaindipendenza/
È questo il punto. Rifiutarlo impedisce qualunque seria comprensione della storia contemporanea:
“Nessun’altra struttura di potere ha trascorso il XXI secolo massacrando milioni di persone in guerre di aggressione in tutto il mondo, attaccando le popolazioni civili con sanzioni mortali che causano la fame, organizzando colpi di stato, istigando conflitti per procura e circondando il pianeta con centinaia di basi militari. Solo l’impero statunitense sta facendo questo. Dominare l’intero pianeta con una forza bruta omicida è quanto di più tirannico possa esistere”
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Caitlin Johnstone su X:
C’è qualcosa di più indegno dei “sinistroidi” e degli “anarchici” che esultano per la caduta dei governi presi di mira dall’impero proprio mentre l’impero mette in moto la macchina da guerra?
Oh, guardatemi, sto sfidando il potere sostenendo gli stessi programmi del Dipartimento di Stato americano. Sono un punk rocker perché ripeto gli stessi slogan di propaganda bellica di John Bolton. Sto combattendo il potere sostenendo gli obiettivi di politica estera dell’impero più potente che sia mai esistito.
È fottutamente imbarazzante, amico.
Se si vuole avere una visione politica seria, è necessario avere una comprensione del mondo più articolata rispetto al semplice “la tirannia è cattiva”, perché noi occidentali siamo governati dalla struttura di potere più tirannica della terra. Questa struttura di potere prende incessantemente di mira i pochi Stati rimasti che sono riusciti a resistere all’assorbimento nel suo ombrello di potere globale, come l’Iran, la Russia, la Cina, la Corea del Nord e Cuba. Questi Stati sono riusciti a resistere all’assorbimento nell’impero proprio perché hanno governi forti che non esitano a esercitare il controllo per reprimere tutte le operazioni e le infiltrazioni imperiali che altrimenti li avrebbero rovesciati.
Questo non significa che questi governi siano meravigliosi e impeccabili, significa solo che possiedono le qualità che consentono a uno Stato di resistere ai colpi di Stato dell’impero, ai conflitti per procura, alle rivoluzioni colorate e alle operazioni di influenza straniera. Se la vostra unica analisi delle dinamiche del potere statale è “la tirannia è cattiva”, allora vi troverete naturalmente in opposizione agli Stati non assorbiti e dalla parte del regime più tirannico della terra, ovvero l’impero occidentale centralizzato dagli Stati Uniti.
Nessun’altra struttura di potere ha trascorso il XXI secolo massacrando milioni di persone in guerre di aggressione in tutto il mondo, attaccando le popolazioni civili con sanzioni mortali che causano la fame, organizzando colpi di stato, istigando conflitti per procura e circondando il pianeta con centinaia di basi militari. Solo l’impero statunitense sta facendo questo. Dominare l’intero pianeta con una forza bruta omicida è quanto di più tirannico possa esistere.
Se si vuole avere una visione politica seria del mondo, è necessario essere realistici al riguardo. La premessa che la caduta di un governo autoritario sia sempre intrinsecamente positiva non ha posto nella comprensione di un adulto maturo, specialmente se quell’adulto maturo vive nel cuore dell’impero occidentale, e specialmente se quell’impero sta attualmente lavorando per orchestrare il rovesciamento del governo in questione.
Più strutture di potere vengono assorbite dall’impero, più grande e potente diventa l’impero. Desiderare il loro assorbimento significa desiderare più potere per l’impero statunitense.
E potete mentire a voi stessi e dire che non volete che l’Iran venga assorbito dal controllo dell’impero statunitense, ma che volete solo che il suo popolo viva in un paese libero e democratico. Ma sappiamo entrambi che questo non accadrà. Una volta che la forza del governo iraniano sarà crollata, ci sarà un vuoto di potere che sarà riempito da qualsiasi fazione sia in grado di assicurarsi il controllo, e la fazione più forte sarà quella sostenuta dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Non esiste alcuna fazione organica all’interno dell’Iran che sia abbastanza forte da opporsi all’insediamento di un regime fantoccio degli Stati Uniti in questo momento, oltre a quella che esiste attualmente.
Questa è la realtà della situazione. Non è l’ideale, ma è la realtà. Si può scegliere di essere realistici riguardo alla realtà, oppure si può scegliere di allontanarsi psicologicamente da essa e raccontarsi una serie di favole su una rivoluzione popolare globale che, per coincidenza, sta iniziando proprio in tutti i paesi che l’impero statunitense odia di più.
Da Kaspercarlo
E poi si presentano come difensori dei cittadini altrui. Una menzogna totale, continua, ripugnante.
Venezuela/ Alla Casa Bianca si recita a soggetto
Rivista Indipendenza, 12.1.2026
Sono senza più freni inibitori le compulsioni del narcisista e bullo di New York.
Sulla sua piattaforma personale (Truth Social) il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è autoproclamato «presidente facente funzioni del Venezuela» pubblicando una sua foto in cui, tra i suoi incarichi, figura anche quello. L’autoproclamazione (per ora solo su Truth) segue di pochi giorni l’operazione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente del Paese, Nicolas Maduro.
Trump aveva nei giorni scorsi sfiduciato l’esponente dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado che pure, fino ad un mese fa, aveva accreditato come figura-chiave per una transizione di potere. Il Washington Post, citando due fonti vicine alla Casa Bianca, sostiene che la caduta in disgrazia sia dovuto al fatto che la Machado non ha rifiutato il Nobel per la Pace che le era stato conferito il 10 dicembre e che Trump sosteneva di meritare. Il 3 gennaio, subito dopo il sequestro di Maduro, Trump comunicava in conferenza stampa che «sarebbe molto difficile per lei essere leader del Venezuela. Non è amata dal Paese e non ha il rispetto necessario. Rimane una brava donna».
Nel tentativo di ricucire i rapporti, l’ex Miss Universo si è offerta di consegnarglielo e per questo si recherà a Washington nei prossimi giorni. In questa surreale scena da avanspettacolo con “macchiette” sul proscenio, l’Istituto Nobel ha fatto sapere che il premio non può essere trasferito o condiviso. La Machado, però, pare intenzionata a non desistere. Dopo aver invocato bombardamenti sul suo Paese, solo modo (a suo dire) per rovesciare il sistema politico bolivariano, aver promesso che, da presidente, avrebbe privatizzato tutto, fatto fare affari giganteschi agli Stati Uniti non solo in campo petrolifero, e aver espresso vicinanza politica al sionismo e al regime di Netanyahu, l’idea di non poter accedere al potere, pur da figura ancillare di Washington, non riesce ad accettarla. E dire che per lei si era speso l’ex ambasciatore statunitense in Venezuela (2018-2023), James Storey che, dopo il sequestro di Maduro, l’aveva elogiata per il lavoro che aveva svolto d’intesa con gli Stati Uniti nel predisporre la «piattaforma politica» e costruire l’«opposizione democratica».
Il Venezuela non è comunque nuovo a presidenti che si autoproclamano. Proprio nel corso del suo primo mandato, Trump autorizzò in quel ruolo Juan Guaidó. Correva l’anno 2019. Fu una vicenda che finì nel ridicolo in pochi mesi: dopo aver millantato consensi certi tra la popolazione e nello stesso esercito venezuelano, tutto si sciolse nel nulla e nell’isolamento pressoché totale cadde la sua chiamata alla sollevazione nel Paese. Il personaggio si diede quindi alla fuga con parte dei soldi che aveva ricevuto dall’Occidente, USA in testa, per costruire un’«opposizione democratica» (di affaristi e vecchi ‘arnesi’ filo-statunitensi).
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Con la consueta ironia
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Morituri te salutant
Le parole e le azioni di Trump non hanno neppure bisogno di un traduttore simultaneo. Le ripete uguali fin dal primo mandato. Tutto quello che gli serve è suo, le regole non esistono, contano solo gli affari per cercare di salvare l’ex impero Usa in rotta: dazi, energia, minerali, IA. Il mondo bipolare crollò col muro di Berlino, quello unipolare a trazione Usa è sepolto, ora le potenze Usa, Cina e Russia si tengono le proprie aree di influenza senza pestarsi i piedi, anche se per definirle i piedi se li pestano eccome. Ma l’America Latina come “cortile di casa” non l’ha inventata lui: accomuna tutti i presidenti dalla notte dei tempi. Trump per ora non fa guerre, perché disturbano gli affari, costano vite e quindi voti, e gli Usa le perdono sempre da 79 anni.
Trump fa blitz e raid mordi e fuggi per prendersi subito quel che gli serve, senza preoccuparsi del dopo: Somalia, Iraq, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Venezuela, domani chissà. L’uomo, anzi il bandito, è imprevedibile, ma il trend è prevedibilissimo: il cortile di casa, che lui estende all’Atlantico, all’Artico, all’Europa centro-occidentale e a un pezzo di Medio Oriente, è roba sua. Non perde neppure il tempo a indorare la pillola – come i predecessori, guerrafondai e pure ipocriti – con la difesa e l’esportazione della democrazia, il diritto internazionale e altre fiabe per sepolcri imbiancati. Infatti a Caracas lascia il regime madurista senza Maduro (altro che regime change): purché faccia quel che dice lui. È tutto orrendo, ma non nuovo. Gli Usa sono il più longevo Stato canaglia dei tempi moderni: da Hiroshima e Nagasaki in poi, hanno il record mondiale dei morti ammazzati e delle violazioni del diritto internazionale.
In questo quadro fanno quasi pena i nanerottoli europei: chi pigola ruggiti pensando di spaventarlo e chi si mette a vento pensando che esista ancora un Occidente di alleati e non di sudditi. Mentre il mondo va da tutt’altra parte, questi ominicchi travestiti da “volenterosi” cianciano di truppe a Kiev e di articolo 5 Nato per difendere l’Ucraina (che non ne fa parte) ed eventualmente la Groenlandia (ma per dichiarare guerra agli Usa serve il voto degli Usa). Credono ancora che gli Usa abbiano finanziato per 80 anni la difesa europea per difendere noi, anziché i loro interessi. Temono che Trump se ne freghi dell’Europa, che invece gli serve più che mai, ma la dà per scontata (infatti non ritira un marine né un missile dalle basi).
Per non contrariarlo, si guardano bene dal promuovere una difesa comune spendendo meno e in loco. Si arrendono su su tutto ciò che non ci conviene: gas, dazi, armi, tasse alle Big Tech, chiusura a Cina, Russia e Brics. E lo sabotano sull’unica cosa che ci conviene: il negoziato sull’Ucraina. Dio acceca chi vuole perdere.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 9.1.2026
Ribadisco il mio auspicio per una guerra civile che li riporti là da dove sono venuti: da criminali ai quali veniva concessa la libertà se fossero andati nel Nuovo Mondo e da fanatici calvinisti che si ritenevano il nuovo popolo eletto, la nuova Gerusalemme sul monte.
Il degno presidente di una nazione assassina.
Condivido ogni affermazione di questa analisi molto chiara e fondata su una rigorosa conoscenza della storia contemporanea.
Gli Stati Uniti d’America sono una nazione di barbari e di genocidi. Il mio auspicio è che implodano in una guerra civile.
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Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
Andrea Zhok, 8.1.2026
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l’eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l’unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un’immagine di sé integralmente fantastica e di farne un’arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un’oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d’oro con i maggiorenti del paese.
Questo paese sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero, lasciando la scelta tra la sottomissione con tributi o devastazione (economica e/o militare).
L’attuale proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari – per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi – significa una sola cosa: guerra illimitata (poi talvolta sarà guerra ibrida, talaltra “polizia internazionale”, qualche volta un bombardamento una tantum, altre volte un’invasione come si deve).
Ovviamente il pluridecennale lavaggio del cervello cui siamo stati sottoposti in Occidente farà sì che schiere di diversamente astuti vedranno in queste parole un qualche mitico “antiamericanismo”, e si sbracceranno a spiegarti che la vera minaccia è Putin che vuole arrivare a Lisbona o è la Cina che vuole imporci il credito sociale, o sono i “comunisti”.
Ma al netto di questi (diffusissimi) scemi di guerra la semplice verità è che oggi gli USA rappresentano il più grande pericolo che l’umanità abbia mai corso.
Non è ‘incredibile’. I governi degli Stati Uniti d’America – tutti – attuano da sempre delle procedure mafiose. Ora Trump lo dichiara apertamente.