Che cosa autorizza un Paese come gli Stati Uniti d’America a intromettersi nelle decisioni, nella vita, nelle libertà di altri Paesi? In nome di che che cosa gli USA sono giudici dei destini di ciò che avviene nel continente asiatico, in America Latina, in Europa, ovunque? Da dove proviene questo privilegio assoluto di decidere per tutti che cosa sia il bene e che cosa il male? Che cosa legittima la pretesa che gli altri popoli, stati, nazioni debbano obbedire ai giudizi, alle decisioni, alle azioni degli Stati Uniti?
Non vedo porre tali domande, che pure sono essenziali di fronte a un’ingerenza sempre più pervasiva, totale, assai rischiosa, da parte dello stato nordamericano in tutti gli eventi del pianeta.
Ai difensori dell’imperialismo statunitense (così si chiama tecnicamente nella scienza della politica) pongo tali domande, che non sono retoriche. Vorrei proprio saperlo, infatti. Perché e da dove nasce il privilegio assoluto degli USA di decidere sulla Siria, sull’Iran, sui rapporti tra la Cina e la Russia, sui governi italiani, sulla politica monetaria cilena, solo per fare qualche esempio di una presenza totale? Da dove proviene? Che cosa lo motiva? Su quali elementi normativi o etici del Diritto internazionale si fonda?
Sin quando queste e analoghe domande non riceveranno risposte razionali e plausibili, l’ingerenza planetaria degli Stati Uniti d’America sarà una forma della volontà di potenza, la più pericolosa mai attuata nella storia della nostra specie.
Nulla di nuovo naturalmente, anche se nuove sono le potenzialità distruttive che una simile politica comporta, ma allora bisognerebbe dirlo in modo esplicito, senza infingimenti: nelle guerre che gli USA iniziano ovunque o alle quali partecipano domina la legge del più forte, vigono principi di natura geopolitica, sono in gioco le ambizioni di dominio economico e strategico della potenza più armata del pianeta. Di questo si tratta. E non di ‘valori’, ‘democrazia’, ‘libertà’. Ripulire il campo dall’ipocrisia moralistica e semantica sarebbe già un passo avanti.
È soltanto in questo quadro che si può comprendere la questione Ucraina.
Oskar Lafontaine, ex ministro delle Finanze tedesco ed ex presidente del partito socialdemocratico (SPD) ha dichiarato apertamente che «la guerra in Ucraina non è una guerra della Russia contro l’Ucraina o viceversa, ma una guerra degli Stati Uniti contro la Russia» (Contropiano. Giornale comunista on line, 16.2.2012). È infatti una guerra anche vigliacca quella combattuta dagli Stati Uniti d’America per procura contro la Russia in Ucraina, «senza rischiare la vita di un solo soldato sul terreno, limitandosi a fornire strumenti di morte e informazioni spionistiche per rendere l’impatto più efficace» (Marco Tarchi, Diorama Letterario 371, p. 1).
Una guerra che invera e prosegue la svolta rovinosa che a partire dalle Paci di Versailles del 1918-1919 ha trasformato la guerra in una questione assoluta, nella quale il nemico non è più un semplice nemico ma è diventato un subumano che non merita alcun rispetto. Una disumanizzazione, anche rispetto al mondo antico, che ha la sua plastica testimonianza nella richiesta del presidente ucraino di vietare a tutti gli atleti russi di partecipare alle Olimpiadi di Parigi del 2024, quando invece per i Greci le Olimpiadi erano ragione di tregua nei conflitti in corso.
La marionetta che governa Kiev (e che si crede un burattinaio) oltrepassa ogni misura, razionalità, responsabilità, chiedendo «armi, più armi» alla NATO. Tanto che i Paesi che compongono l’alleanza militare si stanno dissanguando per finanziare la guerra, togliendo pane, sanità, scuola, lavoro, ai propri cittadini allo scopo di armare all’inverosimile la dittatura ucraina.
E che si tratti di una dittatura è confermato dal Partito Unico al potere, dalla persecuzione dei russofoni e della Chiesa ortodossa non nazionalista, dalle ‘punizioni’ erogate in pubblico e senza alcun processo per chiunque sia giudicato ribelle dalla polizia, dal tentativo di sterminio degli abitanti delle regioni autonome, dal dominio totale sui media ucraini. Anche Amnesty International conferma che l’esercito dell’Ucraina ha come obiettivo la morte e il danno dei cittadini ucraini. L’Ucraina è in realtà uno dei Paesi più corrotti d’Europa e fiumi di denaro dei cittadini e contribuenti italiani ed europei vanno a ingrossare i conti correnti di politici e oligarchi ucraini.
L’eterogenesi dei fini è una delle forme più ironiche e più amare delle vicende umane. In questo caso, essa fa sì che i “democratici” italiani ed europei sostengano anche i movimenti neonazisti al potere in Ucraina. E lo fanno mettendo a rischio i propri concittadini in nome degli interessi e della propaganda degli Stati Uniti d’America. Di fronte alla rovina dell’Italia e dell’Europa, a vantaggio degli USA e per difendere il governo fantoccio dell’Ucraina, ci sarebbero le condizioni per processare i governi in quanto colpevoli di «alto tradimento» degli interessi e della sicurezza dei cittadini.
La miseria economica, il disagio sociale, la crisi della sanità, dei servizi, della formazione sempre più diffuse in Italia e in Europa per difendere e finanziare i Quisling dell’Ucraina costituiscono una prova assai chiara della inadeguatezza, della corruzione, della menzogna che guidano le classi dirigenti del Continente, compreso il governo Meloni. Perché, ad esempio, non ci sono soldi per il bonus edilizio, per l’assunzione di medici negli ospedali, per la ricerca universitaria, per gli edifici scolastici, e invece ci sono (molti) danari per inviare armi e ogni altro strumento di guerra all’Ucraina?
Gli inventori di una Ucraina «democratica» – si tratta in realtà di uno degli stati europei più autoritari e corrotti, con radici e simpatie nazionalsocialiste – si affannano a riempirla di armi e di denaro con il rischio di portare a distruzione l’Europa. Se l’aggressore operativo è la Russia, il vero aggressore strategico è la NATO, che venendo meno agli accordi di Minsk ha ampliato il proprio controllo sull’Europa sino ai confini della Russia. È come se quest’ultima ponesse le sue basi nucleari in Canada o nel Messico. Inaccettabile.
Gli Stati Uniti vogliono controllare ogni azione politica che accade nel mondo, non accettano neppure come ipotesi un pluriversalismo che limiti il globalismo unipolare che tendono a imporre all’intera umanità. Una prova linguistica e semantica di tale pretesa è l’affermazione che «la comunità internazionale» stia condannando e sanzionando la Russia. In realtà, i Paesi che si sono rifiutati di sanzionare la Russia rappresentano invece l’82% della popolazione mondiale.
E tutto questo per difendere «la libertà», la «democrazia»? No, tutto questo serve a organizzare, imporre e difendere un principio e un germe totalitario che consiste nella Gleichschaltung, nell’allineamento a una sola prospettiva, nella «soppressione dei modi di pensare dissidenti, l’eradicazione di ogni pensiero non coincidente con l’ideologia dominante» (Alain de Benoist, DL 371, p. 13).
Il totalitarismo non consiste infatti soltanto e principalmente nei mezzi che si usano ma sta nello scopo per il quale si usano. Gli strumenti possono essere assai più leggeri rispetto a quelli utilizzati dai regimi totalitari del Novecento, «mezzi meno brutali, addirittura fatti per piacere e sedurre, che vanno di pari passo con l’adozione e un apparato di sorveglianza di un’ampiezza (e di un’efficacia) mai vista. Questo si chiama pensiero unico, e ogni progetto che punta ad imporre un pensiero unico è totalitario» (Ibidem).
Gli Stati Uniti d’America costituiscono una nazione nata dal peggio dell’Europa, prosperata con il genocidio e le guerre in tutto il pianeta. Una nazione distrutta dall’illusione multiculturalista e spenta dal Politically correct. Gli USA sono una democrazia apparente, sono una società iniqua e feroce.
La corsa a essere e a mostrarsi servi degli USA e della NATO, contro gli interessi dell’Europa e dell’Italia, è una delle massime espressioni della tragedia che l’Europa vive in questo nostro tempo. I decisori politici europei sono dei veri e propri traditori al servizio di una potenza straniera e nemica, che sta muovendo guerra all’Europa.
La Russia è stata sempre amica dell’Italia. L’ingratitudine spinta sino a fornire armi ai suoi nemici è una responsabilità inaudita del governo Draghi prima e di quello Meloni dopo. Tutto questo si spiega anche con l’idolatria televisiva, con la rinuncia al pensiero, con la Società dello Spettacolo. Una società stordita, inebetita, che scatta come un burattino alle parole d’ordine e alle menzogne dei media, primo dei quali la televisione. Nonostante tale controllo mediatico, il rifiuto della guerra è netto da parte della maggioranza dei popoli e dei cittadini europei. E questo ricorda il 1914. Governi e ceti dirigenti sono oggi come allora accecati da calcoli e fanatismi che portarono alla catastrofe l’Europa.
L’immagine sopra e quella qui sotto spiegano più di tante parole che cosa sia accaduto negli ultimi decenni., una proliferazione di basi statunitensi ovunque (800 sparse in tutto il mondo), che mette a rischio l’esistenza e l’autonomia della Russia e della Cina. Pensare che questo possa accadere senza che Russia e Cina si difendano è stoltezza politica.
Gli Stati Uniti d’America e i loro alleati non hanno il diritto di parlare di pace, semplicemente. Non ne hanno diritto perché la politica estera degli USA dal 1945 al presente è consistita in una serie ininterrotta di guerre. Ecco un elenco delle tante guerre che gli USA hanno scatenato, per non parlare dei colpi di stato contro Paesi sovrani, come il Cile del 1973:
-Corea e Cina 1950-53 (Guerra in Corea)
– Guatemala (1954)
– Indonesia (1958)
– Cuba (1959-1961)
– Guatemala (1960)
– Congo (1964)
– Laos (1964-1973)
– Vietnam (1961-1973)
– Cambogia (1969-1970)
– Guatemala (1967-1969)
– Grenada (1983)
– Libano, Siria (1983, 1984)
– Libia (1986)
– El Salvador (1980)
– Nicaragua (1980)
– Iran (1987)
– Panama (1989)
– Iraq (1991) (Guerra del Golfo)
– Kuwait (1991)
– Somalia (1993)
– Bosnia (1994, 1995)
– Sudan (1998)
– Afghanistan (1998)
– Jugoslavia (1999)
– Yemen (2002)
– Iraq (1991-2003) (truppe Usa e UK insieme)
– Iraq (2003-2015)
– Afghanistan (2001-2015)
– Pakistan (2007-2015)
– Somalia (2007-2008, 2011)
– Yemen (2009, 2011)
– Libia (2011, 2015)
– Siria (2014-2015)
Per quanto riguarda l’Ucraina è ormai chiaro che il gasdotto che unisce la Germania alla Russia è stato distrutto da militari USA. Una gravissima azione di guerra attuata con modalità terroristiche.
E questo perché gli Stati Uniti d’America praticano la guerra contro l’Europa. Lo fanno da tanto tempo. Adesso l’hanno proprio dichiarata. La responsabilità maggiore è dell’Unione Europa, è dei ceti dirigenti europei di “destra” e di “sinistra” – compreso il governo italiano guidato da Giorgia Meloni – che non difendono i loro popoli da un nemico così implacabile, barbaro.
Tutto questo è espressione dell’Identità che tende a cancellare la Differenza. E invece l’essere, anche quello politico, è un gioco senza fine di Identità e Differenza, nel quale nessuno dei due poli cancella, può cancellare, l’altro. Pena la dissoluzione.








Analisi lucida e plausibile.
Il Fatto Quotidiano, 17.6.2026
Da: Caccia Nato abbattono droni Nato: Europa in farsa
il Simplicissimus, 9.6.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/06/09/caccia-nato-abbattono-droni-nato-europa-in-farsa/
Con i massicci bombardamenti sulle infrastrutture a Kiev così come in altre città, la polverizzazione degli F16 e la mancanza di munizione contraeree, è mutato il volto del conflitto: si è passati in una fase in cui Mosca si è tolto il guanto di velluto. Del resto l’opinione pubblica russa chiede a gran voce delle misure contro il terrorismo dell’Alleanza Atlantica e il Cremlino, anche con tutta la prudenza del mondo, non può rimanere insensibile a questo, nonostante l’estrema prudenza che ha sempre ostentato.
Da: I cieli di San Pietroburgo
il Simplicissimus, 6.6.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/06/06/i-cieli-di-san-pietroburgo/
Il Forum di San Pietroburgo ci fornisce esattamente la misura di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da tempo rinunciato ad essere: il sale della storia. Mentre si svolgeva questo vertice economico al quale hanno partecipato 130 Paesi, i droni della Nato sotto il camuffamento ucraino, hanno tentato di guastare la festa: l’azzurro metallico della capitale del nord ogni tanto ha sbuffato per qualche macchina volante distrutta.
Così è apparsa la rabbia degli esclusi che pensavano di poter essere gli unici deejay del pianeta, di decidere cosa e come si dovesse ballare. Invece nella sede del Forum a fianco di Putin c’erano il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud.
Un sud del mondo che sta diventando il vero nord e quindi non stupisce la foltissima presenza di industriali tedeschi ormai stanchi della belligeranza espressa da Berlino per nome e per conto dei cascami di un’oligarchia finanziaria fallimentare. Non è nemmeno mancato il momento patetico e allo stesso tempo ridicolo di questa commedia occidentale in cerca di autore, ovvero la lettera di Zelensky inviata a Putin con cui il duce di Kiev, chiede un incontro e di trattare la pace direttamente con Mosca, visto che la Russia ha grandi problemi. Insomma una concessione.
Putin non ha nemmeno risposto, ma in un conferenza stampa a latere ha fatto intendere al nazi sionista ucraino che ha alcuna voglia di parlare con chi non conta nulla, con la principale marionetta del tragico teatrino bellico, né con i suoi diretti sponsor europei, facendo riferimento al fatto che qualunque pace dovrà essere fatta nello spirito dei colloqui di Anchorage.
Sì, l’attuale risposta della Federazione russa alla guerra della Nato appare anche a me molto, troppo morbida. L’occidente conosce ormai soltanto il linguaggio della forza e quello andrebbe utilizzato.
Come ho detto ieri concludendo le mie lezioni: «Io sono un europeo, non un occidentale. Gli europei sono figli dei greci, gli occidentali [UK-USA soprattutto] sono figli di puttana»
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Voci di guerra da San Pietroburgo. Sulla (agghiaccianti) dichiarazioni dell’ex agente segreto Andrey Bezkurov
Giuseppe Masala
l’Antidiplomatico, 5.6.2026
Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-voci_di_guerra_da_san_pietroburgo_sulle_agghiaccianti_dichiarazioni_dellex_agente_segreto_andrey_bezrukov/29296_67313/
Sulle menzogne della NATO-UE, sempre più fragili e iperboliche.
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Da: Caro Putin…
il Simplicissimus, 1.6.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/06/01/caro-putin/
Caro Presidente i suoi antagonisti europei sono gente fatta di cartapesta e, vista la loro origine, si direbbe che siano fatti di banconote andate al macero e utilizzate per modellare questi androidi nei caveau delle banche; fingono di essere d’acciaio, però non appena la patina di vernice si scalfisce, non appena qualcuno li mette a nudo giocando sulla loro desolante follia, finiranno per sgonfiarsi come palloncini: basta uno spillo per destabilizzarli, tanto più che non hanno alcun serio seguito nei loro Paesi.
Da: La Nato di Al Capone
il Simplicissimus, 30.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/30/la-nato-di-al-capone/
Alfred de Zayas, professore di diritto internazionale presso la Scuola di Diplomazia di Ginevra ed ex esperto indipendente delle Nazioni Unite, ha rilasciato alla Strategic Culture Foundation una valutazione sulla Nato, affermando che è ormai urgente riconoscere che “si tratta di un’organizzazione criminale”. De Zayas osserva che l’Alleanza Atlantica fu fondata quasi ottant’anni fa, nel 1949, presumibilmente per difendere l’Occidente dall’Unione Sovietica. Poiché l’Unione Sovietica ha cessato di esistere nel 1991, insieme al blocco militare contrapposto, ovvero il Patto di Varsavia, anche la Nato avrebbe dovuto sciogliersi in quel periodo. E invece si è trasformata ” da alleanza difensiva in una coalizione di guerra che ha commesso crimini efferati sin dagli anni ’90 in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e altrove: “ciò che è importante oggi è che l’opinione pubblica mondiale riconosca l’Allenza Atlantica come una minaccia alla pace e alla sicurezza del genere umano”. De Zayas aggiunge che è altrettanto importante individuare il ruolo sinistro dei media controllati dalle multinazionali occidentali. Questi media hanno sistematicamente distorto il conflitto in Ucraina, presentandolo come “un’aggressione russa non provocata”, mentre hanno insabbiato la lunga serie di crimini commessi dagli occidentali e e dal regime neonazista, l’ultimo dei quali è l’atrocità di Starobelsk. “Una propaganda e un’attività di pubbliche relazioni incessanti , hanno convinto l’opinione pubblica la Nato, sia un’organizzazione legittima, rispettabile e interessata alla pace e alla difesa. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello”
Confido che la Federazione russa ponga fine alla guerra nella direzione indicata in questo articolo del Simplicissimus:
La Russia e il destino dell’Ucraina
29.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/29/la-russia-e-il-destino-dellucraina/
Nazionalsocialismo ucraino.
Da: Col cuore in gola
il Simplicissimus, 23.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/23/col-cuore-in-gola-2/
Di fronte a un atto terroristico e privo di qualsiasi senso militare, Putin ha incaricato il ministro della Difesa di elaborare una serie di proposte su come rispondere a questo attacco: è chiaro che in campo c’è la possibilità di colpire depositi o fabbriche di droni al di fuori del territorio ucraino. Sul fronte operano i droni a breve raggio, spesso assemblati in aree abbastanza vicine ai luoghi di combattimento, ma quelli che penetrano in profondità nella Russia provengono spesso da altre aree e sono costruiti al di fuori dell’Ucraina, come le vicende dei Paesi baltici mostrano con chiarezza: non c’è modo perciò di liberarsi del problema se non attaccando aree di lancio o fabbriche che fino ad ora sono state al di fuori della risposta russa. Quindi potremmo essere alla vigilia di una guerra sul territorio europeo. Del resto la tattica stupida di sondare fino a che punto i russi siano disposti a sopportare queste azioni, sta portando proprio a alla rottura di quella forma di guerra per procura che fino ad ora ha salvato l’Europa da ciò che si merita.
Può essere anche che la risposta sia asimmetrica, ossia sia portata in altri settori sensibili, ma è chiaro che ormai le cose non possono più andare avanti con lo schema di una belligeranza attiva della Nato che però si nasconde sempre dietro l’Ucraina e il suo regime corrotto e di ispirazione nazista. D’altro canto il fatto che a Kiev sia cominciato il reclutamento forzoso delle donne per mandarle al fronte, vuol dire che ormai le truppe ucraine sono al lumicino, che gli uomini scarseggiano e che quindi la guerra può essere sostenuta solo attraverso azioni terroristiche. Come sempre le cose hanno una logica che acquista una vita propria e che alla fine sfugge a chi crede di poterle controllare.
«Lo scandalo Yermak, il braccio destro di Zelensky, era già esploso un anno fa – nihil sub sole novi – e aveva a più riprese sfiorato il capo supremo, ma adesso è bastato che Putin aprisse a un tavolo della pace cui potrebbero anche partecipare gli europei nella figura dell’ex cancelliere tedesco Schröder, suggerito da Mosca e significativo personaggio dell’era pre Merkel, che subito riscoppiasse il casino. Il problema è proprio Zelensky che di fatto è un presidente scaduto e che quindi non potrebbe nemmeno firmare alcun trattato di pace valido: sostituirlo con qualcuno che possa in qualche modo avere una qualche patina di legittimità, è la base per procedere alla chiusura di questo capitolo vergognoso e allo stesso tempo dolente.
Trump ha capito che è impossibile, persino per il Paese eccezionale e dotato dell’esercito più potente di tutta la federazione galattica, condurre una guerra su due fronti, mentre i governi europei si stanno rendendo conto di stare perdendo qualsiasi consenso e quindi lasciano alla Ue che esprime al meglio il peggio delle oligarchie di comando, il compito di chiamare alla guerra, mentre si stanno preoccupando della deindustrializzazione innescata dalle sanzioni alla Russia, della caduta di reddito e di futuro che ormai non può più essere nascosta.
L’ultimo campanello di allarme è venuto dalla Sassonia, uno dei Länder tedeschi dove si voterà a settembre: un sondaggio attribuisce all’Afd oltre il 40% dei voti. Se a questo aggiungiamo che Macron dovrà abbandonare l’anno prossimo, che la situazione in Gran Bretagna prelude a una rivoluzione politica e che nemmeno il governo Meloni appare in salute, è chiaro che il conflitto ucraino non ha logorato Putin bensì i regimi europei.
Ma c’è anche di più: la questione va in qualche modo rimarginata anche perché gli ucraini rimasti hanno capito benissimo di essere stati la carne da cannone dell’Occidente complessivo».
Da: Ucraina, storia di ladri e di assassini
il Simplicissimus, 13.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/13/ucraina-storia-di-ladri-e-di-assassini/
Eh sì, Unione Europea e NATO costituiscono ormai la rivincita del Nazionalsocialismo.
9 maggio 1945 – 9 maggio 2026
A Berlino sventolano ancora le bandiere della Russia – Unione Sovietica che liberò l’intera Europa dal Nazionalsocialismo (che lo abbiano fatto gli USA è una delle più grandi distorsioni della recente storiografia).
L’Unione Europea, invece, censura, proibisce, reprime ogni memoria storica di quegli eventi. L’Unione Europea è la nemica dell’Europa.
9 maggio 2026.
I discendenti della Germania nazionalsocialista proibiscono le bandiere della Russia – Unione Sovietica che sconfisse il nazismo.
9 maggio 1945.
Liberazione dell’Europa da parte della Russia – Unione Sovietica.
La miseria dell’Unione Europea è senza fondo.
Francesco Accardo, 1.5.2026
Io spero sempre di sbagliarmi, ma purtroppo lo scenario mi pare chiaro da 4 anni. Un Occidente in declino (cioè gli Usa e le élites europee legate agli Usa) ha deciso di provare a restare alla guida del mondo con la guerra. I fronti sono tre.
Il primo è la guerra tra Europa e Russia.
L’Ucraina è il fronte, per ora. La guerra tocca agli europei guidati da UK/Nato. L’autonomia dei singoli paesi è prossima allo zero. Il “disimpegno” Usa è solo un ridispiegamento sugli altri due fronti, cioè Iran (con l’aiuto di Israele, al quale è stato prima concesso di “bonificare” il fronte interno dalla grana palestinese), e poi Pacifico, con la guerra alla Cina, che inizia dal blocco navale dei rifornimenti (Venezuela, Iran, “flotta ombra russa”).
Questo è il quadro. Se abbia un senso strategico non lo so. Per gli Usa forse è l’ultima chance di restare alla guida del mondo. Per noi europei (soprattutto Europa occidentale) è un suicidio. Ma l’autonomia decisionale dei governi è prossima allo zero. Il resto – “litigi” con Trump, “momenti Sigonella”, “colloqui di pace – è solo un teatro delle ombre.
Per restare alla guida del mondo gli oligarchi e i politici comprati/connessi devono anche regolare il fronte interno nei singoli paesi. Cioè cercare d’imporre anche li la legge del più forte, limitando i diritti dei cittadini, usando il nemico esterno (Russia, islam, palestinesi)
Sulle radici storiche e ideologiche della violenza totale che gli stati anglosassoni scatenano contro la civiltà russa.
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Re Carlo va alla guerra, ma la vuole mondiale
il Simplicissimus, 30.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/30/re-carlo-va-alla-guerra-ma-la-vuole-mondiale/
Sua Maestà Carlo III, emissario degli imperatori Rothschild, anche noto ai suoi ammiratori come il migliore amico del defunto pedofilo e violentatore Jimmy Savile e come fratello del migliore amico di Jeffrey Epstein ovvero Andrea, precedentemente noto come Principe Andrea. è andato a Washington e ha onorato la sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti con un discorso ispiratore in cui ha ritenuto opportuno esortare gli americani a procedere finalmente con la terza guerra mondiale. Ecco cosa ha detto Sua Maestà:
La glorificazione delle guerre passate, in particolare quella in Afghanistan, e l’invocazione dell’articolo 5 della Nato, definito “necessario per la difesa dell’Ucraina”, rappresentavano un invito neanche troppo velato agli Stati Uniti a entrare in guerra contro la Russia: un’altra guerra di vasta portata sul continente europeo. E l’appello di questo King per la Terza Guerra Mondiale è stato accolto con un applauso entusiasta da parte di politici che altrimenti sostengono con passione le proteste “No Kings” nei loro Paesi. Non si pensi che questa posizione contraddica il post precedente: anzi è proprio la sconfitta palese che spinge i rappresentati più intimi e perversi del globalismo finanziario a tentare il tutto per tutto, piuttosto che un compromesso.
Non c’è da stupirsi che tutto questo abbia il suo epicentro a Londra e dintorni: la classe politica britannica ha nutrito un’ossessione patologica per la Russia per quasi due secoli, tramando guerre contro il paese almeno dalla guerra di Crimea del 1853. In ogni occasione, la Gran Bretagna ha costantemente cercato di condurre tali guerre dietro le quinte, incitando altre potenze a combattere direttamente. Uno degli esempi più lampanti è stato lo strumentalizzazione della Germania di Hitler per preparare la più grande forza d’invasione di tutti i tempi nel 1941, che contava oltre 3,8 milioni di soldati. Non si trattò di una vera e propria “invasione tedesca”, come suggeriscono i nostri corsi di storia; fu un’invasione guidata dalla Germania. La forza d’invasione, forte di 3,8 milioni di uomini (che crebbe fino a sei milioni nel primo anno di guerra), proveniva da quasi tutti i paesi europei. L’Unione Sovietica respinse l’invasione al costo di 27 milioni di vittime. Un russo su nove morì e quasi ogni famiglia russa perse un membro in questa guerra. Quando divenne chiaro che l’invasione era fallita e che l’esercito di Hitler sarebbe stato sconfitto, lo Stato Maggiore Congiunto britannico elaborò il ” Progetto Impensabile “: un piano nuovo e migliorato per un attacco alla Russia.
Il documento fu presentato a Winston Churchill il 22 maggio 1945 e proponeva un attacco a sorpresa contro la Russia, pianificato per il 1° luglio 1945, da parte delle forze congiunte di Gran Bretagna e Stati Uniti, supportate da truppe polacche e tedesche. L’obiettivo politico del progetto era quello di “sottomettere la Russia alla nostra volontà”. Due anni dopo la formulazione del “Progetto Impensabile”, il governo britannico ha redatto i ” fondamenti della nostra politica di difesa “, riaffermando che “la minaccia più probabile e maggiore ai nostri interessi proviene dalla Russia” e che era essenziale “assicurare il sostegno attivo e tempestivo degli Stati Uniti d’America e degli stati dell’Europa occidentale”. Ora che la guerra in Ucraina si sta chiaramente avviando verso lo stesso esito dell’Operazione Barbarossa di Hitler, il sostegno attivo degli Stati Uniti d’America è diventato estremamente urgente, ed è per questo che King Chuck si è dato da fare per conquistare il pubblico americano e rilanciare il progetto Unthinkable.
Questa ossessione rappresenta ora una minaccia mortale per il mondo intero, e possiamo essere certi che non si esaurirà con un discorso: verranno scatenate feroci campagne di lobbying e di influenza, che potrebbero richiedere solo un attacco sotto falsa bandiera ben orchestrato e attribuito alla Russia.l Vale la pena ricordare che l’anno scorso si è appreso che il Regno Unito era ed è pronto ad aiutare l’Ucraina a costruire un’arma nucleare. La follia criminale che si cela dietro tutto ciò è davvero incomprensibile e ricorda la criptica osservazione di Winston Churchill dopo aver appreso del brutale bombardamento alleato di Rotterdam: “Guerra sottomarina indiscriminata. Attacchi aerei indiscriminati: questa è guerra totale… Il tempo, l’oceano, una stella polare e un’alta cricca ci hanno resi ciò che siamo”. Che cosa siano poi davvero lo lascio al giudizio di chi legge.
La miseria dell’Unione Europea è totale.
Prima questa struttura finanziaria e dittatoriale si dissolverà, meglio sarà per l’Europa.
Eh sì…
E la nave va…ovvero l’Europa di Schrödinger
il Simplicissimus, 25.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/25/e-la-nave-va-ovvero-leuropa-di-schrodinger/
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e in questo caso il mare di Barents. Protagonisti una petroliera della cosiddetta flotta ombra russa e la guardia costiera norvegese che ha tentato invano di fermarla e poi di abbordarla: la nave ha proseguito tranquillamente verso le acque russe, infischiandosene del tentativo di assalto norvegese. La motovedetta KV Andenes ha tentato di costringere la Apple, battente bandiera della Guinea Equatoriale e sospettata di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni unilaterali di Bruxelles, ha dimostrato un totale disprezzo per la giurisdizione di Oslo, non si è fermata, ha chiuso le comunicazioni radio e il transponder Ais ed è lentamente scomparsa dai radar. Questo caso non è un semplice incidente, ma un fallimento sistemico del controllo dovuti a diversi fattori: da una parte ci sono le conseguenze ambientali di un possibile attacco, dall’altra la possibilità che le navi trasportino anche truppe di scorta o in alcune zone come nel mare di Barents, la possibilità di un intervento della marina russa.
Londra ha già vietato alle sue forze armate di sequestrare tali imbarcazioni, temendo un’escalation con le navi militari russe che spesso scortano le petroliere attraverso la Manica. L’Estonia ha pubblicamente riconosciuto il suo timore di una risposta militare da parte di Mosca ai tentativi di fermo. La Norvegia ha appena appreso che la flotta “ombra” se ne impippa dei suoi ordini. Quanto accaduto è stato un battesimo del fuoco per le nuove regole norvegesi contro il traffico di petrolio russo, regole che peraltro rispondono a un preciso interesse di questo Paese che vuole vendere il proprio petrolio. Il risultato è disastroso: la Russia sta ottenendo un vantaggio strategico utilizzando navi civili come strumento di guerra ibrida e di sopravvivenza economica sotto sanzioni. È probabile che la Apple stia già scaricando le sue merci o si trovi al riparo sotto la protezione di rimorchiatori e navi antisommergibile russe. L’Europa non può far altro che guardare. Del resto questo è ciò che accade quando si vuole colpire, ma non si ha la forza di farlo: un qualsiasi incidente sarebbe come il collasso della funzione d’onda quantistica. Oggi, come un gatto di Schrödinger, l’Europa o forse sarebbe meglio dire la Ue, in totale contrasto con le volontà popolari, è in guerra con la Russia e contemporaneamente non lo è, fornisce armi e soldi al regime neonazista di Kiev, fornisce i mezzi con cui quest’ultimo si accanisce contro i civili russi, ma non può minimamente pensare di dichiarare una guerra aperta perché non ne ha le possibilità e verrebbe semplicemente spazzata via.
I suoi milieu politici possono sopravvivere finché rimane questa situazione di totale ambiguità, ma se verificasse un incidente con la flotta ombra le strade non potrebbero che essere due: o rivelare al mondo intero che le sue sanzioni sono una barzelletta, oppure reagire militarmente cosa che peraltro non può permettersi di fare. Oddio, l’intero pianeta sa benissimo che l’Europa compra sottobanco quel petrolio e quel gas russo che dice di non voler usare, ma questo gioco avvantaggia Mosca che perciò tollera questa commedia, salvando la faccia alla belligeranza in conto terzi di Bruxelles. Ma la pirateria è un’altra cosa e il Cremlino reagirebbe duramente facendo cadere tutto questo castello di carte. Perciò si lascia via libera alle navi della cosiddetta flotta ombra, tanto non è necessario farlo sapere alle opinioni pubbliche, rivelando che l’Europa è un gattino di carta, oppure dando di questi episodi una versione più “vincente” che salvi capra e cavoli, un’immagine agreste che suscita immediatamente il parallelo con i milieu politici europei che gestiscono la farsa. Ma di certo la pazienza di Mosca si sta esaurendo.
Andrea Zhok, 20.4.2026
Ieri si sono tenute in Bulgaria le elezioni parlamentari. La coalizione Bulgaria Progressista, guidata dall’ex presidente Rumen Radev, ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando il 44% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.
Dopo i gridolini di gioia per la sconfitta della destra conservatrice di Orban da parte della destra liberista di Magyar, ci si sarebbe potuto aspettare una fiaccolata di accendini intonando “Imagine” da parte delle varie componenti della sinistra europea e italiana.
Purtroppo il destino, notoriamente cinico e baro, ha frapposto per l’ennesima volta un ostacolo insuperabile all’impeto entusiastico del progressismo nostrano.
L’agenda di Radev presenta vari difetti. In primo luogo è un’agenda socialmente orientata, che mira al rafforzamento della sanità pubblica, all’aumento delle pensioni, ad una significativa presenza dello stato in economia. Non si capisce bene perché non si sia limitato a promuovere i bagni transgender, a contestare l’oppressione delle donne iraniane e a discutere di femminicidi, incaponendosi invece in questioni obsolete da Prima Repubblica.
Ma vabbé, questo glielo si sarebbe perdonato (magari si limita a farci sopra la campagna elettorale e poi chi s’è visto s’è visto, come i nostri).
Ciò che non è perdonabile, invece, è che Radev rivendica anche il diritto di fare gli interessi del popolo bulgaro, riallacciando i legami energetici con la Russia, smettendo di fornire armi all’Ucraina e contestando lo strapotere della commissione europea su energia, green economy e politiche di bilancio.
E qui alla sinistra europea ed italiana viene un mancamento.
L’intellighentsia giornalistica (scusate l’ossimoro) entra in confusione.
Apparentemente, non hanno finito di gioire per la caduta di Orban che si ritrovano in Bulgaria un rossobruno, come Fico in Slovacchia.
Eh, niente, la storia, ingrata, continua a porre enigmi alla sinistra e centro-sinistra del Vecchio Continente. Sembrava tutto così semplice. Per dirsi in linea col progresso bastava cantare Bella Ciao un paio di volte l’anno, strillare contro fascismo e patriarcato, e chiedere consigli all’armocromista. E per tutto il resto c’è Mastercard.
Invece adesso continuano a venir fuori questi residuati di un piccolo mondo antico, retrivi, populisti, legati ad idee tediose come l’interesse nazionale, l’economia mista, la giustizia sociale, la presenza di uno Stato che non sia un mero braccio armato delle multinazionali.
Dove andremo a finire?
Usque tandem?
Andrea Zhok, 13.4.2026
Continuare ad attendersi che Orban facesse il “lavoro sporco” (così si chiama oggi il buon senso) impedendo a Ursula e Kaja di portarci allo scontro frontale con la Russia era comprensibile, ma stolido.
Se verranno meno i veti ungheresi alle politiche suicide della Commissione Europea, forse sarà il momento in cui qualcuno comincerà a muovere il culo senza usare il paravento del “cattivo Orban”.
O forse no.
Sappiamo tutti che carriere come quelle di Ursula e Kaja si fanno non per meriti morali o intellettuali, ma in quanto burattini che danno garanzie a gruppi di potere operanti dietro le quinte.
E il meccanismo delle odierne società “liberaldemocratiche” è stato pensato per isolare il potere dalle volontà popolari.
Chi è più in basso nella catena alimentare subisce di più le conseguenze delle scelte idiote dei vertici, è più incazzato, ha meno da perdere, ma ha anche meno potere per farsi sentire al vertice.
Chi ha di più, come medie o grandi imprese, è comunque ricattabile, perché in un sistema altamente competitivo basta perdere una commessa o subire un controllo fiscale o essere oggetto di uno scandalo montato ad arte, per perdere quote di mercato.
Il sistema dunque è tale che chi non ha niente da perdere e rabbia a sufficienza, ha però potere zero e zero capacità di autoorganizzazione; al crescere del potere cresce sia la tolleranza per il sopruso che, in parte, la ricattabilità.
Il meccanismo è stato studiato bene e dunque, molto semplicemente, andremo a sbattere.
La condotta criminale di chi ha lavorato costantemente per svendere le nazioni europee a gruppi multinazionali e la politica europea ai desiderata israeloamericani non sta trovando ostacoli rilevanti.
Dunque, tolto di mezzo l’ostacolo Orban, il moto di collisione con l’iceberg accelererà, con energia razionata e a costi esorbitanti, con interi settori industriali fuori mercato, disoccupazione esplosiva, ulteriore compressione salariale, inflazione, e quel poco di margine economico impiegato in commesse militari (infatti, per fare favori a terzi ci siamo creati nemici che prima non avevamo, e ora, giustamente, dovremo difenderci.)
Vorrei dire che c’è una via d’uscita, ma gli unici eventi “salvifici” al momento possibili sono una imprevedibilmente rapida risoluzione delle crisi ucraina e medioorientale. Altrimenti, per quanto riguarda la nostra traiettoria di continente europeo legato all’istituzione UE, siamo destinati ad andare a sbattere.
C’era una vecchia battuta di Petrolini a teatro, che di fronte a un’offesa proveniente dal loggione volgeva lo sguardo in alto verso lo spettatore ostile, dicendogli con un sorriso:
“Tranquillo, io mica ce l’ho con te…
Ce l’ho con quello vicino a te, perché non ti butta di sotto.”
Ecco, io non ce l’ho con le von der Leyen, le Kallas, la Commissione Europea.
Ce l’ho con quelli – poteri pubblici e privati – che verranno anch’essi travolti – che, pur potendo farlo, non le buttano di sotto.
Da: La Russia assesta una lezione a Londra
il Simplicissimus, 11.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/11/la-russia-assesta-una-lezione-a-londra/
Ogni tanto questi signori vengono riportati alla realtà e questo dovrebbe far comprendere ai dirigenti russi e a quelli dell’intero Sud del mondo che in Occidente si capisce bene solo il linguaggio della forza, e che spesso quest’ultima è l’unica fonte di diritto che sussiste, come la vicenda iraniana dimostra oltre ogni dubbio.
L’Unione Europea.
L’intelligenza di Napoleone Bonaparte è imparagonabile alla miserabile vita di pedofili, mafiosi, stupratori e servi quali sono Trump, Netanyahu, Zelensky e gli individui che governano gli sfortunati Paesi dell’Unione Europea.
E tuttavia mi sembra che una pagina di Guerra e pace si possa adattare allo stupore che a poco a poco sta afferrando tali nullità di fronte alla resistenza della Federazione Russa e della Repubblica iranica davanti al gigante d’argilla, benché assolutamente sanguinario, degli eserciti dell’USAI.
Bene ha fatto la rivista il Covile a proporre questo brano del grande scrittore russo.
Borodino, 7 settembre 1812 (pdf)
Così parla un capo di Stato responsabile. I capi degli USA e di Israele, invece, sono soltanto dei mafiosi.
:
Islander, 25.1.2026
Donald Trump non si è limitato a prendere in giro l’Europa, ma l’ha anche presa in giro in pubblico e ha fatto sì che Bruxelles tenesse la telecamera.
Bastavano due immagini. Un teatro così preciso da rasentare la crudeltà, se non fosse stato ampiamente meritato.
Uno: i migliori d’Europa riuniti all’Oval, rigidi e obbedienti, che fissano una mappa mentre Trump fa la predica come un padrone di casa che esamina gli inquilini morosi.
Due: Trump che pianta la bandiera americana in Canada e Groenlandia, non come conquista (la conquista non è necessaria con queste parodie supplicanti mascherate da leader), ma come presa in giro, un’immagine così brusca da far esplodere ogni ipocrita lezione che l’Europa ha tenuto sulla sovranità nell’ultimo decennio.
Non è richiesta diplomazia, l’esposizione è ben meritata.
Trump tiene uno specchio e l’Europa indietreggia perché finalmente vede se stessa: un continente che ha esternalizzato l’energia, la difesa e il processo decisionale, per poi mormorare di “diritto internazionale” quando la sua ipocrisia è stata smascherata.
L’Europa predicava valori mentre viveva del gas russo, economico e affidabile. L’Europa rimproverava Mosca mentre la NATO si insinuava mille miglia a est, infrangendo una promessa dopo l’altra alla Russia. L’Europa rideva delle garanzie di sicurezza come paranoia, anche dopo l’esplosione dei gasdotti e lo sfarfallio delle luci.
E ora… ora, l’Europa scopre che l’imperialismo è brutto, ma solo quando la scacchiera viene capovolta.
Improvvisamente la sovranità (in un certo senso) conta. Improvvisamente i confini sono sacri. Improvvisamente l’ordine basato sulle regole ha bisogno di essere difeso (dolcemente): ma solo quando Washington fa pressione invece di Mosca. Certo, è performativo, l’Europa sa di essere spacciata.
Ecco la linea che l’Europa si rifiuta di dire ad alta voce: non è stata Mosca ad annettere l’Europa, ma Davos, Washington e la codardia della sua stessa classe politica.
La Russia ha chiesto un’architettura di sicurezza equa e indivisibile da Lisbona a Vladivostok. L’Europa non ha nemmeno fatto una controfferta. Ha rimandato. Si è nascosta dietro i comunicati stampa russofobi della NATO. Ha esternalizzato il pensiero al suo padrone. Poi ha applaudito sanzioni che sapeva si sarebbero ritorte contro, perché il teatro morale era molto più facile della strategia.
Finché non è successo più. Le condutture hanno fatto bang.
Le fabbriche sono ferme. Le famiglie europee pagano il prezzo più alto di questa arroganza.
Lo shock delle importazioni di gas della Germania è stato brutale: i dati ufficiali hanno mostrato che il prezzo medio alla frontiera è aumentato del 224% su base annua dopo l’interruzione della fornitura tramite gasdotto russo, e i costi energetici industriali dell’UE sono saliti a 2-4 volte quelli dei concorrenti globali, paralizzando la competitività nel settore manifatturiero pesante.
E l’Europa si è messa in fila per acquistare GNL americano a prezzi esorbitanti, fingendo di non sapere chi ne avrebbe beneficiato, ingoiando la fattura senza scomporsi e definendola “solidarietà”.
Poi l’umiliazione, la ciliegina sulla torta.
Trump pubblica un messaggio del capo della NATO “Tutti Frutti”, Rutte, un messaggio intriso di gratitudine, elogi e deferenza. Non un linguaggio da alleanza. Il capo della NATO ridotto a un cortigiano digitale, che ringrazia l’imperatore per la disciplina, mentre i leader europei vengono immacolati per il divertimento di Cesare.
Questa è la sottomissione più umiliante.
E ancora… ancora, fingono che si tratti della Russia.
L’Europa sa usare l’ironia così bene… Non è la Russia a schiacciare l’Europa. È Washington.
Mentre la Russia approfondisce l’integrazione eurasiatica e la Cina firma accordi sul gas in yuan, l’Europa si aggrappa allo stivale dello Zio Sam come un tossicodipendente alla sua ultima dose. Un’illusione collettiva e un patto suicida in un ordine al collasso.
Il Canada dovrebbe prendere appunti! Ecco come ai vassalli si ricorda chi scrive la fattura.
L’Europa avrebbe potuto scegliere l’equilibrio. Avrebbe potuto scegliere la diplomazia al posto del dogma russofobico. Avrebbe potuto scegliere l’autonomia strategica anziché la schiavitù atlantista travestita da virtù.
Ha scelto il cosplay morale. Non è stato Trump a creare la debolezza dell’Europa. Ma l’ha smascherata.
Non ha minato la sovranità. Ha ricordato all’Europa che non ne possiede più alcuna.
L’Europa voleva essere santa. Ora è semplicemente tutta debole, l’ultima tragicommedia. Trump non ha spezzato il continente, si è semplicemente rifiutato di fingere che fosse ancora in piedi, ancora rilevante.
C’è un metodo nella sua follia
di Scott Ritter, scottritter.substack.com, 23.1 2026 — Traduzione a cura di Old Hunter
Molte persone, me compreso, sono rimaste sbalordite quando il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato di essere disposto a donare 1 miliardo di dollari provenienti dai beni russi congelati negli Stati Uniti per contribuire a finanziare il lavoro del nuovo progetto preferito di Donald Trump, un “Consiglio per la pace”, la cui missione è apparentemente quella di supervisionare la ricostruzione di Gaza.
Dopotutto, la Russia è stata in prima linea nel promuovere il concetto di un ordine globale basato sul diritto e fondato sui principi della Carta delle Nazioni Unite.
Il Board of Peace di Trump rappresenta l’antitesi di tale obiettivo, concepito letteralmente non come alternativa alle Nazioni Unite, ma piuttosto come sua sostituzione.
Allora perché la Russia dovrebbe voler aderire a qualcosa che è in contrasto con i suoi valori fondamentali?
La risposta è perché dà alla Russia un posto al tavolo delle trattative.
E la realtà del mondo di oggi è che per i prossimi tre anni la tavola sarà apparecchiata dagli Stati Uniti e, più specificatamente, da Donald Trump.
Oltre ad apparecchiare la tavola, Trump è incaricato di creare il menù.
Con l’adesione al Board of Peace di Trump, la Russia sta creando le condizioni necessarie affinché chiunque possa gustare una ciotola di Pelmeni siberiani con un cheeseburger americano e patatine fritte della libertà.
Ma non si tratta di Gaza.
La Russia e il suo Presidente stanno pensando in modo ancora più strategico. Si prevede che il Consiglio per la Pace di Trump sarà in grado di contribuire alla ricostruzione dell’Ucraina una volta concordate e attuate le condizioni per la cessazione del conflitto.
E il presidente Putin ha apparentemente abbracciato l’idea che i beni russi congelati possano essere utilizzati per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina.
Ma questa garanzia della ripresa economica dell’Ucraina non avverrà nel vuoto.
Attraverso la sua campagna in corso contro le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, la Russia sta distruggendo la sostenibilità politica dell’attuale gruppo dirigente ucraino, da Zelensky in giù. Questo sforzo va di pari passo con la campagna in corso per denunciare la corruzione all’interno dell’establishment politico ucraino. Il popolo ucraino viene condizionato ad accettare una nuova leadership che arriverà al potere attraverso nuove elezioni.
Elezioni che saranno guidate dalla questione della ricostruzione dell’Ucraina e dal ritorno alla normalità della vita ucraina. Putin sta posizionando la Russia in modo da finanziare e controllare la ricostruzione postbellica dell’Ucraina e, con essa, le principali leve di influenza sul futuro politico dell’Ucraina.
In Russia sono in molti, compresi coloro che hanno stretti legami con il Cremlino, a credere che il futuro dell’Ucraina post-conflitto sarà quello di “terza sorella” dello Stato dell’Unione, che attualmente comprende Russia e Bielorussia, e non dell’UE.
La Russia ha investito ingenti risorse nella creazione di un governo di attesa al suo interno, che comprende, tra gli altri, l’ex presidente dell’Ucraina, Viktor Yanukovich, e l’ex primo ministro Mykola Azarov.
Sfruttando le leve economiche di influenza su una popolazione che ha disperatamente bisogno di un cambiamento, la Russia dovrebbe essere in grado di esercitare il controllo sul futuro politico e sulla direzione dell’Ucraina post-conflitto.
La smilitarizzazione e la denazificazione sono due aspetti fondamentali delle richieste della Russia per risolvere le cause profonde del conflitto con l’Ucraina.
Il Board of Peace di Trump potrebbe fornire alla Russia un vettore di controllo e influenza che altrimenti non avrebbe se Putin decidesse di non pagare il miliardo di dollari richiesto. Dal punto di vista russo, questo pagamento rappresenta l’adesione a un processo di risoluzione post-conflitto di cui altrimenti la Russia potrebbe non far parte.
Se questa mossa fallisce, la Russia perderà un miliardo di dollari di fondi che non controlla più. Ma se avrà successo, la Russia avrà il controllo sulla situazione in Ucraina.
E in ogni caso, le possibilità che il Board of Peace di Trump resti in piedi una volta che Trump non sarà più in carica, tra tre anni, sono scarse o nulle: si tratta del progetto preferito di un uomo che governa attraverso il culto della personalità.
Una volta terminato il fenomeno Trump, la Russia potrà tornare a promuovere l’ordine internazionale basato sul diritto e fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, questa volta al sicuro in una nuova realtà in cui la guerra con l’Ucraina è finita e la Russia ha il controllo del futuro dell’Ucraina.
’ È .
DAL MITO DELLA MINACCIA RUSSA ALLA REALTÀ DEL VASSALLAGGIO AGLI USA. [PARTE 3]
Pino Cabras, 17.1.2026
Noi lo sapevamo, ma Tajani non lo voleva sapere.
Erano nuovi, però con un messaggio – quello sì – non nuovo, finora inascoltato:
«cari europei, voi insistete a cercare la “guerra totale”, ma “guerra totale” significa che dovrete fare i conti con testate nucleari non intercettabili, precise, a distanze illimitate. Ognuno degli Oreshnik – nuovissimi, altro che tecnologie sorpassate – può distribuire su 6-8 obiettivi altrettante testate ciascuna con una carica che vale 100-200 Hiroshima».
Il messaggio è arrivato, bello forte.
Negli ultimi giorni si moltiplicano, in diverse aree d’Europa, segnali di riposizionamento pragmatico rispetto alla linea di totale irrigidimento adottata negli ultimi anni.
In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha richiamato apertamente la necessità di ricostruire un rapporto di compromesso con il principale vicino continentale, la federazione Russa, sottolineando che la Russia resta, a tutti gli effetti, un paese europeo.
Un’affermazione che rompe il tabù linguistico dominante e apre uno spazio politico nuovo, non confinato a una sola area del Paese.
Merz era quello che un anno fa, in versione Dottor Stranamore, diceva che bisognava quanto prima distruggere il ponte della Crimea.
Come cambiano le prospettive…
Sul fronte nordico, dalla Finlandia, l’ex ministro degli Esteri Paavo Väyrynen ha invitato a riconsiderare la chiusura del confine con la Russia, evidenziando come l’interruzione dei flussi abbia prodotto effetti economici negativi diretti per Helsinki e per le regioni di frontiera.
Infine, secondo fonti della stampa danese, la Danimarca starebbe valutando il rientro degli F-16 ceduti a Kiev nel 2024, con una nuova destinazione strategica: il loro dispiegamento in Groenlandia, segnale che non era il Cremlino, il grande pericolo, ma la Casa Bianca. […]
[FINE PARTE 3]
[Segue…]
Un membro del governo danese risponde alle menzogne degli Stati Uniti d’America, confermando che Danimarca e Groenlandia non subiscono alcuna minaccia dalla Cina e dalla Russia. La sola minaccia reale è quella che proviene dagli USA.
Come i decisori politici, i media e molti cittadini di un occidente malinconico e perdente cercano di ignorare la realtà e di inventarsi un mondo parallelo che non esiste.
Da: Parola d’ordine: ignorare il mondo reale
il Simplicissimus, 2.1.2026
Ignorare è ormai la parola magica dell’Occidente, la formula con cui riesce ad andare avanti come uno zombi senza interrogarsi e senza guardare la sua squallida realtà. Così riesce a tollerare l’abominio etico di aver dato un appoggio sostanziale al tentativo genocida di Gaza, così può disconoscere la nascita di un mondo multipolare e ritenere di essere ancora l’unico titolato a dettare le regole al resto del mondo, così può far finta di non stare subendo una sconfitta strategica e tecnologica in Ucraina. E come le oligarchie di comando ignorano la situazione reale pensando che ignorandola non esista, così i cittadini che non vogliono far finta di non vedere vengono sempre di più spinti in un ghetto dove lo stato di diritto diventa un fantasma.
(…)
In pochi giorni, con poche perdite e senza nemmeno usare armi nucleari la Russia potrebbe ridurre a un mucchio di macerie Kiev, Leopoli e le altre città ucraine, ma non lo fa per due essenziali motivi: il primo è che quello ucraino viene considerato un popolo affine o fratello, dove un terzo abbondante della popolazione, escluse le aree orientali totalmente russofone, parla comunemente russo e in secondo luogo perché la guerra sta sanando molti tessuti molli della società russa e spezzando vecchie dipendenze. Da un punto di vista strategico, Mosca ha chiarito che la lentezza non è un segno di debolezza, ma di una scelta che non considera il conflitto come una classica guerra esterna, ma come una tragedia interna allo spazio storico russo. Come è noto o dovrebbe esserlo, praticamente ogni russo ha un parente ucraino, motivo per cui la conduzione attenta delle operazioni militari è anche un modo per preservare le famiglie russe stesse, su entrambi i lati dei confini artificiali creati nel 1991.
Che poi i media occidentali tentino di dare un’immagine distorta della realtà, che pubblichino foto di bandiere ucraine fatte su un qualunque set, per dimostrare che quella o questa fortezza ancora resiste, che il conflitto stagna, sono cose che riguardano solo la coscienza dei bugiardi e dei servi volontari, nonché i neuroni superstiti di chi dà ancora credito a queste sciocchezze. Sono insomma la patologia conclamata di un sistema che va marcendo e che deve ignorare il mondo reale per poter vedere ancora la sua falsa immagine, invece di affrontare l’orrore che sta diventando.
Sì, è proprio inspiegabile.
O spiegabile con la convergenza di corruzione, stupidità e dissoluzione.
Marco Tarchi, intervista su La verità, 29.12.2025
«Che ci faceva in Russia?»
L’Inquisizione liberale nell’era della russofobia sintetica
Pino Cabras, 25.12.2025
Il diavolo si nasconde nei dettagli. Anche nella russofobia.
Soprattutto in quella russofobia “sintetica”, inoculata oggi da mani potenti e straniere per modificare il DNA politico della Repubblica italiana, piegandolo alla militarizzazione e all’ucrainizzazione dell’intero spazio politico europeo.
C’è una frase, apparentemente banale, che rivela tutto. È stata pronunciata a Napoli durante la provocazione organizzata contro il professor Angelo d’Orsi: «Che ci faceva in Russia?».
A pronunciarla è stato Matteo Hallissey, 22 anni, presidente dei Radicali Italiani e di +Europa: il nodo italiano di quel reticolo di forze che, da anni, nel mondo organizza agitazioni politiche e “rivoluzioni colorate” per conto dell’occidentalismo atlantista. Questo accade da quando le rivoluzioni non le fanno più i popoli, ma i padroni, pagando apparati di pubbliche relazioni sempre più aggressivi, inclusa la trasformazione del Nobel per la Pace in strumento di guerra.
«Che ci faceva in Russia?» non è una domanda, come ben capite. È invece un rude atto di accusa.
In quelle cinque parole è già iscritta un’idea nuova – e inquietante – di colpa politica: l’idea che il semplice atto di conoscere, studiare, frequentare, attraversare uno spazio definito “nemico” sia di per sé sospetto. Non conta più ciò che dici, ciò che dimostri, né una brillante carriera intellettuale di decenni. Conta dove sei stato, con chi hai parlato, quali confini hai osato attraversare.
È la logica del sospetto permanente, tipica delle fasi di mobilitazione bellica. Il pensiero critico diventa diserzione preventiva. La curiosità intellettuale, tradimento latente. La conoscenza, una devianza da schedare. Se dico che c’è una guerra ibrida, se mi correggi sei parte della guerra ibrida. È la stessa logica della prova diabolica medievale (il sospetto che si autoalimenta), ma con un upgrade moderno: non si dimostra più che sei colpevole, bensì che la realtà stessa è strutturalmente ostile, e quindi ogni voce non allineata è funzionalmente nemica.
Esattamente ciò che ha descritto con lucidità Papa Leone XIV, notando come «nel rapporto fra cittadini e governanti si arrivi a considerare una colpa il fatto di non prepararsi abbastanza alla guerra». È la stessa logica che anima, in forme diverse, i mille Hallissey, Calenda e Picierno disseminati nel dibattito pubblico europeo.
Le campagne degli interventisti contro chiunque cerchi le ragioni per comporre i conflitti produrranno effetti duraturi e perniciosi: una vita civile più povera, un dibattito pubblico sempre più polarizzato, pressioni crescenti – e sempre più eversive – per delegittimare posizioni che restano largamente maggioritarie nella società, come il pacifismo.
Hallissey, rincarando la dose, ha aggiunto: «a Russia Today».
Alludeva alla partecipazione di d’Orsi a un evento a Mosca per i vent’anni di Russia Today, RT, emittente in lingua inglese nata come contraltare alla CNN e alle altre “all news” che da decenni diffondono le veline dell’intelligence statunitense. Ed è qui che il quadro si chiude. […]
Questi liberali al sugo rivendicano come una conquista democratica il fatto che la Commissione Europea vieti ai cittadini dell’Unione di vedere canali televisivi russi. Canali trasformati in tabù, in “guerra ibrida”, in pagliuzze indicate nell’occhio altrui mentre una trave gigantesca resta piantata nel proprio. La censura viene chiamata libertà. L’ignoranza, sicurezza. La guerra, responsabilità.
Mentre oggi i No Pax si danno di gomito demonizzando RT, dobbiamo invece ricordare che a non vederla ci perdiamo un punto di vista sul mondo importantissimo. E dobbiamo ad esempio ricordare che Julian Assange conduceva una delle più interessanti trasmissioni su RT. Il programma si intitolava The World Tomorrow ed è andato in onda tra il 2012 e il 2013. Era un talk show di interviste in cui Assange dialogava con figure politiche, intellettuali e culturali di primo piano a livello internazionale. La trasmissione fu registrata mentre Assange si trovava confinato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, con ospiti di grande spessore, prima di finire per anni nel carcere speciale londinese in condizioni di tortura. Assange cercava spazi mediatici disposti a dargli voce quando era già fortemente isolato dai media mainstream occidentali, i quali censurano e manipolano in base ai valori tanto cari proprio ai censori che vogliono chiuderci la bocca.
Dunque tutto comincia con una domanda solo in apparenza ingenua: «Che ci faceva in Russia?»
Potremmo invece girare noi una domanda ai provocatori di +Europa. Che ci dite dei finanziamenti elettorali o contributi derivanti da George Soros o tramite fondazioni a lui collegate destinati a +Europa o a candidati del partito? Non è che sono solo io a chiedervi conto di questo. Fu addirittura Calenda (i cui militanti erano anche loro con voi a Napoli), a sollevare la questione di questa manna straniera in forma di milioni che rivitalizzava il vostro partito. E i vostri dirigenti hanno a malincuore dovuto ammettere.
Tuttavia, nel video diffuso dopo la provocazione, il presidente di +Europa guarda dritto allo schermo e si esibisce accigliato con un “coup-de théatre” che non si vedeva dai tempi dei manuali CIA degli anni ‘50 del secolo scorso. Con sprezzo del ridicolo, parlando di D’Orsi dice: «non è uno scherzo: indovinate cosa gli è caduto? Un rublo!». E trionfalmente mostra una monetina che dovrebbe ipnotizzare gli spettatori.
Forse ci riesce, perché usa un trucco ingannatore potente. Cioè, ci fa vedere una moneta fisica, un oggetto concreto: lui ci dice che è caduta dalla tasca dei “filo-russi”, non ha bisogno di altre prove, perché gli basta far depositare l’immagine, più potente di ogni noioso discorso scritto. Non vedrai più moneta al di fuori di quella.
Così, milioni di persone potranno dimenticarsi tranquillamente tutte le tantissime monete (in forma di bonifici) con cui +Europa e chissà quante altre sigle e giornali hanno prosperato per anni, tante organizzazioni che facevano e fanno praticamente come un certo Mussolini del 1914, che pigliava soldi stranieri per organizzare l’interventismo bellico in Italia. Per somma beffa, gli energumeni e il neotatuato pariolino hanno definito “fascisti” gli organizzatori della conferenza. Dalla propaganda dei No Pax nel 2026 uscirà un volume crescente di inquinamenti propagandistici con la protezione della NATO e della UE di Guerrafonderleyen.
È così che muoiono le repubbliche democratiche: non sotto i colpi di un nemico esterno, ma sotto il rullo ottuso di domande finto-ingenue. Domande che non cercano risposte, ma obbedienza.
Da: La bomba ucraina pronta ad esplodere sulla UE
il Simplicissimus, 24.12.2025
«In mezzo al bailamme di possibili trattati di pace, che vengono prodotti sia da guerrafondai per sabotare i colloqui, sia chi vuole davvero farla finita con questo inutile massacro, entrambi i contendenti non mettono in discussione che ciò che rimarrà del reame di Kiev possa entrare a far parte della Ue, anzi questo è visto quasi come un obbligo. La cosa dovrebbe allarmare Mosca, specie nel momento in cui si parla di esercito europeo, ma non è così per una ragione precisa ed evidente a chi non abbia gli occhi foderati di prosciutto: l’Ucraina è una bomba che ci esploderà in mano.
Si tratta di un Paese quasi completamente distrutto, totalmente fallito, dove per molti anni ci sarà tutto da ricostruire e dove la vita sarà davvero misera per l’arco di una generazione. Bruxelles ha già faticato a reperire prestiti per 90 miliardi al fine di continuare un conflitto già perso, ubbidendo ai dettami delle sue élite finanziarie e questi soldi peseranno come un macigno sui ceti popolari dell’intero continente. Ma quando l’Ucraina dovesse entrare nella Ue, queste cifre, ancorché gigantesche, non sarebbero che noccioline di fronte alle necessità del Paese che nel 2026, secondo i calcoli dell’Fmi, avrebbe bisogno di almeno 156 miliardi solo per la mera sopravvivenza. Tutta la ricostruzione – quella che i cagnolini di Rothschild ci hanno presentato come un enorme affare per ingolosire i citrulli – sarà a spese nostre e senza alcuna possibilità di restituzione, verrà pagata con sanità sempre più scadente e sempre più privatizzata, scuola che va di male in peggio, blocchi salariali, precarierà assoluta, pensioni al palo, tutele ghigliottinate, diritti, compreso quello di opinione, triturati da un milieu politico davvero infame».
Redazione La fionda
17.12.2025
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Ormai siamo alla follia. L’UE non si limita più a censurare le voci scomode, ma ha iniziato a stilare vere e proprie liste di proscrizione, utilizzando lo strumento delle sanzioni – nato come misura commerciale – per mettere di fatto “fuori legge” semplici cittadini colpevoli di avere opinioni divergenti dalla narrazione di regime. Era già accaduto a tre giornalisti tedeschi. Ora, con l’ultimo pacchetto di sanzioni, è toccato anche al noto analista ed ex colonnello svizzero Jacques Baud, accusato di fare “propaganda filorussa” per il solo fatto di avere una lettura del conflitto in Ucraina diversa da quella ufficiale (e – addirittura! – di aver concesso interviste a canali d’informazione russi).
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Per questo – in un salto logico che lascia esterrefatti – viene ritenuto “responsabile delle azioni della Federazione Russa”. È evidente che ci troviamo di fronte a un attacco alla libertà di espressione e allo Stato di diritto senza precedenti nell’Europa del dopoguerra. Né sorprende che dietro questa deriva vi sia l’UE, che da oltre trent’anni rappresenta il principale strumento di smantellamento della democrazia nel continente.
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È importante sottolineare che le sanzioni dell’UE non sono comminate da alcun tribunale. Si tratta di punizioni emanate direttamente dal potere esecutivo, nei confronti di individui che non sono stati giudicati colpevoli di alcun reato da nessuna corte: l’elaborazione e la proposta delle misure fanno capo all’ufficio di Kaja Kallas. Le conseguenze per i sanzionati sono devastanti: non solo viene loro impedito l’ingresso e il transito nel territorio dell’Unione – il che significa, per chi si trovi già in un Paese UE, non poterne uscire – ma, cosa ancora più grave, subiscono il congelamento dei beni e dei conti bancari.
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Se non ci ribelliamo a questa terrificante deriva totalitaria, presto potrebbe essere troppo tardi per farlo.
Ecco una testimonianza assai efficace dei valori democratici che l’Unione Europea e la NATO eroicamente difendono in una guerra ormai perduta: persone in carcere soltanto per le loro opinioni e per il fatto che sono russi.

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Potenze in ascesa, Europa in dissolvenza: il suicidio di un continente
Pino Cabras, 6.12.2025
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La giornata del 5 dicembre 2025 è da ricordare. Oltre a scorrere nella routine di oltre otto miliardi di esseri umani, ha attraversato tre luoghi del potere che insieme sembrano annunciare un’epoca nuova. Non sono io a esagerare: se ne sono accorti in vari modi persino i trombettieri dei principali media. A Washington, a Nuova Delhi e a Chengdu, il 5 dicembre si è potuto misurare come si stanno redistribuendo i pesi del mondo.
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Partiamo dall’America. A Washington abbiamo avuto la prova più nitida che, in quella che avevo definito «guerra civile in seno alle élite occidentali», stanno emergendo i primi vincitori. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli USA – pubblicata oggi dall’amministrazione Trump – imprime una svolta radicale destinata a sconvolgere l’Occidente così come lo conosciamo. Una svolta che va oltre Trump: il tono e i concetti del vicepresidente Vance, verosimile successore, emergono in ogni paragrafo, soprattutto nel ritratto dell’Europa. Washington abbandona la retorica della “minaccia russa” e rifiuta la logica di una NATO in continua espansione. Roba che sta già seminando il panico in tutti i luoghi che dominano il discorso pubblico europeo. L’ex ispettore statunitense dell’ONU in Iraq, Scott Ritter, sottolinea che per decenni la Russia è stata presentata come pericolo artificiale, e che questa narrativa ha causato un disastro per l’Europa e aumentato i rischi di scontro nucleare.
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Nel nuovo disegno statunitense, l’Europa – nel suo ostinato perseguimento di politiche anti-russe – appare più una fonte di instabilità che un alleato strategico: la protezione americana tradizionale non è più scontata. A parere di Ritter, questa impostazione rappresenta la fine di un’era unipolare e l’avvio di un ordine globale più instabile e multipolare, con un rischio concreto: se l’Europa continuerà a sfidare Mosca, gli USA potrebbero non intervenire per difenderla. Le classi dirigenti europee stringono tra le mani una costruzione improvvisamente pronta a crollare sotto il peso della loro stessa micidiale miopia e stupidità, trovando erose le proprie basi materiali e spirituali: politiche, diplomatiche, economiche, militari, culturali.
Cambiamo emisfero, andiamo in India. Qui non è Ritter ma Alessandro Volpi a offrirci una chiave di lettura. La calorosa accoglienza riservata a Putin oggi a Nuova Delhi segnala una verità che l’Europa continua a rimuovere: il baricentro del sistema internazionale si sta spostando verso le società più popolose e verso i paesi che controllano energia e capacità militari. Cina, India, Russia e Stati Uniti stanno ridisegnando l’architettura globale, mentre Washington – con Trump o con altri – cerca semplicemente di non esserne travolta.
Nel mezzo di questa trasformazione, il vecchio continente compie un vero atto di autodissoluzione strategica. Avrebbe ancora due armi formidabili: una capacità di risparmio senza eguali e un potere di consumo che potrebbe darle voce nei nuovi equilibri. Ma entrambe queste leve sono state consegnate agli Stati Uniti: il risparmio europeo alimenta la finanza americana, mentre i consumi sostengono monopoli digitali d’oltreoceano.
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Questo suicidio non avviene per effetto del destino cinico e baro: è la scelta deliberata delle classi dirigenti neoliberali che governano l’Europa da decenni, incapaci di immaginare un’autonomia reale e rifugiate in un moralismo vacuo che non sposta nulla. Così, mentre il mondo si riorganizza, l’Europa si acconcia a spettatrice del proprio declino.
La conferma la ritrovo nella terza tappa di oggi: Chengdu, in Cina, la megalopoli da 21 milioni di abitanti nel cuore delle nuove vie della seta. Qui il presidente francese Macron, ricevuto con tutti gli onori dal presidente cinese Xi Jinping, ha firmato qualche accordo economico. Visita ricca di simboli ma povera di risultati: dodici intese tecniche, nessuna concessione su Ucraina o commercio. L’accoglienza calorosa di Xi evidenzia lo squilibrio di forza. Parigi chiede investimenti e trasferimenti tecnologici all’industria cinese, segno del divario crescente, mentre la Cina spicca il volo in ogni settore strategico. Ma a Bruxelles il suo uomo di fiducia, Séjourné, prepara norme per «ridurre la dipendenza da Pechino». La schizofrenia europea conferma il modesto peso negoziale francese (leggi europeo) di fronte alla potenza cinese.
Il momento più alto della visita è stata la passeggiata al santuario dei panda. L’avevo visitato nel 2018, quando Chengdu aveva “solo” 16 milioni di abitanti e 6 linee della metropolitana: ora ha 16 linee operative, e prevede di averne 36 entro il 2035. Il vero panda a rischio estinzione oggi è la manifattura europea.
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Quanto all’Alto rappresentante – pardon: all’Altissimo rappresentante della politica estera dell’Unione europea – lo sapete, si chiama Kaja Kallas. Non viene ricevuta a Washington, non viene ricevuta a Pechino, non tratta con Mosca. In pratica nessuno dei decisori che plasmano il nuovo ordine mondiale ha un minuto da dedicarle. Così il continente che fu centro del mondo affida la sua voce globale a un’assoluta nullità.
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Ho nel frattempo visto Giorgia Meloni intervistata da Mentana, che non poteva che parlare di Trump che scarica i leader europei. Di fronte a un mondo che pianta l’Europa in asso, Meloni mi è apparsa come una studentessa costretta ad affrontare l’esame con un po’ di faccia tosta e mestiere, ma travolta da tutte le lacune nella preparazione al cospetto di una commissione d’esame severa. Minuta e tesa come una corda di violoncello, ci ha sibilato che dobbiamo difenderci da soli. Affidando così anche noi alla sua custodia, il ministro Crosetto. Andrà bene, secondo voi?
Per l’Occidente è subito sera
il Simplicissimus, 4.12.2025
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Se vivessi in un qualsiasi luogo del mondo che non fosse l’Europa o il Nordamerica, mi divertirei moltissimo: ogni giorno ci sarebbe qualcosa di spassoso lungo la strada accidentata e sconnessa del tramonto dell’Occidente. Tutto è drammatico, ma proprio per questo, il chiasso mediatico sul niente, le bugie sfacciate, la vuotaggine politica ormai nemmeno nascosta, le mitologie a ore, i culti orfici e salutisti, la dissipazione dei rapporti umani, creano un contrasto che può suscitare solo riso e sarcasmo. Per esempio ieri c’è stato il cordoglio perché l’incontro di Vitkoff con Putin, durato quasi cinque ore, non ha partorito nemmeno un topolino. La cosa incredibile e insopportabile è che i giornaloni si rammaricano di questo, quando fino al giorno prima esecravano i colloqui di pace a due. Ma ancora di più viene nascosto il vero scopo di questi vertici nei quali non c’è davvero nulla da dire e dai quali ci si può attendere ben poco: sono i rituali con i quali l’Occidente cerca di evitare che l’ inevitabile capitolazione appaia come tale, ma assuma una forma che nasconda la realtà e abbellisca in qualche modo la sconfitta. Ed è almeno in parte la ragione per cui l’Europa sta impazzendo nel vedersi esclusa dai negoziati, come del resto succede ai burattini abbandonati dal loro padrone.
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Putin, con infinita pazienza, si sta prestando a questo gioco, cercando di non umiliare i suoi interlocutori americani pur senza rinunciare alle richieste di base che sono ancora quelle dell’inizio dell’operazione speciale: ovvero un’ Ucraina denazificata e neutrale. Che ci siano pure i vertici i quali danno l’impressione che Washington possa davvero evitare il disastro e che sia padrona della situazione tanto da imporre la pace, ma la dimostrazione che sia trattato di una cerimonia rituale è svelato dal fatto che all’incontro mancava il ministro degli esteri Lavrov, impegnato in colloqui con il suo omologo cinese Wang Yi . e questo due giorni dopo che lo stesso Putin aveva indicato esplicitamente Lavrov come il massimo responsabile degli accordi di pace. Certo la cortesia di Putin è ripagata con pessima moneta: è bastato che dicesse “se l’Europa vuole la guerra noi siamo pronti” perché l’informazione nostrana insorgesse e considerasse questa frase come prova dell’aggressività russa. In lingue ormai devastate sia dall’anglofilia che dalla voluta perdita di significato delle parole, tutto perde di senso e così quello che era in definitiva un discorso difensivo contro un’aggressione, è diventato invece offensivo nella sgangherata e proterva narrazione. Un’informazione così non si augura al peggior nemico. Ma il fatto è che se anche Trump (e una buona parte del milieu americano), vuole far la pace in Ucraina al più presto, per poi dedicarsi con tutte le forze e con maggiore ad altri conflitti, i suoi consiglieri, come il generale Kellog, legato al complesso industriale che produce armi e Kushner, (anche lui era a Mosca non si sa bene perché ) espressione delle lobby finanziarie ebraiche, cercano in ogni modo di mandare avanti la partita, sia per volgari interessi di bottega, sia per altri problemi che riguardano la finanza globalista.
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Infatti con una sconfitta definitiva e dichiarata, l’Europa entrerebbe in una fase di collasso politico, sociale ed economico terminale, peraltro già in atto come dimostrano, almeno presso il grande pubblico, gli scandali di corruzione che hanno coinvolto la Mogherini e molti altri papaveri della Ue. La caduta dell’economia, governi di assoluta minoranza, i vaniloqui di un potere forte coi deboli e impotente coi forti che dà lo stop definitivo al gas russo, in un ulteriore passo suicida, la stessa perdita di una visione del futuro, non renderebbe più il nostro continente un dorato e sicuro rifugio per i grandi capitali. E sarebbe un bel problema, visto gli Stati Uniti stessi sono ormai estremamente instabili e minacciati dalla bancarotta. In un certo senso proprio il tentativo dei poteri finanziari di reingegnerizzare le società occidentali secondo i loro scopi, ora li sta mettendo in gravi difficoltà. Sono perciò per la guerra ad oltranza anche se è ormai palese che la potenza militare occidentale è stata sopravvalutata: chissà, magari sperano che le cose ritornino sui binari entro cui le avevano ideologicamente pensate. Non si rendono conto che non hanno leve per poter imporre la fine del conflitto alle loro condizioni, pensano che sia mezzogiorno, ma per loro si farà subito sera.
PERCHÉ “MANI PULITE”, ADESSO, A KIEV
Rivista Indipendenza, 29.11.2025 (https://t.me/rivistaindipendenza/)
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Alla fine si è dimesso anche lui, Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale, politicamente il più in vista dopo Zelensky. Effetti della eterodiretta, ad orologeria, Mani Pulite ucraina. Niente che non fosse già noto a Washington e a Bruxelles (corte dei conti). Pure l’attuale regime di Kiev è prodotto di un sistema di corruzione di cui sono solo punte dell’iceberg le ‘sovvenzioni’ europee e d’oltre Atlantico profuse a man bassa per sostenere i due colpi di Stato, uno fallito (2004) l’altro riuscito (2014) con connessa svendita del Paese e suo utilizzo per la guerra per procura contro la Russia. Lo stesso Zelensky ha conti e proprietà all’estero, Italia inclusa, a suo nome o a società a lui riconducibili dacché è diventato Gauleiter regionale gradito al centro di potere allora allocato alla Casa Bianca. Quando un individuo o una classe dirigente non sono più utili, un modo per sbarazzarsene è quello di screditarli e poi sostituirli accreditando i sub/entranti in modo che il tutto sia accettabile per le “opinioni pubbliche” previamente intossicate. Mai i grandi riflettori si accendono sui corruttori d’ultima istanza.
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A Kiev la posta in gioco è appunto politica, non morale. Le pressioni internazionali sulla lotta alla corruzione coprono un cambio di conduzione di regime espressione, ad un livello superiore, di un braccio di ferro tra Casa Bianca e alcune cancellerie europee. L’inchiesta «Midas» (tangenti intorno al colosso energetico nucleare di Stato Energoatom) sta terremotando attuali ed ex soci di Zelensky, oligarchi suoi amici, ministri, funzionari di alto livello e chissà chi altro. Coinvolto nell’inchiesta, ma ancora non impallinato, Rustem Umerov, ex ministro della “Difesa” e attuale segretario del “Consiglio nazionale di sicurezza e difesa”, che ‘curiosamente’ Zelensky ha in queste ore promosso da membro a capo della delegazione che sta trattando con USA e UE per definire la bozza del cosiddetto “accordo di pace” da presentare alla Russia. In questi giorni Zelensky ha ribadito che i membri dell’Ufficio del presidente li decide lui e nessun altro, un chiaro sostegno a Yermak, nominato capo della squadra negoziale volata solo pochi giorni fa a Ginevra, un ruolo forse il più importante e delicato in questa fase. Una convulsa riunione, quella a Ginevra, malamente ‘coperta’ dal linguaggio diplomatico e dai grandi mezzi di comunicazione ‘di servizio’. Poi, ieri, marcia indietro di Zelensky («ci sarà una riorganizzazione dell’ufficio presidenziale») e dimissioni di Yermak, ormai sgradito agli attuali tenutari della Casa Bianca, segretario di Stato Marco Rubio incluso. Con quanto è in corso, avranno a che fare gli stretti legami degli uffici anti-corruzione ucraini (NABU e SAPO) con le agenzie di sicurezza statunitensi (FBI in primis)?
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Questo regime change (un po’ pacchiano) per via giudiziaria, indebolendo o rimuovendo Zelensky, mira ad arrivare a un qualche accordo di tregua. Per l’amministrazione Trump sconfiggere la Russia a breve non è più un obiettivo realizzabile (per quanto desiderato!) nonostante le enormi sovvenzioni per tenere in piedi un Paese insolvente qual è l’Ucraina e le forniture militari di diverse amministrazioni USA, incluse la Trump 1 e Trump 2. Prevalgono ora interessi di immagine internazionali (i due su detti colpi di Stato a Kiev sono di matrice e regìa principalmente statunitense; una patente sconfitta incoraggerà altri Paesi a sganciarsi dall’invadenza USA), economici (miniere cedute agli USA da Kiev, diverse delle quali perdute per l’avanzata russa) e militari (coinvolgimento diretto, non gradito adesso). Mani Pulite a Kiev copre un braccio di ferro tra Casa Bianca e cancellerie europee (Berlino, Parigi, Londra) le quali fomentano la guerra come sola prospettiva per uscire dalle crisi economiche che attanagliano i rispettivi Paesi ed aspirare a recuperare un ruolo di potenza di fronte ad un ‘Alleato’ che, dovendo far fronte al proprio declino, si muove considerandoli non più dei subalterni, ma dei semplici vassalli.
“Merde!” La pax europea spiegata da Cambronne
il Simplicissimus, 24.11.2025
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Qualche giorno fa il quartier generale della Nato a Kiev è stato centrato da un missile ipersonico e tra le macerie del bunker, a prova di missili occidentali, ma non di quelli russi, ci sono molti alti ufficiali francesi: Macron, impegnato in una riunione, è sbiancato quando ha ricevuto la notizia e per un faccia di bronzo come lui non dev’essere facile. Non c’è alcun dubbio, il dio degli eserciti ha abbandonato la Nato: gli ucraini nonostante i colossali apporti di armi, di denaro e anche di uomini sotto mentite spoglie, sono irrimediabilmente sconfitti, si arrendono ogni giorno a centinaia e il generale inverno farà il resto. Questo a Washington l’hanno capito e hanno prodotto un piano di pace che seppure inattuabile in tutti i 28 punti in cui è articolato, costituisce tuttavia una base di discussione che riconosce in qualche modo alla Russia una vittoria parziale e nasconde sotto il tappeto la sconfitta occidentale. I russi dal canto loro si sono dichiarati disposti ad intavolare trattative su questa base, anche se fanno intendere che molto dovrà essere cambiato. Ma ogni ombra di realismo è lontana dai deliranti europei, ormai in preda a una sindrome di Tourette geopolitica e così tutti insieme appassionatamente hanno messo a punto un contropiano in 24 punti. anzi no. non è un piano, è solo un grido di dolore, qualcosa che somiglia al celebre “merde!” del generale Cambronne.
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In pratica gli europei accorsi al capezzale di Zelensky, anche dopo la rivelazione della corruzione consustanziale al regime di Kiev, chiedono un cessate il fuoco incondizionato, solo dopo il quale comincerebbero le trattative, dando per scontato che anche sui territori conquistati e già annessi alla Federazione russa tramite referendum, si debba discutere. È abbastanza inutile rilevare che questo non è accettabile da Mosca e che rassomiglia tanto al trappolone dei trattati di Minsk, primo e secondo, che servirono solo a prendere tempo e ad armare fino ai denti l’Ucraina, come sia la Merkel che l’ex presidente francese Hollande hanno apertamente rivelato. La scansione degli eventi è praticamente identica visto che a Minsk si arrivò dopo la sconfitta dell’esercito ucraino da parte delle milizie del Donbass e adesso si tenta di mettere una pezza negoziale al disastro militare che incombe. La follia della governance europea consiste appunto nel pensare che la Russia ci possa ricascare, ma per quanto pazza e in preda a un delirio, i suoi vaneggiamenti non sono poi così assurdi come sembrano: il piano in 24 punti è pura carta straccia che nasconde quello vero in un solo punto, ovvero tentare in qualche modo di far vivere il conflitto Ue – Russia in modo da poter in qualche modo militarizzare le società europee e sdoganare una nuova era di autoritarismo.
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Questa non è una mera ipotesi, è semplicemente la logica delle cose: i Paesi europei hanno di fatto concesso all’Ucraina quasi tute le armi di cui disponevano; le sanzioni si sono rivelate inutili e anzi si sono abbattute come un terribile boomerang sull’economia del continente, già peraltro logorata dalle farneticazioni assurde su Net Zero; la tecnologia militare della Nato si è rivelata ampiamente obsoleta e lo è sempre di più; le enormi cifre necessarie per un conflitto non ci sono se non abbattendo gli ultimi diritti, distruggendo le ultime vestigia dello stato sociale e tassando a più non posso; la produzione industriale di armamenti è solo una frazione di quella russa. Con quali mezzi si potrebbe fare una guerra? E con quali uomini, visto che ormai la carne da cannone ucraina scarseggia? Ma l’oligarchia europea non vuole una vera e propria guerra dalla quale uscirebbe totalmente sconfitta: va alla ricerca di ogni mezzo e pretesto per tenere in piedi uno stato ambiguo di belligeranza, formalmente indiretta, che consenta di attuare i piani sociali che ad essa si accompagnano. Ecco perché tenta in ogni modo di conservare la carcassa dell’Ucraina che ha cinicamente macellato nell’assurda idea che davvero potesse sconfiggere la Russia, quantomeno nella parte di controfigura della Nato. Quindi tutti a difendere Zelensky e i suoi cessi d’oro, comprati con i nostri soldi, nella speranza che la sua permanenza al potere e il suo rifiuto del piano Trump, possa impedire la conclusione del conflitto. La fine della guerra infatti sarebbe anche la fine della governance europea perché da una parte non ci sarebbero più pretesti per soffiare sul fuoco di uno spirito bellico che tanto piace ai ceti parassitari e dall’altra la gente si troverebbe a vagare tra le macerie sociali ed economiche provocate da questi signori.
NOTE SUL PIANO DI PACE USA
Target. Geopolitica e strategie, 23.11.2025
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Due cose mi colpiscono, nella discussione pubblica sul piano di pace USA: la prima è che molti lo prendono alla lettera, ne fanno cioè una disamina basandosi più che sui concetti espressi in ciascun punto, sulla descrizione letterale che ne viene fatta; la seconda è che – mi sembra – nessuno rileva un punto assai significativo, relativamente ad una certa eterogeneità dei temi inseriti nel piano stesso. Ed è su questo che vorrei concentrare l’attenzione.
Con una premessa: il fatto che il piano sia stato redatto in ambito statunitense, senza consultazioni preventive con gli ucraini e gli europei, ha assolutamente una sua logica, poiché la guerra è chiaramente uno scontro indiretto tra USA-NATO e Russia, e quindi a discutere della eventuale pace saranno ovviamente i veri protagonisti del conflitto, ovvero Mosca e Washington. Ma, al tempo stesso, ciò – unito alla evidente fretta di Trump, dovuta alla paura di un imminente collasso delle forze ucraine – fa semplicemente piazza pulita di tutte le chiacchiere trumpiane sulla guerra non sua (come se i presidenti statunitensi fossero degli imperatori medioevali). Questa guerra è al 100% degli Stati Uniti, e quindi, in quanto presidente pro-tempore, anche sua. E proprio in quanto consapevole di ciò, si precipita a cercare di evitarne una conclusione disastrosa per il suo paese.
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Ma, tornando al punto che più mi preme sottolineare. Leggendo i vari punti della bozza proposta, salta agli occhi come alcuni di questi non abbiano nulla a che vedere con il conflitto in Ucraina, ma siano piuttosto legati ai rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Federazione Russa. E ovviamente viene da chiedersi il perché.
Innanzi tutto, ciò rafforza in qualche modo quanto appena detto, e cioè che la guerra – e la pace – riguardano Mosca e Washington, e tutto il resto del mondo è marginale. Ma c’è anche una ragione, per così dire, più specifica. Vale la pena ricordare che i russi hanno sempre detto agli americani che le due cose (risoluzione del conflitto in Ucraina e relazioni bilaterali) potevano essere trattate separatamente, e lo hanno ribadito ancora nei giorni scorsi, proprio a sottolineare che a tenerle unite era una precisa volontà statunitense.
La ragione di questa impostazione negoziale, a mio avviso, trova la sua spiegazione in due fattori. Tanto per cominciare, alla Casa Bianca sono consapevoli che, per quanto riguarda specificatamente il conflitto, e tenendo conto della realtà sul campo (il cui trend è evidente già da prima dell’elezione di Trump), gli Stati Uniti hanno poco o nulla da offrire alla Russia, in cambio di una fine dei combattimenti. O per meglio dire, poiché ciò che vorrebbero è una fine negoziata del conflitto, per evitare una capitolazione, non hanno granché da poter dare ai russi, che questi non siano già in condizione di potersi prendere da soli. E inoltre, chiaramente, comunque non vogliono che – negoziata o meno – la pace risulti come una vittoria russa, e quindi che tutte le richieste fondamentali di Mosca siano esaudite.
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D’altro canto, per poter mettere sul tavolo qualcosa che possa risultare appetibile per la Russia, devono gioco forza allargare il campo della trattativa. E poiché a Washington si pensa che Mosca sia molto interessata ad un appianamento dei rapporti bilaterali, si cerca di utilizzare questo fattore come leva, cercando di avanzare proposte (peraltro in buona misura vaghe ed inconsistenti) che possano apparire interessanti per i russi, al punto da spingerli ad accettare di fare concessioni significative nello specifico della questione ucraina. Ciò, oltretutto, è reso possibile anche dal fatto che l’amministrazione USA è convinta che l’interesse russo ad un appeasement sia superiore a quanto appare, mentre gli Stati Uniti sono in effetti poco o nulla interessati. Si tratterebbe, quindi, di agire su un piano in cui l’interesse delle due parti è diseguale, e favorevole a Washington.
Questo, almeno, è probabilmente il calcolo che viene fatto in ambito USA. Che poi Mosca abbocchi, è tutta un’altra storia.
Si conferma la regola: se è voluto dai governi degli Stati Uniti d’America, vuol dire che è sbagliato.
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Il piano Trump per la finta pace in Ucraina
il Simplicissimus, 21.11.2025
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Si sta diffondendo l’idea che la pace sia vicina, che il piano di pace in 28 punti presentato da Trump sia in realtà già stato discusso al massimo livello tra Washington e Mosca e che dunque tutto sia stato concordato. Questa sorta di speranza e di fede in un accordo diretto tra Putin e il presidente americano è sempre stato alla base dell’ottimismo serpeggiante espresso da molti analisti in questo Paese, ammesso e non concesso che ve ne siano in mezzo alla folla di opinionisti. E il fatto che si stia operando perché Zelensky e il suo fidato consigliori Jermak, coinvolto nello scandalo della corruzione, accettino il piano, aumenta la sensazione che ormai il tempo volge al bello. In realtà il piano di Trump è complessivamente un disastro, può essere al massimo un canovaccio sul quale intavolare discussioni, ma così com’è risulta inaccettabile. Apparentemente concede alla Russia il Donbass e la Crimea, prospetta la fine delle sanzioni e accontenta Mosca per quanto riguarda l’adesione di Kiev alla Nato che verrebbe solennemente esclusa, ma dietro le concessioni si nasconde pur sempre l’idea di un’Ucraina armata e pronta a colpire i russi. Si tratta di un piano ambiguo che non smentisce e nemmeno copre le intenzioni occidentali.
Innanzitutto il piano prevede che l’esercito ucraino sia “limitato” a 6oo mila uomini. Limitato? Per un Paese dove ormai vivono 20 milioni di persone e nel quale se tutto va bene ne torneranno qualche centinaio di migliaia, significa una cifra enorme, configurando l’immagine di un Paese in stato di guerra e, tanto per fare un paragone concreto, è come se l’Italia avesse 1 milione e ottocento mila soldati. Questo stato di fatto viene corroborato con l’affermazione che gli aerei europei da combattimento verranno concentrati in Polonia. Non c’è alcuna traccia della smilitarizzazione che la Russia chiedeva e per giunta l’adesione di Kiev all’Ue, anch’essa inclusa in questo delirante canovaccio, renderebbe le cose ancora più equivoche nel caso della formazione di un esercito europeo. In ogni caso si tratta di una presa in giro perché le forze armate ucraine nel loro totale assommavano a meno di 300 mila uomini all’inizio del conflitto.
Oltre a tutto questo la Russia dovrebbe inserire per legge una politica di non aggressione nei confronti dell’Europa che in realtà non ha mai minacciato, dovrebbe accettare la perdita di Zaporizia la cui centrale nucleare sarebbe gestita dall’Aiea, l’agenzia atomica dell’Onu che in realtà è in mano americana, basta vedere come questo organismo, formalmente internazionale e neutrale, abbia fatto da delatore per permettere ai sionisti di uccidere scienziati nucleari iraniani. Come se ciò non bastasse non è nemmeno sancito un vero e proprio ritiro dell’Alleanza atlantica perché uno dei punti del piano dice: “Si prevede che la Russia non invaderà i paesi vicini e che la Nato non si espanderà ulteriormente”. Insomma siamo ancora alle previsioni,, alle promesse elusive e non ai trattati veri e propri da cui l’Occidente complessivo rifugge perché non vuole contenere la propria aggressività. Per il resto non viene nemmeno previsto che vengano restituiti alla Russia i fiondi congelati nelle banche occidentali, ma che essi vengano utilizzati dagli Usa per la ricostruzione ricavando il 50 per cento dei profitti di questa operazione. L’Europa a sua volta dovrebbe metterci altri 100 miliardi. E badate bene mentre Mosca sarebbe chiamata a sbloccare i beni europei congelati dopo le sanzioni, i beni russi ora bloccati verrebbero “investiti in un veicolo di investimento americano-russo separato che implementerà progetti congiunti americano-russi in aree da definire. Questo fondo sarà finalizzato a rafforzare le relazioni bilaterali e ad accrescere gli interessi comuni al fine di creare una forte motivazione a non tornare al conflitto”.
In pratica chiacchiere, anzi teatro e affarismo da quattro soldi. A parte la palese intenzione degli Usa di papparsi l’Ucraina ( si vedano qui tutti i 28 punti per accertarlo), com’è nello spirito di Trump, il senso di questo piano lo troviamo proprio nell’ultimo punto dove si parla del cessate il fuoco dopo la firma dell’accordo. In realtà esso nasce proprio per ottenere una tregua prima che l’esercito russo schiacci il regime ucraino. Le concessioni, (tra cui il ritorno al G8 che alla Russia non importa un fico secco), sono volte solo per cercare di fare cadere Mosca nella trappola di miele come fanno le piante carnivore. A leggere bene i punti di questo delirio parrebbe che sia Russia ad aver perso il conflitto perché ancora una volta nega nella sostanza i termini della pace che Mosca vuole, ossia smilitarizzazione dell’Ucraina, distruzione del regime nazista (le cui malefatte verrebbero invece interamente condonate) e neutralità che, ovviamente con un Paese entrato nella Ue non può essere realmente possibile a meno che la stessa Ue non rinunci alla Nato e si dichiari a sua volta neutrale. Insomma un piano di pace che rassomiglia piuttosto a un piano di guerra differito. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
SCONFIGGERE LA BANDA DEL RIARMO
Pino Cabras, 19.11.2025
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Sono stati numerosi e coordinati gli attacchi ricevuti in questi giorni da molti di noi, che vorremmo riportare buon senso, diplomazia, soluzioni politiche, accordi di pace slegati dal grumo di poteri a vocazione totalitaria che governa l’atlantismo odierno.
Quelli che vorrebbero dipingerci come servi di una potenza straniera stanno solo alzando oggi una cortina fumogena in attesa di più incisive azioni persecutorie, in uno dei casi più eclatanti mai visti di proiezione freudiana.
I pupari che animano i No Pax hanno infatti sfruttato per molti anni tanti canali di finanziamento praticamente illimitati con cui hanno mantenuto intere coorti di politici, capi di associazioni, giornalisti, influencer e vice-influencer in tutto l’Occidente. Quei canali spesso si sono intrecciati con transazioni cospicue legate al mantenimento di giornali e intermediari connessi alle mafie che hanno costruito nell’ultimo quindicennio il terrificante laboratorio che ha devastato l’Ucraina in attesa di devastare l’intero continente.
Fa bene Angelo d’Orsi a proporre un grande movimento intellettuale e popolare che resista alla censura, la denunci, la identifichi, la smascheri in tutte le sue connessioni eversive.
Occorre mettere a nudo tutto l’enorme apparato che il Partito del Riarmo vorrebbe lanciare a pieno regime per demolire le classi medie europee, per travolgere le ultime vestigia delle democrazie con l’avventurismo interventista e russofobo, che in definitiva assicurerebbe il suicidio dell’Europa in un quadro da fine di civiltà.
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Metteremo bene in chiaro i nomi e cognomi di chi si presta – con pratiche maccartiste, con espedienti di polarizzazione e “framing” aggressivo, con forme barbare di calunnia – ad attentare alla libertà di milioni di persone che vogliono evitare la catastrofe.
Sarà necessario chiarire a molti personaggi lugubri o tragicamente inadeguati che oggi distribuiscono etichette infamanti che sono proprio loro a somigliare alla fauna disperata e livida di Salò alla vigilia di una disfatta.
Chi può sottovalutare le parole di uno dei vicini più guardinghi rispetto al disfacimento ucraino? Parlo del premier ungherese Viktor Orbán, che ha dichiarato su X: «L’illusione dorata dell’Ucraina sta crollando. È stata smascherata una rete mafiosa di guerra con innumerevoli legami con il presidente Zelensky. Il ministro dell’Energia si è già dimesso, il principale sospetto è fuggito dal Paese. È questo il caos in cui l’élite di Bruxelles vuole riversare il denaro dei contribuenti europei: ciò che non finisce sparato al fronte, va a finire nelle tasche della mafia bellica. Follia. Grazie, ma non ci stiamo. Non manderemo i soldi del popolo ungherese in Ucraina. Possono essere usati molto meglio in patria, solo questa settimana abbiamo raddoppiato gli assegni per i genitori affidatari e approvato la quattordicesima nella pensione. In ogni caso, dopo tutto questo, non cederemo certo alle richieste finanziarie e ai ricatti del presidente ucraino. È ora che Bruxelles capisca finalmente dove finisce davvero il loro denaro».
Il Consiglio Supremo di Difesa italiano ha scelto diversamente, puntando ancora a foraggiare la guerra: non è solo la nazionale di calcio a riflettere il declassamento drammatico dell’Italia.
Abbiamo la forza morale e il coraggio per riappropriarci del nostro destino, se ci incontriamo. La Pace è la prima infrastruttura che dobbiamo assicurarci.
Eh sì, credo proprio che la spiegazione sia quella qui ventilata. E contro la stupidità neppure gli dèi possono far nulla.

E non perché Lucio Caracciolo abbia ragione ma perché la semplice conoscenza della storia mondiale dal 1945 al 2025, con le date fondamentali del 1991 e 2001, permetterebbe a chiunque di comprendere sine ira et studio quanto sta accadendo in Ucraina e in Europa.
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La guerra della NATO contro la Federazione russa è soltanto il tentativo più recente di una conquista impossibile, che gli imperi anglosassoni progettano da due secoli.
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Mussolini e l’Ucraina: un esempio di dove va l’Europa
Il Simplicissimus, 18.11.2025
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Rullano i tamburi della guerra e ovviamente quelli della censura di guerra. Le oligarchie europee e occidentali non accettano una sconfitta che di fatto segnerebbe l’inizio della loro fine e dunque non tollerano discorsi di pace o qualunque considerazione della Russia che non sia quella dell’odio atavico che gli anglosassoni hanno concepito contro questo Paese che impediva loro l’accesso all’Asia centrale e dunque, secondo le loro fantasie, il totale dominio del mondo. La geopolitica della Gran Bretagna e degli Usa è sempre stata diretta verso questo obiettivo, che ha la stessa consistenza storica del mago di Oz, ma che si concreta con la possibilità di mettere le mani su uno scrigno di materie prime da consumare escludendo tutti gli altri. Le élite del denaro non hanno risparmiato sforzi durante due secoli per ottenere questo obiettivo. Prima hanno cercato di tenere in piedi il fatiscente impero ottomano che consentiva un facile accesso all’Asia, in seguito ci hanno provato da Sud con ben tre campagne afgane che gli inglesi hanno condotto dopo la fine dell’epoca napoleonica sino al 1920 con scarso successo, senza tenere conto dell’ultimo conflitto che aveva in sostanza gli stessi scopi. Infine, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, hanno tentato in tutti i modi di abbattere la nascente Urss usando l’Ucraina come testa di ariete. E questo sin dagli anni successivi alla prima guerra mondiale.
In Ucraina, principalmente in quella occidentale, appartenuta prima alla Polonia e poi all’impero austroungarico, c’erano i nuclei ultranazionalisti che combattevano dalla parte dell’armata bianca, ma non ebbero mai una vera chance, visto che tutto l’est del Paese era e si sentiva russo. Tuttavia proprio in questi frangenti i combattimenti contro i cosiddetti bolscevichi, il cui nome designava solo la maggioranza in seno al partito socialista (da bolshoy, grande, mentre menscevichi erano la minoranza che in russo si dice menševik), vennero esaltati da tutta la stampa occidentale. Ecco cosa scriveva un giornalista italiano:
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«L’avvenimento è epico. Mai popolo ha combattuto con più fede per la propria libertà; mai popolo ha difeso il suo diritto alla vita ed alla indipendenza in condizioni più difficili, (…) insidiato dai panrussi, senza armi, senza mezzi, solo, sotto gli sguardi diffidenti o indifferenti di tutta Europa, il popolo ucraino libera il suo territorio dalla peste bolscevica e riconquista la sua capitale. I popoli liberi sono commossi da questo spettacolo di grandezza, anche se i loro governi vogliono ignorarlo. Gli Ucraini non solo difendono sé stessi, ma l’Europa» .
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Come si può vedere si fa davvero fatica a distinguere ciò che si scriveva oltre un secolo fa da ciò che nella sostanza si sente oggi, compreso il tentativo di fare credere alle persone meno acculturate che la Russia sia ancora comunista. Ora volete sapere come si chiamava quel giornalista? Benito Mussolini che pubblicò questo pezzo sul Popolo d’Italia il 6 settembre 1919, dopo la sua mutazione prima da socialista rivoluzionario a interventista nella guerra e poi fondatore del movimento fascista che vide ufficialmente la luce pochi mesi prima, nel marzo sempre del 1919. Quanto, in tutte queste trasformazioni, abbiano pesato i generosi contributi della massoneria francese, dagli emissari dello Zar e successivamente anche degli inglesi è ancora tema di dibattito, anche perché non si capisce se il futuro duce abbia gettato il socialismo alle ortiche, grazie a questi contributi, o se essi siano arrivati in quanto il personaggio aveva già intrapreso la sua trasformazione.
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In ogni caso, ad onta dell’esaltazione dei combattimenti in Ucraina, Mussolini si guardò bene dal troncare i rapporti commerciali e diplomatici con la Russia, conoscendo bene il valore delle risorse di quel Paese, anzi l’Italia fu il primo Paese a riconoscere l’Urss il 7 febbraio 1924, qualche giorno prima dell’Inghilterra. Questi rapporti furono troncati solo nel 1941 quando il regime fascista dichiarò guerra a Mosca in un grottesco tentativo di tener dietro all’alleato tedesco che peraltro, ben conoscendo le condizioni in cui versava il regio esercito e convinto di poter chiudere la partita in due mesi, aveva sconsigliato di mandare un corpo di spedizione. Ma tutto ormai era affidato alla vacuità finale del regime: Mussolini si trovava in spiaggia a Riccione quando arrivò la notizia dell’ invasione tedesca e tutto fu deciso prima dell’ora di lasciare l’ombrellone. Tuttavia mai ci fu un accenno di russofobia o di ostracismo vero la cultura russa in quanto tale durante il Ventennio.
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Dunque il momento attuale non solo ripercorre il sentiero dei fascismi europei, ma si situa anche sulle posizioni più estremiste e razziste di quei movimenti e in particolare degli anti slavisti tedeschi che ora sono di nuovo in grande spolvero. Tutto ciò mostra benissimo la mutazione in atto, dalla democrazia a un regime autoritario e della peggior specie. E dire che questo passa pure come antifascismo, mentre ne è la riconoscibilissima anticamera.
Una congrega di imbecilli e l’eurogattopardo
il Simplicissimus, 10.11.2025
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Rubo il titolo del celebre romanzo di Kennedy Toole che oggi appare come un libro profetico su ciò che sarebbe accaduto, non perché rappresenti una qualche distopia, ma perché coglie perfettamente il senso di disgregazione psicologica e futilità di un tessuto sociale che aveva già cominciato ad ammalarsi. Non a caso il romanzo ha la stessa scansione del libro che il protagonista ama più di tutti, il De consolatione philosophiae di Severino Boezio, senatore romano in mezzo ai barbari. Ed eccola oggi la malattia conclamata con tutte le sue pustole: un discorso sulla russofobia del professor Angelo d’Orsi, illustre accademico e autore di una cinquantina di libri, viene annullato dall’intervento diretto di tale Pina Picierno, l’immagine stessa della donna qualunque, ma, ahinoi, vice presidente del Parlamento europeo, già nota per la sua opera di censura, ed esempio perfetto di ciò che è diventata la Ue, ma anche il partito che l’ha fatta eleggere. E questo “autorevole” intervento è stato immediatamente copiato da quella filiera di inutili associazioni parassitarie che fanno parte dell’Italia arresa al globalismo belligerante e desocializzante. Come se questo non bastasse il senatore Calenda, capo di un partitino che si chiama Azione, si è fatto tatuare sul braccio il tridente ucraino, di chiara derivazione nazista, per dimostrare tutta la sua simpatia per il cocainomane Zelensky, per la follia della von der Leyen e per l’ideologismo atlantista.
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State tranquilli: ci giurerei che si tratta di un tatuaggio all’hennè o forse solo un fotomontaggio, pronto a sparire con l’avanzare delle truppe russe e con il redde rationem che si avvicina inesorabile. Ma questi personaggi che non si sa bene dove abbiano il cervello, più nell’intestino che nella testa si direbbe, mentre si avvicina la fine del regime di Kiev, ricorrono a gesti deliranti nella convinzione di diventare i cocchini di quelle oligarchie che hanno preparato e voluto il conflitto nella speranza di rendere la Russia un enorme Jugoslavia piena di ogni ben di Dio da sfruttare per accumulare nuovo capitale, visto che quello che possiedono è privo di sottostante reale. Tuttavia la loro furbizia è molto modesta: la guerra persa farà saltare tutta l’attuale governance europea e rischia di infliggere un danno mortale anche alle istituzioni che le hanno permesso di devastare l’economia e il welfare del continente. Però le oligarchie di comando non possono certo rinunciare facilmente a uno strumento come la Ue che da trent’anni vigila perché i lacerti di democrazia rimasti nei vari Paesi che la compongono, vengano bypassati e annullati: faranno di tutto per tenere in piedi questo edificio fatiscente e oscuro. Per ottenere tale risultato dovranno per prima cosa fare piazza pulita di tutti gli estremisti della guerra, del riarmo e della censura: devono far credere che tutto cambi affinché non cambi nulla.
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Si annusa nell’aria l’odore del gattopardo che si aggira furtivo pronto a salvare il salvabile e allora sarà dura per i tatuati e le casalinghe di Voghera, mimetizzate da personaggi politici, salvare la poltrona che per loro equivale alla pelle. Evidentemente non sono così stupidi da credere che l’Ucraina arriverà a Mosca per sputtanarsi proprio nella fase terminale del tentativo Nato – sionista di disgregare la Russia. Tanto più che la disperazione per la sconfitta epocale, ormai innegabile, spinge l’estremismo atlantista a vedere in ogni cosa un’ancora di salvezza: si è arrivati persino ad ipotizzare una frattura tra Putin e il ministro degli esteri Lavrov, semplicemente perché quest’ultimo ha detto al suo omologo, Marco Rubio, che sarebbe bene istituire contatti regolari. Le traveggole sono ormai istituzionali e ricordano le speranze nel bunker di Berlino su una possibile frattura tra Usa e Unione Sovietica che avrebbe permesso alla Germania di scamparla. Questi personaggi sanno benissimo che la partita è persa, ma proprio per questo sperano di segnalarsi per loro imperterrita fedeltà che si incarognisce man mano che le cose vanno male. Le censure assurde e irricevibili della Picierno, i tatuaggi di Calenda dicono: “siamo così fedeli da non voler capire come vanno le cose e dunque siamo le persone ideali per il dopo”. Non hanno considerato che le oligarchie devono proprio liberarsi della servitù più compromessa per continuare il loro dominio. Di servi intercambiabili ne hanno fin troppi.
Il Partito Democratico è una struttura autoritaria e antidemocratica, veramente pericolosa

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Pino Cabras, 9.11.2025
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«La dirigenza del PD non può più fare lo gnorri. È subalterna al piciernismo, che è il maccartismo del XXI secolo. Impedire al prof. D’Orsi di parlare si aggiunge a un’infinita ed eclatante serie di molestie al libero pensiero. Stare zitti di fronte a questo equivale a una precisa scelta di campo di un partito che minaccia la libertà di tutti. Espellete Pina Picierno dal PD o non avrete più alcuna residua decenza se userete ancora una volta la parola Costituzione»
Comunicato stampa del Prof. Angelo D’Orsi
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La mia conferenza Russofobia, russofilia, verità, prevista il 12 novembre a Torino nei locali del Polo del ‘900 è stata inopinatamente annullata. L’accusa che “spiega” l’annullamento è la stessa che ha impedito al direttore d’orchestra russo Gergiev, al baritono Abdrazaov, per citare solo gli ultimi episodi di cronaca, ossia di fare “propaganda”.
E quindi senza neppure aspettare che io tenga la mia conferenza vengo poco democraticamente silenziato in nome della democrazia, di cui l’Occidente sarebbe il faro, mentre la Russia di Putin affoga nella “autocrazia”.
Chi sono io? Sono un “terrone” (salernitano) e vivo a Torino dal 1957, e vi ho compiuto tutti gli studi dalle Medie all’Università dove mi sono laureato con Norberto Bobbio.
Sono stato professore ordinario di Storia del pensiero politico nell’ateneo cittadino, e ho insegnato nelle Facoltà di Scienze politiche e di Lettere e Filosofia, diverse altre discipline.
Ho collaborato alla creazione dell’Archivio storico dell’ateneo e ho inventato e diretto per un quindicennio i “Quaderni di Storia dell’Università di Torino. E tra i miei libri ve n’è uno, molto corposo, specificamente dedicato alla nostra università (Allievi e maestri. L’università di Torino tra 800 e 900).
Ho 43 anni di docenza alle spalle, senza contare gli ultimi tre anni nei quali sono stato docente a contratto al Politecnico.
Ho presieduto per anni il più importante corso di laurea della mia Facoltà, quello in Scienze politiche.
Di Torino ho studiato la storia culturale pubblicando opere rimaste come pietre miliari, a cominciare da La cultura a Torino tra le due guerre (2000) il libro più discusso in quell’anno, vincitore di premi importanti.
Ho scritto la biografia dei tre iconici intellettuali del 900 che hanno operato sotto la Mole: Antonio Gramsci, Leone Ginzburg e ultimo Piero Gobetti, che uscirà in libreria tra qualche mese.
Ho fondato e diretto le riviste “Historia Magistra” e “Gramsciana” che escono tuttora e sono considerate testate autorevoli a livello internazionale.
Sul piano della milizia civile, dopo essere stato redattore capo del glorioso foglio di GL “Resistenza” ho fondato e diretto “Nuova Sinistra” e, anni dopo, “Nuvole”, che poi ho abbandonato. Giornalista pubblicista del 1971 (ho ricevuto la targa per i decani dei giornalisti piemontesi”), ho collaborato intensamente per un ventennio al quotidiano “La Stampa” e ad altri quotidiani (“Corriere della Sera” “Il Sole 24 ore”, “Il Manifesto”…).
Ho pubblicato oltre 50 volumi, e miei scritti sono usciti in inglese francese spagnolo portoghese tedesco serbocroato: è appena stata pubblicata la traduzione spagnolo della mia biografia di Gramsci, per citare solo l’ultimo esempio.
Ho preso parte, sempre, alla vita culturale e al dibattito civile e politico, da indipendente, in città e sul piano nazionale.
Sono stato anche, sempre come indipendente, candidato sindaco di una coalizione di sinistra.
Le mie posizioni di sinistra sono note a tutti, e non tocca a me sottolineare il mio peso di studioso e di intellettuale, ma credo sia universalmente riconosciuto.
Ebbene, non avrei mai (e dico mai) potuto immaginare che venisse annullata una mia conferenza nella mia città.
Era previsto anche un collegamento dal Donbass con un giornalista italiano, Vincenzo Lorusso, in quanto autore di un recente volumetto intitolato De “russophobia”, quindi persona informata e qualificata per parlare.
Ma questo era un “di più”: il cuore dell’incontro annullato era precisamente la mia conferenza.
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Dopo un comunicato di una ignota associazione ucraina e di una sigla legata al Partito radicale (che, ricordo, ha sempre sostenuto le forze di estrema destra nei Balcani e ora in Ucraina, contribuendo a far scarcerare il responsabile dell’omicidio del nostro fotoreporter Andrea Rocchelli, nel Donbass), è scesa in campo la ben nota Pina Picierno (che ricopre la carica di vicepresidente del Parlamento UE),
la quale e ha chiesto anzi ingiunto al sindaco di Torino di far annullare l’evento. Così è avvenuto. E io l’ho saputo da un post gongolante della stessa signora, prima che gli organizzatori me lo comunicassero.
Ora mi aspetto che la ministra dell’Università venga al mio fianco e mi faccia tenere la conferenza come ha fatto con rulli di tamburi e squilli di trombe con Emanuele Fiano (al quale nessuno aveva vietato di tenere conferenza, ma era stato contestato dagli studenti, cosa ben diversa e che dopo l’episodio sta girando la Penisola per godere dei frutti di quell’episodio).
Mi aspetto che il sindaco di Torino dichiari di non essere intervenuto per bloccare la conferenza. Mi aspetto che l’ANPPIA nazionale che a quanto leggo su agenzie di stampa avrebbe sconfessato la sezione locale, ente organizzatore della conferenza, mi chieda scusa.
E aspetto le scuse anche della presidenza e della direzione del Polo del ‘900. Mi aspetto che la segretaria del PD sconfessi la Picierno. Mi aspetto un gesto di solidarietà dal mondo accademico e intellettuale, almeno cittadino.
Temo che nessuno di questi atti avverrà.
Perciò chiedo alle testate giornalistiche con le quali ho collaborato in passato o collaboro nel presente, e ai programmi televisivi delle diverse reti di quali sono stato e sono frequentemente ospite di pubblicare questa mia o di darmi spazio per esporre pubblicamente le mie ragioni nel primo momento utile.
Che ad uno storico di professione, un accademico “togato”, frequentemente invitato a tenere lezioni in Europa e fuori (le prossime saranno a Parigi, Saragozza, Barcellona, Teheran), venga impedito di tenere una pubblica conferenza è un fatto inaccettabile, di cui sarebbe vergognoso tacere o sarebbe colpevole sottovalutare.
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Angelo d’Orsi
Torino, 8 novembre 2025
Quando e dove l’omologazione non è diventata ancora totale, i tentativi di censura possono condurre a una eterogenesi dei fini.
E quindi la conferenza del Prof. D’Orsi si terrà e vi parteciperanno molte più persone.
I dittatorelli stupidi, gli squadristi del politicamente corretto, meritano pienamente tale contrappasso.
Quando la stupidità si scatena alla fine, e per fortuna, colpisce se stessa.

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Gente rozza, che odia la musica, la bellezza, l’arte, la pace, la differenza.

Veramente miserabili.
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Da: Burevestnik, arriva l’uccello della tempesta
il Simplicissimus, 28.10.2025
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«Di certo questo nuovo scenario non indurrà Washington alla pace, anzi è probabile che gli Usa e tanto meno il narcisista patologico Trump, vogliano riconoscere la loro condizione di svantaggio: è totalmente al di fuori della loro mentalità e della loro ideologia di base che recita: noi siamo un popolo speciale e il capitalismo è sempre più avanti. Nondimeno saranno in qualche modo costretti a evitare un conflitto nucleare dal quale uscirebbero a questo punto perdenti. Non parliamo poi dell’Europa e della sua grottesca bellicosità rispetto alle proprie capacità tecnologiche peraltro sempre frustrate e imbrigliate dal monopolismo imperialista di Washington: il Burevestnik di fatto rende obsoleta e priva di senso la Nato quale avamposto americano ai confini terrestri della Russia».