Riprendo questo testo di Pino Cabras e Catherine Birmingham.
Ritengo un dovere farlo, come cittadino, come educatore, come persona che cerca di rimanere libera.
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Il buromattatoio: quando la ‘cura’ si fa tortura
di Pino Cabras
Fonte: Megachip, 18.2.2026
Quello che state per leggere non è un semplice sfogo, ma la testimonianza di come una famiglia sia finita nelle spire di un potere che, per sua stessa natura, trasforma ogni tentativo di sedicente “aiuto” in un atto di pura sottomissione, insensibile agli effetti concreti che ne contraddicono le presunte ragioni. Siamo oltre il semplice errore giudiziario: siamo entrati in quella dimensione asettica delle istituzioni totali, dove la vita umana viene stirata e mutilata per poter entrare forzatamente dentro un faldone.
È la manifestazione più spietata della Banalità del Male burocratica, incarnata da una moderna versione della caposala Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Qui non servono catene o urla: basta la gelida indifferenza di un funzionario che osserva un bambino mentre si distrugge le dita per l’angoscia, limitandosi a rubricare quell’agonia come un banale dato statistico o una resistenza al protocollo. È un sistema che si nutre della propria infallibilità: una volta che la macchina si è messa in moto, non ammette retromarce, perché riconoscere il trauma inflitto significherebbe confessare che l’intera architettura della “tutela” è, nei fatti, un apparato di vessazione autoritaria.
Invece di sanare le ferite, questa macchina le allarga con chirurgica precisione, preferendo vedere l’infanzia spegnersi e regredire nel silenzio di una casa famiglia piuttosto che rinnegare una singola riga di una perizia sbagliata. È la persecuzione che indossa la maschera della protezione, un assedio costante che odia la verità della carne e del sangue perché non sa come gestirla se non attraverso il controllo e l’isolamento. E mentre il disastro psicologico si compie giorno dopo giorno, l’intero apparato si chiude a riccio, tetragono e sordo, protetto da quel silenzio istituzionale che è il vero complice di questa tortura legalizzata.
Per molti anni, in ambiti molto diversi, mi sono spesso scontrato con burocrati che si vantavano con una luce sadica di saper piegare come plastilina le norme dei regolamenti, quando li vedevo puntare la prua contro qualcuno che sottovalutava la loro signoria squallida sulle scartoffie, uscendo vergini e intatti da accanimenti che sapevano infinitamente protetti dall’angolo oscuro della Legge. Figuriamoci il danno che possono fare in un campo delicato come quest’altro, in nome di valori supremi come la tutela dei minori.
Leggete il grido di questa madre e guardate cosa succede quando il Potere decide che la propria sopravvivenza vale molto più della vita di tre bambini.
Buona lettura!
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FAMIGLIA NEL BOSCO, LA LETTERA DI CATHERINE: «I MIEI FIGLI TRADITI DA CHI DOVREBBE PROTEGGERLI»
di Catherine Birmingham
Carissime Maria Luisa e Marika, ieri mi avete chiesto perché non vi parlassi. L’ho fatto io, l’hanno fatto i miei figli, vi hanno detto che sono infelici qui, che non gli piace, il maschietto ha parlato a nome delle sue sorelle, dicendo che questo posto è brutto.
Vi hanno detto che vogliono tornare a casa, vi hanno detto che gli mancano il loro papà, i loro animali, i loro amici e la loro casa.
Come persone nominate per rappresentare questi bambini, le loro richieste d’aiuto sono state ignorate, liquidate, non credute e purtroppo non è stata intrapresa alcuna azione in loro favore.
Invece sono stati dati in dono zucchero, istruzione e siringhe. Bugie sul fatto che non mi sarei impegnata ad avere un insegnante quando ce ne andremo e che sarei d’accordo con le bugie e le informazioni distorte e ingannevoli diffuse da questa struttura.
Questi bambini sono molto intelligenti, sensibili e creativi. La loro fiducia è stata tradita da ogni adulto che avrebbe dovuto garantire loro sicurezza e cure. Voi compresi.
Lo capiscono da soli e non hanno bisogno che io glielo spieghi.
I resoconti di questo centro sembrano tralasciare un fattore cruciale: i bambini. Non raccontano l’angoscia che i miei figli hanno provato fin dalla prima notte di separazione forzata, lontani dalla propria mamma. L’ansia che hanno mostrato in un ambiente per loro estraneo e dove non si sentono al sicuro da persone che gli hanno mentito, che hanno usato adolescenti per bullizzarli, che gli hanno portato via tutta la loro libertà al punto che gli è stato persino imposto di non andare in bicicletta intorno all’edificio o di giocare in un’area in cui erano vicini alla mamma e volevano stare con lei, e li hanno privati dei loro bisogni emotivi e fisici.
Sono stati tenuti isolati da tutti i loro amici, familiari e genitori che amano e privati di ogni meccanismo di difesa che avevano per affrontare questo trauma drastico e orribile che è per un bambino essere separato dalla madre e dal padre.
Ho dovuto guardare la completa distruzione, il trauma e l’ansia costante crescere nei miei tre figli, ogni giorno per quasi tre mesi. E le stesse persone che avrebbero dovuto proteggerli dal male stanno attivamente supportando tutto questo.
I bambini devono essere immediatamente restituiti alla madre e al padre, dove possono iniziare a guarire da questo stato incredibilmente traumatico che tutti e tre vivono ogni giorno!
Mi hanno mentito fin dalla prima notte in cui sono arrivata qui e so che la verità di questi resoconti viene tenuta nascosta consapevolmente, come è stato detto a Nathan da Lucia (la responsabile della casa famiglia, ndr): «Per te è stato meglio così».
Come madre che ha a che fare con un figlio e due figlie, sono costretta a vedere la rabbia, l’ansia, le suppliche di non lasciarli soli, la fame e la stanchezza costanti per andare a letto e dormire, ogni giorno quando li fanno aspettare due ore prima di poter cenare, la loro paura assoluta delle persone qui (per ragioni molto valide che conosco e conosce ognuno di loro), la loro tristezza quando implorano di tornare a casa perché gli mancano le loro vecchie vite, il loro papà, i loro animali e amici.
Sono costretta a vederli rompere le cose, farsi male, farsi del male a vicenda, disegnare aggressivamente sui muri, non voler più lavarsi, lavarsi i denti o persino vestirsi la mattina, svegliarsi dagli incubi con urla orribili in cui chiedono che la mamma li aiuti! Masticare costantemente dita, capelli, vestiti e persino rompere i bastoncini di gomma speciali da masticare che Nathan ha comprato per loro e che sono fatti per i bambini autistici!
Qualsiasi capacità di comprensione psicologica vi darebbe la preoccupante consapevolezza del trauma, della depressione e dell’ansia costante che questi tre bambini hanno manifestato fin dal primo giorno, quando tutto è aumentato e peggiorato fino a raggiungere uno stato di urgenza e sono stati allontanati dalla loro precedente casa, sana, felice e amata, dalla loro madre e dal loro padre. Ecco perché non posso affrontare le persone che non stanno facendo tutto il possibile e anche di più per aiutare questi bambini sofferenti, che subiscono danni irreparabili, a tornare immediatamente in sicurezza dai loro genitori.






Questo è un evento non soltanto atroce e distruttivo delle persone alle quali dei magistrati italiani stanno infliggendo delle sofferenze inaudite; è anche emblematico di che cosa stia accadendo a tutti: la sostituzione della vita, degli alberi, del cielo, della terra, con i monitor dove la dissoluzione ripete all’infinito se stessa. I bambini devono essere formati a tale dissoluzione.
Da: Rousseau in Abruzzo
il Pedante, 29.11.2025
Fonte: https://ilpedante.info/post/rousseau-in-abruzzo
«Non contesto il dovere della comunità di intervenire tramite le istituzioni per reprimere e prevenire i mali, ma piuttosto la gerarchia dei beni implicata. Nella pur dettagliata motivazione dell’ordinanza, frutto di molti mesi di osservazione, non si fa cenno a problemi di trascuratezza affettiva. Non si dichiarano segnali di evitamento, paura, ritiro, ipervigilanza. Non si menzionano le violenze psicologiche, le percosse e gli abbandoni emotivi che subiscono tanti coetanei nei più accessoriati vani di condomini e villette. Al contrario, il sindaco riferisce che i bambini erano «amati, affettuosi, puliti e ben tenuti». Se è così, questi piccoli sono stati privati di un bene di ordine superiore con il rischio di subire danni scientificamente ben documentati, più numerosi e più gravi di quelli paventati. Mi disorienta perciò non solo il dispositivo dell’ordinanza, ma più ancora il dibattito che si è scatenato intorno, tutto centrato sull’indizio ideologico, sullo psicogramma dei protagonisti e sulla declamazione di una quache pedagogia perfetta che ciascuno si è sentito in obbligo di contrapporre, forse anche per credersi immune da questi rischi protestando la propria ‘normalità’.
Ma il pachiderma nella stanza non lascia spazio alle idee. Di fronte alla carezza di una madre che scaccia gli incubi dalla fronte dei suoi bimbi, infila loro i vestitini all’alba e li rincuora quando hanno la febbre; di fronte alle braccia di un padre che solleva i suoi piccoli perché non inciampino e li fa sentire al sicuro tra le mura di casa; ebbene di fronte a questo non esistono scuole di pensiero, perché qui sta il cuore di ciò che radica l’essere umano e gli dà stabilità e vita. La dialettica che si delinea è capitale. Riconoscere o trascurare questi misteri di carne al di là delle tensioni sociali segna il perimetro dell’umanità e quindi anche la linea più originaria, universale e profonda che separa il bene dal male».
Assistenti sociali.
Una società nella quale alcuni potenti – tra i quali i ‘magistrati’ dei minori – danno a se stessi il diritto di dire agli altri come devono vivere. Una superfetazione della morale e dei “valori” il cui esito è sempre questo, dai ‘diritti umani’ ai ‘diritti dei minori’. L’esito è la vera distruzione dei diritti, è il dolore, è lo strazio, è la morte.
Se, diventati adulti, questi che ora sono bambini uccideranno tali ‘giudici’ avranno fatto solo il loro dovere.
C’è solo da augurare ogni male a questi giudici, a questi burocrati totalitari.
Piena solidarietà alla madre.
I bambini si porteranno a lungo questo trauma, gli stanno rubando la Gioia, la serenità, a favore di dolore e ansia.
Grazie Elvia.
Sì, questi assistenti sociali e questi giudici infami stanno stritolando i bambini e la loro madre.
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I messaggi privati di Catherine usati per screditarla agli occhi dei giudici
Francesco Borgonovo, 20.2.2026
Qualcuno, prima o poi, dovrà seriamente rendere conto del trattamento a cui viene sottoposta ormai da mesi la cosiddetta «famiglia nel bosco». E non parliamo solo dell’ingiustificata separazione dei bambini dai genitori, ma anche dell’accanimento che le istituzioni stanno dimostrando nei confronti della madre, Catherine Trevallion.
Ieri abbiamo pubblicato un testo scritto da questa donna che da troppo tempo soffre, e che era estremamente eloquente riguardo alla situazione in cui tutta la famiglia si ritrova. Il problema è che siamo nel dramma. Quel documento – che è vero e importante – nasce come una comunicazione privata tra Catherine e le due donne che hanno la responsabilità dei suoi figli, e cioè Maria Luisa Palladino e Marika Bolognese, rispettivamente tutrice e curatrice dei tre minori. Secondo gli avvocati della famiglia, la tutrice, durante uno degli ultimi incontri, avrebbe sollecitato Catherine a esporre il proprio disagio e i motivi per cui secondo lei si sarebbe incrinato il rapporto con le istituzioni. Ebbene, Catherine ha accolto l’invito e ha scritto un lungo messaggio Whatsapp. La tutrice, per tutta risposta, ha preso quel messaggio e lo ha allegato alla relazione consegnata al tribunale. Perché lo ha fatto? Beh, per dimostrare la reticenza della madre.
Secondo la tutrice, infatti, quel messaggio è segno di una totale chiusura al confronto da parte della madre con la scrivente, il cui atteggiamento è divenuto palesemente non dialogante. Catherine viene accusata di avere «omesso gravi addebiti alla scrivente (la tutrice, ndr), accusandola di trascurare il superiore interesse dei minori e di ignorare aspetti episodi di gravità verificatisi presso la struttura ospitante». Insomma, secondo la signora Palladino «si evidenzia un progressivo e allarmante irrigidimento dei minori nei confronti della scrivente che li ha incontrati plurime volte durante l’intero periodo, con cadenza quasi settimanale. Si osserva un mutamento involutivo nelle dinamiche relazionali, se in una prima fase era possibile mantenere un confronto costante, anche sereno e giocoso, nell’ultimo periodo – in coincidenza con lo più brusco atteggiamento della madre – i minori tendono a sottrarsi sistematicamente all’interazione anche in forma di gioco».
Quella lettera, conferma alla Verità Tonino Cantelmi, autorevole psicologo e consulente dei Trevallion, «è un messaggio che Catherine ha ritenuto di voler mandare alla tutrice e alla curatrice, e che loro hanno invece interpretato come ulteriore dimostrazione di ostilità, depositandolo in tribunale. Ma di fatto», continua Cantelmi, «quel testo esprime tutto il dolore di Catherine, e dal mio punto di vista, certifica perfettamente l’incapacità della tutrice, della curatrice e dell’assistente sociale di vedere il dolore di una madre e anche il dolore dei bambini. È un dolore che rimane invisibile agli occhi di quasi tutti quelli che si occupano dal punto di vista istituzionale di questa vicenda».
Constatato questo fatto mette i brividi. Una mamma sofferente viene invitata a confidarsi e quando lo fa le sue parole sono usate contro di lei come presunta prova della sua inadeguatezza. E non è tutto. Nei confronti di Catherine sembra esserci stata una particolare insistenza come se la avessero presa di mira o individuata quale anello debole della catena famigliare. Per settimane sono state fatte trapelare mezze verità e indiscrezioni al fine di metterla in cattiva luce presso l’opinione pubblica. E come se non bastasse, durante i colloqui psicologici è stata sottoposta a un pesantissimo fuoco di fila di domande. Ben 570 quesiti, che a un certo punto la poveretta è crollata.
«Ho molte perplessità su come è stata organizzata la seduta per questi test», dice Cantelmi. «Catherine ha tanto dolore, se avessimo dovuto fare tutto quello che era previsto avremmo finito forse per le dieci di sera. Dettaglierebbe le nostre perplessità in modo più opportuno. Abbiamo dato tutto il supporto possibile alla testista perché le cose venissero fatte bene: abbiamo una certa esperienza e forse potremmo aiutare a rendere le cose più semplici. Ma se non lo fanno ciascuno di assumersene le sue responsabilità».
Per Cantelmi, a questo punto, di responsabilità da assumersi ce ne sono parecchie. «Dal mio punto di vista – e non c’erano gli estremi per una sottrazione, un prelievo così doloroso. C’è stato un errore. Oggi ci rendiamo conto che quanto fatto è più dannoso di ciò che si voleva riparare, ma non ci sono il coraggio, la forza, la capacità autocritica di tornare indietro. Ho assistito con stupore, per esempio, alla difesa d’ufficio di quanto è stato fatto da parte del presidente dell’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo. Sarebbe più produttivo interrogarsi sul perché la maggior parte degli italiani, quando si parla di assistenti sociali, li immagina sotto prelievo di minori non benefattori… In questo caso il prelievo si sta dimostrando drammaticamente controproducente. Bisognerebbe allora fare autocritica e tornare indietro».
A quanto pare, però, non c’è alcuna intenzione di riavvolgere il nastro. È in attesa la perizia psicologica centrale di tutta la storia e, manco a dirlo, i bambini stanno male. «Stanno soffrendo un trauma dolorosissimo che si rivela superiore ai problemi che erano stati in precedenza segnalati», dice Cantelmi. «Dal mio punto di vista il problema sono i servizi, hanno preso una decisione che si rivelata, a mio parere, sbagliata e dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro. Basta con questa farsa di prima del prelievo dei bambini sarei stato tentato di tutto: non è vero, si poteva fare meglio, si poteva fare di più e dobbiamo avere il coraggio di verificare le responsabilità di quello che è successo».
La perizia psicologica, spiega Cantelmi, «è partita in ritardo perché non si trovava un traduttore per fare una mediazione linguistica decente. Questo già la dice lunga. Questo traduttore, tra l’altro, ha accettato con delle limitazioni, di conseguenza ci sono dei periodi di sospensione. Io sono molto perplesso», continua il professore, «sull’azione della Asl che deve fare i test o ha iniziato a fare i test con i genitori, sulle sue reali competenze e sulle sue reali capacità di mediazione. Invece, oggi è largamente stabilito che chi ha preso questa decisione, provenienti anche dal team di neuropsichiatria infantile dell’Asl di Vasto che dichiara senza ombra di dubbio che questi genitori sono dei validi sostegni emotivi ai bambini, costituiscono un punto di riferimento importante. E concludo che occorre riunificare il nucleo familiare».
Il messaggio è chiaro: chi continua a tenere i bambini Trevallion separati dai genitori li danneggia, e dovrebbe prendersene la responsabilità. Tuttavia dubitiamo che lo farà.