L’Unione Europea è assente. Lontana dalla storia dell’Europa, dalla sua forza, dalle sue contraddizioni dalla sua dignità. Subordinata a una potenza e serva di un padrone che si svela finalmente per quello che è, senza gli orpelli della propaganda democratica, senza i sacri valori di una libertà che gli Stati Uniti d’America hanno costruito per se stessi sul fondamento del genocidio di chi abitava il Nord America prima dell’arrivo dei calvinisti e degli ergastolani britannici.
Un’Unione Europea che ha abbandonato la propria razionalità in molte, disparate e tragiche forme, affidandosi a un pensiero irrazionale che ha «cru pouvoir, par une formule magique, faire passer à l’ouest (rattacher à l’Atlantique Nord) quatorze pays d’Europe orientale [creduto di poter far passare ad Ovest (unire al Nord Atlantico) quattordici paesi dell’Europa orientale con una formula magica]», che si è illusa di poter stravolgere la geopolitica e le millenarie vicende del Continente attraverso qualche parolina liberale (Gilles Carasso, Psychopolitique de la menace russe (1), «éléments» , 16.4.2025).
Un’Unione Europea complice della distruzione del popolo ucraino da parte della strategia geopolitica americana, attuata dai criminali arrivati al potere a Kiev con un colpo di stato, con violenze gravissime attuate durante la cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ del 2014, i cui fatti si svolsero all’opposto di quanto la propaganda di Wikipedia e di altre fonti occidentali racconta (cfr. Maidan, l’origine nascosta della guerra in Ucraina ), con atti terroristici come l’aver bruciato vivi gli avversari politici nel rogo della Casa dei Sindacati di Odessa.
Un’Unione Europea ‘liberale’ che ripete l’errore storico di aggredire la Russia – perché portare armi atomiche e alleanze ostili ai suoi confini è un pericolo per la Russia inaccettabile – ripetendo i progetti di Bonaparte nel 1812, della coalizione franco-britannica nel 1853 (la guerra di Crimea), di Hitler nel 1941. I ceti dirigenti liberali hanno dunque proclamato una vera e propria crociata antirussa, dato che «la croisade peut se définir comme l’attaque d’un pays lointain, avec lequel l’assaillant n’a pas de relations particulières, au nom d’idéaux supérieurs ; c’est un trait permanent de l’Occident, dont le dernier avatar fut l’invasion américaine de l’Irak. Aux yeux des Russes, l’ingérence de l’Occident dans le conflit russo-ukrainien au nom de ses valeurs s’inscrit dans cette continuité. Pour eux, l’agresseur ontologique dont il faut se méfier, ce n’est pas lui, c’est l’Occident. [la crociata può essere definita come l’attacco di un paese lontano, con il quale l’assalitore non ha particolari relazioni, in nome di ideali superiori; la crociata è una caratteristica costante dell’Occidente, la cui più recente incarnazione è stata l’invasione americana dell’Irak. Agli occhi dei russi, l’ingerenza occidentale nel conflitto russo-ucraino in nome dei propri valori si inscrive in tale continuità. Per loro l’aggressore ontologico dal quale bisogna guardarsi non è la Russia ma è l’Occidente» (Gilles Carasso, Psychopolitique de la menace russe (2), «éléments» , 17.4.2025).
Un’Unione Europea la cui natura coloniale è confermata dall’importazione del politicamente corretto, fenomeno dai tratti sempre più ossessivi e ancora una volta irrazionali, fenomeno definito da Luca Ricolfi «follemente corretto» in un libro che porta questo titolo e nel quale si mostra come le «lobby del Bene» e le «vestali della Neolingua» stanno cercando, con discreto successo, di conquistare anche i luoghi liberi della conoscenza, di demolire l’Università trasformandola in una struttura settaria nella quale non soltanto le scienze umane e sociali ma «anche in settori che si pensavano autonomi e impermeabili ad inquinamenti ideologici come la fisica, la matematica, l’informatica, l’astronomia, la musica si è abbattuta una studiata operazione di ‘pulizia etnico-ideologica’ che ha portato all’ ‘instaurazione di un clima intimidatorio’» (Marco Tarchi, Diorama Letterario, n. 385, maggio-giugno 2025, p. 18).
Un’Unione Europea pienamente complice e coautrice (tramite un massiccio sostegno militare, economico e politico) del genocidio del popolo palestinese.
Si tratta della vicenda più tragica della storia contemporanea, le cui radici stanno primi decenni del Novecento e abitano in particolare nel ‘protettorato’ britannico sulla Palestina. Vicenda ricostruita in sintesi e insieme in dettaglio dallo storico israeliano Ilan Pappé in un volume che in italiano suona Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (Fazi Editore, Roma 2024). Del libro di Pappé Roberto Zavaglia fornisce un sunto molto utile (in Diorama Letterario, n. 385, pp. 35-36), che parte dalla definizione che lo storico dà di Israele come «società coloniale insediativa» poiché «lo Stato di Israele è basato sulla colonizzazione di un territorio che era, in grandissima maggioranza, abitato da un altro popolo. […] Sin dai suoi albori, negli ultimi decenni dell’Ottocento, il colonialismo ebraico ha sempre cercato di togliere la terra ai palestinesi, prima con le buone maniere, comprando appezzamenti grazie ai finanziamenti dei ricchi correligionari sparsi nel mondo; poi, quando quella soluzione non è stata più possibile, strappandoli e rubandoli con una feroce pulizia etnica».
I ‘titoli’ di possesso rivendicati dal sionismo sono le situazioni che precedettero la diaspora babilonese (VIII-VI sec. a.C) e quella precedente la distruzione romana di Gerusalemme (70 d.C). Nei successivi due millenni la presenza ebraica in Palestina era ridotta a una minuscola comunità. Un titolo di possesso, quindi, giuridicamente irrazionale e fondato soltanto sull’idea teocratica che quel territorio sia stato dato per sempre da Yahweh a Israele. Anche questa convinzione fa sì che Israele rappresenti la teocrazia più fanatica della storia recente. Per capire la tragedia palestinese il fatto dal quale non si può dunque prescindere, secondo Pappé, «è che lo Stato di Israele è basato sulla colonizzazione di un territorio che era, in grandissima maggioranza, abitato da un altro popolo».
A conclusione del Mandato britannico in Palestina (1920-1948) gli ebrei erano ancora soltanto l’11% della popolazione, nonostante le violenze e le azioni terroristiche già messe in atto dai coloni sionisti, i quali avevano cacciato dalla propria terra circa 250.000 abitanti. La risoluzione dell’ONU del 29.11.1947, per quanto favorevole alla minoranza ebraica, non è stata mai riconosciuta dallo Stato di Israele, il quale con una serie di guerre vittoriose ha sottratto ai palestinesi tutto, confinandoli in una Cisgiordania ormai in mano a coloni che praticano sistematiche violenze sui palestinesi, aiutati dall’esercito israeliano che dovrebbe invece garantire i diritti di questi ultimi, e a Gaza, ormai distrutta e sterminata.
Dalla ricostruzione di Ilan Pappé risulta quindi evidente che «la demonizzazione di Netanyahu è ipocrita e costituisce lo strumento con il quale i sionisti ‘moderati’ tentano di lavarsi la coscienza. Invece va detto forte che l’attuale premier israeliano prosegue sulla strada dei suoi predecessori, che hanno tentato di estendere la Grande Israele fino agli estremi confini. Al massimo in lui, in questa fase, ci può essere solo un surplus di crudeltà e violenza».
L’assenza dell’Europa, al cui posto sta l’esangue fantasma dell’Unione Europa, è un problema per gli equilibri politici del pianeta. Ed è per noi una tragedia.
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Aggiungo una sintetica e chiara riflessione dedicata allo stesso tema dell’esperto di politica internazionale Pino Cabras, redatta a conclusione dell’incontro tra Putin e Trump in Alaska.
Europa come spazio subalterno dell’occidente
La vicenda che si è chiusa con il summit di Zelensky e gli orfani europei di Biden a casa di Trump non è un episodio isolato, ma la ripetizione di una condizione storica sedimentata. L’Europa non è più un soggetto autonomo dalla metà del Novecento, quando le due guerre mondiali hanno dissolto il vecchio equilibrio di potenze e consegnato i suoi destini al nuovo centro imperiale: Washington. C’era anche un pezzo d’Europa nell’orbita di Mosca fino al crollo dell’Unione Sovietica, ma le classi dirigenti est-europee che erano provincia dell’impero si adattarono facilmente a essere zelante provincia di un altro impero, fino a portare alla misura gretta di provincia anche il resto del continente occidentalizzato.
Ciò che talvolta viene raccontato come “rinascita europea” – i piani Marshall, i miracoli economici, la costruzione comunitaria – è stato in realtà un processo di ricostruzione sotto tutela. Non bastano i capitali, le tecnologie, i mercati comuni per generare una vera forza storica: occorre che vi sia un blocco dirigente capace di esercitare insieme potenza economica, militare, culturale.
Per “blocco dirigente” si intende un insieme coeso di élites politiche, economiche e culturali che sappiano dare direzione a un popolo e a un territorio: non solo ricchezza o eserciti, ma anche un progetto condiviso. Questo in Europa non è mai maturato, se non come un formidabile accumulo retorico. Si è prodotta ricchezza, si sono accumulate istituzioni, ma senza mai un vero centro politico in grado di tradurle in autonomia.
Negli ultimi decenni, man mano che gli Stati Uniti hanno mostrato le incrinature del loro primato, il continente europeo ha reagito in modo sempre più contradditorio, adattandosi alle strategie decise oltreoceano, persino quando erano contrarie agli interessi materiali dei suoi popoli. È il segno di una classe dirigente che non possiede un progetto proprio, ma vive entro un blocco storico subalterno, cioè un assetto in cui le decisioni fondamentali non nascono da qui ma vengono importate, e in cui le élite locali amministrano una dipendenza strutturale.
L’irruzione di nuove potenze – Russia, Cina, India, Brasile – ha reso questa condizione ancora più evidente: il mondo si muove verso un ordine multipolare, dove non c’è più un unico centro di comando, ma diversi poli di forza che competono. Eppure l’Europa continua a porsi come cinghia di trasmissione di un Occidente in declino. Così, di fronte alla crisi ucraina, si è scelta la via della guerra per procura (cioè combattuta dagli ucraini con armi, soldi e strategie fornite dall’Occidente), con costi enormi in termini di risorse e di credibilità, senza alcuna prospettiva autonoma. I premier europei si sono presentati alla Casa Bianca facendo umiliante anticamera e senza un piano B: ancora sono lì come il primo giorno, a sognare la guerra totale e la “debellatio” della Russia, in totale stato di negazione della realtà.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha accentuato un quadro che pure era chiaro, per chi lo guardava già senza veli ideologici. Washington non si cura più neppure di mantenere le apparenze: tratta direttamente con Mosca e Pechino, riorganizza il Medio Oriente secondo le sue esigenze, ridisegna i vincoli internazionali a misura dei suoi interessi. All’Europa resta la parte del comprimario totalmente umiliato, costretta a legittimare decisioni prese altrove.
Prospettive
L’integrazione atlantista – cioè l’allineamento politico, economico e militare dell’Europa all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, incarnata dalla NATO e dalle istituzioni occidentali – lungi dall’essere un argine di forza, ha prodotto una borghesia compradora.
Con questa espressione si intende una classe dirigente che non difende l’interesse dei popoli che rappresenta, ma si limita a fare da intermediaria: compra e vende, media e traduce i desiderata del centro imperiale americano in cambio di rendite e protezioni. È una classe dirigente che accetta la subordinazione come orizzonte naturale, priva della volontà di elaborare un progetto strategico proprio. Buoni a nulla, capaci di tutto.
A rendere la situazione ancora più drammatica è, infatti, la qualità dei dirigenti europei di oggi: i peggiori degli ultimi ottant’anni. Non hanno alcuna visione politica, se non quella del riarmo; non conoscono altro linguaggio che quello delle armi e delle sanzioni; e, soprattutto, hanno come unico orizzonte economico il saccheggio sistematico delle classi medie, trattate come una cava da cui estrarre risorse fiscali e sacrifici sociali fino a ridurle allo stremo. È un processo che forse garantisce qualche anno di sopravvivenza a sistemi politici ormai esausti, ma che al tempo stesso rischia di distruggere intere nazioni, svuotandole delle loro energie produttive e civili. Giorgia Meloni, dopo un’interminabile propaganda “sovranista”, si rivela definitivamente come un drammatico incrocio tra Di Maio rimangia-tutto e Draghi mangia-tutto. Puro atlantismo terminale con annesso tradimento della “Nazione” di cui pure si riempie la bocca.
Eppure, in un mondo multipolare, la logica potrebbe rovesciarsi: stati europei sciolti dal vincolo UE e NATO, pur nella loro piccola scala, avrebbero paradossalmente margini maggiori di sovranità.
Infatti, un paese che non dipendesse da Bruxelles o da Washington per ogni decisione potrebbe tessere relazioni più autonome con i giganti emergenti, decidere la propria politica energetica, aprire canali commerciali e culturali senza dover chiedere permessi. Si tratterebbe di stati piccoli, certo, ma meno “inchiodati” a un’architettura che li rende sudditi.
Non si tratterebbe di una restaurazione dell’antico primato europeo – ormai tramontato per sempre – ma della possibilità di essere, ancora una volta, attori e non spettatori nella trasformazione del mondo.






Questa risposta di Luciano Canfora indica un plausibile elemento di continuità tra i progetti hitleriani di dominio della Germania sul continente e quelli dell’attuale Unione Europea.
Fonte: Luciano Canfora, Intervista sul potere, I libri del Corriere della Sera, 2026.
L’Unione Europea è soltanto un manipolo di affaristi e ricattatori, che in più odiano la libertà di espressione e di parola, detestano la cultura.
Ricapitolando
Andrea Zhok, 6.4.2026
L’Unione Europea nel 2012 ha messo sotto severe sanzioni l’Iran, seguendo la scia delle sanzioni statunitensi che risalgono alla nascita della Rivoluzione islamica (1979). Le sanzioni includono il divieto di importazione, acquisto e trasporto di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani. Le motivazioni ufficiali per le sanzioni sono sempre altamente umanitarie: le violazioni dei diritti umani.
Dal 2022 l’Unione Europea ha avviato una serie di sanzioni di pesantezza crescente nei confronti della Russia, primo fornitore energetico dell’Europa. Anche qui, di fronte alle osservazioni di schietto buon senso, che osservavano come un’area di trasformazione industriale come quella europea, priva di rilevanti risorse energetiche, avrebbe dovuto operare per una rapida chiusura del contenzioso e non per un muro contro muro, la risposta ufficiale ha percorso le usuali linee di alta inflessibile idealità. Non si poteva transigere perché la libertà, la difesa della sovranità ucraina, la violazione del diritto internazionale…
Poco dopo – nel 2023 – a fronte dell’aiuto iraniano alla Russia, con la fornitura di droni, l’UE ha esacerbato le sanzioni verso l’Iran. Non era tollerabile un aiuto militare ad uno stato che aveva violato il diritto internazionale!
Si potrebbe a questo punto concludere che l’Unione Europea sia guidata da anime belle, incapaci di qualunque ragionamento in termini di realismo politico, tragicamente disinformati su ciò che avviene in paesi terzi, ma almeno vigorosamente mossi da una moralità integerrima e restia ad ogni compromesso.
Poi, però il quadro si confonde un tantino. Tra il 2023 e il 2025 Israele ha sterminato almeno 70.000 civili palestinesi, ha raso al suolo gran parte della striscia di Gaza (con la scusa della presenza di Hamas), ha sfollato interi quartieri della Cisgiordania (senza la scusa di Hamas, visto che lì non c’è), ha arrestato indiscriminatamente e detenuto a tempo indeterminato, ha sparato con cecchini su bambini, ha violentato carcerati e assolto i violentatori, ha bastonato sistematicamente esercenti in Cisgiordania con la copertura della polizia, ecc. ecc.
Sanzioni europee non pervenute. Saranno stati distratti, c’era l’Eurovision.
Nel giugno 2025 Israele e USA hanno attaccato unilateralmente la Repubblica Iraniana, assassinando numerosi scienziati iraniani con le loro famiglie, facendo esplodere interi caseggiati, radendo al suolo quartieri e infrastrutture. L’attacco avviene senza dichiarazione di guerra, senza alcun mandato o consenso internazionale, insomma in piena e sfacciata violazione di ogni diritto internazionale.
L’Unione Europea, tuttavia, sembra seriamente occupata in un torneo di padel e non trova il tempo per muovere non dico sanzioni, ma neanche un sommesso rimprovero agli aggressori. L‘intransigenza morale ora latita.
Nel marzo 2026 Israele ed USA aggrediscono nuovamente l’Iran, ne assassinano il leader spirituale, uccidono nei primissimi giorni 168 bambine in una scuola, nelle settimane successive colpiscono oltre 600 scuole, ospedali, poli universitari. La distruzione è in corso.
Ma a marzo l’Unione Europea deve avere il torneo di bridge e dunque di sanzioni, o comunque di reazioni politiche degne di nota, neppure l’ombra.
Oggi a primavera 2026 l’Europa riceve il grosso del suo fabbisogno energetico dagli USA (che ha violato ogni forma di diritto internazionale e ogni espressione di diritti umani) e da quel che ancora arriva dai paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita (la cui documentazione in termini di diritti umani, secondo tutte le agenzie internazionali – per lo più con sede negli USA – è ampiamente peggiore di quella iraniana.)
Ora, mentre le popolazioni europee iniziano a subire l’onda dell’inflazione, della stagnazione, della deindustrializzazione, in ordine sparso i vari leader europei si mostrano sui social o in TV per “manifestare grande preoccupazione”, per suggerire di “usare poco l’auto e lavorare in remoto,” per “prepararsi a tempi duri”.
Ecco, ricordo sommessamente che nel codice italiano esistono pene specifiche per attentati contro l’integrità, indipendenza e unità dello Stato, per intelligenza con il nemico, e per infedeltà negli affari di Stato.
Anche se, certo, la ghigliottina presenta tutt’altro fascino.
Spagna e Germania contro: l’Europa non esiste
il Simplicissimus, 4.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/04/spagna-e-germania-contro-leuropa-non-esiste/
Possiamo toccare con mano come il progetto di una federazione europea sia soltanto il sogno bagnato del globalismo finanziario e non un progetto sensato che avrebbe bisogno semmai di una struttura profondamente diversa. La Spagna infatti ha negato agli Usa le sue basi per le operazioni che riguardano l’Iran e si è vista minacciata da Trump della chiusura di ogni rapporto commerciale. Invece il cancelliere Merz che attualmente ospita Netanyahu, fuggito come un coniglio da Israele, sapendo che gli iraniani dopo l’assassinio di Khamenei, avrebbero distrutto il suoi uffici, come è poi avvenuto, vuole scendere in guerra a fianco degli Usa concedendo gli aerei della Luftwaffe al manicomio di Washington.
Questa richiesta è dovuta al fatto che l’armata aerea schierata contro l’Iran, forte di oltre 500 velivoli, è stata usata così intensamente che ora bisogna procedere urgentemente alla manutenzione e questo significa diminuire drasticamente gli attacchi. Servono insomma rinforzi e non è certo una sorpresa che sia Merz a correre in soccorso: è stato l’unico ad essere avvisato dell’attacco all’Iran e dunque ha instaurato un rapporto speciale con gli americani. Del resto BlackRock da cui proviene come ennesimo uomo della finanza, costituisce una fetta importante della governance statunitense: dunque nessuna meraviglia.
Ci troviamo però di fronte a due posizioni diametralmente opposte che nascono essenzialmente da una radicale diversità di interessi tra i due Paesi. Per non parlare della Francia che sta spostando verso il mediterraneo orientale una delle sue due portaerei: non entrerà in azione, la nave è stata inviata per far vedere che la Francia esiste e il rischio di essere danneggiata o affondata è troppo grande, ma comunque è l’espressione di una posizione ancora differente.
Basta un minimo di giudizio per capire che Draghi è diventato un ritratto di Dorian Gray in quattro giorni o forse sarebbe meglio dire un sacchetto da mettere nell’umido della storia. E mi chiedo come facciano quelli che inneggiano a Sanchez ad essere contemporaneamente europeisti sfegatati, visto che la Ue, tramite le sue galline da allevamento, è tutta un inno alla guerra contro l’Iran, mentre cerca disperatamente i 9o miliardi da dare a Zelensky e che l’Ungheria impedisce di donare attraverso i canali istituzionali, dai quali peraltro sono transitati, in questi anni, centinaia di miliardi. Una posizione socialmente intollerabile, moralmente ripugnante e per giunta di una stupidità che sconcerta perché è ovvio che la nuova guerra sta rapidamente bruciando le riserve di armi e munizioni occidentali, mentre il rialzo del petrolio favorisce la Russia sotto tutti i punti di vista: la partita ucraina diventa sempre più spaventosa per gli europei, o meglio per le oligarchie europee, anche se poi saranno i cittadini a pagarne tutte le spese.
Ma almeno i conflitti hanno questo di bello: mettono in luce le contraddizioni e le assurdità che in tempo di pace passano quasi inosservate. Purtroppo decenni di martellamento mediatico hanno offuscato la capacità di giudizio per cui ci si aggirano confusi in questo panorama desolato, una terra desolata nella quale ci si può chiedere con Eliot:
“Quali sono le radici che s’afferrano,
quali i rami che crescono
da queste macerie di pietra?”
I nemici degli altri
Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 3.3.2026
Nessuno può ovviamente sapere né quanto durerà né come finirà la guerra avviata da Trump a rimorchio di Netanyahu contro l’Iran che ha fatto esplodere l’intero Medio Oriente. L’unica certezza è chi sarà la vittima principale, oltre alla popolazione civile “liberata” a suon di bombe e stragi: l’Europa. Ancora una volta pagheremo carissima una guerra che non ci appartiene contro un nemico che non è il nostro. Noi europei centro-occidentali non abbiamo nemici, ma ce li facciamo regolarmente imporre dai presunti “amici”: gli Usa e ora persino Israele.
Con l’Iran, così come con Russia e Cina, avremmo tutto l’interesse ad avere rapporti decenti, ma non possiamo perché gli “amici” ci costringono a combattere o a subire le loro guerre. Dovremmo deciderci – lo scrive Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa – a “liberarci dei liberatori”, ma per farlo ci servirebbe una classe dirigente degna di questo nome al posto degli invertebrati che ci sgovernano, incapaci di fare i nostri interessi, opposti ormai da decenni da quelli di Washington. Nel 1999 Clinton ci trascinò in guerra con la Serbia di Milosevic, destabilizzando i Balcani a spese nostre e della Russia e a vantaggio degli Usa. Nel 2001-’03 Bush jr. ci trascinò in guerra con l’Afghanistan e l’Iraq, con ondate di profughi e di terrorismo e rincari petroliferi che danneggiarono l’Europa. Nel 2010-’11 Obama fomentò le primavere arabe incendiando il Nord Africa e il Medio Oriente dalla Libia, all’Iraq alla Siria, compromettendo la nostra sicurezza energetica e quella politica con altre vagonate di migranti.
Il golpe di grazia arrivò nel 2014, con il regime change in Ucraina (non un filoputiniano, ma la vicesegretaria di Stato Victoria Nuland dichiarò al Congresso che gli Usa avevano “investito 5 miliardi” nella “rivolta” di Maidan al grido di “Europa vaffanculo!”), la guerra civile, l’invasione russa, la distruzione dei gasdotti Nord Stream a opera del trio Kiev-Varsavia-Cia, le auto-sanzioni a Mosca, i soldi buttati in una guerra persa in partenza: cioè il definitivo suicidio dell’Europa.
Sempre lo stesso copione: gli Usa ci impongono le loro guerre, noi paghiamo il conto e raccogliamo i cocci. Ora le bombe sull’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e il gran ritorno dei pirati Houthi contro le nostre navi, rimandano alle stelle il greggio e indovinate chi ci rimette? Noi. E chi ci guadagna? Gli Usa, che aumenteranno vieppiù le esportazioni del loro gas e del loro petrolio, costosissimi e inquinantissimi per la tecnica del fracking, ma ora persino convenienti col boom del greggio e la rinuncia suicida dell’Europa a rifornirsi in Russia a un quinto del prezzo. Poi, come sempre, arriveranno i profughi e i terroristi. Furbi, noi.
Sì, mi vergogno anch’io di essere accomunato a dei servi guidati da una pulsione di morte, a dei servi che stanno uccidendo l’Europa.
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Mi vergogno dell’Europa
il Simplicissimus, 1.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/01/mi-vergogno-delleuropa/
Molto spesso l’abitudine all’inazione coniugata le scarsissima capacità di visione politica e storica induce i divanisti da social a dimettersi da italiani e/o a esprimere l’intenzione di andarsene altrove. Io non ho mai coltivato questi vizi, pensando che è qui che bisogna cambiare le cose, che scappare non risolve nulla, anche perché i problemi sono più bravi ad inseguire che nel fronteggiare la decisione di dire no. E tuttavia questa Europa mi fa così orrore che davvero mi vergogno di farne parte, persino un’infinitesima parte. Ciò che esprime meglio questa condizione raggelante sono le parole dette ieri da Sahra Wagenknecht: “Mentre Trump attacca l’Iran durante i negoziati in corso, Merz, Macron e Starmer condannano i contrattacchi iraniani ma tacciono sui bombardamenti illegali degli Stati Uniti. Chi, come gli europei, applica doppi standard non dovrebbe sorprendersi di perdere la propria reputazione internazionale ed essere visto come una mera appendice dell’imperialismo statunitense”.
La posizione di questi tre boia in conto terzi, che proprio nei giorni scorsi hanno dichiarato di voler sacrificare tutti gli ucraini, fino all’ultimo uomo, di questi banditi senza onore, rivela di che pasta sono fatti i nostri violenti codardi: accusare l’Iran di difendersi dalle aggressioni, non solo è impolitico, immorale e stupido, ma anche patetico perché rivela rivela tutta la debolezza di colonialisti fascistiformi, ormai falliti che non fanno altro che piegarsi e adorare il bastone del loro padrone assoluto. Il fatto stesso di permettere al lugubre pagliaccio Zelensky di parlare in ogni dove, di invitarlo persino alla Bbc per recitare il solito rosario di infami fantasie, mostra, semmai senza più veli il livello di abbrutimento cui è giunta la civiltà occidentale. Ma almeno il bandito di Washington e il suo compare genocida di Tel Aviv hanno dei visibili interessi nel loro osceno killeraggio, mentre i gaglioffi europei si compiacciono di tutto questo contro il proprio interesse o meglio contro quello dei popoli che fanno finta di governare, mentre vogliono solo dominarli. Quindi la loro turpitudine è ancora più manifesta, essendo del tutto gratuita e appare sempre di più come una pulsione di morte che deriva dal fatto di non poter più esercitare la violenza se non verso se stessi.
Forse è qualcosa che viene da lontano è che è diventato un oggetto della cultura alta dopo la prima guerra mondiale con Freud e dopo la seconda con Lacan: Eros contro Thanatos o principio del piacere che diventa così assoluto da non poter essere realizzato e che spinge all’annullamento. Per la verità non ho mai troppo apprezzato questo tipo di teorie e considerazioni che in fondo si formano dentro la malattia, ma certo i necrofori del nostro continente danno da pensare. Ma siamo palesemente nel campo della patologia, di un nichilismo frustrato che al posto della morale comune, mette in campo un banale immoralismo. Ed eccoli lì questi tre signori del nulla che pontificano turibolando il loro mefitico incenso che sa di merda, di impotenza e di sottomissione. Ma con le pulsioni di morte bisogna stare attenti: chissà che non vengano esaudite.
Lo speriamo vivamente, per la dignità e la libertà dell’Europa.
L’Europa desnuda
il Simplicissimus, 18.2.2026
https://ilsimplicissimus2.com/2026/02/18/leuropa-desnuda/
Da «Zelensky, più morto che Nato»
il Simplicissimus, 13.2.2026
https://ilsimplicissimus2.com/2026/02/13/zelensky-piu-morto-che-nato/
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E all’oligarchia di comando questo non piace affatto perché mette a rischio il loro giocattolo preferito, vale a dire la Ue, lo strumento che permette loro di fottersene del consenso e di fare ciò che vogliono senza curarsi degli interessi e della volontà popolare.
Non è un caso che hanno mobilitato Draghi a dire che ci vuole la Federazione e marciano a passi forzati verso l’euro digitale, per far trovare i loro sudditi di fronte al fatto compiuto, senza nemmeno interpellarli. La parola d’ordine che viene distribuita è sempre quella degli inizi: diventerete ricchi, lavorerete un’ora in meno, tutto sarà più facile, insomma queste sciocchezze che nascondono una evidente realtà: i vostri soldi, pochi o molti che siano, diventeranno definitivamente nostri.
Ma il fatto è che l’Ucraina è distrutta, la guerra è palesemente persa e ormai il regime nazista di Kiev sacrifica le proprie truppe solo per avanzare di qualche chilometro, piantare la bandiera ucraina su qualche cartello, fotografarla e poi scapparsene via lasciando dietro di se una scia di morti e di mezzi distrutti, mentre ogni giorno che passa la situazione si fa più critica.
In questa situazione l’unico modo per il sodalizio armato occidentale, più morto che Nato, è quello di confondere e di illudere, lanciando una qualche campagna pubblicitaria per dire che e che non tutto è perduto. Dopotutto qualche gonzo a cui affibbiare il pacco, lo si trova sempre.
“Weber – sembrerebbe quasi dire Todd – vi ha fatto vedere come dal protestantesimo e dalle sette americane nasca una civiltà; io vi farò vedere come finisce”.
LA STORIA E’ RIPARTITA (NOTE SU TODD)
di Davide Miccione, Aldous, 25.1.2026
https://www.aldousblog.it/single.php?id=253
Il tramonto delle libertà e il ritorno delle Inquisizioni nell’Europa del XXI secolo.


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Europa, esci dalla tua fiaba
il Simplicissimus, 9.12.2025
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Si era partiti per fare guerra alla Russia, aggrappandosi in modo ignobile e servile al carro americano e anglosassone, ansioso di distruggere il potere di Mosca e procedere alla rapina degli immensi beni energetici e minerari che erano sotto il controllo della Federazione russa. Sembrava una buona idea ai dementi che hanno una sola ideologia in testa, quella global – finanziaria, perché sarebbero bastate delle severe sanzioni per vedere crollare Putin e quel nuovo indirizzo nazionale che aveva “usurpato” il degradante milieu politico eltsiniano, tutto pappa e ciccia con i poteri occidentali e che con la vodka a fiumi sperava di dimenticare il tradimento. Ma non è andata così, il mondo non funziona con le regole della finanza e fin da subito, fin dalla distruzione del Nord Stream 2, annunciata da Biden a Scholz, durante un colloquio alla Casa Bianca, ci si è accorti che in realtà la guerra vera era con gli Usa, il cui timore, da un secolo e mezzo a questa parte, è che un riavvicinamento dell’Europa alla Russia, potesse creare un forte contendente all’egemonia mondiale . Tuttavia non si poteva dirlo e questo dato di realtà è stato nascosto fino a pochi giorni fa, quando il documento sulla Strategia per la Sicurezza nazionale ha svelato il cambio di paradigma degli Usa in maniera inequivocabile.
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Senza ribadire i punti principali di una diversa concezione della “missione” dell’America che da planetaria diventa sostanzialmente emisferica, basta citare due paragrafi del documento per comprendere la profondità del cambiamento:
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“È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, impedire un’escalation o un’espansione indesiderata della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione post-ostilità dell’Ucraina per consentirle di sopravvivere come Stato vitale.
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La guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare la dipendenza esterna dell’Europa, in particolare della Germania. Oggi, le aziende chimiche tedesche stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo in Cina, utilizzando il gas russo che non possono ottenere in patria. L’amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche per la guerra, arroccati su governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione. Un’ampia maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politiche, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi. Questo è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica.”
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Per anni ci hanno detto che l’America ci proteggeva e che in nome di ciò bisognava sopportare che le basi americane si chiamassero esplicitamente American Governement Occupied Territories, una denominazione che non lascia dubbi riguardo all’autonomia del nostro continente. Ovviamente tutto questo non è mai arrivato al grande pubblico, al quale invece è stata servita l’idea che l’Unione dei vari Paesi europei sarebbe stata una garanzia di autonomia, oltreché di pace perpetua. Ma era un inganno, peraltro già visibile anche ai ciechi al tempo della dissoluzione armata della Jugoslavia, altra ossessione americana fin dal tempo dei trattati di pace dopo la prima guerra mondiale e di cui proprio l’Italia ha fatto le spese, espressa con la celeberrima “vittoria mutilata”. Insomma l’autonomia europea non è mai esistita, è stata una leggenda metropolitana: i molti, certamente troppi, politici acquistati in stock e allevati dai poteri finanziari, adesso vorrebbero rivendicare ciò che non è mai esistito, ma sono odiosi e ridicoli allo stesso tempo, anche perché oggi la loro “indipendenza” si concreta grottescamente con la volontà di proseguire la guerra in Ucraina. Il loro compito, una volta finita la guerra fredda. è stato quello di creare una trappola politica che concedesse il potere a sinedri di non eletti, direttamente collegati con quello che si chiama potere reale, ovvero le oligarchie economiche. Ed è così che l’Europa è arrivata ad accettare e aiutare persino il genocidio di Gaza.
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Tutto questo mi ricorda una vecchia poesia scritta in Germania nel 1918, quando si avvicinava la sconfitta e che ha varie attribuzioni: “Che ci fanno i russi con i loro assalti giù dalle colline ondulate?/ Che ci fanno francesi con le loro baionette innastate che spuntano dalle trincee?/ No, non li odieremo. Te America odieremo.” A volte i poeti la vedono più lunga di molti pseudo politici che non riescono a mettere a fuoco nulla oltre il loro naso ed è proprio per questo che la poesia non viene più letta. Ora sono costretti, per conservare un minimo di dignità e per preservare le loro rendite di potere, a fingersi scandalizzati per questo voltafaccia e per rigirare la frittata facendo credere che essi sono per un’autonomia che non c’è mai stata e non hanno mai perseguito. Non un tardivo riscatto, ma solo un’ennesima bugia che aggiunge alle altre.
Europa al riarmo: potenza e vuoto
Pino Cabras, 29.11.2025
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L’evoluzione della crisi ucraina appare ormai segnata da due faglie che si ricongiungono.
La prima è interna a Kiev: le dimissioni di Yermak (il Richelieu di Zelensky nonché vero capo-cosca dell’Ucraina-azienda) dopo l’irruzione del NABU mostrano che il palazzo presidenziale è entrato in un ciclo di decomposizione politica. Non è solo dell’immensa corruzione endogena: strutture come il NABU furono create e potenziate dagli USA come fusibili politici, dispositivi per monitorare, ricattare e, se necessario, far saltare l’edificio istituzionale che la stessa Washington aveva contribuito a costruire. La corruzione diventa una leva, se osservata con gli strumenti giusti: pensate a tutti gli effetti dirompenti dell’inchiesta Mani Pulite che demolì il sistema politico dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica italiana. È una leva dapprima per la complicità controllata, poi per l’eliminazione degli inservibili con una scusa legalitaria. È il metodo classico per sganciarsi senza ricevere troppi danni, per presentarsi da vincitori anche in condizioni materiali di perdita. Gli imperi capiscono che il fantoccio rischia di crollare addosso a loro. Perciò: prima la complicità vigilata, poi il colpo di spugna legalitario.
La seconda faglia è euro-atlantica. La sortita di Orbán a Mosca – fulminea, silenziosa, con mezzo governo al seguito – conferma che l’UE non ha più un baricentro strategico, per quanto il sosia di Eichmann che guida Berlino strilli contro gli ungheresi come un’aquila spennata. Nel frattempo USA e Russia trattano bilateralmente, al tempo in cui l’indiscrezione del Telegraph su un possibile riconoscimento americano dei territori sotto controllo russo rivela dove stia davvero maturando l’esito del conflitto.
Ecco perché oggi i NAFO – la milizia digitale di meme-warrior filo-ucraini – si agitano come scarafaggi impazziti, oscillando tra l’idea che le inchieste anticorruzione siano segno di vitalità democratica e la tesi opposta: una epica prova di forza di Zelensky. Come no? L’incapacità di scegliere la narrazione giusta è già una diagnosi della loro disfatta. Non li salverà nemmeno la nuova iniezione di denaro UE destinato alla guerriglia informativa: è come finanziare un’orchestra mentre il Titanic di Ursula e Pičernobil affonda.
Risultato inevitabile: una guerra apparentemente “europea” scivola definitivamente fuori dalle mani dell’Europa.
A tutto questo si sovrappone la “desperatio” del riarmo europeo, un fenomeno che non appartiene alla sfera della strategia ma a quella della psicologia storica, in chiave molto patologica. L’Europa tenta, tardivamente e in modo maldestro, di presentarsi come polo armato proprio nel momento in cui ha già subito una deindustrializzazione strutturale: la filiera energetica compromessa, l’hardware industriale amputato, la ricerca drenata altrove, la dipendenza totale da “supply chain” e tecnologie americane, senza materie prime.
Il riarmo europeo non è né carne né pesce: è semmai una mobilitazione retorica che arriva quando il ciclo materiale è finito. Le industrie belliche che si vorrebbero ricostruire sono ormai “offshorizzate”, mentre i bilanci pubblici vengono spinti verso un deficit che vorrebbe ostentare potenza, ma dimostra già ora solo un simulacro di potenza, grottesco nella postura ma drammatico per come mette sotto una luce livida il futuro di tanti popoli.
Si tratta, in sostanza, di un riarmo senza industria, di un portamento militare senza autonomia strategica, e dunque di un’Europa che tenta di recitare il ruolo di attore globale quando è stata già retrocessa a mero teatro di operazioni, a trincea in cui usare alcune coorti di giovani come materiale di consumo. Viva la Leva, recitano i No Pax e altri farabutti.
Il risultato è un paradosso: più l’Europa si arma, più dimostra la propria irrilevanza, perché lo fa inseguendo agende decise altrove e senza alcuna capacità di negoziare il proprio destino.
È per pesare, dicono, dopo che hanno perso tutto il peso.
È questo l’inevitabile risultato del distacco dalla realtà dei decisori politici dell’Unione Europea (Kallas, Macron, Meloni, Merz, Starmer, von der Leyen…). L’esito è l’insignificanza dell’Europa.
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PESKOV: “PARLIAMO SOLO CON GLI STATI UNITI. L’EUROPA È FUORI”
Fonte: Anadolu, 28.11.2025
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Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato venerdì che la Russia sta tenendo negoziati per un accordo sul conflitto ucraino esclusivamente con gli Stati Uniti.
In un’intervista al canale TV russo Pervy, Peskov ha detto che a questo punto la posizione delle risoluzioni del Parlamento Europeo che esortano l’Europa a sedersi al tavolo delle trattative non può essere presa in considerazione.
“Al momento stiamo parlando di negoziati con gli americani,” ha detto Peskov. “Gli europei certamente non possono essere considerati ora.”
Il portavoce del Cremlino ha definito la missione di mantenimento della pace statunitense e gli sforzi del presidente americano Donald Trump “la priorità principale”; pertanto, Mosca si sta preparando “specificamente per questi contatti.”
Commentando i resoconti dei media sul piano di pace statunitense, Peskov ha detto che il tema del piano di pace americano per l’Ucraina provoca molte pubblicazioni, e una parte significativa di esse non corrisponde alla realtà.
Dalla rivista éléments
Numero 216, ottobre novembre 2025
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La démission européenne selon Peter Sloterdijk. Chronique magistrale d’un continent sans nerf
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À l’heure où l’Europe se rêve en hub réglementaire et en paradis postnational, le philosophe allemand Peter Sloterdijk, invité au Collège de France pour l’année 2023-2024 dans le cadre de la chaire L’invention de l’Europe par les langues et les cultures, a choisi d’intituler son cours Le continent sans qualités. Ce n’est pas une provocation gratuite, mais un diagnostic chirurgical : l’Europe n’est plus une puissance, mais un concept fatigué. Elle n’est plus un acteur de l’histoire, mais une zone d’abstention politique.
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Semaine après semaine, Peter Sloterdijk a déconstruit les illusions européistes avec ce mélange d’érudition légère et de brutalité douce qui le caractérise. Le philosophe allemand s’est attaqué à la question centrale : que signifie être Européen dans un monde qui a cessé de l’être ? Que reste-t-il d’un continent qui a connu la philosophie grecque, la romanité, la chrétienté, la Révolution française, l’idéalisme allemand, le marxisme, Freud, et qui ne produit plus que des directives énergétiques, des normes sanitaires et des plans de neutralité carbone ?
L’Unione Europea è guerra, l’Unione Europea è miseria.

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Le provocazioni contro la maggiore potenza nucleare del mondo (più degli USA) sono segno di follia, sono forme del compimento del suicidio iniziato nel 1914. La passività ‘televisiva’ delle società europee sta condannando i suoi cittadini. E forse è giusto così.


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Andrea Zhok, 23.9.2025
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Rispetto ai danneggiamenti di ieri alla stazione centrale di Milano vedo aleggiare – come al solito – un certo stato confusionale.
Da un lato ci sono i governativi che ti spiegano che – vedi, in fondo tutti sti manifestanti sono semplicemente degli sciopera(n)ti violenti, degli straccioni perditempo che si sarebbero mobilitati per la qualunque pur di menare le mani. Questa è la “sinistra violenta” che vuole abbattere con mezzi antidemocratici la destra liberamente eletta.
Dall’altro lato ci sono i novelli Lenin che ti spiegano che non si può fare una frittata senza rompere le uova, che anche quando hanno preso la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno hanno rotto vetrate, e che – anzi – il problema è che “siamo stati troppo buoni”: bisognava spaccare tutto e poi vedevi come se la faceva addosso la Meloni.
Entrambi i gruppi hanno urgente bisogno di ridurre l’abuso di sostanze psicotrope e ritornare al mondo reale.
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Ai primi si deve rispondere che ci sono state manifestazioni massicce in 80 città italiane, e solo in due casi ci sono stati tafferugli, per di più ampiamente minoritari. Dunque la realtà è che una manifestazione promossa da un sindacato estraneo alla trimurti confederale ha ottenuto un successo enorme e che – vista l’agenda esplicita della manifestazione – questo segnala una capacità di mobilitazione che NON appartiene “alla sinistra” e che NON si riduce a “fare un dispetto alla Meloni”.
In una democrazia normale – cosa che non siamo da tempo – queste sarebbero istanze che dovrebbero essere raccolte, riposizionando l’Italia sulla questione israelo-palestinese.
Ai secondi si deve rispondere che qui nessuno ha la capacità di fare la rivoluzione, e che quella era e poteva essere solo una manifestazione, non un abbozzo di rivoluzione. E le manifestazioni servono come armi dialettiche nel dibattito pubblico: non hanno letteralmente nessuna altra funzione. Dunque perdere il controllo di una parte della manifestazione di Milano ha diminuito l’efficacia della manifestazione, rappresentando un danno per chi manifestava. Grazie al cielo non invalida la manifestazione perché i cretini che spaccavano vetri erano una minoranza, ma si tratta di un danno e non deve essere spacciato consolatoriamente per qualcos’altro. Pensare che se a spaccare vetrine fossero stati in più ci saremmo avvicinati d’un balzo al sol dell’avvenir è solo una penosa scemenza.
Chi di Mig ferisce…
il Simplicissimus, 21.9.2025
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Non si può credere ciò che può fare la grande stampa italiana quando si tratta di mentire e di baciare il culo al potere che in questo disgraziato periodo si esprime sempre più spesso in maniera diretta, ovvero attraverso la proprietà editoriale. Sì, lo so la frase è volgare, ma in un certo senso è perfetta, è il correlativo oggettivo della volgarità delle bugie che diffondono. Il Sole 24 ore ci ha detto la mattina dell’altro giorno che gli F35 italiani di stanza in Estonia avevano abbattuto tre Mig 31 russi… sì ovviamente nei sogni. Due o tre anni fa un generale dell’aviazione americana disse che se gli F35 avessero incontrato dei Mig, l’unica cosa che avrebbero potuto fare è scappare. Nella stessa giornata il Sole ha rinunciato alla gloria bellica e ha ammesso che i caccia russi erano stati solo intercettati e allontanati.
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In realtà tutto questo è frutto di una menzogna collettiva Nato, come dimostrano ampiamente i tracciati di volo forniti dalla Russia, ma, come al solito, non resi noti dagli occidentali sempre alle prese con la loro coda di paglia: l’Estonia ha lanciato l’allarme secondo cui tre caccia russi avrebbero invaso, sia pure per pochi chilometri e per pochi minuti, lo spazio aereo estone ed è per questo che i caccia italiani si sono alzati in volo per intercettarli. I tre mig stavano semplicemente tornando a Kaliningrad dalla Carelia come avviene normalmente, erano lontani dallo spazio aereo di quel buco nero chiamato Estonia e se ne sono altamente fregati dello stalking operato dai nostri caccia: non si sono mossi dalla loro rotta. Del resto avendo una velocità di almeno mille chilometri all’ora superiore, avrebbero potuto facilmente seminare gli F35. Ma la dinamica di questa narrazione svela che si tratta di una balla dall’inizio alla fine: anche ammettendo che i Mig russi avessero violato lo spazio aereo estone i tempi di tale violazione sono stati così ridotti che gli aerei Nato mandati ad intercettarli sarebbero giunti quando i caccia di Mosca erano di nuovo nello spazio internazionale. Insomma la violazione e la successiva intercettazioni sono stati studiati a tavolino.
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Un mero e irresponsabile ballon d’essai della Nato per aumentare la tensione, ma che la nostra stampa ha addirittura trasformato in uno scontro aperto e per giunta vittorioso. Menzogna sì, ma esagerata oltre ogni limite. È evidentemente un vizio nazionale che va ben oltre gli ordini di servizio. Tanto per fare un esempio ecco qui sotto il titolo del mirabile Corriere della Sera sulle prime fasi della battaglia di El Alamein che segnò definitivamente i destini della guerra fascista:
Dacci oggi la nostra False Flag quotidiana
Pino Cabras, 21.9.2025
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Far sentire l’Europa tutta sotto assedio di una potenza ostile? È ormai il nuovo “format” del discorso pubblico dominante. Oggi è toccato agli aeroporti. Mi pare di capire che l’Operazione Riarmo debba funzionare con una produzione ormai quotidiana di eventi da sparare in prima pagina con enfasi assoluta, con tutta la macchina redazionale di ogni testata già mobilitata con disciplina militare e voce univoca.
L’intero apparato mediatico occidentale si comporta come un blocco compatto e indifferenziato, ripetitivo fino all’ossessione. Non si limita a raccontare: impone un modello rigido, dove linguaggio, concetti, tempi e finalità sono prefabbricati. Un pensiero unico saldato a una propaganda travestita da informazione, che non informa ma orienta, non spiega ma addestra.
Così, la sera del 20 settembre potevo vedere decine di programmi TV, ma ne ho scelto solo uno, il Tg2 Post (tanto sarebbe stato lo stesso altrove). Gli ospiti erano tutti allineati, nessuna voce difforme, nemmeno nella solita “versione tonnara” di quattro contro uno dissenziente bersagliato di interruzioni. Stavolta tutti della stessa idea, a dare per scontato che il cyberattacco agli aeroporti fosse opera russa (a che pro?) e con un altro capitolo da aggiungere al libro ormai voluminoso delle eurobufale atlantiste. Mentre accusano il Cremlino di volere l’escalation (a che pro, ancora), attuano un’escalation tutta loro della narrazione pubblica incentrata sulla paura, in modo da saturare la politica di interi Stati con un solo tipo di visione. Fanno e faranno in modo – con assiduità inesorabile – che non ci sia spazio per altro che non sia il loro allarme, ribadito con dosi da cavallo di paura del nemico.
Non abbiamo più gasdotti e questo farà morire industria e classi medie. In compenso abbiamo una nuova “pipeline” che tocca allo stesso modo tutte le redazioni, un flusso di interviste, editoriali, veline, dichiarazioni tutte uguali, un “guerrafondaiodotto” da cui sgorga un liquame bellicista, allarmista e paranoico.
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Oggi La Repubblica fa strombazzare all’ex vicecomandante dell’Alleanza atlantica, Sir Richard Shirreff, “uno scenario apocalittico. In cui la Russia potrebbe sferrare un attacco all’Europa d’accordo con la Cina, portando a una sconfitta dell’Occidente e a un profondo sconvolgimento dell’ordine mondiale”, un primo colpo con sconfitta della NATO in cinque giorni. Nel giornale riplasmato da Sambuca Molinari ormai si portano il lavoro avanti, e immaginano anche la Cina presa dall’urgenza di attaccare Lisbona e Cagliari, indifferente alla certezza di perire in una guerra termonucleare totale.
Vedremo prossimamente centinaia di “intellettuali organici del riarmo” raccontare tutti insieme scenari estremi e inverosimili in ogni rivista, giornale, talk show, impegnati a disgregare ogni resistenza e a portare i maggiordomi che guidano i governi a fottersene della propria devastante impopolarità (oggi un sondaggio tedesco rivela che Merz ormai se la gioca con Macron quanto a percentuale di cittadini che lo disprezzano). Sono particolarmente pericolosi, più che mai, perché una volta perso ogni credito nei vecchi giochi della democrazia, punteranno con ancora maggiore decisione a trovare il potere non nel popolo ma nella guerra. I No Pax vanno fermati. Ci vedremo in piazza a Roma il 27 settembre per cercare di dare insieme un avviso di sfratto a Ursula.
Questo è il livello delle attuali classi dirigenti in Italia e nell’Unione Europea

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Da: Gli stivali della storia
il Simplicissimus, 31.8.2025
«Considerare nemici coloro con cui si potrebbe collaborare, è l’ennesima strategia di sopravvivenza del capitalismo estremo che ora sta sacrificando l’Europa per poter ballare ancora qualche estate»
DE PROFUNDIS PER LA NATO
Target, 30.8.2025
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Ovviamente, gli unici che sembrano non aver capito la portata di un mutamento geopolitico epocale, sono proprio gli inconsapevoli protagonisti. Dal punto di vista storico – o, se vogliamo, della storia come l’abbiamo scritta noi – il continente europeo è stato il baricentro del mondo, per almeno cinque secoli. È un periodo lunghissimo, che non potrebbe non aver lasciato un segno profondo non soltanto sulla cultura europea, ma anche sul modo di pensare – e di pensarsi. In realtà, già all’indomani della prima guerra mondiale si capiva che questo baricentro si stava spostando ad ovest; ma è con la conclusione della seconda che si assesterà definitivamente al di là dell’Atlantico. Ciò nonostante, gli europei – ed in particolar modo le classi dirigenti – hanno continuato a ritenersi centrali, anche grazie ad un equivoco e ad un fraintendimento.
L’equivoco è stato l’affermarsi del moderno concetto di occidente, che accomunando sotto un unico ombrello ideologico sia la potenza imperiale nordamericana che i paesi europei – sconfitti, resi vassalli e colonizzati culturalmente – ha alimentato l’illusione che eravamo tutti sulla stessa barca, e che quindi in fondo eravamo più o meno tutti a bordo con pari dignità.
Il fraintendimento è stato non capire il dato contingente della Guerra Fredda – e quindi, finita questa, delle conseguenza della fine – che in virtù del confronto USA-URSS vedeva nell’Europa (non a caso divisa in due aree d’influenza) l’oggetto del contendere ed il terreno della contesa.
Tutto ciò ha impedito alle élite europee di comprendere la natura transitoria di questa centralità strategica – che comunque aveva visto il continente passare dallo status di protagonista a quello di scenografia – aggrappandosi disperatamente ad un’idea ormai seppellita dalla storia.
Questa illusione di centralità europea, soprattutto dagli anni ’90 del novecento, ha trovato un elemento di supporto nell’Alleanza Atlantica. L’idea di un organismo (quantomeno formalmente) paritario, in cui i paesi di qua e di là dell’Atlantico sono appunto alleati, titillava quest’illusione; quando poi, appunto a seguito della caduta dell’URSS, la NATO ha cominciato ad espandersi verso est (e parallelamente l’Unione Europea), l’aumento dei membri europei ha contribuito all’idea che il peso del vecchio continente ne uscisse rafforzato. E comunque, la certezza che gli Stati Uniti ci avrebbe se necessario difeso militarmente da qualunque minaccia, confortava l’idea dell’importanza dell’Europa.
Questo misunderstanding, spesso abilmente alimentato da Washington, si è sostanzialmente protratto sino alla guerra ucraina.
Ma con l’avvento della presidenza Trump – che non è una stagione estemporanea, dovuta alla bizzarria di un leader alquanto sui generis, ma un vero e proprio riallineamento strategico degli Stati Uniti – ha cominciato a rendersi sempre più evidente che, appunto, di illusione si trattava. Per quanto riguarda l’Europa, ed i singoli paesi europei, questo cambiamento dell’asse geopolitico statunitense significa fondamentalmente una cosa: la NATO, almeno come la conosciamo – o come ci siamo illusi di conoscerla – ovvero uno strumento per la difesa militare collettiva del continente europeo (ovviamente nessuno ha mai pensato che fossero gli europei a dover difendere gli USA…), ha cessato di esistere. Già da tempo, in effetti, aveva smesso di essere soltanto questo. Ma da ora in avanti non lo è più. L’Europa non è più né una preda appetibile, da contendere con un avversario euroasiatico, né – conseguentemente – un potenziale terreno di scontro strategico. Dal punto di vista di Washington, non è che un insieme di colonie da saccheggiare il più possibile, nel disperato tentativo di tamponare il declino imperiale.
Da questo punto di vista, la guerra ucraina costituisce un paradigma di ciò che gli Stati Uniti potrebbero fare per difendere gli alleati europei da una qualche (assai improbabile) aggressione. Nulla di più, se non forse – se ne fossero al momento nelle condizioni materiali per farlo – una maggiore quantità e qualità dei mezzi forniti. Ma mai e poi mai metterebbero in campo le loro forze, e men che meno il loro ombrello nucleare, rischiando di farsi trascinare in un conflitto globale estraneo ai loro interessi strategici.
Se sopravviverà, e se manterrà questa denominazione, la NATO d’ora in poi non sarà nulla di più che un’armata coloniale, da schierare a supporto di quelle imperiali, nella battaglia decisiva. Che però si combatterà dalla parte opposta del pianeta. Dalla centralità strategica al ruolo di ascari il passo è stato lungo, eppure la consapevolezza è ancora spaventosamente in ritardo.
Non è certo da queste classi dirigenti, totalmente asservite, e che hanno portato i paesi europei sull’orlo del default politico e sociale, che ci si può aspettare una presa di coscienza ed uno scatto d’orgoglio – o anche solo un briciolo di intelligenza e lungimiranza.
Eppure, è indubbio che tutto questo apre una finestra di opportunità, che se però non verrà colta si richiuderà molto in fretta. La NATO infatti non è stata soltanto l’illusione di una parità tra le rive dell’Atlantico, o uno strumento della competizione globale. È stata anche, se non forse soprattutto, uno strumento di asservimento e di controllo statunitense sull’Europa. Nella fase che si sta aprendo, i nuovi orizzonti strategici di Washington spostano il focus e le risorse verso il Pacifico, e questo – inevitabilmente – produce un allentamento dei vecchi meccanismi di vassallaggio. In questa transizione, quindi, si possono determinare gli spazi per gettare le basi di un affrancamento dell’Europa dall’ormai secolare dominio americano. Ma per far si che ciò diventi possibile, occorre che emergano nuove classi dirigenti, competenti, determinate e radicali. Di cui però, al momento, non v’è traccia.
(https://t.me/target_geopolitica)!
Da: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD
di Fabrizio Marchi, Sinistrainrete, 28.5.2025
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«Naturalmente la tattica è quella di scaricare tutto su Netanyahu fingendo di non sapere che la responsabilità del genocidio in corso a Gaza non è certamente soltanto sua e degli altri criminali che fanno parte del suo gabinetto ma dell’intero stato e della gran parte della società israeliana e, soprattutto, di tutti i governi e di tutti gli stati occidentali che da quasi ottant’anni a oggi hanno coperto i crimini di tutti i governi israeliani. Israele è soltanto la punta più “avanzata” del cosiddetto “Occidente collettivo”, diciamo pure il suo volto nascosto che diventa palese in base alle circostanze e alle necessità. L’indifferenza nei confronti del massacro indiscriminato del popolo Gazawi potrebbe diventare un boomerang – in termini di indebolimento dei consensi – per le elite liberal-globaliste e “progressiste”, tanto più che Netanyahu è un amico e un alleato di ferro di Donald Trump. E allora è arrivato il momento di farsi sentire guardandosi bene, naturalmente, dallo spiegare che la responsabilità di quanto sta accadendo è della natura strutturalmente colonialista e imperialista dello stato israeliano sostenuto e armato da tutto l’”Occidente collettivo”, e scaricando ogni responsabilità su una cricca di criminali integralisti che casualmente o per una serie di circostanze più o meno fortuite è giunta al potere in Israele. E’ un film che abbiamo già visto tante volte e in diversi scenari. L’ala dem o neoliberal ha più o meno gli stessi interessi di quella trumpiana nel Vicino Oriente (la costruzione della Via del Cotone che parte dall’India per arrivare in Europa passando proprio da quelle parti, in alternativa alla cinese Via della Seta..) ma vuole un altro gruppo dirigente, più affidabile e soprattutto suo amico, a Tel Aviv»
È evidente che l’Unione Europea e gli inadeguati ceti dirigenti dei Paesi che la compongono stanno conducendo l’Europa alla più pericolosa recessione economica.

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Analisi ben argomentata e sviluppata con ampi rimandi e riferimenti. Inutile dire che la condivido. Un quadro drammatico per l’Europa che si ritrova nell’occhio del ciclone mentre tutt’intorno si ridispongono le strategie politiche dei potenziali dominatori del futuro politico del pianeta.