Blog Europa, un’assenza

Europa, un’assenza

L’Unione Europea è assente. Lontana dalla storia dell’Europa, dalla sua forza, dalle sue contraddizioni dalla sua dignità. Subordinata a una potenza e serva di un padrone che si svela finalmente per quello che è, senza gli orpelli della propaganda democratica, senza i sacri valori di una libertà che gli Stati Uniti d’America hanno costruito per se stessi sul fondamento del genocidio di chi abitava il Nord America prima dell’arrivo dei calvinisti e degli ergastolani britannici.

Un’Unione Europea che ha abbandonato la propria razionalità in molte, disparate e tragiche forme, affidandosi a un pensiero irrazionale che ha «cru pouvoir, par une formule magique, faire passer à l’ouest (rattacher à l’Atlantique Nord) quatorze pays d’Europe orientale [creduto di poter far passare ad Ovest (unire al Nord Atlantico) quattordici paesi dell’Europa orientale con una formula magica]», che si è illusa di poter stravolgere la geopolitica e le millenarie vicende del Continente attraverso qualche parolina liberale (Gilles Carasso, Psychopolitique de la menace russe (1), «éléments» , 16.4.2025).

Un’Unione Europea complice della distruzione del popolo ucraino da parte della strategia geopolitica americana, attuata dai criminali arrivati al potere a Kiev con un colpo di stato, con violenze gravissime attuate durante la cosiddetta ‘rivoluzione di Maidan’ del 2014, i cui fatti si svolsero all’opposto di quanto la propaganda di Wikipedia e di altre fonti occidentali racconta (cfr. Maidan, l’origine nascosta della guerra in Ucraina ), con atti terroristici come l’aver bruciato vivi gli avversari politici nel rogo della Casa dei Sindacati di Odessa.

Un’Unione Europea ‘liberale’ che ripete l’errore storico di aggredire la Russia – perché portare armi atomiche e alleanze ostili ai suoi confini è un pericolo per la Russia inaccettabile – ripetendo i progetti di Bonaparte nel 1812, della coalizione franco-britannica nel 1853 (la guerra di Crimea), di Hitler nel 1941. I ceti dirigenti liberali hanno dunque proclamato una vera e propria crociata antirussa, dato che «la croisade peut se définir comme l’attaque d’un pays lointain, avec lequel l’assaillant n’a pas de relations particulières, au nom d’idéaux supérieurs ; c’est un trait permanent de l’Occident, dont le dernier avatar fut l’invasion américaine de l’Irak. Aux yeux des Russes, l’ingérence de l’Occident dans le conflit russo-ukrainien au nom de ses valeurs s’inscrit dans cette continuité. Pour eux, l’agresseur ontologique dont il faut se méfier, ce n’est pas lui, c’est l’Occident. [la crociata può essere definita come l’attacco di un paese lontano, con il quale l’assalitore non ha particolari relazioni, in nome di ideali superiori; la crociata è una caratteristica costante dell’Occidente, la cui più recente incarnazione è stata l’invasione americana dell’Irak. Agli occhi dei russi, l’ingerenza occidentale nel conflitto russo-ucraino in nome dei propri valori si inscrive in tale continuità. Per loro l’aggressore ontologico dal quale bisogna guardarsi non è la Russia ma è l’Occidente»  (Gilles Carasso, Psychopolitique de la menace russe (2), «éléments» , 17.4.2025).

Un’Unione Europea la cui natura coloniale è confermata dall’importazione del politicamente corretto, fenomeno dai tratti sempre più ossessivi e ancora una volta irrazionali, fenomeno definito da Luca Ricolfi «follemente corretto» in un libro che porta questo titolo e nel quale si mostra come le «lobby del Bene» e le «vestali della Neolingua» stanno cercando, con discreto successo, di conquistare anche i luoghi liberi della conoscenza, di demolire l’Università trasformandola in una struttura settaria nella quale non soltanto le scienze umane e sociali ma «anche in settori che si pensavano autonomi e impermeabili ad inquinamenti ideologici come la fisica, la matematica, l’informatica, l’astronomia, la musica si è abbattuta una studiata operazione di ‘pulizia etnico-ideologica’ che ha portato all’ ‘instaurazione di un clima intimidatorio’» (Marco Tarchi, Diorama Letterario, n. 385, maggio-giugno 2025, p. 18).

Un’Unione Europea pienamente complice e coautrice (tramite un massiccio sostegno militare, economico e politico) del genocidio del popolo palestinese.
Si tratta della vicenda più tragica della storia contemporanea, le cui radici stanno primi decenni del Novecento e abitano in particolare nel ‘protettorato’ britannico sulla Palestina. Vicenda ricostruita in sintesi e insieme in dettaglio dallo storico israeliano Ilan Pappé in un volume che in italiano suona Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (Fazi Editore, Roma 2024). Del libro di Pappé Roberto Zavaglia fornisce un sunto molto utile (in Diorama Letterario, n. 385, pp. 35-36), che parte dalla definizione che lo storico dà di Israele come «società coloniale insediativa» poiché «lo Stato di Israele è basato sulla colonizzazione di un territorio che era, in grandissima maggioranza, abitato da un altro popolo. […] Sin dai suoi albori, negli ultimi decenni dell’Ottocento, il colonialismo ebraico ha sempre cercato di togliere la terra ai palestinesi, prima con le buone maniere, comprando appezzamenti grazie ai finanziamenti dei ricchi correligionari sparsi nel mondo; poi, quando quella soluzione non è stata più possibile, strappandoli e rubandoli con una feroce pulizia etnica».
I ‘titoli’ di possesso rivendicati dal sionismo sono le situazioni che precedettero la diaspora babilonese (VIII-VI sec. a.C) e quella precedente la distruzione romana di Gerusalemme (70 d.C). Nei successivi due millenni la presenza ebraica in Palestina era ridotta a una minuscola comunità. Un titolo di possesso, quindi, giuridicamente irrazionale e fondato soltanto sull’idea teocratica che quel territorio sia stato dato per sempre da Yahweh a Israele. Anche questa convinzione fa sì che Israele rappresenti la teocrazia più fanatica della storia recente. Per capire la tragedia palestinese il fatto dal quale non si può dunque prescindere, secondo Pappé, «è che lo Stato di Israele è basato sulla colonizzazione di un territorio che era, in grandissima maggioranza, abitato da un altro popolo».
A conclusione del Mandato britannico in Palestina (1920-1948) gli ebrei erano ancora soltanto l’11% della popolazione, nonostante le violenze e le azioni terroristiche già messe in atto dai coloni sionisti, i quali avevano cacciato dalla propria terra circa 250.000 abitanti. La risoluzione dell’ONU del 29.11.1947, per quanto favorevole alla minoranza ebraica, non è stata mai riconosciuta dallo Stato di Israele, il quale con una serie di guerre vittoriose ha sottratto ai palestinesi tutto, confinandoli in una Cisgiordania ormai in mano a coloni che praticano sistematiche violenze sui palestinesi, aiutati dall’esercito israeliano che dovrebbe invece garantire i diritti di questi ultimi, e a Gaza, ormai distrutta e sterminata.
Dalla ricostruzione di Ilan Pappé risulta quindi evidente che «la demonizzazione di Netanyahu è ipocrita e costituisce lo strumento con il quale i sionisti ‘moderati’ tentano di lavarsi la coscienza. Invece va detto forte che l’attuale premier israeliano prosegue sulla strada dei suoi predecessori, che hanno tentato di estendere la Grande Israele fino agli estremi confini. Al massimo in lui, in questa fase, ci può essere solo un surplus di crudeltà e violenza».
L’assenza dell’Europa, al cui posto sta l’esangue fantasma dell’Unione Europa, è un problema per gli equilibri politici del pianeta. Ed è per noi una tragedia.

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Aggiungo una sintetica e chiara riflessione dedicata allo stesso tema dell’esperto di politica internazionale Pino Cabras, redatta a conclusione dell’incontro tra Putin e Trump in Alaska.

Europa come spazio subalterno dell’occidente

La vicenda che si è chiusa con il summit di Zelensky e gli orfani europei di Biden a casa di Trump non è un episodio isolato, ma la ripetizione di una condizione storica sedimentata. L’Europa non è più un soggetto autonomo dalla metà del Novecento, quando le due guerre mondiali hanno dissolto il vecchio equilibrio di potenze e consegnato i suoi destini al nuovo centro imperiale: Washington. C’era anche un pezzo d’Europa nell’orbita di Mosca fino al crollo dell’Unione Sovietica, ma le classi dirigenti est-europee che erano provincia dell’impero si adattarono facilmente a essere zelante provincia di un altro impero, fino a portare alla misura gretta di provincia anche il resto del continente occidentalizzato.
Ciò che talvolta viene raccontato come “rinascita europea” – i piani Marshall, i miracoli economici, la costruzione comunitaria – è stato in realtà un processo di ricostruzione sotto tutela. Non bastano i capitali, le tecnologie, i mercati comuni per generare una vera forza storica: occorre che vi sia un blocco dirigente capace di esercitare insieme potenza economica, militare, culturale.
Per “blocco dirigente” si intende un insieme coeso di élites politiche, economiche e culturali che sappiano dare direzione a un popolo e a un territorio: non solo ricchezza o eserciti, ma anche un progetto condiviso. Questo in Europa non è mai maturato, se non come un formidabile accumulo retorico. Si è prodotta ricchezza, si sono accumulate istituzioni, ma senza mai un vero centro politico in grado di tradurle in autonomia.
Negli ultimi decenni, man mano che gli Stati Uniti hanno mostrato le incrinature del loro primato, il continente europeo ha reagito in modo sempre più contradditorio, adattandosi alle strategie decise oltreoceano, persino quando erano contrarie agli interessi materiali dei suoi popoli. È il segno di una classe dirigente che non possiede un progetto proprio, ma vive entro un blocco storico subalterno, cioè un assetto in cui le decisioni fondamentali non nascono da qui ma vengono importate, e in cui le élite locali amministrano una dipendenza strutturale.
L’irruzione di nuove potenze – Russia, Cina, India, Brasile – ha reso questa condizione ancora più evidente: il mondo si muove verso un ordine multipolare, dove non c’è più un unico centro di comando, ma diversi poli di forza che competono. Eppure l’Europa continua a porsi come cinghia di trasmissione di un Occidente in declino. Così, di fronte alla crisi ucraina, si è scelta la via della guerra per procura (cioè combattuta dagli ucraini con armi, soldi e strategie fornite dall’Occidente), con costi enormi in termini di risorse e di credibilità, senza alcuna prospettiva autonoma. I premier europei si sono presentati alla Casa Bianca facendo umiliante anticamera e senza un piano B: ancora sono lì come il primo giorno, a sognare la guerra totale e la “debellatio” della Russia, in totale stato di negazione della realtà.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha accentuato un quadro che pure era chiaro, per chi lo guardava già senza veli ideologici. Washington non si cura più neppure di mantenere le apparenze: tratta direttamente con Mosca e Pechino, riorganizza il Medio Oriente secondo le sue esigenze, ridisegna i vincoli internazionali a misura dei suoi interessi. All’Europa resta la parte del comprimario totalmente umiliato, costretta a legittimare decisioni prese altrove.

Prospettive

L’integrazione atlantista – cioè l’allineamento politico, economico e militare dell’Europa all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, incarnata dalla NATO e dalle istituzioni occidentali – lungi dall’essere un argine di forza, ha prodotto una borghesia compradora.
Con questa espressione si intende una classe dirigente che non difende l’interesse dei popoli che rappresenta, ma si limita a fare da intermediaria: compra e vende, media e traduce i desiderata del centro imperiale americano in cambio di rendite e protezioni. È una classe dirigente che accetta la subordinazione come orizzonte naturale, priva della volontà di elaborare un progetto strategico proprio. Buoni a nulla, capaci di tutto.
A rendere la situazione ancora più drammatica è, infatti, la qualità dei dirigenti europei di oggi: i peggiori degli ultimi ottant’anni. Non hanno alcuna visione politica, se non quella del riarmo; non conoscono altro linguaggio che quello delle armi e delle sanzioni; e, soprattutto, hanno come unico orizzonte economico il saccheggio sistematico delle classi medie, trattate come una cava da cui estrarre risorse fiscali e sacrifici sociali fino a ridurle allo stremo. È un processo che forse garantisce qualche anno di sopravvivenza a sistemi politici ormai esausti, ma che al tempo stesso rischia di distruggere intere nazioni, svuotandole delle loro energie produttive e civili. Giorgia Meloni, dopo un’interminabile propaganda “sovranista”, si rivela definitivamente come un drammatico incrocio tra Di Maio rimangia-tutto e Draghi mangia-tutto. Puro atlantismo terminale con annesso tradimento della “Nazione” di cui pure si riempie la bocca.
Eppure, in un mondo multipolare, la logica potrebbe rovesciarsi: stati europei sciolti dal vincolo UE e NATO, pur nella loro piccola scala, avrebbero paradossalmente margini maggiori di sovranità.
Infatti, un paese che non dipendesse da Bruxelles o da Washington per ogni decisione potrebbe tessere relazioni più autonome con i giganti emergenti, decidere la propria politica energetica, aprire canali commerciali e culturali senza dover chiedere permessi. Si tratterebbe di stati piccoli, certo, ma meno “inchiodati” a un’architettura che li rende sudditi.
Non si tratterebbe di una restaurazione dell’antico primato europeo – ormai tramontato per sempre – ma della possibilità di essere, ancora una volta, attori e non spettatori nella trasformazione del mondo.

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Analisi ben argomentata e sviluppata con ampi rimandi e riferimenti. Inutile dire che la condivido. Un quadro drammatico per l’Europa che si ritrova nell’occhio del ciclone mentre tutt’intorno si ridispongono le strategie politiche dei potenziali dominatori del futuro politico del pianeta.

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