Teatro Greco – Siracusa
Edipo a Colono
(Oἰδίπoυς ἐπὶ Κολωνῷ)
di Sofocle
Con:
EDIPO | Giuseppe Sartori
ANTIGONE | Fotinì Peluso
ABITANTE DI COLONO | William Caruso
CAPO CORO| Rosario Tedesco, Elena Polic Greco
CORO | Andrea Bassoli, Guido Bison, Sebastiano Caruso, Spyros Chamilos, Gabriele Crisafulli, Manuel Fichera,Elvio La Pira, Emilio Lumastro, Roberto Marra, Jacopo Sarotti, Sebastiano Tinè
ISMENE | Clara Bortolotti
TESEO | Massimo Nicolini
CREONTE | Paolo Mazzarelli
POLINICE | Simone Severini
MESSAGGERO | Pasquale Montemurro

Traduzione: Francesco Morosi
Scene: Radu Boruzescu
Regia di Robert Carsen
Sino al 28 giugno 2025

«Il tempo, grande compagno» restituisce a Edipo quello che Ἀνάγκη gli aveva sottratto: gli affetti e l’onore. Il sovrano di Tebe era stato ridotto – come afferma il Coro – a «uomo del dolore» (potremmo aggiungere, con Isaia 53, 4 e con i Vangeli: «che ben conosce il patire») ma ora è giunto là dove Apollo gli aveva promesso, in un bosco sacro che lo stesso Edipo definisce «sede delle dee venerande», luogo delle Erinni diventate Eumenidi, nei sobborghi di Atene, a Colono.
L’ospite viene temuto dagli abitanti della grande città dell’Attica, poi viene però accolto dal sovrano Teseo, al quale Edipo assicura che, se accoglierà «l’intoccabile», grande vantaggio ne verrà per Atene. Là dove infatti Edipo avrà la sua tomba, quel luogo durerà per sempre. Questo ha stabilito il dio, questa è la volontà di Apollo.
Ed è per tale motivo che Creonte, suo cognato, si precipita da Tebe allo scopo di riportarlo nella città di cui Edipo era stato sovrano ma dalla quale proprio Creonte, insieme a Polinice, figlio maggiore di Edipo, lo aveva mandato via. Creonte usa apertamente la violenza, con le parole e con i fatti. Rapisce persino le figlie di Edipo, Ismene e Antigone, pur di ricattarlo; si spinge infine a prenderlo con la forza. Ma Teseo lo impedisce, riportando le ragazze ad Atene.
Teseo accusa aspramente Creonte di essere arrivato come straniero ma di non rispettare le leggi e la dignità del luogo che adesso lo ospita, cosa che invece qualunque straniero deve fare (e ciò sia ricordato anche agli ‘accoglienti’ che invocano il modello greco senza sapere di che cosa stiano parlando).
E dunque il sovrano dell’Attica si mostra ancora una volta esemplare, portando a compimento le sue promesse, nonostante l’avviso che aveva dato a Edipo di essere «soltanto un uomo. Sul domani non ho più potere di te». Anche Polinice, giunto inutilmente a Colono per ottenere il perdono paterno, conferma che «è nelle mani di un dio che vada in un modo o nell’altro» la sua guerra con Eteocle, così come ogni intento degli uomini in questo mondo.
Il dio nel quale tutto abita, accade e si scioglie è il tempo. Il saggio Edipo afferma infatti che «a parte gli dèi, che non soffrono e non muoiono, tutto il resto lo sconfigge il potere del tempo», il quale insieme alla Necessità e alle Eumenidi, restituisce gloria al sovrano di Tebe, conducendolo a finire i propri giorni nel luogo consacrato alle dee e permettendo così che «l’abisso dei morti lo prenda con sé, senza dolore».
Questa tragedia così singolare, così serena, è raccontata da Robert Carsen con una semplicità veramente magnifica e con una eleganza che le scene di Radu Boruzescu esprimono già dal boschetto dove spira una pace profonda e nelle scene in cui il coro purifica gli spazi versando acqua lustrale sui sentieri che portano a Colono.
Il protagonista è interpretato con plausibile forza e dolore da Giuseppe Sartori, il quale era già stato il sovrano di Tebe nell’Edipo Re sempre di Carsen del 2022. E come nella precedente tragedia Sofocle fa dire anche qui al Coro che «non nascere è il destino migliore», una verità che i Greci di continuo ripetono, come fosse una semplice ovvietà.
«Il tempo vede tutto, vede sempre», il tempo che a Colono vede compiersi una gioia serena. Per questo, afferma il Coro, «è qui che trionfa Dioniso».
Qui, nelle parole dei tragici greci che sempre ritornano a fare di Siracusa un luogo anch’esso sacro. 

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2 Commenti
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Grazie Alberto per la tua presentazione di “Edipo a Colono”. E grazie anche per tre passaggi che ho particolarmente apprezzato. Il primo: il tuo brevissimo ma centratissimo richiamo al “Servo del Signore” (anticipazione di Cristo?) di Isaia 53,4; il secondo: il promemoria per gli “accoglienti” e per i loro smemorati difensori; il terzo, infine, è la voce del Coro che ripete ciò che i Greci sanno, e anche non pochi altri tra i quali, naturalmente, Leopardi: “non nascere è il destino migliore”. Tre arbitrarie estrapolazioni dal tuo testo, e di questo mi scuso. Perché il vero sta solo nel complessivo.

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