Teatro Greco – Siracusa
Antigone
di Sofocle
Con:
Antigone | Camilla Semino Favro
Creonte | Paolo Mazzarelli
Tiresia | Graziano Piazza
Ismene |Mersila Sokoli
Emone | Gabriele Rametta
Traduzione: Francesco Morosi
Scene: Radu Boruzescu
Regia di Robert Carsen
Maggio-Giugno 2026
Soldati conducono alla sepoltura altri soldati. Tra essi Eteocle, ucciso sotto le mura di Tebe nello scontro fratricida con Polinice. Il nuovo sovrano, Creonte, stabilisce che Eteocle, difensore della città, andrà sepolto con tutti gli onori; suo fratello invece lasciato insepolto ai cani e agli avvoltoi. Antigone, sorella di entrambi, non accetta un simile ordine e compie la sepoltura rituale del fratello. Per questo sarà condannata a morire. Ma la morte di Antigone porta con sé quella di Emone, suo fidanzato e figlio di Creonte, e di Euridice, madre del ragazzo.
Una tale catastrofe accade su una scena vuota, riempita soltanto da una grande scala, la stessa che dominava Edipo Re (2023) e Edipo a Colono (2025). In questo vuoto si svolge lo spettacolo intriso di un lutto corale e tremendo, espresso da decine di attori contemporaneamente in scena, con la città timorosa del nuovo sovrano che appare in alto, distante, e ancora più implacabile quando si avvicina.
Creonte afferma che soltanto la πόλις e le sue leggi possono costituire la salvezza degli umani. E tuttavia in questa sua posizione mostra una rigidità mortale, che il figlio gli contesta affermando che l’intelligenza è il dono più grande per i mortali e il comportamento del padre non è intelligente.
La recitazione è molto uniforme ma riceve uno scarto magnifico quando l’indovino Tiresia, costretto da Creonte, annuncia il futuro del tiranno e della città. La voce e i gesti di Graziano Piazza [immagine qui sotto] diventano una vera e propria epifania della rovina, scandita con un ritmo veloce e un tono potente.
ἀλλ᾽ εὖ γέ τοι κάτισθι μὴ πολλοὺς ἔτι
τρόχους ἁμιλλητῆρας ἡλίου τελεῖν,
ἐν οἷσι τῶν σῶν αὐτὸς ἐκ σπλάγχνων ἕνα
νέκυν νεκρῶν ἀμοιβὸν ἀντιδοὺς ἔσει,
ἀνθ᾽ ὧν ἔχεις μὲν τῶν ἄνω βαλὼν κάτω
ψυχήν τ᾽ ἀτίμως ἐν τάφῳ κατῴκισας,
ἔχεις δὲ τῶν κάτωθεν ἐνθάδ᾽ αὖ θεῶν
ἄμοιρον, ἀκτέριστον, ἀνόσιον νέκυν.
ὧν οὔτε σοὶ μέτεστιν οὔτε τοῖς ἄνω
θεοῖσιν, ἀλλ᾽ ἐκ σοῦ βιάζονται τάδε.
τούτων σε λωβητῆρες ὑστεροφθόροι
λοχῶσιν Ἅιδου καὶ θεῶν Ἐρινύες,
ἐν τοῖσιν αὐτοῖς τοῖσδε ληφθῆναι κακοῖς.
καὶ ταῦτ᾽ ἄθρησον εἰ κατηργυρωμένος
λέγω: φανεῖ γὰρ οὐ μακροῦ χρόνου τριβὴ
ἀνδρῶν γυναικῶν σοῖς δόμοις κωκύματα.
ἐχθραὶ δὲ πᾶσαι συνταράσσονται πόλεις,
ὅσων σπαράγματ᾽ ἢ κύνες καθήγνισαν
ἢ θῆρες ἤ τις πτηνὸς οἰωνός, φέρων
ἀνόσιον ὀσμὴν ἑστιοῦχον ἐς πόλιν.
τοιαῦτά σου, λυπεῖς γάρ, ὥστε τοξότης
ἀφῆκα θυμῷ, καρδίας τοξεύματα
βέβαια, τῶν σὺ θάλπος οὐχ ὑπεκδραμεῖ.
(vv. 1064-1086)
[Nella traduzione di Massimo Cacciari]
E tu sappi questo con certezza: non compirai ancora molti giri
in corsa col sole, che sarai tu a dare un morto dalle tue viscere in
cambio dei cadaveri che hai gettato laggiú. Indegnamente hai sepolto
chi è vivo e hai privato di riti e di onori dovuti chi appartiene agli dèi di
sotterra. Tali azioni non sono lecite a te e neppure agli Olimpi. La tua
violenza li offende. Per questi tuoi misfatti le Erinni, vendicatrici
dell’Ade e degli dèi, pazienti a portare rovina, ti tendono un agguato,
cosí che tu sarai preso negli stessi mali che hai dato. E guarda se parlo
corrotto dal denaro: non passerà molto tempo e sarà lamento di uomini
e donne nella tua casa. Sono sconvolte dall’odio tutte le città dove cani
e fiere e alati uccelli compiono i riti funebri sulle membra lacerate,
portando l’empio fetore fin dentro ai focolari. Sí, proprio come un
arciere, poiché tu mi hai offeso, queste infallibili frecce scaglio
sdegnato contro il tuo cuore e non sfuggirai alla loro fiamma.
E quindi appaiono ancora una volta le Erinni e Ἀνάγκη, la furia e l’inevitabile. Così risponde infatti il Coro a Creonte, il quale alla fine supplica di non rivedere più il Sole, di accompagnare figlio e moglie nell’Ade: «μή νυν προσεύχου μηδέν: ὡς πεπρωμένης / οὐκ ἔστι θνητοῖς συμφορᾶς ἀπαλλαγή – Nulla può ora la tua preghiera. Non c’è scampo dalla sventura che il destino infligge ai mortali» (vv. 1337-1338).
Quest’uomo aveva più volte augurato ad Antigone le nozze non con suo figlio ma con Ade. E Ade ha congiunto Emone e Antigone nella rovina di Tebe.
Tutto questo accade in una messa in scena sobria e notturna, che evita in parte uno degli errori di fondo delle letture contemporanee della tragedia greca e del ciclo dei Labdacidi. Per comprendere i tragici greci è infatti necessario oltrepassare la banale e impoverente lettura etica che cerca di applicare a un mondo così diverso dal nostro criteri moralistici e giuridici che sono soltanto contemporanei. Alla luce di tali criteri, infatti, l’intera vicenda di Edipo non avrebbe senso, dato che le azioni di quest’uomo contro il padre e la madre sono state compiute nella più totale ‘buona fede’, non sapendo che del padre e della madre si trattava. E tuttavia Edipo viene egualmente punito.
Allo stesso modo, in Antigone non c’è un personaggio che lotta ‘per la liberazione’ contro un tiranno testardo e feroce. Entrambi i contendenti, invece, sono presi da ὕβρις e vivono con eccessivo trasporto le proprie convinzioni e le prassi. Anche per questo cadranno entrambi in rovina. «Creonte e Antigone vivono il rapporto con gli dèi, caratterizzato dalla dialettica vicinanza-distanza, in modo radicalmente diverso al punto che ciascuno di essi, come ha affermato Hegel, è nel proprio diritto» (Stefano Piazzese, Dire l’ignoto. Saggio su Hölderlin, Απαλός editore 2026, p. 91).
Ciascuno è nel proprio diritto poiché del diritto hanno una diversa idea, senza che questo implichi che l’idea di Antigone sia corretta e quella di Creonte sbagliata. L’una e l’altro subiscono la comune cecità degli umani, il loro limite, come sempre.







Commento e sintesi di grande incisività.