Fra il 3000 e il 1450 a.e.v. in un’isola del Mediterraneo orientale emersero la bellezza del mondo, la potenza degli dèi, l’incanto della luce. E quindi un viaggio a Creta è l’immersione in uno spazio ma soprattutto in un tempo arcaico ed enigmatico, nel quale convivono ancora la Grande Madre – terribile, con i suoi serpenti – e il principe del Giglio, forse una delle radici dell’apollineo, se non di Apollo stesso.
Un tempo quasi immobile come le pietre dei palazzi di Cnosso, di Festo, di Agia Triada; delle rovine di Zakros e di Gòrtina. Uno spazio e un tempo sempre luminosi come la spiaggia tropicale di Vai con le sue palme, con i porti di Iraklion, Ierapetra e Sitia.
Il mare è ovunque ma dal mare si scorgono i monti dell’interno dell’isola. Le coste sono varie e frastagliate. Le città sorgono dentro e intorno a crateri, come il lago dentro la città di Agios Nikolaos.
In un piccolo spazio come il Museo di Iraklion sembrano concentrarsi tutti questi luoghi attraverso i manufatti preziosi degli umani. Di fronte allo splendore che resta di ciò che è stato risalta evidente la bruttezza dei borghi del presente, di un capoluogo disordinato che si salva solo per ciò che conserva del passato.
Ma a Creta, come ovunque in Grecia, la bellezza prevale su ogni cosa e il paesaggio come le rovine, gli oggetti come la luce ci dicono che da lì tutto è cominciato per l’Europa e questa bellezza finirà soltanto con il morire del nostro Continente, dello spazio che ci ha dato vita, la vita vera, quella della conoscenza.
A farmi da guida in questo viaggio sono stati molti strumenti ma soprattutto il Dioniso di Karl Kerényi, un libro prezioso perché capace di penetrare nella civiltà minoica e di mostrare che da lì, in qualche modo, tutto ebbe inizio. Come ricorda anche l’archeologo greco Nikolaos Platon: «Un inno alla natura come divinità risuona dovunque intorno a noi, un inno della gioia e della vita».

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