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Assistere al genocidio, alla distruzione, alla tortura di un intero popolo – donne, vecchi, bambini – il popolo palestinese, da parte di uno stato razzista e suprematista; approvare tale massacro e tutto questo orrore; dargli forza con le armi, con l’informazione, con la diplomazia.
Che le classi dirigenti europee siano, nel 2025, complici di tale abominio, fa capire che cosa sia accaduto nel nostro continente negli anni Trenta del Novecento.
Fa capire quanto illegittima sia la pretesa di supremazia morale e politica sul resto del mondo da parte delle moribonde democrazie liberali.
Fa capire quanto carnefici siano Israele e le strutture statuali, finanziarie, mediatiche che nell’occidente anglosassone ne sostengono l’azione di sterminio.
Fa capire quanto fasulli e ipocriti siano i valori mediante i quali si è trasformato il discorso pubblico in un dogma, valori quali: il rispetto, la non violenza, l’inclusione et alia, proclamati ai quattro venti mentre si tace o si è complici della più tenace pratica di esclusione e di apartheid della storia contemporanea; ricordo pagine e pagine di commozione mediatica per un solo bambino morto durante il naufragio di una barca di migranti nel Mediterraneo; sulle decine di migliaia di bambini palestinesi assassinati, feriti, mutilati, per sempre traumatizzati, cala il silenzio da parte dei buoni, a dimostrazione che non sono buoni ma sono soltanto delle marionette che si muovono sulla base di ciò che televisione e altri media presentano.
La brachilogia avrebbe potuto fermarsi qui. E però affermazioni come queste devono essere documentate quanto meglio possibile. Il testo è diventato talmente ampio da non poter essere pubblicato in html, come pagina del sito. Ho dunque preparato un pdf, che potrà essere scaricato e letto da chi lo desidera. Qui ne riporto alcune pagine.
Parte di tale documentazione è stata da me utilizzata in un saggio dal titolo Sul genocidio dei Palestinesi, pubblicato sul n. 69 (luglio-agosto 2024) del bimestrale Dialoghi Mediterranei; altra documentazione, soprattutto quella proveniente dall’ONU, si trova qui: La soluzione finale.
Altri documenti:
1) La migliore analisi che abbia letto sull’evoluzione della politica e dell’identità israeliane è di Aleksandr Dugin: Il Grande Israele e il Messia vittorioso, «Euro-Synergies», 24.12.2024 (in francese).
2) Testi da La causa dei popoli
Un’ampia documentazione sul genocidio, che in Palestina è in corso non dall’autunno del 2023 ma da decenni, si trova nel numero VIII/20-21, 2024 della rivista La causa dei popoli. Inserisco qui il pdf dell’intero numero, dal quale estraggo le seguenti affermazioni:
«Due campi fondamentali all’interno della società ebraica israeliana, oggi impegnati in quella che si può definire una guerra civile fredda. Si tratta di uno scontro tra quello che possiamo definire lo stato di Giudea e lo stato di Israele. Lo stato di Giudea è sorto negli insediamenti ebraici della Cisgiordania. Nato come movimento ideologico marginale, non è diventato una forza politica di rilievo centrale. Non si preoccupa dell’opinione pubblica mondiale, inclusa quella americana, e crede di poter realizzare con l’aiuto di Dio uno stato ebraico elitario e teocratico tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo» (Ilan Pappé, p. 3);
«Il fatto che molti ebrei, in Israele e altrove, rifiutino il sionismo dimostra che questa ideologia colonialista e razzista non coincide con l’ebraismo. Non solo, ma il fatto che alcuni dissidenti siamo stati costretti a espatriare per scampare alle ritorsioni governative conferma che il regime non tollera gli oppositori, soprattutto se occupano posti di rilievo che permettono loro di raggiungere un vasto pubblico. Davanti a questi fenomeni, lonestà intellettuale dovrebbe imporre di ammettere che il titolo di ‘unica democrazia del Medio Oriente’ è l’espressione di una posizione filo-israeliana basata sulla malafede e del tutto slegata dalla realtà» (Alessandro Michelucci, p. 5);
«Molti dei miei parenti sono stati sterminati nell’Olocausto. Niente è più spregevole che usare la loro sofferenza e il loro martirio per tentare di giustificare la tortura, la brutalità e la demolizione delle case che ogni giorno Israele commette contro i palestinesi. Mi rifiuto di lasciarmi intimidire dalle lacrime. Se aveste un cuore lo usereste per piangere i palestinesi» (Norman Finkelstein, dal documentario American Radical: The Trials of Norman Finkelstein [2009], p. 11);
«Il 15 maggio 2023, per la prima volta, le Nazioni Unite hanno commemorato ufficialmente la Nakba palestinese, o ‘catastrofe’, un trauma nazionale che è iniziato nel 1947 e non è ancora finito. A novembre gli stati membri dell’Assemblea Generale hanno votato una risoluzione dove si riconosce il calvario delle generazioni che vivono sotto l’occupazione da quando le milizie israeliane le hanno cacciate dalle loro città e dai loro villaggi per costruire uno stato sionista. Gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione e hanno boicottato l’iniziativa. La Nakba e il progetto coloniale sionista non vengono raccontati nei libri di storia. Washington ha usato ogni mezzo per occultare la tragedia palestinese al pubblico americano» (Reza Behman, p. 20).
«Israele non tollera ctitiche di nessun tipo. A queste, laddove è possibile, reagisce con una censura che ha ormai raggiunto livelli degni delle dittature più buie. Questa censura non viene praticata soltanto dal governo di Tel Aviv, ma viene applicata diligentemente anche da molti altri paesi. Dall’Italia all’India, dagli Stati Uniti all’Australia, studenti e professori vengono sanzionati, convegni e concerti vengono cancellati, artisti ed esponenti politici vengono epurati per essersi espressi in modo sgradito al governo israeliano. Chiunque lo contesti viene accusato di antisemitismo; dimostrare pubblicamente contro il genocidio di Gaza diventa una manifestazione di solidarietà nei confronti di Hamas; negare il ‘diritto di reagire’ alle stragi del 7 ottobre 2023 significa auspicare la ‘cancellazione di Israele’. Accanto a questi casi, ben visibili perché legati a episodi specifici, ne esiste un altro, meno evidente ma molto più importante, che tocca un pilastro centrale dell’intera architettura statale israeliana: contestare il dogma che considera la Shoah un genocidio mai visto, unico e irripetibile, o meglio ancora, l’unico evento storico che meriti di essere considerato un genocidio. Tutto questo ha trovato conferma in tempi recenti» (Alessandro Michelucci, p. 37).
«Quello che Israele sta facendo a Gaza col sostegno americano è un crimine contro l’umanità che non ha nessuno scopo militare. […] terre. In un eccellente articolo della New York Review of Books, David Shulman racconta la conversazione che ha avuto con un colono, che riflette chiaramente la dimensione morale del comportamento israeliano. ‘Certo, quello che stiamo facendo è disumano’, ammette il colono, ‘ma se ci pensate bene, tutto deriva dal fatto che Dio ha promesso questa terra agli ebrei, e soltanto a loro’» (John J. Mearsheimer, pp. 51-52).
3) Un altro testo, che mi è capitato di leggere quasi per caso e del cui autore non so nulla, coglie una delle principali ragioni della tragedia che sta colpendo non soltanto i palestinesi, non soltanto gli ebrei, non soltanto il Vicino Oriente ma il nucleo stesso della civiltà europea: il pensare. Perché pensare significa anche tenere conto della potenza del Sacro e dunque cercare di delimitarla. Se non ci si riesce, il risultato è la ferocia, è il massacro.
Il Sacro non potrà mai essere cancellato, esso infatti coincide in gran parte con l’umano. Può e deve invece quanto più possibile essere circoscritta la sua manifestazione religiosa, che è una espressione non di pensiero ma di autorità. Da questa prospettiva i due secoli forse meno religiosi della storia europea recente sono stati il Sette e l’Ottocento. Il Novecento ha invece visto un ritorno potente del sentimento religioso tramite la trasformazione delle opzioni politiche in fedi appunto religiose. Il XXI secolo sta aggravando tale metamorfosi, che non a caso – anzi inevitabilmente – si sta inverando nell’imposizione di verità indiscutibili; nella metamorfosi di contenuti politici, etici, scientifici in verità di fede; nella trasformazione dei critici in eretici.
Esempio tragico di tutto questo è l’essere diventato lo Stato di Israele un tabù, che in quanto tale nessuno può toccare, non può neppure sfiorare. Ecco perché l’autore propone di dissacrare Israele, per ricondurre a sensatezza la politica e a misura la storia. E, naturalmente, per continuare a pensare senza obbedire a dogmi.
Si tratta dunque di una riflessione che (anche se con alcuni limiti) va al di là delle armi, della geopolitica, della cronaca e dell’informazione, pur avendo come oggetto le armi, la geopolitica, la cronaca e l’informazione.
Dissacrare Israele, di Stac, da MyTwoSpicci, 16.11.2024
4) Per quanto infine riguarda la tregua sottoscritta da Israele e da Hamas, temo che sarà soltanto una pausa più o meno breve nel progetto del Grande Israele, e dunque nella pratica del genocidio.
Sulla base della storia e alla luce dell’apartheid, del razzismo e del colonialismo israeliani, credo che abbia ragione Chris Hedges a scrivere (16.1.2025) che «Israele, per decenni, ha giocato a un gioco ingannevole. Firma un accordo con i palestinesi che deve essere attuato in fasi. La prima fase dà a Israele ciò che vuole, in questo caso il rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza, ma Israele di solito non riesce a implementare le fasi successive che porterebbero a una pace giusta ed equa. Alla fine provoca i palestinesi con attacchi armati indiscriminati per vendicarsi, definisce la risposta palestinese come una provocazione e abroga l’accordo di cessate il fuoco per ricominciare il massacro». Spero davvero di sbagliarmi, ne sarei sorpreso e felice.
In ogni caso, «i filmati dai droni mostrano i palestinesi che camminavano tra gli edifici distrutti nell’area di al-Saftawi tra Jabalia e Gaza City nel nord di Gaza dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
La guerra di Israele contro Gaza, durata 15 mesi, ha ucciso 46.913 palestinesi e ne ha feriti altri 110.750, secondo il ministero della Sanità di Gaza.
Per 471 giorni, le forze di occupazione israeliane hanno impedito alle ambulanze e alle squadre di protezione civile di entrare nelle aree colpite a Gaza, ostacolando gli sforzi per curare i feriti, recuperare migliaia di persone da sotto le macerie e persino registrare con precisione il numero di palestinesi martirizzati e feriti» (Giubbe rosse, 19.1.2025)
In conclusione, i fatti – e non le tesi pregiudiziali – dimostrano che lo Stato di Israele non è per nulla «l’unica democrazia del Medio Oriente» ma, al contrario, è un’entità politica caratterizzata dai seguenti elementi:
-forti tendenze autoritarie e repressive, che si esplicano anche nella persecuzione dei propri cittadini di etnia e religione ebraica, come i membri di Neturei Karta International, che è un’associazione internazionale di ebrei ortodossi i quali condannano in modo assai chiaro il sionismo dello stato di Israele, giudicandolo incompatibile con la fede e con l’identità ebraiche. Qui si trovano dei documenti inerenti tale Associazione: Gaza 2023;
-una politica interna caratterizzata da apartheid e razzismo nei confronti dell’etnia araba;
-una politica estera di impronta colonialista e suprematista.







Israele è un’entità violentissima verso tutti, specialmente verso i bambini, le donne, le persone indifese. Quando il suo esercito incontra invece altri soldati, per lo più si ritira.
La pulizia etnica e il genocidio attuati da Israele in Palestina dal 1948 al 2026, senza interruzioni.
Allo scopo di edificare il Grande Israele promesso dalla Bibbia.
Terrore. Terrorismo. Il Male.
Il progetto è questo, è la Grande Israele.
Un progetto messianico-teocratico, il quale se non verrà fermato metterà seriamente a rischio l’identità e la forza dell’illuminismo europeo, della razionalità greca.
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IL BIG BANG GEOPOLITICO DEL GRANDE ISRAELE
Pino Cabras, 2.4.2026
In questi anni di bellicismo genocidiario, la classe dirigente del Sionismo Reale ha portato a galla la sua volontà egemonica a lungo raggio, volta a creare il “Grande Israele” come Superpotenza mondiale con una base territoriale da impero vasto su scala subcontinentale.
Quel che fino a ieri sembrava un fenomeno latente, sottovalutato perché visto distrattamente presso gruppi comunque legati a uno staterello piccolo come una regione italiana, appare ora nella pienezza di un progetto esplicito, sfrenato, apertamente rivendicato, alla ricerca di uno spazio vitale che travolge i confini.
Non sono più i soliti brutti ceffi razzisti come i ministri Ben Gvir o Smotrich a volersi allargare a suon di stragi.
È lo stesso Netanyahu a preconizzare l’avvento del Messia mentre si travolgono tutti i poteri mediorientali. Sempre lui parla di future rivincite su Roma, come se volesse dire “il mare Nostrum? È nostrum. Il messia non è un indifeso uomo torturato e crocifisso. Il vero messia tortura e sopprime”.
Gli fa già eco il capo dell’opposizione Yair Lapid , per ricordarci che la questione non è in mano a una sola parte spregiudicata, ma investe quasi tutto l’arco politico israeliano: ora Lapid appoggia apertamente il progetto del Grande Israele. Qualche mese fa l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, candidamente reputava tutto il vasto mondo mediorientale citato dalla Bibbia dal Nilo all’Eufrate come il nuovo perimetro di una Israele autorizzata a occuparlo in base alle sue esigenze. Il supremo garante di Israel First e di Make Israel Great Again è oggi Donald Trump, che ritaglia per sé e i suoi famigli un processo di accumulazione primitiva che ridisegna gli equilibri del capitalismo occidentale intorno a un nucleo ristretto di tecnofeudatari disposti all’Apocalisse.
Da Televideo.
Trump figlio di Israele ad honorem.
In effetti è un premio totalmente meritato.
«Sarebbe bello se Israele prendesse tutti i territori dal Nilo all’Eufrate»
Israele è questo: un’entità e una società criminali.

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Un criminale di guerra

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Da: Flottiglie e canaglie mentre il mondo cambia
il Simplicissimus, 3.10.2025
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«Si tratta di una distanza simile a quella della Sardegna dal continente oppure uguale se non superiore alla larghezza dell’Adriatico: dunque fermare le barche della flottiglia a quella distanza è un puro atto di pirateria, così come sequestrare le derrate alimentari in una sorta di folle ordalia che vede come un peccato tentare di portare soccorso alimentare agli affamati. Un altro peso che i sionisti di Tel Aviv vedranno mettere sulla bilancia della storia. Lo si vede anche dall’atteggiamento di Trump che pur essendo un filosionista senza incrinature, è stato comunque costretto dagli eventi orribili che si verificano in Palestina a tentare un compromesso per evitare il totale isolamento degli Usa, cercando da una parte e ancora una volta di sventare la formazione di uno Stato palestinese, ma sacrificando i piani della Grande Israele. Più si isolano i sionisti di Tel Aviv, più si isolano gli Stati Uniti che ne sono i creatori e i tutori. E a questo scopo la flottiglia va benissimo, anche se da un punto di vista pratico è un’armata Brancaleone.
[…]
In questo passaggio di epoca Gaza rappresenta un punto strategico, essendo il Medio Oriente e la politica espansionista di Israele una delle colonne portanti del potere imperiale. La flottiglia in questo senso rappresenta un ulteriore picconamento del muro di silenzio e di complicità, costringendo a prendere atto dell’effettiva volontà del governo Netanyahu di sterminio della popolazione palestinese. E mostra in filigrana il rifiuto del mondo rispetto ai propositi sionisti: ci sono voluti due anno di stragi, ma alla fine Tel Aviv è divenuto il nemico pubblico numero uno a livello planetario a tal punto da costringere persino gli Usa a tentare una mediazione. Uno dei meriti della flottiglia è anche un altro: quello di far venire allo scoperto tutte le ambiguità dei governi e i lombrichi, per non dire canaglie, che stavano sottoterra, belli nascosti e grassi per sostenere con vari deliri che le barchette con gli aiuti alimentari vengono legittimamente abbordate perché violano l’embargo stabilito in maniera unilaterale da Israele in acque internazionali. La merda finisce sempre per galleggiare»
Andrea Zhok, 2.10.2025
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Due parole sulla vicenda della “Flotilla”, con una considerazione politica generale.
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Che nella Flotilla ci fossero (ci siano) personaggi in cerca di notorietà personale è sicuro (almeno uno si è palesato).
Che questo tipo di iniziative abbia un carattere eminentemente mediatico, con elementi di spettacolarizzazione, e che sia un passo indietro rispetto ad eventuali iniziative politiche, pressioni, sanzioni, ecc. è sicuro.
Che alcuni cerchino di strumentalizzare la vicenda per colpire i rispettivi governi in carica – quasi ovunque appiattiti su una posizione sionista – è decisamente plausibile.
Che a questa iniziativa partecipino molti soggetti che su altri temi sociali importanti hanno manifestato nel recente passato una consapevolezza politica carente o nulla è un fatto.
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E tuttavia.
1) Tra fare qualcosa e non fare un cazzo c’è sempre un abisso. Dunque onore a chi, di fronte al male, si sbatte per fare qualcosa.
2) Nel caso specifico dei rapporti con Israele – stato canaglia notoriamente privo di qualunque scrupolo e dotato di mezzi finanziari e militari colossali – chiunque si profili come ostile alle politiche di Israele comunque mette in campo almeno un pochino di coraggio. E in un’epoca dove i capi di stato o della chiesa – gente con il culo straordinariamente al caldo – abbozzano, fischiettano, quando non supportano senz’altro un genocidio, anche a questo, piccolo o grande coraggio civico, va dato atto.
3) Per come è configurata oggi la politica in Occidente, i margini di intervento dall’esterno del potere istituzionale sono estremamente ridotti. Il potere istituzionale oggi è più solido ed impermeabile che mai, con sistemi di controllo, sorveglianza, condizionamento e repressione storicamente inediti. Dunque – per quanto entrare nel gorgo della “società dello spettacolo” sia sempre a grave rischio di manipolazione – passare per le strade dell’apparenza, della manifestazione, della rappresentanza ad uso dei media è in qualche modo una via obbligata (non la sola, ma non evitabile).
4) E infine. Molti pensano che aver colto sì la drammaticità della vicenda palestinese, ma essersi lasciati sfuggire gli ultimi vent’anni almeno di degrado politico-culturale in Occidente non parli a favore della vigilanza critica di MOLTI di coloro i quali oggi si sono attivati.
È vero.
Sulla vicenda palestinese si sono attivate parti critiche del cervello che in molti erano assopite da tempo. Questo perché si tratta di una vicenda antica, che copre più generazioni, e per la quale spesso il terreno interpretativo era già predisposto.
Ma – come si dice – tardi è comunque molto meglio che mai, e tra niente e qualcosa, meglio qualcosa.
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Per quanto non scontato, forse questa vicenda segna l’inizio, l’alba, di una nuova presa di coscienza interna all’Occidente di cosa l’Occidente stesso sia divenuto: neocolonialismo doppiopesista, neoliberalismo spacciato per libertà, retorica dei diritti come travestimento per il loro abuso sistematico, monopolismo privato spacciato per libero mercato, esplosione della forbice sociale interna, bullismo internazionale, cancellazione del passato, svuotamento del futuro e sostituzione di ogni identità – personale e di gruppo – con etichette brandizzate.
L’odierna politica di Israele, in stretta connessione con gli USA, e con l’asservimento dell’Europa, mette sotto la lente di ingrandimento una configurazione del potere neoliberale occidentale che, forse, inizierà a presentarsi per quello che è, come una configurazione unitaria, non un accidente.
Forse, e dico forse, con ciò si aprirà nelle menti la strada alla rottura di quella contrapposizione paralizzante, oggi ampiamente fittizia e strumentale, tra destra e sinistra, che nel gioco delle parti copre la profonda involuzione del sistema.
Non è affatto detto, ma forse questo è uno di quei momenti storici in cui la coscienza collettiva assopita si risveglia.
Forse.
Diamogli una chance.
Insomma, tranne Israele e gli Stati Uniti d’America, tutto il pianeta sarebbe antisemita.

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Target, 26.8.2025
L’incubo di Smotrich, Ben Givr e Netanyahu
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Due cose hanno shockato la leadership e la società israeliana: l’attacco del 7 ottobre e la scenografia messa in piedi dalla Resistenza al momento della liberazione dei prigionieri, lo scorso marzo. Centinaia di miliziani in divisa, spesso armati con armi sottratte ai soldati israeliani, palchi con striscioni giganteschi stampati in alta qualità, decine di pick-up come nuovi apparsi dal nulla, prigionieri sorridenti, e tutto dopo 17 mesi di bombardamenti feroci. Quella manifestazione di organizzazione, di efficienza logistica, di consenso, e non da ultimo di straordinaria capacità mediatica, ha lasciato a bocca aperta Netanyahu e soci, che infatti si sono affrettati prima a porre la condizione, per ulteriori scambi di prigionieri, che non ci fosse alcuna manifestazione pubblica, e poi a negarli del tutto. Perché era la dimostrazione plastica dell’inefficacia dell’IDF nello sconfiggere la Resistenza, della fallacia di tutte le sue promesse.
Per ottant’anni, la società israeliana è stata tenuta insieme sfruttando la paura. La paura dei vicini arabi, la paura di una nuova shoah, ha cementato genti provenienti da paesi e culture le più disparate, che dovevano cambiarsi i cognomi per ebraicizzarli, cercando di farne un popolo. La guerra è stata quindi la malta che doveva tenere insieme il tutto, nel disegno sionista. E per molti anni ha funzionato. Per essere precisi, ha funzionato finché la supremazia militare israeliana è stata assoluta, e finché il suo lord protettore, gli Stati Uniti, hanno mantenuto una indiscussa egemonia globale. Israele è, di fatto, una creazione artificiale nata non a caso dopo la seconda guerra mondiale – che sancisce l’ascesa degli USA a prima superpotenza mondiale e leader indiscusso dell’occidente. E la sua parabola è destinata ad esaurirsi col declino statunitense.
Il 7 ottobre, seppure qualcuno a Tel Aviv ha pensato che potesse essere un’occasione per scatenare una pulizia etnica a Gaza, ha in realtà inferto un colpo mortale al progetto politico sionista, inchiodando Israele ad una guerra infinita e su più fronti, quale non aveva mai affrontato nella sua storia. Quell’attacco ha portato ad una serie di eventi a cascata, l’ultimo dei quali è stata la decisione di attaccare l’Iran ricevendone una risposta devastante, che a malapena la ferrea censura militare riesce a nascondere.
Oggi, tutte le linee di frattura esistenti in Israele si stanno acuendo sempre più. Infinite divisioni di tipo politico, religioso, etnico, culturale, duramente stressate dal conflitto, si stanno acutizzando a velocità crescente, in un quadro che vede l’aggravarsi di una crisi economica significativa (Israele è ufficialmente in recessione), l’inasprirsi di una crisi di sfiducia reciproca tra la leadership politica e quella militare, e – cosa ancor più significativa – un declino della potenza americana che mette in difficoltà la sua capacità di proiezione, e la costringe ad affrontare una fase di ripiegamento.
Israele avrebbe bisogno come non mai di fermarsi a riprendere fiato. Ma la sua instabilità politica – ormai pluriennale – lo rende praticamente impossibile. Ad ottobre, il parlamento potrebbe trovarsi di fronte ad una crisi di governo di assai difficile soluzione, con l’opposizione che offre un governo di unità nazionale per porre fine, almeno temporaneamente, al conflitto, e liberare i prigionieri ancora a Gaza. Una prospettiva, questa, che rappresenta una vera e propria minaccia, per l’estrema destra messianica. E lo stesso Netanyahu, comunque sempre ago della bilancia, vede in qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco il riemergere del suo incubo: centinaia di miliziani in divisa che festeggiano la vittoria tra le macerie di Gaza. Sarebbe la pietra tombale sulla sua carriera politica, e forse sulla sua libertà. Non gli resta altra scelta, quindi, che rilanciare ancora una volta. Ma è follia ripetere infinite volte la stessa cosa, sperando in un esito diverso.
E intanto continuano a offrire armi e alleanza politica allo stato genocida e sterminatore.

Sono un disco rotto questi servi occidentali, a ripetere le loro vane formulette mentre un popolo sparisce dalla faccia della Terra.
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Le qualifiche degli esponenti (anche) italiani delle lobby ufficiali che sostengono sempre e in ogni caso le decisioni dei governi e dello Stato di Israele:
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Il potere di Israele – I nomi nei gruppi di pressione (sito)
Il potere di Israele – I nomi nei gruppi di pressione (pdf)
Israele al meglio della sua esistenza.

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Una donna intelligente e coraggiosa.
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«Zionismus über alles»
Il Grande Lager
Stati Uniti d’America e Israele inseparabili e reciprocamente prigionieri.
È questa una delle espressioni più evidenti del sionismo.
CANE PAZZO
di Enrico Tomaselli
Giubbe Rosse, 30.6.2025
DOPO 12 GIORNI
Pino Cabras, 24.6.2025
Al netto di possibili nuove operazioni “false flag” nelle quali i terroristi del Sionismo Reale sono specialisti – e che potrebbero trascinare ancora Trump nel gorgo della guerra – possiamo dire che questa mano della partita l’hanno persa male. Il loro obiettivo di fondo rimane sì lo stesso degli ultimi trent’anni: destrutturare e assoggettare il Medio Oriente sotto le insegne di un messianismo violento volto a dominare il mondo. Ma dovranno rinviare rispetto alle accelerazioni che vorrebbero sia il loro Genocida in Capo (il tiranno di Tel Aviv) sua i parassiti feroci che ricoprono cariche ministeriali nel suo governo. Sarebbe interessante ora chiedere anche agli squallidi guerrafondai che vogliono spolpare i popoli europei con il riarmo se ora sono dispiaciuti per il fatto che quei terroristi che “stanno lavorando per noi” hanno incassato una momentanea sconfitta politica.
Rimane un quadro devastato per il Diritto internazionale, con un livello di fiducia diplomatica ai minimi e dunque precario proprio quando si amplificano i pericoli e le tensioni. I genocidi e i neocon hanno infatti interrotto e bombardato anche le vie negoziali.
In tutto questo, Trump – che si barcamenava tra neocon e contrari alla guerra e contava di essere un soggetto attivo in grado di governare le ali e fare “il centro che decide” – oggi rappresenta un punto di equilibrio passivo e dunque “un centro che ratifica”.
In altre parole, credo che il presidente USA si sia posto in una posizione che cercava di conciliare l’inconciliabile, con contraddizioni (e personalità) non componibili. Voleva governare dal centro e con compromessi affrontati con un presunto pragmatismo. Ha sopravvalutato la tenuta del mondo Maga e sottovalutato la pianificazione strategica del mondo neocon, che ha obiettivi messianici e legami diretti con i principali fondi di investimento. Risultato: comandano quelli con il progetto più attrezzato e Trump ratifica. Si naviga tutti a vista in un mare agitato e turbolento.
Andrea Zhok, 24.6.2025
Il cessate il fuoco più pazzo del mondo è iniziato da poche ore e sembra tenere.
Si tratta di una tregua annunciata non dalle parti coinvolte, ma da Trump, che lo ha reso pubblico due minuti prima della riapertura dei mercati (alla faccia dell’insider trading). Il NASDAQ è salito di 150 punti in due minuti, il prezzo del greggio si è abbassato, qualche amico ricco di Trump è diventato ancora più ricco.
Israele, che aveva appena concluso un bombardamento su Teheran, ha subito aderito alla tregua, affermando che “gli obiettivi dell’attacco sono stati tutti raggiunti”.
Non avendo mai avuto il piacere di sapere in anticipo quali fossero stati esattamente questi obiettivi, rimarremo con il dubbio.
L’Iran ha detto di non aver aderito a nessun “cessate il fuoco”, ma che, se dopo l’orario designato (sembra le 4 del mattino) non ci saranno più attacchi israeliani, non procederà più con ulteriori attacchi.
A scanso di equivoci, nell’ultima mezz’ora prima dell’inizio ufficioso della tregua la missilistica iraniana ha colpito intensamente Beersheba, Tel Aviv e Gerusalemme. Il senso di questo attacco è chiarissimo: “Voi avete cominciato, noi finiamo, se vi sta bene è tregua altrimenti si continua.”
Nei confronti degli USA l’Iran aveva già espresso la propria posizione con l’attacco “telefonato” alla base americana di Al Udeid in Qatar, posizione che espressa in parola suona più o meno: “Potremmo fare dei danni, ma preferiamo una de-escalation senza vostro ulteriore coinvolgimento, dunque effettuiamo un attacco simbolico cui non dovete reagire.”
Il risultato di questa stupida e inutile “guerra dei 12 giorni” è molta distruzione, molte vittime, ma nessun cambiamento negli equilibri regionali.
Il programma nucleare iraniano proseguirà.
Il garante di questo – al netto di ogni valutazione dell’entità dei danni alle infrastrutture nucleari e dell’assassinio di scienziati iraniani – è Putin, che ha ribadito non solo che l’Iran ha il pieno diritto a sviluppare il nucleare civile, ma che la Russia continuerà a collaborarvi (quasi tutte le infrastrutture nucleari iraniane sono prodotte dalla russa Rosatom). Questo significa che qualunque cosa venga fatta all’Iran, con l’aiuto e la tecnologia russa vi si potrà sempre porre rimedio, e questo dovrebbe mettere la parola fine ad ogni fantasia di stoppare con la forza questi programmi.
L’Iran ha subito gravi danni infrastrutturali e civili, ma è un paese enorme con una popolazione vasta, giovane e istruita, dunque si rimetterà presto. Il regime esce consolidato da questo confronto, avendo colto l’occasione per fare pulizia di molti infiltrati del Mossad, avendo dimostrato di essere capace di fare sia la guerra che la pace, e di contare su appoggi internazionali cruciali. Infatti l’incontro tra Putin e il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi è stato decisivo per l’attuale de-escalation, facendo balenare con chiarezza l’idea che la Russia avrebbe potuto fornire supporto all’Iran in caso di conflitto di lungo periodo.
Israele sembra aver esaurito il numero di obiettivi bombardabili nei suoi dintorni, ma nessuno dubita che Nethanyahu, pur di non arrivare alla resa dei conti, effettuerà qualche ulteriore rilancio creativo, magari verso Gaza, il cui martirio non è cessato neppure in questi giorni.
Ad ogni modo nella storia di Israele dopo il 1949 non c’è mai stato un tale tasso di distruzione interno, neppure con la guerra del Kippur, e l’idea compiaciuta di potersi permettere qualunque porcata senza mai pagare pegno credo sia svanita. Se e come questo si tradurrà sul piano della politica interna non è chiaro, ma ad occhio e croce i tempi della percezione di impunità sono finiti, e questo è di solito un importante elemento di maturazione.
TERZO GIORNO
Com’era prevedibile, lo scontro Israele-Iran già al terzo giorno mostra la sua essenza vera.
Netanyahu ha convinto il deep power USA che sarebbe stato in grado di infliggere un colpo decisivo a Teheran, che ha convinto Trump sarebbe servito a spezzare le resistenze iraniane, facendogli accettare (almeno sostanzialmente) le condizioni pretese da Washington per un accordo. Ma, come sempre, fanno i conti senza l’oste.
Tel Aviv si è lanciata in una campagna d’attacco fondata sul principio classico del first strike annichilente, cui segue una coda di attacchi per piegare la resistenza nemica. Ma se l’operazione di attacco è stata pianificata per anni, anche l’Iran non è stata con le mani in mano. Gran parte degli asset strategici sono stati spostati sottoterra, a grande profondità. Perché Teheran gioca una partita diversa da quella israeliana.
Mentre Tel Aviv brucia gran parte del proprio potenziale bellico nella fase iniziale, contando sul fatto che questo sia sufficiente a conseguire un risultato strategico, Teheran punta sul logoramento, mantenendo intatta la possibilità sia di escalation che di de-escalation – mentre Israele ha solo quest’ultima.
La capacità delle forze israeliane di sostenere una campagna di bombardamenti prolungati, senza riuscire ad infliggere danni decisivi, è estremamente limitata, ed è ulteriormente amplificata dalla grande estensione geografica dell’Iran, dalla disseminazione delle strutture, e dalla tattica iraniana * di deception.
Diversamente, le forze iraniane hanno assorbito il colpo iniziale, ed hanno cominciato a replicare mantenendosi sul medesimo livello degli attacchi israeliani (stessa tipologia di obiettivi, stessa intensità) ma utilizzando pressoché esclusivamente sistema d’arma non di punta (missili balistici e droni, ancora nessun attacco massiccio con ipersonici).
Questo pone Israele nella condizione di trovarsi presto col fiato corto (il che significa che o l’aiuto statunitense sale decisamente di livello, o dovranno de-escalare), mentre l’Iran può mantenere questo ritmo di attacchi anche per svariate settimane, forse per mesi. E, ovviamente, potrebbe in qualunque momento spingere per una escalation, sia intensificando gli attacchi, sia passando ai ben più precisi e micidiali missili ipersonici. Tel Aviv ha invece un’unica chance (teorica) in tal senso, cioè l’arma nucleare. Ma se vi facesse ricorso sarebbe indifendibile dinanzi al mondo intero, e comunque a quel punto ne sarebbe ufficialmente detentore (cosa sempre negata). E dovrebbe anche lanciarne molte più di una, sperando di annichilire totalmente qualsiasi possibilità di reazione, poiché altrimenti verrebbe sommersa da centinaia o migliaia di missili ipersonici, ovvero una distruzione tale da annientare la possibilità di prolungare l’esistenza dello stato ebraico.
Sostanzialmente, quindi, adesso l’ago della bilancia comincia a pendere verso la Casa Bianca.
Dovrebbe essere chiaro che non c’è un margine intermedio, o si impegna l’Iran sino alla sua sconfitta strategica, o qualsiasi tentativo di piegarne la resistenza sarà vano – e quindi non ci sarà alcun accordo, Teheran uscirà dal TNP, e molto probabilmente si farà la sua bomba nucleare.
Ma impegnarsi in un conflitto con l’Iran (ricordiamoci com’è andata con gli yemeniti…) significa essenzialmente due cose, nella migliore delle ipotesi: consumare grandi quantitativi di armi e munizioni, rinviando di molto il momento in cui le forze armate statunitensi saranno nuovamente in grado di affrontare un conflitto simmetrico, e soprattutto regalare un vantaggio strategico alla Russia in Ucraina (perché una guerra con l’Iran significherebbe la fine degli aiuti militari a Kiev, e Mosca sarebbe incentivata ad aiutare Teheran proprio per questo).
La scelta, a Washington, dovrà essere fatta entro i prossimi giorni.
(* ad es. osservando i video di attacchi ai sistemi di difesa antiaerea, si nota come quasi mai c’è la seconda esplosione, segnale dell’assenza di munizioni e carburante, poiché si tratta di falsi bersagli appositamente predisposti)
Telegram: https://t.me/target_geopolitica
Psicopatologia di Israele
(video di un minuto e 22 secondi)
Ambasciata della R I dell’Iran-Roma
@iraninitaly, 13.6.2025
Comunicato del Ministero degli Affari Esteri riguardo all’aggressione militare del regime sionista contro l’Iran.
In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso
Onorevole popolo dell’ Iran, compatrioti iraniani, il nostro amato paese,
l’Iran, è stato ingiustamente vittima di un’aggressione da parte di un
regime criminale e malvagio. Il regime #sionista occupante e ribelle, questa
mattina, ha violato la sovranità territoriale e l’integrità del nostro
amato #Iran, attaccando alcune zone residenziali di #Teheran e di altre città
del nostro paese, e ha ucciso alcuni dei più onesti e patriottici servitori
della nazione, impegnati a difendere l’onore dell’Iran, insieme ad altri
innocenti, spargendo sangue e portandoli alla morte.
Il Ministero degli Affari Esteri porge le sue condoglianze alla #Guida_Suprema e al popolo iraniano per la perdita di questi difensori e
servitori della patria, che hanno sacrificato la vita nel corso di questa
atrocità imperdonabile del regime sionista.
Gli attacchi del regime sionista contro l’Iran costituiscono una violazione
dell’articolo 2, comma 4, dello Statuto delle Nazioni Unite ed è
un’aggressione chiara contro la Repubblica Islamica dell’Iran. La risposta
a questa aggressione è un diritto legittimo e legale dell’Iran, ai sensi
dell’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, e le forze armate della
Repubblica Islamica dell’Iran non si fermeranno dall’agire con tutte le
loro forze e secondo le modalità che riterranno più opportune, per
difendere l’integrità del paese.
Come membro fondatore delle Nazioni Unite, che ha come intento e ragion d’
essere principale prevenire aggressioni, violazioni della pace e minacce
alla pace, la repubblica islamica dellì’ Iran sottolinea l’obbligo del
Consiglio di Sicurezza di agire immediatamente per contrastare questa
violazione della pace e della sicurezza internazionale causata dall’attacco
aperto del regime sionista contro l’Iran, e chiede al Presidente e ai
membri di questo consiglio di intervenire al più presto.
Il Ministero degli Affari Esteri ricorda anche le responsabilità del
Segretario Generale delle Nazioni Unite, come previsto dallo Statuto, e ne
chiede un intervento immediato Si invitano tutti i paesi membri delle
Nazioni Unite, in particolare quelli della regione e islamici, i membri del
Movimento dei Non Allineati e tutti gli Stati a cui stanno a cuore pace e
sicurezza internazionale, a condannare immediatamente questa aggressione
criminale e a intraprendere azioni rapide e collettive per contrastare
questa pericolosa provocazione, che senza dubbio mette in serio pericolo la
pace e la sicurezza globali.
Le conseguenze e gli effetti pericolosi e di vasta portata di questa
aggressione del regime sionista contro il nostro amato paese saranno
responsabilità di quel regime e dei suoi sostenitori. Le azioni aggressive
del regime sionista contro l’Iran non possono essere state compiute senza
il coordinamento e l’autorizzazione degli Stati Uniti. Pertanto, l’
Amministrazione americana, come principale sostenitore di questo regime, è
anch’esso responsabile delle conseguenze e degli effetti pericolosi di
questa sconsiderata azione del regime sionista
Lo Stato Canaglia di Tel Aviv per l’ennesima volta dimostra di essere la più pericolosa costruzione politica della storia.
Il massiccio attacco notturno all’Iran, a freddo, devastante per infrastrutture civili preziose, con numerose vittime civili, è l’ennesima pagina tragica di una storia mediorientale definita dalla presenza di questo stato-nazione completamente fuori controllo.
Nessuno stato in precedenza ha mai avuto questa combinazione di suprematismo etnico, disprezzo assoluto della vita altrui, indifferenza al diritto internazionale, e disponibilità di armamenti terminali.
Una nazione che è una minaccia per il mondo intero.
Andrea Zhok
IL PRIMO COLPO
di Vincenzo Costa
L’Occidente attacca su tutti i fronti.
1) attacca la triade nucleare russa, che rappresenta la garanzia per la sovranità della Russia. Lo fa utilizzando la lealtà dei russi che, ottemperando a un trattato per il controllo delle armi nucleari, hanno lasciato in bella vista i bombardieri strategici. L’attacco ucraino, reso possibile dall’inghilterra, è una violazione e una distruzione di ogni fiducia. Mira a creare il caos.
2) L’Europa si riarma, e lo fa per attaccare la Russia, non per difendersi. La Russia sa che una volta completato questo riarmo sarà in pericolo.
3) gli USA si sganciano dall’Ucraina e dall’Europa per concentrarsi sul pacifico, cioè su un conflitto con la Cina a partire da Taiwan, ma che riguarda molti altri aspetti.
4) Israele non ha più limiti al suo delirio: uccide, bombarda, stermina, la legge promana da Israele e Israele è al di sopra di ogni diritto internazionale. Mira a fare divampare una guerra in Medio Oriente, forte del fatto che tutte le cancellerie occidentali, al di là di qualche piccola frasetta, saranno servitori fedeli di Israele, qualsiasi cosa questo faccia.
L’occidente attacca e attaccherà su ogni fronte. Ma in maniera selettiva. La Russia, la Cina, l’Iran. Cambia la tattica, tra Biden e Trump, ma non la strategia: l’Occidente muore se non distrugge Cina, Russia e Iran, e con essi i Brics.
L’Occidente e’ entrato in una crisi sistemica.
1) il debito pubblico USA è fuori controllo
2) l’economia occidentale non è più in grado di competere sul mercato con quella cinese e coi BRICS, deperisce ogni giorno che passa.
3) la Russia e gli altri Paesi possiedono terre rare e risorse naturali senza di cui l’Occidente è inerme.
Per l’Occidente, per questo Occidente, è un problema esistenziale: se non distrugge ciò che sta nascendo muore.
Non è un Occidente che può vivere e prosperare in un mondo multipolare, ha bisogno del vecchio ma sempre necesssrio “scambio ineguale”.
Ha bisogno di dominare gli altri con sanzioni, con il FMI. Ma tutto ciò non serve più perché il sud globale, coi BRICS, si è emancipato da questi ricatti o, almeno, può resistere ad essi.
E allora l’unico mezzo per uscire da questa crisi sistemica è la guerra: questa non è un’opzione morale, ma una necessità sistemica.
E quindi alza la posta ogni giorno, crea ogni giorno le premesse del conflitto: l”Occidente vuole COSTRINGERE gli altri a reagire, ma a farlo in maniera parziale. Vuole che risponda la Russia, o l’Iran. Cerca conflitti regionali, la guerra a pezzi. Questa può vincerla.
Sinora ha trovato un mondo equilibrato, misurato, ma a quel mondo sono chiare due cose:
1) appena completato il riarmo le provocazioni saranno quotidiane, sempre più gravi, e a quel punto il conflitto, oramai inevitabile, sarà loro sfavorevole;
2) che affrontare la sfida occidentale in maniera separata li porta alla sconfitta: Cina, Russia, Iran possono non essere distrutte solo se agiscono insieme. E prima che sia troppo tardi. La guerra deve essere globale se non vogliono essere distrutte.
Non hanno molta scelta: o agire insieme, e nei tempi utili, o perire.
PS. Aggiungo: bisogna capire che Trump non è più il presidente degli USA. Per due volte ha dovuto dire di non esser coinvolto. Nulla è sotto il suo controllo. Nessuno può fare un accordo con lui, perché non conta niente.
Il caos oramai domina tutto. Il caos è il pericolo estremo.
Israele si conferma una struttura statale fuori dal diritto internazionale, fuori da ogni responsabilità politica, fuori da ogni regola etica, fuori dalla convivenza tra i popoli.
E la storiella della Russia aggressore e dell’Ucraina aggredita? Per Israele non vale ovviamente. Per la semplice ragione che Israele ha diritto di fare tutto senza subire alcuna conseguenza.
Il governo d’Israele è una sintesi di crimini, razzismo e ipocrisia.
Gli Stati Uniti d’America e Israele si confermano il maggior pericolo per la pace, per l’umanità.
Tutto questo è avvenuto in acque internazionali.
A quale Stato del Mediterraneo sarebbe concesso di praticare impunemente, o al massimo con flebili proteste, tutto questo? A nessuno, tranne che allo Stato di Israele.
Una interessante prospettiva biblica sui crimini di Israele, formulata da Giorgio Agamben:
«Il resto di Israele
In quel giorno
il resto di Israele e i superstiti della casa di Giacobbe
non si appoggeranno più su chi li ha percossi,
ma si appoggeranno sul Signore,
sul Santo di Israele, con lealtà.
Tornerà il resto,
il resto di Giacobbe, al Dio forte.
Poiché anche se il tuo popolo, o Israele,
fosse come la sabbia del mare,
solo un resto si salverà.
(Isaia 10, 20-22)
La profezia si è compiuta. Israele non è più. Solo un resto si salverà e non saranno certo i potenti che lo governano e lo hanno condotto alla fine. Importa ora conoscere quel resto, dove si trova e come sopravviverà»
Fonte: Il resto di Israele, Quodlibet, 18.2.2025
Eh sì, per i sionisti tutti gli altri umani, tutti i «gentili», costituiscono «una minaccia» (o in ogni caso un elemento inferiore in quanto non «eletto») e pertanto sono sopprimibili con la motivazione dell’autodifesa.
Che cos’è il razzismo, quello vero? Non l’etnocentrismo, non la xenofobia, non il pregiudizio, che dal discorso pubblico analfabeta vengono di continuo scambiati per razzismo (soprattutto in riferimento agli immigrati). Il razzismo, quello vero, è questo: è il suprematismo che crede la propria razza superiore biologicamente alle altre. Nel caso del sionismo, si tratta di un suprematismo anche e specialmente religioso. Israele è dunque lo Stato più razzista della storia contemporanea.
Evidentemente non si tratta di Netanyahu o dei governi israeliani ‘di destra’. Sono proprio i cittadini dello Stato di Israele ad auspicare lo sterminio dei palestinesi.
[…] ed è il momento di agire». Tutto molto chiaro. La verità è che nella storia contemporanea Israele è l’unico Stato al quale è permesso di sostenere politicamente e di praticare militarmente il […]
[…] indiscriminati e mediante la morte per fame, costituiscono delle prove schiaccianti di una volontà genocida che non ha intenzione di fermarsi prima di aver raggiunto i suoi obiettivi. Cercheremo di conoscere […]
Israele bombarda, affama e fa morire i bambini. Come definire questo Stato?
Il governo di Israele ammette ormai l’intenzione di portare a termine la deportazione e lo sterminio dei palestinesi.
Israele sterminatore di bambini senza cibo.
Resistenza contro il sionismo, contro il genocidio perpetrato da Israele.
In difesa di un vescovo che ha il coraggio di ricordare il genocidio.
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Non possiamo più stare zitti!
Giubbe Rosse, 16.4.2025
Dopo le accuse a padre Moscone dell’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede. alcuni intellettuali scendono in campo a fianco del vescovo di Manfredonia e firmano una lettera aperta.
“Il vescovo di Manfredonia, Franco Moscone, ha sminuito l’Olocausto e ha usato parole che fomentano antisemitismo e odio mentre commentava la situazione a Gaza. Tale retorica, moralmente corrotta e fattualmente scorretta, dovrebbe essere pubblicamente denunciata da tutti.” Con queste parole l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Yaron Sideman, ha commentato le dichiarazioni pronunciate durante una manifestazione per la pace dal Monsignore, bersaglio di numerose altre accuse. Silenzio delle istituzioni ecclesiastiche.
Video dell’intervento di Padre Moscone (YouTube)
Di seguito riportiamo la “lettera aperta”, scritta e inviata al vescovo da un gruppo di intellettuali di varia provenienza e orientamento, ma tutti concordi nell’unirsi alla voce di padre Moscone, “colpevole” di aver avuto il coraggio di mettersi dalla parte dei più deboli, della giustizia e della pace.
«Abbiamo sentito le parole dell’Arcivescovo di Manfredonia, padre Franco Moscone, in occasione della manifestazione a Bari “No alla corsa al riarmo, fermare le guerre, tornare all’ONU” del 29 marzo 2025. Gli siamo più che riconoscenti, e, quelle parole, le facciamo pienamente nostre.
In un contesto in cui il regime dell’”informazione” ripete in forma ossessiva “chi è l’aggredito e chi è l’aggressore”, azzerando la possibilità di proporre all’attenzione pubblica analisi articolate e storicamente fondate degli scenari di guerra in corso, un discorso chiaro come quello pronunciato dal prelato, animato da un profondo e sincero rispetto dell’essere umano, da un lato è oggetto di vergognose e deliranti accuse da parte dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede, dall’altro è totalmente oscurato dai sedicenti paladini della “democrazia” occidentale e della libertà di pensiero.
Quali sono gli aspetti “sconvolgenti” del discorso del prelato, per gli attuali gestori del potere? Innanzitutto il fatto di aver evocato l’imperativo morale per cui “non vogliamo più stare zitti!!” a fronte degli orrori che si consumano quotidianamente a Gaza e negli altri scenari di guerra: “È dal 1947 che la Striscia di Gaza e la Palestina sono un campo di concentramento a cielo aperto e dal 7 ottobre 2023 sono diventate un campo di sterminio con il silenzio del mondo e dell’Europa”.
Siamo al punto che asserzioni che sono la constatazione di una realtà che è sotto gli occhi di tutti sono accusate di “fomentare l’odio” e, ovviamente, di “antisemitismo” (???): in realtà si vuole legittimare l’idea che lo sterminio e la deportazione di un popolo siano prassi necessaria per salvaguardare la “sicurezza” di un altro popolo!
Il prelato sottolinea inoltre come la corsa al riarmo promossa da quell’oggetto misterioso che continuiamo a chiamare “Unione Europea” sia da inscrivere nella categoria della follia, in considerazione del contesto “atomico” in cui viviamo e per le inevitabili e drammatiche conseguenze sociali; quella che il prelato ha definito “un’offesa alla ragione” è stata giudicata “retorica moralmente corrotta”! È incredibile. Questo all’indomani della surreale rappresentazione della Commissaria europea addetta alla “preparazione e gestione delle crisi” (Hadja Lahbib) che ha serenamente illustrato a noi cittadini come tutelarsi per 72 ore con il kit UE per la guerra: “Siate preparati, siate al sicuro”.
Non ci sono parole per stigmatizzare questo delirio. E invece, come ha testimoniato il prelato, queste parole dobbiamo trovarle, traducendole in azioni concrete. Diciamoci la verità: come ormai viene segnalato da più parti il problema non è rappresentato dai cosiddetti intellettuali e dai vari addetti al regime dell’informazione – con conseguenti retribuzioni – ma l’assordante silenzio di tutti gli altri, l’indifferenza, quasi assistessimo da anni ad un videogioco.
Stati, governi, istituzioni e noi tutti, siamo ostaggio di veri e propri “terroristi del non-pensiero”, gli stessi che guidano l’enorme macchina finanziaria, tecnologica e militare mondiale. Qualsiasi persona sana di mente, che abbia conservato dentro di sé inderogabili principi etici e sensibilità umana, deve, come può e dove può – anche in considerazione del ruolo sociale che ricopre – far sentire la propria voce per opporsi concretamente a questa deriva suicida che ci coinvolge tutti, indipendentemente dalle personali convinzioni politiche e religiose. La posta in gioco è troppo alta per dividerci.
Non vogliamo e non possiamo più stare zitti.»
Fabio Bentivoglio, Filosofo e saggista, Pisa
Luciano Boi, Professore di geometria, teorizzazione scientifica e filosofia della natura, École des hautes études en sciences sociales, Parigi
Stefano Isola, Professore di fisica e matematica, Università di Camerino
Ezio Laconi, Professore di scienze biomediche, Università di Cagliari
Lamberto Maffei, Presidente emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Professore emerito Scuola Normale di Pisa
Filomena Maggino, Professoressa di statistica sociale, Università “La Sapienza”, Roma
Michele Maggino, Docente di scuola primaria, Firenze
Sonia Milone, Architetto, critico d’arte, Milano
Matteo Parigi, Filosofo, politologo, insegnante, Firenze
Giuseppe Vitiello, Professore onorario di fisica, dipartimento “E. R. Caianiello”, Università di Salerno
[…] del dominante che stigmatizza e moralmente condanna l’odio del dominato nei suoi confronti. Quanto sta accadendo in Palestina tra il 2023 e il 2025 ci permette di rispondere alla domanda, posta da decenni, su ‘come sia stato possibile’ nelle […]
Un’altra prova della doppia morale dell’occidente sionista. Un’altra prova dunque della sua infamia.
Israele massacra personale sanitario palestinese e ONU.
Israele è uno stato terrorista, i cui crimini costituiscono il più evidente fallimento dell’occidente e dei suoi presunti valori.
Assassini.
Israele è soltanto uno stato omicida.
Segnalo una interessante analisi sulle motivazioni religiose ed escatologiche che muovono lo stato di Israele, vale a dire sulle motivazioni per quel popolo decisive:
IL REGNO DI GIUDEA CONTRO LO STATO DI ISRAELE
di Alastair Crooke su The Unz Review, traduzione di Giubbe Rosse, 18.3.2025 (pdf)
Versione on line
Mi rivolgo al lettore di questo sito: come valuta lei (o tu) il contenuto di questo volantino diffuso da Israele tra gli abitanti di Gaza?
Pubblico una traduzione in italiano e il testo originale: