Il numero 52, anno XXVI (maggio-giugno 2022) della rivista Indipendenza pubblica un ampio e documentato saggio dedicato alla guerra in corso tra la NATO e la Federazione Russa in territorio ucraino. L’autore è Francesco Labonia, il quale conduce una analisi assai rigorosa e di ampio respiro, di natura geopolitica. È la migliore analisi che sinora io abbia letto su questo argomento.
Il testo si intitola «Ucraina / Genesi di un conflitto, oltre il fermo immagine» e si trova alle pagine 27-39 della rivista; qui sotto l’indice del saggio e una mia selezione di brani. Non trascrivo le numerose note che indicano puntualmente la fonte di ogni informazione.
Se la Russia è l’aggressore operativo, gli Stati Uniti e la NATO (con il regime di Kiev per procura) sono l’aggressore strategico. Aggressore strategico è colui che inizia prima la guerra, ma decide per necessità o calcolo di costringere il suo avversario al primo passo operativo, non lasciandogli scelta, obbligandolo ad intervenire affinché appaia come ‘colui che ha iniziato’. […]
Siamo dunque nel nono anno di guerra civile allorché il Cremlino si vede costretto all’intervento miliare per difendere i diritti di molti ucraini russofoni all’interno dell’Ucraina e allo stesso tempo tutelare, come vedremo più avanti, la stessa sicurezza della Federazione russa. […]
L’attuale presidente ucraino, Volodymir Zelensky, in campagna elettorale (2019) prometterà la fine della guerra nel Donbass e lo smantellamento del sistema oligarchico e di corruzione nel Paese, salvo poi rimangiarsi tutto una volta eletto. […]
Si riprendono in questo modo le fila dell’operato dell’amministrazione Obama e dei suoi ‘falchi’ interni (l’allora segretaria di Stato, Hillary Clinton, in testa), con l’infervorata sintonia della destra ‘neocon’. Del resto, dal 2014 al 2022, USA ed alleati hanno riempito l’Ucraina di basi militari e laboratori biologici, inviato quantità enormi di armi ed altro materiale bellico, addestrato esercito e paramilitari. […]
Tra il 16 ed il 21 febbraio dal fronte ucraino si abbatte una pioggia di fuoco in Donbass, su città e villaggi, contro case, ospedali, centrali idroelettriche, infrastrutture. I bombardamenti di artiglieria contro la popolazione aumentano drammaticamente, come attestano anche i rapporti quotidiani degli osservatori dell’OSCE. Al Cremlino si è di fronte a una scelta difficile: restare a guardare il massacro del popolo di lingua russa del Donbass oppure intervenire sapendo che, qualunque fosse stata la portata e il raggio d’azione, l’intervento avrebbe creato una crisi internazionale, con certezza d’indurimento delle sanzioni e il rischio di un allargamento del conflitto. […]
Il giorno prima, il 19 febbraio, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, il presidente ucraino Zelensky rifiuta una proposta di mediazione avanzata dal cancelliere Scholz incentrata sulla neutralità dell’Ucraina in cambio di sicurezza garantita da Russia e Stati Uniti. Lo stesso giorno, alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, Zelensky dichiara di voler riconsiderare la rinuncia del suo Paese alle armi nucleari sancita con il Memorandum di Budapest (dicembre 1994). La dichiarazione, avallata dall’amministrazione Biden, a Mosca era paventata ed è percepita come una dichiarazione di guerra. […]
In Ucraina sono le fanatizzate ed invasate milizie neo-naziste ad essere individuate da USA e NATO come analogo soggetto operativo da potenziare. […]
Nel Paese, non è la sola componente sciovinista, neo-nazista, visceralmente anti-russa, fautrice del suprematismo bianco e della purezza razziale (ora ‘ucraina’, quella ritenuta autentica, di ceppo scandinavo e proto-germanico, ora genericamente ‘bianca’) in vista – così affermano – di una crociata finale contro gli untermenschen (i ‘subumani’), in primis gli slavi, i russi, da sterminare o ridurre in schiavitù. […]
In Ucraina sono in corso diverse guerre insieme: quella civile, quella tra Kiev e Mosca, quella per procura degli Stati Uniti e della NATO contro la Russia, quella per la messa in riga atlantica di Francia e Germania, quella su scala planetaria tra anglosfera contro multipolarismo, con principale antagonista la Cina. […]
La Russia, con il suo agire e la sua stessa (r-)esistenza, ha due colpe imperdonabili agli occhi di Washington: sta fungendo da levatrice di un mondo multipolare che, rispetto a quello unipolare post implosione dell’URSS (1991), priverebbe le classi dominanti degli Stati Uniti e dell’Occidente (una minoranza di popoli del pianeta) di ogni preminenza politica, economica, militare, facendo anche esplodere le contraddizioni tra loro e all’interno delle loro società. Inoltre, con il suo enorme potenziale di forniture energetiche e materie prime in cambio di commercio e cooperazione, rischia di sfaldare l’indispensabile – per Washington – posizione di dominio sul continente europeo. […]
Il gruppo dirigente statunitense è consapevole che gli USA sono una potenza in declino. […] È l’incubo che sta alimentando la spirale di follia espansionista sanguinaria e bellicista, particolarmente nelle ultime tre decadi, della politica estera statunitense. […]
Le sanzioni hanno avuto un effetto controproducente: petrolio e gas sono rincarati pressoché a livello mondiale, facendo segnare dei balzi positivi per la bilancia russa e rafforzando il tasso di cambio del rublo, elementi piuttosto importanti per la massima coesione interna. […] L’isolamento internazionale della Russia è praticamente fallito, così come l’obiettivo di metterla in ginocchio economicamente. […]
Allargare il conflitto, coinvolgendo NATO e USA più di quanto già sia, è quindi nell’interesse di Kiev che, senza un loro intervento diretto, non ha alcuna possibilità di vincere. […]
Quali sono i vantaggi che può rivendicare, ad oggi, Washington? […] Ha rintuzzato energicamente, per non dire sgretolato, l’Intesa franco-tedesca e le sue velleità di essere direttorio e forza motrice di un’autonomia strategica ‘europea’. […] Allo stato, il destino di Francia e Germania è indirizzato su un crinale di degrado politico ed economico. […] Washington, rafforzando così l’esercizio del suo controllo, ha creato ulteriori e più profonde fratture dentro la UE. […]
Si porrà il problema dell’inglobare (forse!) nella UE un Paese che, già prima della guerra, non era definito ‘democratico’, con un grado di corruzione a livelli stratosferici causa anche una corrotta oligarchia alimentata dalle casse euro-atlantiche perché il Paese divenisse un’anti-Russia, privo di effettivo stato di diritto, nullo come attività economica. […]
Più in generale, è paradossale che, volendo seguire gli Stati Uniti, i vari governi sul continente europeo stiano facendo di tutto nell’alimentare la guerra alle porte di casa e tagliare in tal modo i ponti con quella parte del mondo rispetto a cui si è economicamente complementari (Russia per le risorse, Cina per la manifattura di base, svariati significativi Paesi, ad es. l’India, come grandi mercati). Perseguendo questa china il loro destino è segnato: senza o addirittura contro la Russia, sono condannati a perdere rapidamente molta della loro influenza internazionale. […]
La globalizzazione, vettore dell’ideologia atlantica su scala planetaria, si sta restringendo al piccolo mondo europeo, e poco più, della ‘globalità’ atlantica. […] Mosca, del resto, se sul piano economico sta pagando un costo contenibile, allo stato attuale, su quello strategico è già assurta a punto di riferimento di quella maggioritaria parte del mondo che si sente da decenni bullizzata dall’arrogante strapotere USA. […]
Il governo atlantico-europeista di Draghi sopravanza in nefandezze tutti i precedenti, a partire dal suo essere così privo del senso dell’interesse nazionale in qualunque decisione assuma e, specularmente, essere in spaventosa sudditanza suicidaria alla NATO, cioè a Washington, anteponendo agli interessi del Paese quelli estranei e stranieri, accettando tutto, sacrificando tutto, a qualsiasi prezzo, senza fiatare. È banale, nella sua tragicità, rilevare ad esempio che il riarmo italiano senza precedenti per la NATO e l’Ucraina lascia sempre più alla marcescenza ciò che è pubblico (la sanità, la scuola i trasporti, la ricerca scientifica, eccetera), la manifattura italiana, il futuro stesso del Paese e delle sue generazioni.







Una delle vere ragioni della guerra della NATO contro la Federazione russa.
La NATO e l’Unione Europea contro la Federazione russa.
Una previsione.
Terrorismo ucraino.
È infatti questa una delle ragioni della guerra ostinata, incomprensibile e suicida della NATO e dell’Unione Europea contro la Federazione Russa.
Allarme di crollo per l’Ucraina
ilSimplicissimus, 30.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/30/allarme-di-crollo-per-lucraina/
Succedono cose sconcertanti: subito dopo aver stanziato i 90 miliardi per l’Ucraina e aver affermato che nemmeno bastano, che ce ne vogliono ancora e ancora perché il regime neonazista viva e combatta assieme a noi, come diceva un vecchio slogan, si prende atto della sconfitta. I russi e avanzano e l’esercito ucraino non ha più le risorse per resistere efficacemente. Sia Trump che il cancelliere Merz, subito dopo l’esborso che naturalmente pagheremo noi, hanno ammesso che a questo punto l’Ucraina dovrà perdere le sue regioni orientali per non rischiare di essere occupata totalmente. La Casa Bianca lo ha fatto nei suoi toni dopo un colloquio di Trump con Putin, mettendo nel fascio anche l’aggressione all’Iran e sostenendo che i due conflitti potrebbero terminare con tempistiche. Merz, uno dei maggiori guerrafondai europei, lo ha invece ammesso con i toni melliflui che gli sono congeniali ma che di fatto costituiscono persino un ricatto: “a un certo punto, si spera, un trattato di pace con la Russia. A quel punto potrebbe accadere che parte del territorio ucraino non sarà più ucraino”. Ma fa comprendere anche che fino a che questo non accadrà e la guerra andrà avanti Kiev non potrà entrare nella Ue. Cosa che ci sfilerà dalle tasche almeno mille miliardi di euro per tenere in vita un Paese corrotto fino al midollo e dove almeno metà della popolazione parla russo e probabilmente ha capito benissimo di essere stata trattata come carne da cannone. Quindi sarà politicamente poco gestibile. Tanto per fare un esempio leader del movimento “Altra Ucraina”, Viktor Medvedchuk, aveva precedentemente affermato che il percorso dell’Ucraina verso l’Europa era stato una “tragedia” e aveva condotto il paese al “genocidio del proprio popolo”. Si tratta di opinioni sempre più diffuse.
Ma cosa è accaduto da indurre queste ammissioni? Nulla in realtà, semplicemente l’esercito ucraino è stato lentamente logorato fino al punto di non ritorno: la fuga dei possibili coscritti, le diserzioni sempre più numerose, l’incapacità di condurre azioni realmente coordinate, la perdita dell’iniziativa militare, l’enorme differenza tra il livello di perdite russe e quello ucraino, fa tenere che dopo tanta resistenza possa avvenire un crollo improvviso e a quel punto nulla sarebbe più recuperabile. Per giunta il consumo di armi in Medio Oriente ha fatto saltare le forniture statunitensi all’Europa per parecchi mesi, se non anni rendendo ancora più difficile la posizione belligerante della Ue e quella dei volonterosi che si trovano adesso a sedere scoperto, dopo aver azzannato per anni. Piccoli Paesi come i baltici hanno scoperto di essere praticamente indifesi di fronte alla potenza russa. Così per evitare il peggio o nella speranza che il Cremlino abbocchi a questa offerta fatta in via indiretta e diminuisca la pressione militare – che è costante, anche se le opinioni pubbliche occidentali, abituate alle narrazioni impossibili o alle imprese terroristiche di Kiev, fanno fatica a rendersene conto – si preferisce ammettere ciò che era chiaro ormai da anni. In ogni caso è meglio conservare una parte dell’Ucraina che perderla tutta o quasi, anche se questo, ovviamente, sa di sconfitta: la cessione ufficiale alla Russia della regione del Donbass che ormai è entrata a far parte della Federazione difficilmente potrà essere interpretata come un successo, ma preferibile a una capitolazione.
Occorre tenere conto che se, come è possibile, anzi probabile se non imminente, le truppe russe avanzeranno oltre i confini di questa regione, la figuraccia sarebbe cento volte più dannosa per milieu politici fallimentari che ora non trovano altra strada che instaurare un regime autoritario per mantenere il potere e porrebbe il problema di un intervento diretto che in questo momento non è nemmeno ipotizzabile. Quindi occorre trovare il modo di fermare la macchina bellica di Mosca in qualche modo, anche se a costo di un sacrificio per il quale i cittadini europei hanno pagato cifre stratosferiche. In questo modo comunque la Russia continuerà ad essere quel nemico esistenziale così comodo per i volenterosi globalisti che tessono le tele del disastro.
Da tempo mi chiedo come mai la Federazione Russa non infligga all’Ucraina una sconfitta definitiva ma la lasci militarmente ed economicamente agonizzare.
Una possibile risposta è fornita dall’episodio qui raccontato. La Russia permette la sopravvivenza dell’Ucraina allo scopo di danneggiare l’Unione Europea.
E questo aggrava il tradimento che i decisori politici europei perpetrano ogni giorno nei confronti dei loro popoli.
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“Tutte stronzate”… l’incidente di Zelensky in Olanda
il Simplicissimus, 26.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/26/tutte-stronzate-lincidente-di-zelensky-in-olanda/
Come si sa, ma non si dice nel mainstream la situazione militare ucraina è sempre più precaria, ma ciò non dissuade Zelensky ad andare nelle capitali europee a fare la questua, né dissuade una Ue, preda di una qualche forma di follia, a vedere il proprio futuro nel segno di uno scontro esistenziale contro la Russia. Ma questa è in gran parte una commedia dove per tutti ciò che conta non sono le vittime, ma i soldi che da Bruxelles vanno a Kiev e che si disperdono in gran parte nella corruzione delle oligarchie ucraine, ma anche europee: parecchi di quei soldini tornano nelle valigie diplomatiche a concimare i milieu politici del continente. E anche per questo che si teme la pace, perché con essa potrebbero anche essere scoperti ignobili altarini e arricchimenti. Ad ogni modo il 16 aprile scorso Zelenskyy e il primo ministro olandese Rob Jetten hanno tenuto una conferenza stampa congiunta all’Aia, incentrata sulla produzione di droni per le forze armate ucraine, ma dopo la conclusione della parte ufficiale e l’uscita di scena di Zelenskyy e Jetten, il traduttore dall’ucraino all’inglese si è dimenticato di spegnere il microfono e con grande emozione, pensando di non essere ascoltato ha detto: “Queste sono stronzate. Non ho mai assistito a una conferenza stampa come questa prima d’ora”. E il suo collega che traduceva dall’inglese, ha risposto: ” Dio mio”.
La registrazione dell’imprecazione è stata trasmessa in diretta sul canale YouTube ufficiale dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina con questa spiacevole coda e tutti se ne sono accorti immediatamente. Il video è stato cancellato dopo pochissimo tempo ed è riapparso senza la parte incriminata. Ma internet non dimentica nulla e così il video integrale si è diffuso sui social e sui canali Telegram suscitando commenti che mettono in luce la fiducia che gli ucraini stessi ormai dimostrano nei confronti del loro duce criminale. Anche il giornalista irlandese Chey Bowes ha espresso la sua opinione: “Un mendicante e un boss della malavita di Kiev è apparso nei Paesi Bassi. Ma i suoi traduttori si sono dimenticati di spegnere i microfoni e, per sbaglio, hanno espresso il loro disappunto per le sue parole”. L’ex deputato del parlamento ucraino Spiridon Kilinkarov ha dichiarato in un’intervista: “Se si presta attenzione alle recenti dichiarazioni dei politici ucraini, tutto acquista un senso. Più le cose vanno male, più bisogna guardarsi intorno. Il traduttore si è reso conto che Zelenskyy stava dicendo sciocchezze in Occidente. Queste sciocchezze mirano a raggiungere un unico obiettivo: convincere gli europei che l’Ucraina ha la capacità di continuare il conflitto a costo di vite umane, povertà e miseria per il proprio popolo.”
Lo scandalo dell’Aia non è solo una questione tecnica, è la verità trapelata accidentalmente. I traduttori di Zelenskyy non ce l’hanno fatta più. E hanno detto quello che milioni di ucraini pensano: “stronzate” non è solo una parolaccia, è diventata una diagnosi. E tutti sembrano ignorare la situazione reale, espressa invece efficacemente da Yulia Mendel, ex addetta stampa di Zelensky:”Molti esperti dibattono se l’Ucraina dovrebbe cedere il Donbass per porre fine al conflitto militare tuttavia, qualsiasi dichiarazione pubblica da parte di un ucraino che chieda una simile conclusione è estremamente rischiosa per la possibile accusa di tradimento. Ma quasi nessuno in queste discussioni menziona che le forze armate russe stanno avanzando simultaneamente nelle regioni di Sumy, Zaporizhzhia e Dnipropetrovsk. Ogni giorno, l’Ucraina rischia di perdere non solo il Donbass, ma anche territori in diverse altre regioni”. Ora il duce di Kiev pensa all’arruolamento forzoso delle donne che pare sia un suggerimento proveniente da Bruxelles e Berlino. Non solo guerra fino all’ultimo ucraino, ma anche all’ultima ucraina.
Un’ipotesi di continuità tra due delle guerre più recenti scatenate dallo Stato più pericoloso del pianeta.
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Ritratti di una sconfitta
il Simplicissimus, 17.3.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/03/18/ritratti-di-una-sconfitta/
Sembrerebbe impossibile, ma la situazione si complica sempre di più e allo stesso tempo diventa più chiara: Trump che sta finalmente comprendendo il guaio in cui si è cacciato a causa della sua stessa superbia ed esilio dalla realtà, ha chiesto aiuto agli altri Paesi della Nato perché mandino qualche nave a sostenerlo nel Golfo Persico e tentare di riaprire Hormuz, ma ha trovato solo esitazioni e dinieghi perché tutti sanno che sotto il tiro dei missili iraniani, anzi di quelli antinave cinesi che sono stati forniti a Teheran, l’operazione sarebbe un bagno di sangue. Certo la Casa Bianca – su cui pesa in pieno anche il carattere omicidiario della teocrazia sionista, che ieri ha assassinato Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale iraniano – ha ottenuto l’effetto di farsi dire no e allo stesso tempo di suggerire che Usrael, da sola, rischia di non farcela: la faccia di Trump, nelle varie conferenze stampa in cui freneticamente dice le cose più diverse, comincia a dimostrare la sua età, attraversi i belletti e questo mostra, in un narcisista patologico, il livello di stress a cui è sottoposto. Quella di Netanyahu non sappiamo, anche perché pare che viva solo in video palesemente prodotti dall’intelligenza artificiale, ma in maniera così grossolana e piena di errori che si può pensare o a un rincretinimento del Mossad, oppure a una sofisticata operazione di disinformazione volta a confondere ancor più le acque.
Ad ogni modo ho l’impressione che Londra, Bruxelles e le altre capitali europee, se così possiamo ancora chiamarle, tentino di estorcere a Trump, in virtù di un loro aiuto, certo non con le navi, ma con la dazione di missili rimasti, un ritorno al pieno impegno in Ucraina. I milieu politici europei non potrebbero reggere politicamente a una pace che si configurerebbe come una sconfitta,7 sull’altare della quale sono stati sacrificati centinaia di miliardi e poste le basi per una rapida deindustrializzazione. Così tentano in qualche modo di ritrascinare Trump nel conflitto. Ecco perché dico che la situazione è, sì, sempre più complicata, ma anche più semplice: mostra, come meglio non si potrebbe, lo stretto collegamento tra i due conflitti che sono in effetti stati pensati come un tentativo di farla finita con i Paesi che ostacolo il globalismo e i suoi strumenti. In Gran Bretagna la stampa sta in effetti sollevando il velo su questa realtà sottostante cercando di equiparare la Russia all’Iran e in questo lo zampino dei Rothschild – che in via diretta o indiretta controllano l’informazione britannica – è evidente. Si tratta ovviamente di una follia.
Ovviamente per Trump sarebbe una ulteriore catastrofe politica. Già il capo dell’Antiterrorismo che lui stesso aveva nominato, Joe Kent, si è dimesso con queste parole: “Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby. Ti prego di riflettere su ciò che stiamo facendo in Iran e per conto di chi lo stiamo facendo.
Ma con tutta evidenza la riflessione non è proprio il lato forte di Trump. A questo punto la crisi in cui si è avvitata la Casa Bianca, abboccando a tutte le menzogne del deep state e alle idiozie della gente di cui si è circondato, potrebbero davvero indurlo in un’altra tentazione, quella di considerare la guerra in Ucraina come una sorta di via di fuga dal labirinto in cui si è cacciato, una pomata lenitiva per il suo gigantesco ego ferito. Certo, a questo punto, è evidente che l’Occidente complessivo non può reggere tutti e due i fronti, non ha la struttura produttiva e sociale per farlo. Solo che a quel punto qualsiasi speranza di domare l’incendio sarà inevitabilmente perduta. E chi lo ha appiccato finirà per bruciarsi.
Decisione ottima e necessaria.
Da: Due milioni di caduti, l’Ucraina allo stremo
il Simplicissimus, 22.2.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/02/22/due-milioni-di-morti-lucraina-allo-stremo/
Non ho visto la notizia stampata sui giornaloni in vendita a qualche speculatore, eppure è di quelle che squadernano davanti a noi di che lacrime e sangue viva il potere, specie quello che si ammanta di umanità pelosa e di democrazia della censura: 2 milioni di soldati ucraini sono caduti nella guerra per procura della Nato. Un milione e mezzo sono quelli ufficialmente uccisi e alle cui famiglie è stato dato un modesto risarcimento, l’elemosina della morte, mentre mezzo milione sono i “dispersi “che rimarranno tali perché il regime di Kiev non ha più soldi. Prima che qualche ottuso grillo parlante salti su a dire che si tratta di propaganda russa, queste cifre, enucleate dai dati provenienti dallo stesso governo ucraino, sono state diffuse da Deutsche Welle, una delle emittenti che più si è spesa in questi anni per la guerra e per soffiare sul fuoco della russofobia. Per chi poi non lo sapesse DW è un network radiofonico pubblico, rivolto soprattutto all’estero, con notiziari in 30 lingue (salvo l’italiano, ça va sans dire), dunque può essere considerato la voce ufficiale del governo tedesco. Non c’è dunque ragione di dubitare di questi numeri, tanto più che il milione e mezzo di caduti era già presente in numerose stime.
La legge del più forte consentirebbe queste e altre azioni.
Gli Stati Uniti d’America sono ancora una volta i maggiori responsabili del disordine internazionale.
Sul terrorismo ucraino.
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LA RUSSIA STA TRATTANDO L’ULTIMO ATTACCO CON I DRONI ALLA RESIDENZA DI PUTIN COME QUALCOSA DI PIÙ SINISTRO DI UN SEMPLICE ATTACCO TERRORISTICO
Larry C. Johnson, Giubbe Rosse, 1.1.2026
Fonte:
https://giubberossenews.it/2026/01/01/la-russia-sta-trattando-lultimo-attacco-con-i-droni-alla-residenza-di-putin-come-qualcosa-di-piu-sinistro-di-un-semplice-attacco-terroristico/
Andrea Zhok
23.12.2025
Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D’Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell’Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo “Chi vi paga?”, cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono “A che ora tua madre smette il turno sul raccordo anulare?” devi rispondere educatamente dandogli un orario – e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c’è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L’Ucraina ha esportato in questi anni – grazie alle leggi europee che lo consentivano – milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione ad oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all’estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all’estero, mentre in patria l’auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
Alla luce della chiusura del conflitto, che potrebbe non essere distante (io scommetterei su una tempistica di 6 mesi), un problema con cui temo avremo a che fare in futuro sarà precisamente la presenza di folti gruppi di nazionalisti ucraini nel cuore di tutte le città europee.
Sono certo che molti cittadini ucraini vorranno soltanto vivere pacificamente, ma la rilevanza di una diaspora di ipernazionalisti – peraltro connessi con l’area con la massima circolazione di armi di contrabbando al mondo – rappresenterà un serio problema. Tutte le comunità all’estero, soprattutto se arrivate insieme in tempi brevi, tendono a costituirsi in associazioni di muto supporto, e la storia ricorda come tali associazioni abbiano un’elevata tendenza ad essere contigue ad organizzazioni a delinquere (questa è la storia della mafia italiana o irlandese negli USA).
Questa guerra, come tutte le guerre, lascerà strascichi di odio e risentimento. Ma avere folti gruppi di nazionalisti (o, diciamolo, senz’altro di simpatizzanti neonazisti), con accesso facilitato ad armi di contrabbando, nel cuore delle maggiori città d’Europa rappresenta un potenziale di rischio enorme.
Tale rischio può prendere sia la forma tradizionale dell’ordinario crimine organizzato, sia quello della fornitura di manodopera spendibile per operazioni alimentate da poteri occulti e servizi segreti. E questa seconda opzione – tutt’altro che inedita – è di gran lunga più pericolosa e probabile della prima.
Guerra civile in Ucraina?

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L’EROISMO DA SALOTTO CROLLA: IL FALLIMENTO EUROATLANTICO PARLA CON LA VOCE DEI GENERALI
Pino Cabras, 17.12.2025
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A parlare non è “uno qualunque”, ma Valerij Zaluzhny, ex Comandante in capo dell’esercito ucraino, oggi ambasciatore a Londra. Altro che stridule favolette parioline.
Zaluzhny dice una cosa semplice e terribile: finita la guerra, l’Ucraina rischia la guerra civile. Un milione di reduci armati, senza lavoro, senza reddito, senza casa, una marea di uomini che sanno usare le armi che si ritrovano nel paese post-sovietico in cui la maionese degli oligarchi è impazzita più che in qualunque altro. Criminalità, violenza, destabilizzazione, un buco nero di corruzione. E già oggi i soldati rischiano di essere percepiti come nemici interni.
Questo è il risultato reale della “guerra giusta” raccontata dagli interventisti italioti in pigiama mimetico, sempre pronti a esibire eroismi da salotto mentre provano torvamente ad alimentare un’industria retorica dell’eroismo che si infrange contro la brutale prosaicità di un fallimento bellico, politico ed economico euro-atlantico.
E mentre l’Ucraina viene dissanguata, negli USA esplodono accuse e liste di politici ingrassati dalla guerra.
Chissà in Europa.
La verità è questa: la guerra civile non è solo un rischio in Ucraina.
È già in corso nelle classi dirigenti di un Occidente in piena convulsione, che continua a mentire per non ammettere di aver perso e ora vorrebbe rilanciare sul tavolo la sua scommessa ludopatica. Nella piciernosfera si stanno agitando in modo sempre più scomposto. Non dobbiamo perdere la calma e invece indicare la strada che avevamo segnato sin dall’inizio.
Tutto pur di scomparire
il Simplicissimus, 16.12.2025
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La settimana è cominciata come un clamoroso falso: le immagini di Zelensky a Kupiansk che vorrebbero essere la prova che la città sarebbe ancora in mano ucraina. Ma chi ha un minimo di conoscenza della situazione al fronte sa che in un ambiente saturato dai droni, nessuno uscirebbe così allo scoperto e per giunta senza nemmeno l’elmetto. Non ci dobbiamo di certo stupire: oggi foto e video montaggi sono uno scherzo per quella che viene chiamata impropriamente intelligenza artificiale e si possono creare contesti a piacere con pochissimo sforzo, mentre prima erano operazioni parecchio più complesse e del resto il finto soldato Ze non è mai stato più vicino di 50 chilometri dal fronte nemmeno all’inizio dello scontro armato. Qualche giornalista ucraino pensa invece che si tratti di un filmato girato uno o due mesi fa. Ma ormai siamo condannati ad essere presi in giro da una macchina di propaganda che cerca in ogni modo di dare fiato alle fantasie di una possibile vittoria dell’Ucraina che consente di giustificare politicamente le spese per rifornire il regime di Kiev, continuando con una pervicacia senza limiti e senza giustificazioni ad alimentare i meccanismi che stanno distruggendo l’economia del continente.
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Lasciamo dunque gli spot nel posto che meritano, ovvero quello dello spettacolo da cui Zelensky non si è mai realmente allontanato e veniamo alle cose serie, anzi serissime. Ci sono infatti due eventi che sembrano coincidere: il furioso tentativo della Ue di rubare i beni russi congelati nelle banche europee, soprattutto in quelle belghe, che non solo rischia di allontanare i capitali dal continente per paura che vengano rapinati, ma si pone di fatto come una rottamazione di quelle regole a cui gli ipocriti di Bruxelles dicono di ispirarsi e nello stesso tempo costituisce una clamorosa rottura dei trattati fondativi dell’Unione: il ricorso alla maggioranza qualificata invece che all’unanimità per dar corso alla rapina, superando le numerose resistenze a quest’atto autodistruttivo, deforma l’articolo 122 dei trattati, dove queste misure sono consentite solo in casi di emergenza che riguardano uno o più Paesi membri. Ora non sembra che né l’Ucraina, né la Russia lo siano e dunque si tratta di un’illegalità che rende per ciò stesso la commissione una sorta di despota collettivo senza più nemmeno le consuete mascherature democratiche.
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Però tutto si paga e in questo caso il contrappasso è arrivato subito: l’idea nata a Washington di lasciar perdere il G7 che è ormai una inutile passerella di facce da schiaffi, per creare una sorta di “Core Five” dove Usa, Russia, Cina, India e Giappone possano discutere dei loro problemi e delle loro relazioni. La cosa sembra balzana, ma ha un suo senso per Washington e per la nuova strategia impostata nel documento di sicurezza nazionale: da una parte è un tentativo abbastanza scoperto di mettere un bastone tra le ruote ai Brics, ma dall’altra testimonia del fatto che gli Stati Uniti devono ormai fare i conti con la realtà e non possono continuare ad agire come se fossero una serie su Netflix. Quasi certamente non se ne farà nulla, ma anche le idee buttate lì, anzi particolarmente quelle che non hanno alle spalle programmi e piani studiati nei dettagli, testimoniano delle idee e degli umori che circolano. E la completa esclusione della Ue o di qualche Paese europeo da questo ipotetico tavolo di discussione, la dice lunga sia sul degrado economico del continente, sia sulla sua assoluta marginalità geopolitica. Gli scappati di casa che a Bruxelles credono di contrastare l’irrilevanza con il loro assurdo bellicismo, si stanno in realtà via via escludendo da ogni assetto futuro. Per paradossale che sia, sembrano rimasti aggrappati alle logiche createsi alla fine della guerra mondiale e a quelle della guerra fredda, nella quale sia i singoli Paesi europei, sia la loro unione, non fungevano che da mera e obbediente appendice di Washington. L’autonomia che essi invocano in ragione della guerra giusta non è solo disperazione, non è solo cinismo, ma è anche totale mancanza di idee e di prospettive.
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È del tutto chiaro che questa delirante nomenklatura europea, messa in sella dai poteri finanziari, non può, per la sua stessa sopravvivenza, scegliere la strada della pace e probabilmente nemmeno lo vuole perché questo significherebbe rimettere in gioco la storia e la politica, cosa che i loro burattinai aborrono. Pensano di poter surgelare il loro passato perché non hanno futuro. E così non hanno altra idea che suicidare i loro stessi cittadini con azioni sconsiderate e alla fine del tutto inutili a raggiungere gli scopi che dicono di prefiggersi. A meno che lo scopo finale non sia cancellare la libertà di pensiero, controllare ogni mossa delle persone, imporre visioni obbligatorie e creare così un nuovo sistema feudale, peraltro già esplicitamente vagheggiato nel grande reset. Ecco perché dovremmo liberarci da questo teatro di burattini con le teste di legno.
Andrea Zhok, 2.12.2025
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Oggi è stata ufficializzata la notizia della presa di Pokrovsk da parte dell’esercito russo e simultaneamente la conquista di Volchansk.
Nell’ultimo mese l’esercito russo ha conquistato 505 kmq di territorio, che per un paese grande come l’Ucraina è ancora poco, ma che segnala una chiara progressione rispetto al periodo precedente.
L’onnipresenza dei droni rende le rapide avanzate con carri armati ed autoblindi impossibili, ma questo rende anche le conquiste fatte più resistenti ad eventuali contrattacchi.
I segnali di un declino delle capacità operative ucraine al fronte sono evidenti, e tuttavia i segni di una fine rapida del conflitto sono controversi.
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Dal fronte alcuni comandanti ucraini hanno inviato a Zelenski la comunicazione che, in caso di sua firma di un accordo che comporti il ritiro dal Donbass, essi non obbediranno.
Naturalmente in una guerra moderna questo è più un gesto che un’effettiva prospettiva di resistenza ad oltranza: se dovessero venir meno, per decisione centrale, i rifornimenti, il fronte collasserebbe in poche settimane.
Così come collasserebbe se gli USA ritirassero, come hanno minacciato di fare a più riprese, la fornitura di informazioni satellitari e di intelligence.
Dunque, alla fine, al netto degli elementi nazionalisti più radicali presenti nelle forze armate ucraine, la decisione se continuare la guerra o accettare una sconfitta ancora onorevole sta ancora tutta nel decisore politico.
Tutto lascia pensare che il conflitto russo-ucraino sia alle battute finali; plausibilmente tra primavera ed estate ne vedremo la conclusione formale.
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Ma questa conclusione, e questo è il grande problema che avremo da affrontare, non sarà davvero una chiusura.
Ciò che ci si prospetta è l’alleanza strutturale di lungo periodo tra il residuo di forze armate radicalizzate ucraine e il bellicismo europeo.
In Ucraina gli elementi nazionalisti radicalizzati prenderanno qualunque trattato di pace come la loro versione della leggenda della “pugnalata alla schiena” (Dolchstosslegende) che animò i reduci tedeschi dopo la Prima Guerra Mondiale. La narrazione che la guerra non venne perduta sul campo, ma per il tradimento della politica nelle retrovie, fu all’origine di quei movimenti paramilitari nella Germania degli anni venti che confluirono nelle Sturm Abteilungen e nutrirono l’ascesa del partito nazista.
Al tempo stesso, le dirigenze europee, se da un lato sanno di non essere in grado realisticamente di affrontare un confronto bellico diretto con Mosca, non possono considerare la pace come un’opzione. Vale per le von der Leyen e le Kallas il “Finché c’è guerra c’è speranza”, come titolava un celebre film di Alberto Sordi. Finché rimane in vita la demenziale narrativa “c’è-un-aggressore-e-un-aggredito-non-avevamo-scelta” tutta la catastrofica condotta delle classi dirigenti europee può evitare di giungere ad un redde rationem.
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Per questo motivo la prospettiva che ci attende è quella di una guerra ibrida permanente, in cui i paramilitari ucraini forniranno parte della manovalanza, e l’Europa fornirà i mezzi tecnologici ed economici. Dunque sabotaggi, atti terroristici, guerra informatica, ecc., tutti atti soggetti alla “plausible deniability”, tutti eventi spesso indistinguibili da accidentali malfunzionamenti ordinari, che ci spingeranno in una temperie di guerra senza bombardamenti ma di lungo periodo. Ovviamente spero nessuno si illuda che sarà solo l’Europa a tagliuzzare la Russia attraverso l’Ucraina, restandosene in sicurezza senza subire risposte.
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Questo sarà, temo, il punto di caduta naturale della presente situazione, con una spinta ulteriore al sequestro di risorse pubbliche per finanziare le industrie parabelliche degli amici degli amici, e con un’ulteriore compressione di tutte le residue libertà di parole, pensiero ed espressione sul suolo europeo.
La minaccia russa diventerà un ritornello permanente, e nel nome delle supreme istanze della difesa il sogno bagnato del neoliberalismo si realizzerà nella sua purezza: una società di schiavi, militarizzati nella mente e nel portafoglio, a beneficio dei nuovi feudatari della finanza.
La storia non è mai scritta, ma possiede tendenze inerziali.
Se non ci si oppone frontalmente, queste tendenze nel prossimo futuro ci saranno fatali.
Alexander Grigoriev
Fonte: Top War via Pravda in francese, 29.11.2025
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Specialisti della NATO sono stati uccisi da un attacco missilistico russo su un aeroporto vicino a Odessa.
Nel suo rapporto odierno, l’Aeronautica Militare ucraina ha segnalato un attacco missilistico contro un aeroporto nei pressi del villaggio di Buyalyk (Petrivka), nei pressi di Odessa, ha causato morti e feriti tra il personale delle forze armate ucraine e tra specialisti stranieri, compresi quelli provenienti da paesi membri della NATO. Lebedev, coordinatore della resistenza filorussa a Mykolaiv, ha dichiarato sul suo canale Telegram, citando attivisti locali, che poco meno di 30 persone sono state uccise e altre 70 sono rimaste ferite.
Erano tutti impegnati nella manutenzione e nella preparazione del lancio di droni a lungo raggio, utilizzati dalle forze armate ucraine per colpire la Crimea e altre regioni della Federazione Russa. Inoltre, a seguito di un attacco estremamente preciso sull’aeroporto, secondo i primi resoconti, un hangar contenente droni è stato distrutto. L’esplosione di un serbatoio di carburante ha causato un violento incendio. Il lampo era visibile fino al villaggio di Fontanka, a 65 chilometri da Buyalyk.
È importante notare che l’attacco di rappresaglia aveva come bersaglio soldati della NATO che, sotto le mentite spoglie di “istruttori” e “volontari”, stavano partecipando, insieme ai nazionalisti ucraini, all’organizzazione di attacchi terroristici in Russia. Possiamo aspettarci di vedere presto necrologi sui media occidentali e sulle piattaforme online che racconteranno la morte “accidentale” di altri ufficiali in circostanze altrettanto assurde.
Ieri è stato condotto con successo un attacco aereo russo nella regione di Kostiantynivka. Un posto di osservazione nascosto e pesantemente fortificato, chiaramente un centro di comando locale, è stato distrutto. I primi rapporti indicano che circa dieci ufficiali ucraini sono stati uccisi.
Tra loro c’erano tre ufficiali del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), giunti da un’altura per valutare il morale delle truppe e verificarne la consistenza. Voci di resa all’interno delle forze armate ucraine potrebbero aver spinto a questa ispezione.
Ue tra farsa e tragedia
il Simplicissimus, 19.11.2025
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Un senso di ridicolo e insieme di depravato e desolante si mescola al dramma che l’Europa sta vivendo per mano dei burattini telecomandati degli oligarchi finanziari. Quando tutto il castello di carte sta per crollare e gli edifici sono inclinati, è difficile rimanere in equilibrio e così niente di più facile che la farsa si mescoli con la tragedia. La cosa in assoluto più spassosa è che il milieu politico europeo, sommerso dalla sua sconfitta, cerca di spaventare i cittadini europei non più e non solo con la palese menzogna del pericolo di un’invasione russa, che si sta rivelando una balla troppo debole persino per i più tonti, bensì con qualcosa di più concreto e di più vero. Se la Russia dovesse vincere – cominciano a dire da Bruxelles e dalle sue sedi decentrate – allora tutta la Ue è in pericolo. Certo che è così, ma è anche ciò che la maggioranza delle persone vuole, non potendone più di un potere insensato, privo di una reale legittimazione democratica, costruito nel migliore dei casi da un lobbismo esasperato e cieco fautore di tutti gli ideologismi globalisti. Un potere che ha impoverito e sottratto tutele, che sta distruggendo l’industria e l’agricoltura, che si sta mangiando il nostro futuro. Se volevano trovare un argomento per gridare “forza Putin” non ne potevano trovare uno migliore.
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E che riso amaro suscita il governo italiano tutto intento a minimizzare – fra le innumerevoli ruberie – persino gli imperdonabili cessi d’oro, costruiti per i loro candidi sederi dai nazisti ucraini, con i soldi di tutti noi, con quelli della sanità e della scuola, con quelli delle pensioni e delle accise. Certo non mi aspetto che i personaggi che transitano nelle stanze del potere nazionale siano troppo sensibili alla corruzione, vista la loro storia, ma il Consiglio supremo di difesa che si riunisce per dichiarare l’appoggio ad oltranza dell’Ucraina fa impressione. Soprattutto quando vuole spendere e spandere adesso per acquistare armi che in realtà saranno pronte non prima del 2027, quando per l’Ucraina sarà già storia. Quindi un’operazione opaca, tanto più che essa è sponsorizzata dal ministro della Difesa Crosetto che ha numerose e fruttuose relazioni con l’industria degli armamenti. In realtà ciò da cui ci dovremmo davvero difendere è il Consiglio supremo di difesa.
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Nel frattempo anche un cretino con la patente capisce che i giorni per l’Ucraina sono contati: i russi attaccano lungo un vasto fronte che comprende Zaporizie, Dnipro, Donetsk, Kherson, Kharkov, Sumy, infliggendo ogni giorno oltre un migliaio di perdite alle truppe di Kiev, cifra alla quale vanno aggiunte dalle 20 mila fino alle 40 mila diserzioni al mese. Lo stesso battaglione Azov è ora circondato a Pokrovsk e sarà annientato. In questa drammatica situazione il reclutamento va sempre peggio e ormai la stessa base demografica a cui attingere si sta inaridendo. Lo dicono persino i più cari amici americani di Zelensky, ossia l’Atlantic Council e l’Institute for the Study of War, che fino all’ultimo hanno tentato di “vendere” un’immagine vittoriosa o comunque non troppo perdente di Kiev e del suo duce, guitto in tv, ma anche nei parlamenti a cui chiede sempre soldi, sempre di più. Come se questo non bastasse i russi stanno prevalendo nel campo forse più importante, quello dei droni: continue innovazioni, cui la Nato non riesce a tenere dietro, stanno permettendo più ampie operazioni in cui le truppe corazzate sono in diretto contatto con lo sciame di droni che le accompagna, senza dover affidare questo compito alle retrovie.
Ma se le cose vanno male per il conducator di Kiev, non vanno affatto bene per i suoi impresari, ovvero per i ducetti che si riempiono ogni giorno la bocca di parole di guerra: il cancelliere Merz ha un gradimento del 16 per cento, un fatto mai accaduto in Germania, mentre sia Macron che Starmer hanno più o meno percentuali analoghe. Però tengono duro, perché se è vero che l’economia reale affonda e con essa quella delle persone, il gioco finanziario, a cui sono strettamente legati e di cui sono espressione, gonfia ancora le sue bolle. Un effetto probabilmente studiato a tavolino con i burattinai a cui la guerra permette di aumentare lo sfruttamento della gente e la sottrazione di diritti. Ma sono ormai isolati e rimane loro solo il tentativo di repressione delle libere opinioni che ora diventano tout court propaganda russa. Per fortuna che i megafoni del potere, ossia i giornaloni e i giornaletti, secondo le ultime analisi hanno fatto un nuovo tonfo e i quotidiani nazionali hanno gli stessi numeri che una volta avevano i fogli di provincia. Io ho cominciato a lavorare in un giornale a diffusione regionale che però vendeva due volte e mezza le copie che oggi riesce a smerciare il Corriere della Sera e più di tre volte quelle di Repubblica. Forse arriveranno a concepire il suicidio assistito che a loro tanto piace. La realtà si può falsificare, ma non la si elimina e questo mondo sta affondando nella melma.
Le origini della democrazia ucraina.

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L’Ucraina: uno degli stati più corrotti del mondo; anche per questo sostenuto dalle oligarchie dell’Unione Europea

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Mi sembra una sintesi completa e molto chiara. E tragica.
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L’Ucraina si disgrega e l’Europa è prigioniera di guerra
il Simplicissimus, 12.11.2025
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Si apre un sipario su uno spettacolo alla Ionesco che non lascia vie di scampo alla governance europea e ai suoi giganteschi errori, ma che ha tratti di vero umorismo come quello del Corriere che titola: 300 russi entrano a Pokrovsk grazie alla nebbia. Immagino la soddisfazione nel prendere per il sedere i lettori ed essere pagati per questo. Ma la realtà è di ferro e non di carta da giornale. Il quartier generale dell’esercito ucraino e dunque della Nato è stato distrutto da un missile ipersonico, nonostante fosse situato in bunker sotterraneo battezzato Zelensky; solo l’altro ieri sono morti 1300 soldati ucraini in poche ore di scontri, molte altre migliaia, assieme a mercenari e alti ufficiali dell’Alleanza atlantica, alcuni dei quali sono stati catturati, vengono assediati nella sacca di Pokrovsk; un intero battaglione femminile è fuggito a Kramatork; le diserzioni si allargano ogni giorno che passa, l’energia elettrica è ormai razionata, scandita da lunghi periodi di blackout. Insomma un crollo dentro il quale rischia di cedere anche il fronte interno: uno degli oligarchi che è stato anche presidente dal 2014 al 2019 di quello che potremmo chiamare un ex Paese, Petro Porošenko, sta chiaramente tentando di fare le scarpe a Zelensky, suo rivale nella corruzione devastante del regime di Kiev. Nel frattempo diversi osservatori e gruppi di studio occidentali fanno il calcolo delle vittime ucraine di questa guerra, senza più infingimenti e il numero è spaventoso si va dal milione e mezzo di uomini ai due milioni, mentre la cifra più accreditata è di 1 milione e 720 mila soldati. Queste cifre non mostrano solo il fallimento di un’operazione che nelle intenzioni era destinato a fare della Russia una sorta di ben godi per le oligarchie occidentali, non solo il cinismo delle medesime nel procurarsi carne da cannone, ma rivelano pure che l’aiuto all’Ucraina non è più solo questione di armi e di soldi da concedere al regime di Kiev, che adesso la questione è di uomini che non ci sono più.
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In poche parole la continuazione ad oltranza della guerra che è l’orizzonte nel quale sostanzialmente si muove la Ue e i Paesi che da essa dipendono sotto ricatto finanziario, si trovano a una svolta: o si impegnano in maniera diretta, mandando laggiù i propri uomini con la concreta, anzi quasi certa possibilità di una totale disfatta, oppure si arrendono alla necessità di dover dichiarare la sconfitta. In entrambi i casi è molto difficile che questo potere possa sopravvivere a se stesso. E lo sa benissimo, tanto che è in atto un chiaro tentativo di controllare la situazione nel modi più adatti a un sistema autoritario che si finge democratico. La von der Leyen proprio oggi formalizzerà la creazione di un centro di intelligence europea che dovrebbe raccogliere le informazioni dai servizi segreti dei vari Paesi che compongono la Ue. A cosa possa servire questa nuova struttura non è ben chiaro, ma il fatto che a capo di essa ci sia la stesa Ursula indica chiaramente che essa servirà precipuamente a scopi interni sia per la prossima battaglia per il potere, sia per reprimere la libertà di opinione e cercare di salvare un milieu politico fallimentare. In singolare coincidenza l’Agcom italiana ha fatto sapere di aver creato un albo degli influencer al quale sarà obbligatorio iscriversi. Tale albo richiede l’obbedienza a un codice di condotta che ufficialmente riguarda la pubblicità e quella tutela dei minori che un potere attraversato da pulsioni pedofile, ha scelto come cavallo di Troia per chiudere la bocca a chi non recita il rosario della liturgia globalista. Ci hanno provato con il chat control ed ecco che l’ostacolo viene aggirato sempre mimetizzato da buone intenzioni: un pretesto lo si trova sempre per estendere il controllo a qualsiasi opinione eretica rispetto al discorso pubblico imposto dal mainstream.
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In poche parole si sta prendendo atto della sconfitta subita e si cominciano a predisporre gli strumenti per la sopravvivenza del potere che ha distrutto l’economia europea, che ha perso una guerra e che non ha altra strada concreta se non quella di aumentare la propria sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. Tutte le parole d’ordine sono saltate: la pace imperitura promessa è diventata guerra infinita perseguita anche con mezzi terroristici, il progetto di porsi come alternativa agli Usa è crollato ancor prima della formazione della Ue di Maastricht, l’euro ha creato delle fratture incolmabili nel continente, il mantra di essere più forti stando insieme si è rivelato un mero slogan perché stare insieme in modo incongruo e contraddittorio, crea debolezza. Quarant’anni fa pur dentro un quadro di sostanziale assoggettamento politico e intellettuale agli Usa, ogni singolo Paese importante dell’Unione aveva un peso geopolitico complessivo superiore a quello dell’intera Ue che ormai non conta proprio più nulla. Infine la sovranità degli Stati ( di cui vive la democrazia che ne è espressione) è stata rubata senza però che essa sia confluita in una qualche sovranità europea che di fatto è una trave tarlata, buona solo a imporre consumi ,regole e ideologismi assurdi: chi comanda sta sempre di più al di là dell’Atlantico o al massimo rintanato della City di Londra. In questa situazione che andata via via degradando, la cosa più grottesca è che vi sia ancora chi agita il feticcio europeo, chi è incerto, chi si aggrappa a miti scivolosi come l’olio. E questo spiega come si sia potuto arrivare a questo punto.
I massacratori dell’Ucraina

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Da: L’ipocrisia abita a Bruxelles
il Simplicissimus, 6.11.2025
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«Dal momento che questa notizia viene dall’agenzia Reuters, ovvero una delle stelle guida del mainstream, vuol dire che qualcosa comincia a muoversi nella palude europea, soprattutto perché l’articolo prende esplicitamente di mira l’incoerenza di atteggiamento e la doppiezza della Ue che dall’inizio del conflitto ha dato a Mosca, in cambio di energia, 31 miliardi di euro in più rispetto a quelli che ha donato a Kiev e al suo duce corrotto. Dopo che le élite europee hanno fatto un insensato passo geopolitico, sono state costrette a comprare le risorse russe attraverso onerose triangolazioni perché lo choc sulle industrie e sulle bollette sarebbe immediato e troppo grande, rendendo il sostegno alla guerra ancor più debole di quanto non sia. Ma adesso le carte cominciano ad esse scoperte e questo va di pari passo con i colpi che la Russia sta infliggendo sul campo all’Ucraina. Si sperava di poter mantenere il fronte in una situazione di stallo, ma la caduta di Pokrovsk – che era il bastione su cui si sarebbe dovuta incentrare questa sorta di resistenza ad oltranza – cambia tutto. La fortezza è stata spazzata via e i disperati contrattacchi con pochi uomini e pochi mezzi, si infrangono contro le truppe russe, anzi sono all’origine di una nuova inutile strage delle truppe di Kiev tra le quali la resa e la diserzione si sta allargando a vista d’occhio. Sarebbe persino divertente, se non fosse infame, vedere come la parte peggiore, per non dire spregevole di un’informazione già pessima, tenti in qualche modo di nascondere questa realtà. O cerchi di celare il fatto che l’Ucraina non ha più alcun mezzo per fermare la Russia, anzi di fatto è un Paese tenuto assieme solo grazie ai puntelli della Nato.
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Si capisce bene come mai sia in corso un’offensiva mediatica in cui tutti i troll e i siti controllati e pagati dall’Alleanza Atlantica, sono stati mobilitati in massa per intraprendere un’operazione suicida dal punto di vista dell’informazione, ovvero sostenere che Pokovsk non è ancora perduta: la caduta della città trasformata in fortezza è infatti sia nella realtà che simbolicamente, la fine delle illusioni europee di poter continuare indefinitamente il conflitto o comunque ancora per anni, sparando proposte di pace inaccettabili sulla base di una penalizzazione della Russia, come se fosse stata sconfitta sul campo. Adesso si affaccia concretamente la necessità di dover concludere la guerra per evitare che Mosca continui a conquistare terreno, il che accade ormai sempre più velocemente e dunque occorre riconoscere alla Russia la vittoria e i territori russofoni conquistati. La pensata di inviare truppe europee per colmare almeno in piccola parte le perdite ucraine o per garantire una linea di cessate il fuoco, si allontana sempre di più. Mentre gli Usa hanno preso cautamente – e non senza contraddizioni – una certa distanza dal conflitto ricavandone persino qualche vantaggio sul piano economico, vedi il gas venduto agli europei a un prezzo cinque volte superiore a quello russo, il milieu politico europeo che invece ha puntato tutto sulla guerra ne uscirebbe drammaticamente sconfitto da ogni punto di vista, principalmente perché ha distrutto la linfa stessa del sistema industriale del continente, ha fatto aumentare la disoccupazione e l’area della povertà per un conflitto perdente. La stessa Ue non potrebbe resistere a questo colpo. Perciò questa è una verità che non si può dire, che bisogna a tutti i costi nascondere, fingendo che la realtà sia un’altra».
Segnalo un articolo che analizza l’attuale situazione del conflitto Ucraina/NATO – Federazione russa.
La mia prospettiva è comunque diversa e consiste nell’auspicio che la Russia vinca il prima possibile questa guerra, annettendo gran parte dell’Ucraina. Soltanto in questo modo, forse, potrà crollare l’egemonia oligarchica dell’Unione Europea, la quale fa guerra non soltanto alla Russia ma anche e soprattutto agli europei.
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GLI IMBECILLI VANNO ALLA GUERRA
Target, 3.11.2025
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Il paradosso – in effetti soprattutto apparente – di queste leadership europee intossicate dalla loro stessa russofobia, che non passano giorno senza fare un passo in più verso il precipitare di una nuova grande guerra in Europa, è che proprio nella prospettiva da loro indicata come imminente ed inevitabile fanno poi le mosse sbagliate.
Se, infatti, sono convinte di questa guerra con la Russia, le cose fondamentali da fare sarebbero raggiungere una condizione almeno sufficiente di preparazione (militare, industriale, logistica) per affrontare il conflitto quantomeno in condizioni di parità, e preservare per l’ora X le forze migliori di cui dispone.
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Per far sì che la prima condizione di verifichi, è abbastanza evidente che ciò di cui hanno bisogno gli europei è fondamentalmente tempo. Tempo per portare l’industria bellica ad un livello, qualitativo e quantitativo, capace di competere con quella russa. Tempo per predisporre la logistica, sia rispetto alle esigenze prettamente militari di una guerra sul fronte orientale, sia per la stessa industria – che, tra l’altro, ha bisogno non solo di manodopera specializzata, ma anche di fonti energetiche affidabili e continuative, e di una specifica supply chain. Tempo per organizzare delle forze armate capaci di affrontare uno scontro di tal fatta, cosa che è al tempo stesso un problema di numeri ma anche di addestramento, di coordinamento ma anche di sistemi d’arma, etc etc.
E per guadagnare tempo, la cosa più sensata sarebbe una sorta di Minsk III, ovvero cercare di convincere Mosca che l’Europa non ha intenzioni bellicose, ma è solo preoccupata per quelle che ritiene abbia la Russia, e che quindi è invece possibile provare ad aprire un dialogo. Fermare la guerra in Ucraina, magari mettendosi nella scia di Trump, alle migliori condizioni possibili oggi, e poi avviare un processo di confronto sulle questioni della sicurezza reciproca. Processo che, nella migliore delle ipotesi, si concluderebbe con l’eliminazione concorde di tutte le possibili ragioni conflittuali, ma che in ogni caso rappresenterebbe – appunto – uno spostamento in avanti dell’ora X. Anche tenendo conto del fatto che, tra Europa e Russia, è l’Europa quella ad avere maggiore bisogno di tempo, e di più tempo possibile.
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La scelta delle leadership europee, invece, è esattamente quella opposta. La loro idea di guadagnare tempo consiste nel prolungare il più possibile la guerra in Ucraina. Scelta stupida per almeno due motivi. Intanto perché questo conflitto pesa sull’economia e sulla capacità produttiva bellica dei paesi europei, che devono sostenere Kiev; e con tutta evidenza questo non solo logora le capacità europee, ma lo fa al punto che il tempo guadagnato col conflitto è comunque inferiore a quello perduto rispetto al raggiungimento di una preparazione necessaria e sufficiente.
Ma, cosa ancor più importante – e qui veniamo anche alla seconda condizione – per ottenere questo limitato ed inutile rinvio, consuma drammaticamente la migliore risorsa militare di cui ancora dispone, ovvero proprio l’esercito ucraino. La cui esperienza di combattimento è assolutamente fondamentale, e dovrebbe essere preservata per costituire l’ossatura di un eventuale esercito multi-europeo, la NATO continentale, con cui affrontare la guerra. La straordinaria capacità di resistenza delle forze armate di Kiev dovrebbe essere considerata come un patrimonio inestimabile, fondamentale per trasmettere il necessario know-how ad eserciti che invece sono del tutto privi di qualsivoglia esperienza bellica, e tutt’al più hanno piccole unità con cognizioni sul campo di contro-insurrezione.
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Insistere invece sul proseguimento dell’attuale conflitto significa destinare sostanzialmente all’annientamento proprio Il nucleo più esperto e più capace di unità combattenti, su cui l’Europa potrebbe fare affidamento sia per l’addestramento che per un ruolo di prima linea.
Ancor più pericoloso della insana pulsione a combattere la Russia, c’è il modo assolutamente stupido con cui pensano di farlo.
Perché le eroiche truppe della NATO a difesa della libertà, dei diritti e della democrazia non intervengo con la loro potenza di fuoco? Perché il malvagio esercito della Federazione russa continua a conquistare i territori dell’incorruttibile governo ucraino?

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Binario triste e solitario della propaganda
il Simplicissimus, 6.10.2025
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Disperati e quindi più bugiardi e più stupidi che mai. La notizia del treno passeggeri per Kiev che sarebbe stato colpito da uno o più droni russi è una invenzione dall’inizio alla fine, l’ennesima balla che cerca di coprire le notizie sempre più inquietanti che vengono dall’Ucraina. In questo caso, sia la caduta di Kupyansk, sia il totale fallimento di quella offensiva che Zelensky avrebbe promesso a Trump nel suo ultimo incontro, a dimostrazione che l’Ucraina ce la può fare e che dunque l’invio dei Tomahawk può essere giustificato. Il tutto si è risolto con l’attacco suicida di alcuni reparti che sono stati decimati senza cambiare di una virgola la situazione. Il tono stesso con cui questa menzogna viene diffusa sa di fabbricato e di ridicolo: quando Il Telegraph parla di questo evento fa chiaramente ricorso a stilemi di propaganda bellica ben conosciuta e così parla di droni “selvaggi” russi. Evidentemente un drone è selvaggio quando è russo, ma gentile quando è della Nato.
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Nella foto in apertura si vede benissimo il treno merci in fiamme sullo sfondo e quello passeggeri intatto in primo piano, mentre da tutte le altre foto diffuse dalla propaganda ucraina si vedono solo immagini da cui non si riesce a desumere nulla. Del resto, da circa un mese a questa parte, le forze russe si sono dedicate alla demolizione dei nodi logistici attraverso cui passano le armi per l’Ucraina e questo sta mettendo in grave difficoltà tutto l’apparato bellico dell’Alleanza Atlantica, tanto che lo stesso Zelenskyi adesso invoca in maniera grottesca “un cessate il fuoco unilaterale nei cieli”. Evidentemente mentre si attende che la prima neve ricopra la terra, il duce di Kiev non se la fa mancare mai. Oltre a questo, più di diecimila soldati ucraini sono intrappolati nelle varie sacche che i russi hanno creato attorno alle roccaforti o ai centri di resistenza. Se vi si aggiunge il fatto che viene demolita pezzo per pezzo la rete di distribuzione elettrica che trasporta l’energia ormai prodotta soprattutto in Polonia e Romania, con qualche marginale apporto dei baltici e vengono distrutte sistematicamente le fabbriche che le aziende occidentali hanno creato nel territorio controllato dal regime ucraino, si può ben capire che la situazione sta precipitando, senza che gli occidentali riescano a fare granché se non opporsi con le narrazioni perché ancora più armi siano concesse agli ucronazisti.
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Ma ciò che è davvero verminoso e insopportabile nell’atteggiamento occidentale è che si è pronti a denunciare le vittime civili vere, presunte e soprattutto false, mentre la strategia proposta per proseguire la guerra è proprio quella di logorare la Russia infliggendo ad essa perdite civili sul proprio territorio. Lasciamo stare il migliaio di morti fatto nel fallito tentativo di creare una enclave a Kursk, che ha portato al massacro della popolazione di interi villaggi russi, cosa di cui ovviamente la stampa occidentale, così ligia al padrone che paga e così noncurante della verità e persino della verosimiglianza, non ha parlato, ma non si può allo stesso tempo indignarsi per le vittime civili e poi proporre una strategia bellica che è basata proprio sul fare vittime civili per indebolire Mosca e Putin. Chi accetta questo o addirittura lo accoglie con entusiasmo sarebbe meglio che si legasse a una macina da asino al collo e si gettasse a mare, come dice Gesù secondo il vangelo di Marco. Oddio, quante redazioni di giornali e di Tg rimarrebbero sguarnite o addirittura deserte. Ma approfittare non solo dei piccoli, ma anche delle persone più vulnerabili e inermi che non riescono a scorgere le più evidenti contraddizioni, è il peccato più grave. Ed è quello che segna più profondamente il nostro tempo. Sarà un inverno durissimo per la popolazione ucraina presa in ostaggio da un Occidente che non ha confini quanto a cinismo, come la vicenda di Gaza dimostra abbondantemente. Davvero siamo su un binario triste e solitario.
«Il quadro è netto: mentre nella primavera 2022 Kiev e Mosca trattavano un cessate il fuoco, Londra lavorava per far naufragare i negoziati, imponendo una linea di scontro permanente.
Oggi nulla è cambiato. Dietro i proclami resta la logica della guerra senza fine, a spese del popolo ucraino e dei popoli europei tutti, sacrificati a un progetto geopolitico che esclude deliberatamente la pace»
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DOCUMENTI RIVELANO: LONDRA VOLEVA ‘TENERE L’UCRAINA IN GUERRA’ A QUALSIASI COSTO
Pino Cabras, 6.9.2025
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Sblocchiamo un ricordo. Coalizione dei “Volenterosi” o dei “Violenterosi”? Un espediente classico dei tanti No Pax che vogliono trascinarci verso lo scontro con la Russia è negare la profonda malafede dei dirigenti britannici, che lavorano senza sosta per escludere qualsiasi soluzione negoziale alla crisi ucraina. Per i Violenterosi, Londra non avrebbe mai sabotato la pace, e se lo dici è perché “ti paga il Cremlino”. Ma i fatti raccontano altro.
Un’inchiesta di ‘The Grayzone’ di tre anni fa, basata su documenti interni trapelati dal Ministero della Difesa britannico, mostra come Londra abbia operato fin dall’inizio dell’intervento russo del 2022 per sabotare ogni ipotesi di accordo e «tenere l’Ucraina in guerra» a ogni costo.
Un gruppo segreto, Project Alchemy, formato da alti ufficiali ed ex membri dell’intelligence, ha elaborato piani di escalation clandestina: dall’attacco al ponte di Kerch – infrastruttura strategica che collega la Crimea alla Federazione Russa – fino alla creazione di reti “Gladio” per sabotaggi, assassinii e terrorismo dietro le linee nemiche.
I documenti mostrano come i vertici militari fossero consapevoli di muoversi oltre i limiti della legalità, ma proponessero di “usare creativamente la legge” o eliminarne del tutto i vincoli pur di colpire Mosca. Parallelamente, pianificavano campagne di censura per zittire le voci critiche, incluso ‘The Grayzone’, con molestie legali e repressione online per “costringere i media indipendenti a chiudere”.
Il quadro è netto: mentre nella primavera 2022 Kiev e Mosca trattavano un cessate il fuoco, Londra lavorava per far naufragare i negoziati, imponendo una linea di scontro permanente.
Oggi nulla è cambiato. Dietro i proclami resta la logica della guerra senza fine, a spese del popolo ucraino e dei popoli europei tutti, sacrificati a un progetto geopolitico che esclude deliberatamente la pace.
Questa è una verità scomoda che riafferma quanto sia illusorio pensare che da Londra e dal mondo politico che gravita intorno alla finanza anglosassone (di cui sono diretta espressione Starmer, Macron e Merz) possano arrivare segnali diversi. Questi signori parlano solo di guerra e vogliono portarci in guerra. E quando vedete la “caccia al putiniano” dei loro foraggiatissimi tentacoli atlantisti, sapete che dietro c’è un apparato che spende cifre immense per il riarmo. Non si tratta solo droni e missili, ma prima di tutto bugie da far deflagrare nelle teste dei primo loro bersagli: gli stessi popoli occidentali. Nei piani dei “Violenterosi”, l’Ucraina dovrà essere una piattaforma permanente di boicottaggio della pace, fino a ucrainizzare l’Europa tutta.
L’autore è un politico per nulla avverso alla NATO. Tanto più sono significative le sue affermazioni.
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Le bugie di Zelensky
Marco Zacchera, Il Punto
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Tra alleati ci si dice la verità e non si raccontano frottole come ha fatto Zelensky sostenendo più volte di non sapere nulla dell’attentato ai gasdotti russi del Baltico di due anni fa, il più grande sabotaggio a livello europeo degli ultimi decenni e che – fosse anche un domani ristabilita la pace – non permetterebbe più all’Europa Occidentale di importare gas dalla Russia per molto tempo.
Non sono stati i russi a causare il più grande disastro ecologico del Baltico (l’attentato ha dissolto in atmosfera più di tutta la CO2 prodotta dall’intera Danimarca in un anno, ma l’ecologica UE su questo non ha detto una parola) come si era sostenuto da più fonti occidentali – soprattutto inglesi, con il Guardian in prima fila – ma fu compiuto dagli stessi ucraini e Zelensky lo sapeva benissimo, quindi – negandolo – ci ha imbrogliato.
C’è da chiedersi quante volte l’abbia fatto in passato e dove sia la sua trasparenza anche in termini di gestione degli armamenti che gli vengono consegnati e del valore di miliardi di euro che non si sa che fine facciano e come vengano usati e tantomeno rendicontati.
Dopo che Svezia e Danimarca avevano frettolosamente concluso le indagini sul sabotaggio con un nulla di fatto, l’inchiesta tedesca sull’ attentato al gasdotto è invece proseguita con molta impegno (d’altronde i potenziali disastri per l’approvvigionamento energetico hanno ed avrebbero colpito in primis proprio la Germania) mettendo in luce le responsabilità di Kiev. L’azione – come correttamente sostenuto dal Wall Street Journal, dalla Bild e dal Washinton Post avrebbe avuto anche l’assenso dell’ex comandante supremo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhny e quindi Zelensky ne era ben a conoscenza. Va sottolineato che il gasdotto era già fermo viste le sanzioni alla Russia e quindi il sabotaggio è stato un atto “inutile” ma deliberatamente “contro” l’Europa, per poter esercitare un maggiore ricatto energetico.
Sono seguite altre azioni di depistaggio per favorire la fuga di altri componenti del commando intercettati dagli inquirenti tedeschi in Polonia (uno è stato arrestato in Italia) e fatti rientrare in Ucraina con copertura diplomatica come per il colonnello Roman Cervinsky, probabile responsabile sul campo dell’operazione.
Poco si parla di queste cose nei vari TG, ma mi domando come ci si possa allora fidare di un alleato come Zelensky ricordando che da tre anni e mezzo in Ucraina vige la legge marziale, non ci sono elezioni né vengono forniti rendiconti sulle spese e la diffusione delle notizie è accuratamente filtrata. Siamo sicuri che la mafia ucraina non stia facendo dei buonissimi affari? E perché nessuno dei grandi media o della TV europee ha il coraggio di approfondire questo argomento?
I veri putiniani
Target, 3.9.2025
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Che ai leader europei e statunitensi in realtà non sia mai fregato un tubo degli ucraini, è sin troppo evidente. La famosa foto scattata al vertice della NATO 2023, a Vilnius, ne è la rappresentazione iconica – sebbene del tutto casuale. Quello che invece non è del tutto evidente è come siano proprio questi leader i migliori alleati (inconsapevoli) della Russia. L’obiettivo fondamentale su cui si è incardinata l’azione militare di Mosca, infatti, è sempre stato ed è assicurarsi che l’Ucraina non possa diventare la base per una potenziale aggressione della NATO. E per assicurarsi di conseguire questo obiettivo, i passaggi sono a loro volta fondamentalmente due: la demilitarizzazione e la denazificazione.
Il primo obiettivo si consegue distruggendo l’esercito di Kiev, cosa che le armate russe hanno fatto già almeno tre o quattro volte, sinché non sarà più possibile, per una o due generazioni, rimetterne in piedi la minaccia. Il secondo, conseguenza del primo, si otterrà con la capitolazione finale dell’Ucraina, che imporrà agli sconfitti condizioni estremamente dure e stringenti al riguardo.
Mosca è sempre stata disponibile ad ottenere questi obiettivi, quantomeno sostanzialmente, anche attraverso negoziati. Che però, ovviamente, più vengono spostati in avanti e più partiranno da condizioni peggiori per Kiev, in accordo con l’evoluzione sul campo di battaglia. Ma risolvere la questione per via militare conduce a risultati più certi, poiché non dipenderanno soltanto da quel che verrà scritto negli accordi di pace, ma sarà certificato dalla distruzione dell’apparato bellico ucraino: industria, logistica, infrastrutture, materiale militare, personale. Alla fine, l’annichilimento generale del paese sconfitto sarà tale che le sue possibilità di ripresa, e quindi di rappresentare nuovamente una potenziale minaccia, saranno procrastinate per qualche decennio.
Certo, la guerra ha un costo economico non indifferente. Ma lo ha anche per la NATO. E mentre la Russia è un paese ricchissimo di risorse, l’Europa ne è pressoché del tutto priva. Infatti, Mosca ha retto benissimo il colpo (sanzioni comprese), mentre i paesi europei sono in mutande: UK e Francia sull’orlo del default, la Germania in deficit. La Russia ha un’alternativa ai mercati europei, rivolgendosi ad est; l’Europa è costretta a rivolgersi ad ovest, castrandosi definitivamente.
E certo, la guerra ha un costo anche demografico, che per un paese che già scarseggia di popolazione (in rapporto al territorio) è un problema. Ma si tende sempre a dimenticare un piccolo particolare. Si, il conflitto alla fine costerà forse qualche centinaio di migliaia di caduti. Ma tra i risultati secondari c’è anche il fatto che, oltre ai territori degli oblast conquistati (tra le altre cose, i più ricchi di risorse), la Russia acquisisce qualche milione di nuovi cittadini. Anche da questo punto di vista, quindi, il bilancio è già positivo; e più si va avanti, non può che migliorare.
La conclusione, quindi, è che chi ostacola disperatamente la conclusione della guerra, sta in fondo facendo un favore a Mosca, offrendogli il destro per risolvere in modo ben più radicale e duraturo tutti i problemi alla radice del conflitto. I veri putiniani, siedono nelle cancellerie europee.
Le ragioni del conflitto interno alle istituzioni polacche confermano l’ispirazione nazionalsocialista dell’attuale regime ucraino.
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Rivista Indipendenza
NOTIZIE INTERNAZIONALI
(31 agosto 2025)
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– Polonia. Scintille sull’Ucraina tra il neo presidente Nawrocki e il primo ministro Tusk, pro-UE e pro-Ucraina. Nawrocki ha proposto di non concedere la cittadinanza a chi simpatizza per Bandera e iil suo partito sciovinista-nazista UPA (il che investe il regime liberal e nazista di Kiev, che ne onora la memoria), di inasprire il codice penale per vietare la promozione di detta figura, in Polonia associata alle stragi di civili, come a Volinia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nawrocki inoltre non ha firmato la legge sull’assistenza medica e sicurezza sociale ai rifugiati ucraini, proponendo invece di limitarli solo a quelli che lavorano in Polonia. Dismesso l’accesso dell’Ucraina, a partire dal 1° ottobre, al servizio internet satellitare Starlink, un canale chiave per la connettività del paese e delle sue forze militari (controllo dei droni e comunicazione tra le unità ucraine in prima linea sia a livello operativo che tattico) poiché la legge bocciata sull’assistenza include la base legale per il pagamento polacco del servizio. Il portavoce di Nawrocki ha suggerito che Starlink potrebbe essere ripristinato se il parlamento approverà una nuova proposta del presidente entro fine settembre. Secondo il Financial Times le posizioni di Nawrocki trovano consenso nella crescente stanchezza nel Paese verso il sostegno a circa 1,5 milioni di rifugiati ucraini. Il tutto potrebbe influire negativamente sul prosieguo del sostegno polacco all’Ucraina.
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– Ucraina / Polonia. Kiev minaccia gravi conseguenze per la decisione del presidente polacco Nawrocki di vietare tutta la simbologia banderista nazista. Lo riporta l’ucraino “Verità Europea”. Si starebbero studiando le conseguenze legali e l’impatto sugli ucraini residenti in Polonia. Fonti governative di Kiev non escludono che i loro concittadini in Polonia organizzino proteste.
Le notizie le devi scovare
Giuseppe Masala Chili, 31.8.2025
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Fra le pieghe di un articolo del Corriere di ieri sul bombardamento russo (Putin maledetto!), si scopre una notizia finora negata:
“Non incoraggiano i dati diffusi ieri dalla Procura generale dello Stato a Kiev, che riportano i numeri di soldati che hanno lasciato le loro unità senza autorizzazione e quelli dei disertori. Nel 2022 sono stati rispettivamente 6.900 e 3.500;
nel 2023, 17.600 e 7.800;
nel 2024, 67.800 e 23.300.
Nei primi 7 mesi di quest’anno si sale a 110.500 e 15.300: una media complessiva di 15.700 al mese, ovvero circa il 50 per cento dei mobilitati nello stesso periodo, dato che spiega in sé la carenza delle fanterie ucraine.”
Questo spiega meglio di qualsiasi altro dato l’atteggiamento di Trump (che nel frattempo pensa agli affari con la Russia). La guerra è persa? Certo l’Ucraina non sta messa bene.
Gli unici a far finta di niente sono gli europei e, se continua così, un’altra trave cadrà sulle nostre teste insieme al povero popolo ucraino
Guerra, pace, economia.

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Non è più guerra, è pulsione di morte
il Simplicissimus, 21.8.2025
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Quando si diceva che la guerra sarebbe stata condotta dalla Nato fini all’ultimo ucraino, sembrava una frase retorica e non l’esatta descrizione di un massacro determinato dal rifiuto sistematico di ogni accordo con la Russia, che all’inizio chiedeva solo autonomia per le regioni russofone sottoposte a bombardamenti quotidiani con un numero di 14 mila morti e a intollerabili discriminazioni, oltre alla promessa da parte occidentale che l’Ucraina non sarebbe entrata nell’Alleanza Atlantica. Un compromesso più che accettabile se l’Occidente non avesse avuto l’unico pensiero di scatenare il conflitto armato. Per tutti i 3 anni di guerra le enormi perdite subite dal regime di Kiev sono state regolarmente attribuite ai russi con lo scopo di mostrare come Mosca fosse al lumicino, come la popolazione era pronta a ribellarsi a Putin e come alla fine la Federazione sarebbe caduta come un fico maturo nelle grinfie degli oligarchi finanziari, Ma il rapporto reale inizialmente di 1 a 8 in favore dei russi è oggi di 1 a 20, un disastro che dovrebbe indurre chiunque, persino quel pagliaccio di Zelensky a chiedere la pace
Era anche un modo per nascondere di che lacrime e di che sangue grondi il potere occidentale. Ma ormai da un anno è diventato chiaro che l’Ucraina si è dissanguata e ha avuto un milione tra morti e dispersi. Anzi e possibile che siano molti più: un gruppo di hacker russi afferma essere riuscito a violare l’archivio del Comando Operazioni Speciali ucraino e quello dei servizi segreti, constatando che le vittime della guerra sarebbero in realtà 1 milione e 700 mila così divisi per anni: 118.500 nel 2022, 405.400 nel 2023, 595.000 nel 2024 e 621.000 nel 2025. Naturalmente non possiamo controllare l’esattezza di queste cifre, ma ricordo che un’indagine satellitare sui nuovi cimiteri in Ucraina condotta lo scorso anno stimava già cifre di 100 o 200 mila superiori al milione, Dunque i numeri ai quali ci troviamo di fronte non sono poi implausibili come potrebbe sembrare a prima vista. Di sicuro l’insieme dei morti, dei dispersi, dei disertori, dei prigionieri e dei feriti con forti invalidità non è lontana da questa cifra, tanto che il regime di Kiev ormai si rifiuta di accogliere i propri feriti che sono prigionieri dei russi e da essi curati. È un Paese allo sbando e retto di fatto da un’alleanza che pratica il culto della morte. Il che si accorda alla perfezione col nuovo orrore: il sangue di diecimila bambini, raffinato e trasformato in adrenocromo intercettato dai russi a Tartus in Siria e destinato a Hollywood. Di solito l’effetto psichedelico di questa sostanza viene negato dalle centrali globaliste, però senza mai citare alcuna ricerca specifica, ma solo articoli che compaiono su altre pubblicazioni dello stesso ambito ideologico: il cane che si morde la coda.
Tutto questo ci parla dell’entità della sconfitta subita dalla Nato, molto superiore a ciò che generalmente viene fatto credere, ma anche del fatto che ormai l’Ucraina non esiste più: le regioni che producevano il 40 per cento del Pil sono ormai russe e lo rimarranno, due intere generazioni sono state sacrificate, infrastrutture e industrie non esistono più, la gente scappa chi in Russia, chi nel resto dell’Europa o in altri continenti, Il Paese si regge esclusivamente sui contributi finanziari ormai quasi totalmente europei e man mano che passa il tempo la situazione si aggrava: ieri per esempio il battaglione Azov è stato decimato nei pressi di Pokrovsk, mentre l’ enorme raffineria Triton (in codice Nato) nei pressi di Odessa, è stata completamente distrutta. Quindi ogni idea di fare soldi con una fantomatica ricostruzione, altro delirio per indurre gli allocchi a giustificare la prosecuzione delle ostilità, è semplicemente fuori dal mondo perché semmai comporterà enormi spese che nessuno intende fare o può fare. Oltretutto perdite così rilevanti su una popolazione che oggi è di 20 milioni di abitanti, forse anche meno, rendono piuttosto problematica l’uso dell’Ucraina come mazza ferrata contro la Russia.
Ciò che davvero non si comprende è perché mai la Ue e Londra si intestardiscano nel voler continuare una guerra che non ha più senso, semplicemente perché Washington che lìha lungamente preparata e organizzata ha perso ogni interesse. Come si legge nelle documentazioni pubbliche statunitensi, lungo tutto un decennio, comprese quelle del Pentagono, l’operazione Ucraina fu pensata per mettere all’angolo la Russia e staccarla dall’amicizia con la Cina, visto che gli Usa non potevano e ancor meno possono oggi, combattere entrambe per conservare la supremazia. Lo so questa visione delle cose è pazzesca e repellente, ma ad ogni modo il risultato non solo non è stato raggiunto, ma ha portato a un’integrazione maggiore tra Mosca e Pechino. Da qui la sconfitta che non è soltanto militare, ma strategica. Ovvio che se non si è potuta piegare la Russia con le cattive, adesso gli Usa ci provino con le buone. Mi chiedo quando gli idioti europei ne prenderanno atto.
Target, 19.8.2025
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Un calcio al barattolo. Pieno di sangue
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Alla fine, il secondo round di colloqui tra Trump, Zelensky e i leader europei ha lasciato tutti in un certo senso soddisfatti. Trump si tira fuori dalla guerra ma rimane un fornitore di armi a pagamento. Zelensky rifiuta concessioni territoriali e ottiene la promessa di un incontro con Putin. Gli europei possono continuare la loro narrazione sulla minaccia russa, mentre la Russia persegue i suoi obiettivi con l’Operazione Speciale Militare attraverso la battaglia – che dopo tutto è pur sempre il modo più sicuro – rafforzando nel contempo i rapporti con gli Stati Uniti.
Inutile girarci attorno. Trump sa perfettamente – perché di sicuro Putin glielo ha chiarito – che la Russia non accetterà mai un esercito ucraino forte. Così come non accetterà mai forze di paesi NATO sul suolo ucraino. Quindi, quando conclude un accordo per vendere a Kiev 100 miliardi di dollari in armi, più altri 50 per costruire droni, è consapevole che sta parlando di qualcosa destinato ad essere bruciato in battaglia, non ad armare un esercito post-conflitto. Tra l’altro, il pacchetto da 100 mld prevede anche 10 sistemi Patriot; che, com’è noto, non sono utilizzabili senza un supporto di intelligence satellitare, che solo gli USA possono fornire. E sarebbe interessante capire come intende regolarsi in merito, visto che dice di essere fuori dal conflitto.
Zelensky rifiuta ogni mediazione, insistendo su un cessate il fuoco preventivo, nessuna cessione di territori e risarcimenti di guerra dai beni russi congelati in Europa. E se questo è ciò che viene fuori dal colloquio con Trump, figuriamoci cosa possa venire da un eventuale incontro con Putin.
Gli europei incassano ciò che in fondo era ed è per loro la cosa fondamentale: la guerra non finirà, non a breve almeno. Con un costo semplicemente spaventoso, di cui non si capisce come possano reggere l’impatto sociale. Basta fare due conti: 800 miliardi per il ReArm Europe, 600 miliardi promessi a Trump di investimenti negli Stati Uniti, altre centinaia per acquistare armi statunitensi, altri 150 miliardi di armi per l’Ucraina (perché anche quelli, ovviamente, li paghiamo noi…), contributo NATO al 5% del PIL… E tutto questo mentre ci siamo evirati energeticamente (addio al gas russo a basso costo) e ci siamo fatti castrare economicamente (acquisti massicci di carissimo GNL statunitense, perdita dei mercati di sbocco russo e USA).
Per gli Stati Uniti, è un buon successo tattico, che porta a casa – oltre ad una cospicua fetta di miliardi freschi – dei risultati non da poco. L’Europa, nonostante l’atteggiamento impertinente dei suoi leader, è sempre più subalterna, e sempre meno capace di tornare ad essere un competitor economico. La guerra continuerà ancora per un po’, il che rende sempre più sostenibile la narrazione della “guerra di Biden”, da cui Trump ha saputo uscire elegantemente; e manterrà un po’ di pressione sulla Russia, che certo non guasta, dal punto di vista statunitense.
Per Zelensky si tratta di una necessità vitale. Sa bene di essere non semplicemente prigioniero del personaggio e del ruolo che interpreta, ma anche, di fatto, degli ultranazionalisti – che controllano sostanzialmente le forze armate ed i servizi segreti – e dei britannici (in questo caso letteralmente, poiché la sua scorta personale è assicurata da ex-militari UK). Non c’è solo la sua carriera politica, in ballo, ma la possibilità di godersi i miliardi imboscati in questi anni, la cui precondizione è arrivare vivo alla fine.
Qualcosa di simile vale per le leadership europee. La fine della guerra – che significa la sconfitta – le travolgerebbe inevitabilmente, non solo mettendo a nudo tutta la fallacia delle affermazioni fatte in questi anni, ma evidenziando il completo fallimento della linea politica così ostinatamente perseguita. Quindi qualsiasi cosa che rimandi la resa dei conti va bene. Anche un semplice calcio al barattolo, affinché si sposti un po’ più in avanti. Che sia pieno di sangue, poco importa.
Target, 16.8.2025
À LA GUERRE COMME À LA GUERRE
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Le guerre, o si vincono o si perdono. Tertium non datur. Non c’è l’opzione pareggio.
Ma, all’interno di questa scelta binaria, c’è a sua volta una gamma di sotto-opzioni; fondamentalmente, riguardo al come. È noto che ci sono le vittorie “di Pirro“, ma soprattutto che ci possono essere sconfitte più o meno drammatiche, più o meno devastanti. E spesso può accadere che una cattiva pace, sia in effetti foriera di una nuova guerra.
Questa è una lezione che gli europei dovrebbero ben conoscere. Senza andare troppo lontano nel tempo, le potenze occidentali vinsero la Prima Guerra Mondiale sostanzialmente per il rotto della cuffia, ma volendo poi strafare imposero condizioni insostenibili alla Germania – arando e fertilizzando il terreno su cui poi sarebbe germogliato il nazismo, ed a sua volta la Seconda Guerra Mondiale.
Ora, dopo tre anni di guerra in Ucraina, se c’è qualcuno che crede ancora alla possibilità di vittoria di Kiev, dev’essere scappato dal manicomio. La questione, quindi, non è vincere o perdere, ma quale tipo di sconfitta portare a casa. E, ovviamente, questo vale innanzitutto per l’Ucraina, ma anche per la NATO, per l’Unione Europea e per gli Stati Uniti.
Proseguire la guerra “sino all’ultimo ucraino” (e non è più solo un modo di dire…), non cambierà le sorti del conflitto, ma certamente cambierà quella dell’Ucraina. Già così com’è oggi, molto probabilmente ci vorranno una o due generazioni, prima che possa anche solo vagamente riprendersi. Tra l’altro, sinché la guerra continua, volenti o nolenti i paesi sponsor sono costretti a tollerare la vertiginosa corruzione del paese, anche se questa drena un porzione considerevole degli aiuti pagati dalle nostre tasche. Una corruzione, è bene ricordarlo, praticamente endemica, e ad ogni livello. Quando la guerra finirà, scatterà inevitabilmente la stretta dei controlli su ogni centesimo dato, e questo significherà il crollo dell’economia illegale su cui oggi sopravvive il paese.
Quanto più dura il conflitto, quindi, tanto più devastante sarà il dopo. E questo riguarda anche l’UE e la NATO. Gli USA, con Trump, stanno abilmente manovrando non solo per sganciarsi dal ruolo di sostenitori attivi del conflitto, ma soprattutto per sottrarsi alle responsabilità politiche di averlo scatenato ed alimentato per anni. Il disallineamento europeo, in questo, cade a fagiolo, contribuendo a rendere più credibile la manovra statunitense.
Il cerino, quindi, resterà in mano all’Unione Europea ed alla NATO, da cui a sua volta gli Stati Uniti sembrano volersi smarcare, pur mantenendone controllo e comando.
Considerato che entrambe le baracche sono, chi più chi meno, già abbastanza malconce, a Bruxelles dovrebbero porsi la domanda essenziale: andare avanti sino allo spasimo, così da fare la fine della Germania all’armistizio di Compiègne, con una Russia ben felice di farcela pagare, o cogliere la palla al balzo, saltare sul carro americano e lasciarsi traghettare ad una pace sicuramente migliore?
La domanda, ovviamente, è retorica. Con questi leader, andremo avanti sino alla disfatta più totale.
Si fa presto a dire tregua
il Simplicissimus, 10.8.2025
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Una speranza corre per l’Occidente e preoccupa persino qualcuno a Mosca: quella che Putin caschi di nuovo nello stesso trappolone degli accordi di Minsk e si accontenti di un cessate il fuoco senza garanzie. Questa illusione viene anche alimentata dallo straordinario parallelo con gli avvenimenti del 2015, quando le truppe del Donbass, appoggiate da consiglieri russi, riuscirono a sbaragliare l’attacco delle le truppe di Kiev a Debalceve e a ricacciarle indietro. In quel momento tutto il progetto ucraino sembrò vacillare perché l’assalto aveva violato la tregua concordata a Minsk nella convinzione di poter vincere facilmente e dunque di poter strappare i fogli dell’accordo facendo a Mosca uno sberleffo. In quel momento l’Occidente complessivo fece mea culpa e organizzò in tutta fretta nuovi colloqui di pace che sfociarono nel Minsk II facendo abboccare Putin all’amo, come egli stesso ha confessato pubblicamente e più di una volta nel 2022.: “A quanto pare ci hanno ingannato e l’obiettivo era solo quello di rifornire di armi l’Ucraina e prepararla alle operazioni di combattimento. Ce ne siamo accorti tardi, a dire il vero”. Infatti come abbiamo poi appreso dalla Merkel si trattava di un tranello messo in piedi per prendere tempo e poter riarmare l’Ucraina fino ai denti. E non solo: diventò anche il punto di svolta in cui si comprese che doveva essere direttamente la Nato a gestire il conflitto, altrimenti non ci sarebbe stata speranza per il governo fantoccio di Kiev.
In realtà proprio perché esiste questo precedente è assurdo poter pensare che il Cremlino ci ricaschi, come pure, in maniera velata, emerge dagli ambienti della Nato. Anzi sono proprio gli occidentali che oggi fanno di tutto per chiedere una tregua e impedire che la Russia sbaragli il loro fantoccio insanguinato, esattamente come accadde dopo la battaglia di Debalceve, ma senza più poter ripetere con successo l’inganno. Questo perché Putin imporrà in cambio di un cessate il fuoco, magari parziale, che finisca qualsiasi tipo di aiuto militare dell’Alleanza atlantica a Kiev, anzi recida il legame organico che è stato creato, facendo dell’Ucraina un Paese neutrale. Molti analisti pensano che l’incontro in programma fra 5 giorni, sia solo il primo di una serie per affrontare le molte questioni sul tappeto, ma il fatto è che gli occidentali debbono in qualche modo riuscire a fermare l’avanzata russa adesso, prima che sia troppo tardi. Ora l’interrogativo è: Trump potrà accettare queste condizioni? Da una parte difficilmente potrebbe evitare di apparire uno sconfitto e dall’altra darebbe un dispiacere non piccolo al complesso militar – industriale che sulla guerra Ucraina ha fatto affari d’oro., anche il presidente è riuscito a ricattare gli europei perché comprino armi statunitensi per 6oo miliardi di dollari, una mossa che potrebbe favorire gli appetiti insaziabili dei produttori di armi.
E poi c’è da superare la resistenza di Zelensky che si sta mettendo di traverso, in qualità di ventriloquo di Londra e della Ue che assolutamente non vogliono alcuna pace: dopo aver rovinato economicamente il continente, il mileu politico dell’Unione non potrebbe resistere a una pace che la vedrebbe ormai come unico perdente. Quanto meno sarebbe politicamente smascherato e privato di qualsiasi credibilità residua: prima il duce di Kiev si attaccava come una zecca ai leader europei e adesso sono questi ultimi che si attaccano a lui nell’opera di sabotaggio dei colloqui. Quindi potrebbe anche darsi che russi e americani mettano completamente da parte la questione ucraina per parlare di altri problemi: secondo il parere di alcuni, ci potrebbe essere uno scambio tra Ucraina e una maggiore agibilità per gli Usa nell’Artico la metà del quale è circondato dal territorio russo, Insomma in questo modo le cose verrebbero in qualche modo pareggiate e Trump potrebbe egualmente pavoneggiarsi. Dopotutto l’Artico è la nuova frontiera, il nuovo scrigno di risorse e in questo contesto il territorio di Kiev perderebbe di importanza, diventerebbe insomma una variabile minore.
Giuseppe Masala Chili, 8.8.2025
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Davvero difficile dire cosa uscirà fuori dall’imminente vertice Trump-Putin. Le previsioni vanno dalla sostanziale resa dell’Occidente (così scrivono i commentatori americani più russofobi sostanzialmente proiettando le loro paure), fino alla sostanziale resa della Russia (così scrive un giornale polacco senza usare la parola resa). Varietà di posizioni che è il segno che navighiamo in terre incognite.
Proviamo allora a fare “un gioco”. In questa partita abbiamo diversi attori.
Vediamo chi vorrebbe la continuazione della guerra e chi invece vorrebbe che finisse.
Queste sono a mio avviso le posizioni degli attori più importanti:
Gran Bretagna, paese in sostanziale bancarotta che solo una guerra con relativa distruzione dei “libri contabili” può salvarla.
Francia: vedi Gran Bretagna
Nomenklatura europea: solo la continuazione della guerra ed una vittoria sulla Russia possono porre al riparo l’EU dall’implosione.
Nomenklatura ucraina: l’attuale cricca guerrafondaia di Kiev rischia una brutta fine per mano del popolo ucraino a causa del disastro che è stato combinato.
Nomenclature dei paesi europei appartenenti alla NATO: rischiano di essere abbattute in caso di sconfitta in Ucraina: abbiamo perso il ricchissimo mercato di sbocco russo, abbiamo perso le materie prime a basso costo russo, abbiamo speso cifre enormi per armare l’Ucraina e dovremo spenderne altrettanti per ricostruirle. Quando i popoli europei capiranno che pagheranno loro non sarà facile per le oligarchie politiche.
Amministrazione Trump, potrebbe avere interesse a concludere una pace parziale solo tra Washington e Mosca (80%) o anche totale (20%) dunque comprendente dell’Europa per meglio concentrarsi sul Pacifico e dunque nel confronto con la Cina.
I paesi asiatici a partire dalla Cina hanno di fatto l’interesse che la guerra in Europa continui e che gli USA siano coinvolti per evitare che Washington si concentri sul proprio quadrante.
La Russia. La nomenklatura russa, a partire da Putin, hanno interesse alla pace, naturalmente, purché gli obbiettivi prestabiliti possano considerarsi sostanzialmente raggiunti a partire dalal neutralità dell’Ucraina. Qualunque arretramento da questa posizione sarebbe percepita come una sconfitta dal popolo russo e conseguentemente la nomenklatura sarebbe accusata di aver sprecato inutilmente vite umane e risorse. Con le conseguenze del caso, conoscendo i russi.
Situazione dunque di estrema complessità dove sarà difficile arrivare ad una quadra che non sia un mero “calcio al barattolo”. Staremo a vedere.
Da: La guerra navale è alle porte
il Simplicissimus, 31.7.2025
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«Chissà per quale motivo non trovo da nessuna parte, almeno quelle ufficiali, notizia della grande nave affondata da un sommergibile russo di fronte alle foci del Danubio e che invece di trasportare grano era carica di materiale bellico destinato all’Ucraina e gentilmente donato dall’Australia e da altri Paesi Nato. Un sommergile furtivo ha lanciato un missile Poseidon modificato e il cargo si è spaccato letteralmente in due, affondando nel giro di 15 minuti. Non batteva bandiera liberiana e i suoi marinai sapevano benissimo cosa trasportava: 80 mila tonnellate di armi di ogni tipo, compresi 40 carri armati Abrams di vecchio tipo e dunque ancora più scarsi di quelli nuovi, dei quali esistono solo 4 superstiti che gli Usa hanno vitato agli Ucraini di usare per evitare ulteriori figuracce.
Come al solito la Nato gioca sporco e nasconde i suoi traffici dietro l’apparenza del normale commercio marittimo per rifornire i suoi morituri, la sua manodopera di morte. Ma questa volta è andata malissimo.
Non è tanto la perdita di un sia pur rilevantissimo carico bellico a pesare, quanto altri tre fattori ovvero la sempre maggiore capacità dei servizi russi di individuare i carichi bellici nascosti sotto le apparenze di un traffico civile, l’incapacità da parte dei sonar Nato di rilevare la presenza di sommergibili russi, soprattutto quelli di classe Varšavjanka, particolarmente silenziosi, e la scelta del Cremlino di affondare questi carichi, senza tante storie».
Dannata Nato
il Simplicissimus, 26.7.2025
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Nei giorni scorsi i russi hanno distrutto tre lanciatori di missili Patriot e il relativo radar, ossia uno dei sistemi che Washington intende dare all’Ucraina, via Germania, se Mosca non dovesse accettare la tregua unilaterale di Trump. Questi ultimatum sono vere sciocchezze, ma mi servono per fare il punto della situazione bellica, non solo limitata all’Ucraina, ma all’intero fronte Nato. Da due o tre mesi ci sono delle spiacevoli novità per l’alleanza atlantica o per la sottospecie di volonterosi che si sta formando al suo interno. L’evoluzione delle armi russe sta infatti rendendo sempre più obsoleto l’arsenale della Nato e sempre più incerte le difese contro missili e droni. Ora se si pensa che un sistema Patriot costa oltre un miliardo di dollari e che esso è sempre più facilmente attaccabile da recenti implementazioni dei sistemi di attacco si può forse comprendere meglio quale sia la realtà della sfida fra Russia e Occidente.
La prima novità sono i droni Geran 2 e Geran 3 che costituiscono un deciso salto di qualità rispetto ai modelli precedenti, avendo maggiore autonomia, resistenza alle interferenze e un maggiore carico di esplosivo. In particolare il modello 3 adesso può portare fino a 300 chili di carica, ha abbandonato la propulsione ad elica per quella a reazione, può raggiungere i 600 chilometri all’ora e avere un’autonomia di oltre 2500 chilometri. Ma soprattutto è molto più resistente ai disturbi elettronici e può essere guidato in maniera da renderne difficile l’intercettazione. La seconda novità è la capacità del missile Iskander di manovrare in maniera ancora più imprevedibile in vista dell’obiettivo così da rendere praticamente impossibile colpirlo prima che arrivi, visto che vanifica i calcoli di traiettoria del sistema Patriot e degli altri sistemi contraerei. Una caratteristica che è stata implementata anche per altri vettori meno sofisticati e meno veloci, Negli ultimi mesi la capacità produttiva di Geran 2 è passata da 300 al mese a oltre 100 al giorno con un programma che porterù la produzione a oltre n500 al giorno, mentre la produzione di missili come il Kh-101 e il 9K720 è aumentata di parecchie volte rispetto al livello prebellico.
Non ci si stupisce se i mitici F16 che avrebbero dovuto essere una mano santa per l’Ucraina e permetterle di vincere il conflitto – secondo la fantasia malata della Nato e il suo gigantesco apparato mediatico – non si alzano più in volo. Ora sono trasportati da un luogo all’altro con speciali camion che ovviamente abbiamo pagato noi, per evitare di essere distrutti, come è avvenuto tutte le volte che hanno tentato qualche azione. Questa piccola panoramica serve non tanto per rendere conto delle novità sul teatro ucraino, che ormai si trova a doversela vedere con un fronte interno, molto pericoloso per il regime, ma per mostrare come il sistema Nato sia ormai anacronistico: da decenni, ovvero dalla fine della guerra fredda, è stato impostato sulla misura di guerre coloniali e nella convinzione di detenere comunque una capacità di difesa inarrivabile e superiorità tecnologica che nel mondo reale è scomparsa da tempo. La fuga della flotta americana dal Mar Rosso e le salve missilistiche iraniane su Israele testimoniano di profondi cambiamenti rispetto alle strategie e ai sistemi d’arma finora adottati dall’Alleanza e ne minano le stesse basi.
Per esempio la vulnerabilità delle grandi flotte ai nuovi sistemi d’arma rende molto più distanti militarmente Europa e America: difficile immaginare massicci spostamenti di uomini e mezzi come al tempo della Seconda guerra mondiale dove c’erano solo i sommergibili a contrastare questi movimenti. Occorre ripensare tutto e probabilmente buttare al macero i tanti miliardi spesi in sistemi ormai troppo vulnerabili e spesso pensati come semplice estensione del potere militare americano. Mi chiedo, ad esempio, cosa ci possa mai servire una simil portaerei come la Trieste, una specie di nave multiruolo per assalto anfibio che alla fine costerà un miliardo e mezzo: è solo un bersaglio ideale per i nuovi sistemi d’arma e alla fine può trasportare la bellezza di un carro armato e cinque autoblindo. Dove dobbiamo sbarcare con una forza così formidabile, mentre il Paese è completamente indifeso? Persino John Elkann adesso vuole vendere per 1,7 miliardi la sua Defence Vehicles, ricattando il governo. come del resto ha sempre fatto questa famiglia, e proprio nel momento in cui l’azienda aveva aumentato il proprio fatturato del 15%. Ha capito che adesso bisogna rimettersi al tavolo da disegno e investire in nuovi mezzi. Vuol fare la guerra alla Russia, ma non con i suoi soldi, con i nostri. Come Trump del resto.
La fine del carisma ufficiale di Zelensky
Pino Cabras, 25.7.2025
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Quando il 22 marzo 2022 – assieme a tutti i parlamentari di Alternativa – mi rifiutai di assistere in Parlamento al monologo di Zelensky, fui bersagliato da un coro di giornali e politici tutti coinvolti in quella gigantesca operazione promozionale a sua volta organizzata da un gigantesco apparato internazionale di pubbliche relazioni legato alla NATO.
In quel tempo, sottolineavo che le forze parlamentari dovevano poter interloquire e nel caso criticare. Quindi era irricevibile la pretesa di ridurre le Camere a una claque passiva. Insistevo sul fatto che non si doveva accettare di fare da tappezzeria, da sfondo muto di un personaggio controverso (appena pochi giorni prima, in collegamento con il Parlamento greco, aveva dato la parola a un lugubre miliziano nazista del battaglione Azov).
Ribadivo che quello era solo marketing di guerra e ricordavo quanto fosse corrotta oltre ogni immaginazione la rete di potere che aveva creato dal nulla il presidente ucraino, al punto da far prevedere il peggio nell’enorme traffico incontrollabile, opaco e pericoloso delle forniture d’armi.
Non seguivo insomma la moda imposta, non mi fidavo, sapevo da molti anni dei retroscena (peraltro alla portata di tutti) sul personaggio. Avevo anche abbastanza esperienza per riconoscere la maniacale univocità con cui la Grande Fabbrica del Sogno e della Menzogna sa costruire di volta in volta, in base a convenienze del momento, una narrazione: una visione da “pensiero unico” che fa vedere e replica all’infinito solo una dimensione, fino a nascondere in malafede le enormi ombre dei personaggi posti su un piedistallo di carisma artificiale, come appunto Zelensky. Sapevo anche il prezzo da pagare per osare un giudizio libero: essere assimilato a un megafono di Putin.
Oggi, guarda un po’, presso le stesse testate che cercavano di ritagliare sul presidente ucraino la postura e la statura dell’eroe, si cominciano a contare le copertine che sono invece a un passo dal “de profundis” di Zelensky: egli ormai viene demolito, è trattato da dittatore, corrotto, incapace, definitivamente in disgrazia e impresentabile.
Vi dirò: non sono minimamente sorpreso. Questo è da tempo un sistema orwelliano senza rimorsi che porta facilmente dalle stelle alle stalle i personaggi di cartone della sua industria dell’eroismo. Montagne russe. Anzi, ucraine. Anzi, londinesi.
Poi, quando le guerre vanno male, prima o poi le teste cadono.
Per parte mia, credo sia una questione di salute: dobbiamo essere fuori moda se la moda è la guerra totale. Capiterà che si adeguino loro – seppure a malincuore – a chi si è tenuto il buon senso e la memoria.
Avviso di sfratto per Zelensky
il Simplicissimus, 23.7.2025
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E così nella canicola estiva comincia a svanire l’immagine dell’”eroe” Zelensky che probabilmente verrà scaricato adottando lo stesso pretesto che fu usato per il golpe di Maidan e che è una sorta di talismano della felicità per la Cia e per sue operazioni di cambio di regime, ovvero la corruzione. Si tratta di un tipico concetto parapolitico che può essere adottato dovunque e che fa sempre presa sulla gente o comunque fa sembrare spontanee operazioni invece accuratamente preparate a tavolino dai soliti servizi anglo americani. Di una destituzione di Zelensky si parla ormai da due anni, da quando la mitica controffensiva ucraina è completamente fallita in un bagno di sangue e a qualcuno bisognava pure dare la colpa, evitando di farla ricadere sui veri colpevoli, ossia gli alti ufficiali della Nato incompetenti che avevano preparato e guidato le operazioni. Tuttavia non se ne è mai fatto nulla perché le oligarchie di comando volevano ancora più guerra e una caduta dell’ometto che ne era il simbolo, rischiava di cambiare le carte in tavola. Ma adesso le stelle di sciagura per il massacratore del suo popolo si stanno allineando perché non soltanto l’opposizione interna si sta rafforzando sempre di più, ma perché l’uscita di scena del tragicomico vestito da guardiacaccia è ormai un obiettivo di Washington e un goloso boccone per l’amministrazione Trump.
Mentre le truppe russe investivano la città di Pokrovsk causando un’importante breccia nelle ultime difese ucraine, Zelensky con una mossa a sorpresa, che già di per sé esprime disperazione, ha deciso di togliere autonomia alle due organizzazioni anticorruzione che manco a dirlo erano ancora più corrotte di chi dovevano sorvegliare. Si tratta dell’Ufficio Nazionale Anticorruzione (Nabu) che indaga sui casi di corruzione dei funzionari di alto livello e della Procura specializzata anticorruzione (Sap) che raccoglie casi da sottoporre al giudizio dei tribunali, quest’ultima voluta espressamente da Biden nel 2014 quando era vice presidente di Obama, probabilmente proprio per favorire gli affaracci suoi e del figlio Hunter in Ucraina. Sta di fatto che questi due organismi erano tutt’altro che indipendenti e venivano direttamente controllati dall’ambasciata statunitense a Kiev (leggi Cia), attraverso le varie Ong e i media che essa finanziava. Ong che hanno immediatamente organizzato delle manifestazioni anti Ze a dimostrazione della “spontaneità” della cosa: dunque la mossa di Zelensky va direttamente e imprevedibilmente contro gli Usa. Nei sotterranei di Kiev c’è una lotta senza esclusione di colpi, tipica dei momenti finali di un regime, che ha reso il “presidente del popolo” totalmente imprevedibile nelle sue mosse.
Il fatto è che l’uscita di scena del duce di Kiev permetterebbe a Trump di liberarsi dalla trappola dei 50 giorni in cui si è messo da solo, perché di fronte a un cambiamento dal vertice dell’Ucraina, si potrebbe riazzerare il cronometro. Ma è proprio per questo che Zelensky adesso sembra voler affrettare i colloqui in Turchia, proprio per avere le mani in pasta in un’eventuale percorso di pace e ridiventare insostituibile, anche se decisamente a questo punto sembra fuori tempo massimo. Un buon servito all’uomo in mimetica non dispiacerebbe nemmeno alla Londra guerrafondaia perché uno dei sostituti più gettonati sarebbe l’ex capo dell’esercito Zelazny, ora ambasciatore in Gran Bretagna, giubilato a suo tempo, ma con una forte presa sui fanatici nazisti e i loro battaglioni. In aggiunta Trump potrebbe sputtanare ancora di più Biden, ma soprattutto l’ambiente clintoniano e obamiano che gli stava dietro e che teneva in mano la famosa penna automatica.
Il fatto stesso che la Casa Bianca abbia rifiutato l’ex ministro della difesa Umerov come nuovo ambasciatore a Washington, la dice lunga sullo stato reale delle relazioni: cacciando l’uomo simbolo della guerra, un tavolo della pace sarebbe di certo più vicino. E gli Usa vogliono uscire da questa sconfitta. Ma se Zelensky facesse resistenza a lasciare e ad andare in esilio? “Se ne andrà con la forza” dice un funzionario dell’amministrazione Usa. Del resto basta ricordare che fine hanno fatto gli amici dell’America a cominciare da Diem in Vietnam, per non avere alcun dubbio in merito.
«Dans cet article à contre-courant, Frédéric Saint Clair convoque Athéna, déesse grecque de la guerre intelligente, pour penser les conflits du XXIe siècle à rebours du prêt-à-penser moral occidental. De l’Ukraine à Gaza, de l’Iran à Israël, il démonte l’illusion humanitaire et celle du droit international, pour réaffirmer la centralité de la puissance dans les relations internationales. Face aux discours dépolitisés, Athéna ricanerait : la guerre n’a jamais cessé d’être le prolongement de la politique. C’est vrai plus encore à l’heure des grands blocs civilisationnels. Merci au site « Première Nouvelle » où cette analyse a d’abord été publiée».
L’articolo di può leggere qui:
La guerre à l’heure des grands blocs civilisationnels
Frédéric Saint Clair, éléments, 15.7.2025
La cena per l’Ucraina: il vertice della spartizione
Giuseppe Giannini
La Fionda, 11.7.2025
Un appuntamento per le élite occidentali, sulla pelle dei popoli europei, ucraino e russo
La conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, tenutasi a Roma, è stata un’occasione ufficiale per ribadire — con toni retorici — ciò che si è già fatto. Il Capo dello Stato ha parlato di una “pace apparente”, perché “non è possibile abdicare all’aggressore”. Eppure, dopo tre anni e mezzo di carneficina, con un coinvolgimento militare occidentale diretto, supporto di intelligence, sconfinamenti e attentati anche su territori russi non interessati dal conflitto, e sacrifici umani enormi, la situazione resta drammaticamente immutata.
Si invoca il rispetto del diritto internazionale pur sapendo di non rispettarlo. L’enfasi posta sui diritti umani e sulla difesa degli oppressi, almeno nei discorsi ufficiali, non si riscontra — ad esempio — quando si parla dei crimini commessi da Israele.
Una cena per “fare il punto”. Come siamo messi con le forniture d’armi? E con le scorte? L’unica certezza, finora, è che l’economia ucraina è al collasso. Gli “aiuti occidentali” stanno portando Kiev verso la bancarotta, e l’impatto si è sentito anche in Europa e negli Stati Uniti: aumento dei costi energetici, difficoltà di approvvigionamento e stagnazione produttiva.
Il presidente ucraino, sempre in mimetica, riceve fondi a debito e pretende pure di imporre condizioni ai fornitori, considerando “donazioni” i miliardi di dollari americani spesi per supportarlo. Non è un caso se Trump, durante i suoi incontri, abbia chiesto in cambio l’accesso alle terre rare, ricordando a Zelensky di non avere alcuna leva per “fare il gradasso” alla Casa Bianca.
I prestiti e le sovvenzioni dovranno essere restituiti — con interessi salati. Più la guerra si prolunga, più il disastro economico e sociale si aggrava. I creditori? I soliti noti: fondi privati, FMI, Banca Mondiale. Ma la parte più ambigua la sta giocando l’Unione Europea.
Con una gestione fondata sul terrore — oggi incarnata dalla sempre più impopolare Von der Leyen — si passa dal racconto tossico della pandemia a quello della “minaccia russa” come nuova leva per alimentare la paura e tenere unita un’Europa spaccata. L’UE istituzionale, impegnata a sostenere una guerra che i popoli europei non vogliono (come nel caso del genocidio palestinese), è ora esposta per oltre il 40% del debito ucraino.
Kiev non è in grado di onorare gli impegni. E mentre fondi come Blackrock iniziano a sfilarsi, la “patata bollente” resta agli europei.
La cena organizzata da Giorgia Meloni, sospesa tra l’ambiguità filo-Trump e la fedeltà alla tecnocrazia continentale, è servita ufficialmente a confermare il sostegno economico. In realtà, si è trattato di una parziale resa dei conti: i debiti vanno ripagati, e bisogna solo trovare il modo.
Come? Con le solite liberalizzazioni — il modello Iraq insegna — svendendo il patrimonio ucraino per risarcire i creditori occidentali. Il governo italiano, per edulcorare l’operazione, parla di “semplificazione delle regole”. Ma è chiaro: si tratta di scegliere chi, tra soggetti pubblici e privati dei Paesi “filantropi”, metterà le mani sulla ricostruzione.
Il vincolo politico? Atlantismo e austerità europea.
Come nel film francese La cena dei cretini: si invitano gli ingenui, e si ride alle loro spalle. Così, tra sventolii di bandiere gialloblu e gesti simbolici di “empatia”, gli avvoltoi democratici sperano almeno di riuscire dove hanno fallito in passato. Poco importa se ciò comporterà la normalizzazione della destabilizzazione globale.
E anche se le conseguenze dovessero essere ancora peggiori, c’è un piano di riarmo che unisce le cancellerie europee. A meno che — forse — non sia stata davvero l’ultima cena.
L’attuale regime ucraino rappresenta un pericolo veramente grande, pericolo di un conflitto nucleare.
Prima sarà abbattuto e meglio sarà per tutti.
Frenesia bellica, sconfitta certa
Generale Fabio Mini, Contropiano, 31.5.2025
Sotto la superficie apparentemente piatta, o in stallo, dei negoziati e delle operazioni militari, scorre un ruscello carsico che si presta a diventare un fiume tranquillo, o in devastante piena, quando e se riemergerà.
Intanto il ruscello non sembra avere acqua limpida, ma una melma carica di illusioni, irrazionalità e ipocrisia.
L’illusione è forse la parte più pulita del corso e riguarda le pseudo speranze che i negoziati portino alla pace, che le forze ucraine riescano a riprendersi, che i russi si ritirino e che l’Europa riesca a liberarsi dalla dipendenza militare degli Stati Uniti e possa tornare a prosperare anche senza le risorse russe.
Sono illusioni, appunto, costruite per i molti nostri concittadini che si abbeverano all’informazione cosiddetta occidentale, incardinata nell’ideologia della ‘pace giusta e duratura’ e nella retorica dell’’aggressore e l’aggredito’, del bene e del male assoluti.
Russia e Ucraina hanno deciso lo scambio di prigionieri e stanno organizzando il nuovo round di colloqui diretti. La Russia sta preparando il memorandum di base per la ripresa dei colloqui interrotti nel 2022, partendo però dal punto concordato allora con le varianti sopravvenute durante il conflitto.
Un documento semplice e chiaro che ripete ciò che chiede da anni prima e dopo l’invasione: la neutralità ucraina, il riconoscimento delle autonomie delle popolazioni russofone (in pratica la fine della guerra in Donbass), la denazificazione del governo e delle istituzioni (allontanamento di tutti gli elementi neonazisti ed estremisti che, sostenuti dagli americani e dalla Nato, non pensano agli ucraini, ma proteggono gli oligarchi più biechi del globo).
Anche gli ucraini, sostenuti dalla burocrazia e da volenterosi bellicisti europei, ripetono ciò che da alcuni mesi sono stati indotti ad affermare: vogliono la tregua incondizionata di almeno 30 giorni, non come oggetto dei colloqui, ma come condizione per iniziarli.
A scanso di equivoci, il presidente Zelensky e i suoi amici americani ed europei hanno già fissato i paletti della loro pace: nessun territorio ai russi, nessun vincolo al riarmo ucraino, confische dei beni russi, risarcimenti da pretendere per i danni di guerra e tribunale internazionale per i leader politici e militari russi.
In pratica chiedono la capitolazione militare, politica ed economica della Russia.
Una posizione talmente irrazionale che essi stessi sanno non potrà essere accettata dai russi proprio mentre stanno vincendo la guerra. Non solo sul campo.
E, da che mondo è mondo, l’unico risultato delle guerre esistenziali e territoriali è la ridefinizione dei confini alle condizioni dei vincitori.
Con una buona dose di ipocrisia, Ucraina e volenterosi europei intendono usare la tregua incondizionata per prendere tempo. Come a Minsk. Tempo per riarmare l’Ucraina, intervenire con gli eserciti europei in territorio ucraino con un pretesto (per esempio, il solito “controllo” del rispetto della tregua) e riarmare l’Europa per affrontare e battere la Russia in maniera definitiva.
La difesa e la deterrenza sbandierate come elementi passivi del riarmo sono in realtà le maschere per la guerra preventiva che la Nato sta già pianificando. “Dobbiamo battere il nemico al primo colpo, perché se non ci riusciamo dovremo affrontare 15 anni di guerra di logoramento”, ha detto il comandante supremo della Nato.
L’Ucraina non vuole la pace con la Russia, ma la guerra permanente contro la Russia combattuta con gli Stati Uniti e, nel dubbio che con Trump si sfilino dall’impegno assunto da Biden, con gli europei della Nato e non.
Gli Stati Uniti non vogliono la pace, ma il disaccoppiamento fra Russia e Cina ed Europa.
Al distacco tra Europa e Russia già ci pensano i ‘volenterosi’, mentre quello con la Cina è tutto da costruire.
L’Europa si appresta al blocco navale nel Baltico con lo scopo di inchiodare la flotta militare russa e impedire il transito o sequestrare le navi mercantili di qualsiasi bandiera da o per i porti russi.
La Russia ha già avvertito che difenderà e proteggerà tutto il traffico mercantile che la riguarda e che si muove in acque internazionali o in quelle territoriali russe.
L’Europa, che nel frattempo deve affrontare l’offensiva economica dei dazi voluti da Trump, ha varato il 17° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Le ultime novità delle sanzioni riguardano altre 189 navi mercantili che si aggiungono alle 153 già sanzionate portando a 342 il totale di navigli della cosiddetta ‘flotta fantasma’ che sta aiutando la Russia.
Il vero rischio di queste operazioni non è l’inefficacia nella riduzione delle esportazioni russe, e nemmeno lo stimolo al ricorso al cambio di nome e appartenenza delle navi. Una procedura che le agenzie degli Stati bandiera registrano e autorizzano con una email durante la navigazione. Non è neppure la ulteriore contrazione degli affari britannici sui noli e le assicurazioni, di cui la City londinese non è più monopolista.
Più grave è invece il rischio che l’ampliamento dei soggetti sanzionati aumenti il numero di contenziosi in mare o nei porti e dei pretesti per il conflitto armato.
Inoltre, come gli Usa, l’Europa minaccia anche sanzioni economiche e punizioni politiche (e non solo) per i paesi che commerciano con la Russia, il che significa allargare all’intero globo il quadro dell’instabilità e dell’ostilità.
La Commissione Europea insiste che le sanzioni funzionano e che la Russia è in crisi grazie a esse.
Non si spiega però perché si sia dovuti arrivare a 17 pacchetti e si stiano già preparando 18° e 19°. Non si spiega come la guerra stia aumentando d’intensità e la situazione ucraina peggiorando. E che stia peggiorando è evidente proprio dalla frenesia bellica che domina l’Europa nel suo progetto d’intervento in Ucraina.
Non c’è quindi da meravigliarsi se la Russia stessa sembri ignorare le sanzioni, che comunque riesce ad eludere, e guardi con interesse agli effetti delle sanzioni “secondarie”.
India e Cina ne dovrebbero essere i principali destinatari, ma non meno importanti sono i paesi con i quali la Russia ha stretto o rinsaldato i rapporti nonostante o proprio grazie alla guerra.
Sono paesi che importano e pagano profumatamente i prodotti europei, sono esportatori di risorse e sono paesi attivi nella ricerca di un nuovo ordine globale multilaterale.
Le sanzioni su di loro, oltre ad essere aggirabili o ininfluenti, sono cariche di effetti boomerang proprio ai danni dell’Europa.
Con intima soddisfazione anche degli americani.
Infine, le manovre ipocritamente dilatorie dell’Europa per guadagnare tempo si scontrano con una realtà diversa: il tempo non gioca a favore di nessuno.
Trenta giorni servono a poco e già si pensa a un rinnovo periodico e indefinito delle tregue per assicurare quei 5 anni di preparazione alla guerra preventivati dall’Europa.
Ma cinque anni sono troppi per garantire la sorpresa di quell’attacco “preventivo e risolutivo”.
La Russia non può concedere tempo ed essa stessa è soggetta alle pressioni americane per regalare un successo qualsiasi a Trump e al proprio interno che chiede maggiore fermezza e intransigenza.
Il partito dei cosiddetti falchi sta acquisendo consensi e i vertici militari russi stanno facendo di tutto per dimostrare che la questione ucraina non è risolvibile con il negoziato, ma con le armi.
Insistono sul fatto che la fascia di sicurezza, demilitarizzazione e denazificazione che la Russia chiede e che l’Europa nega potrà essere acquisita con la forza, ma senza perdere altro tempo.
In Europa vige la stessa convinzione nei riguardi della sconfitta russa, ma mancano risorse e tempo.
Intanto l’agitazione bellicista europea favorisce i soli interessi delle lobby politico-industriali del breve periodo e accelera la degenerazione e l’ampliamento del conflitto, il quale a sua volta è destinato a polverizzare le risorse umane e materiali e i sogni europei di prosperità per decenni a venire.
* da Il Fatto Quotidiano
Nato: terrorismo ed elusione
il Simplicissimus, 2.6.2025
Come sempre alla vigilia degli incontri per cercare di mettere in piedi colloqui di pace, la Nato interviene con attentati terroristici in maniera da far saltare i colloqui. E man mano che le truppe ucraine perdono terreno si alza la posta degli attacchi che questa volta hanno cercato di colpire, oltre a linee ferroviarie, una gamba della triade nucleare russa, provocando numerosi danni. Ma è bene dirlo fin da subito: le cifre non sono certo quelle che i pagliacci di Kiev megafonano a beneficio della Nato e che purtroppo vengono riferite anche in siti non mainstream, perché proprio dai video diffusi dagli ucraini appare chiaro che sono stati danneggiati solo 5 bombardieri Tu-95, non si sa se in maniera da non poter essere recuperati o meno. Tuttavia pare che tre abbiano subito danni relativamente lievi e possano essere recuperati. La Russia ha in servizio 58 di questi aerei e nel più grande raid missilistico contro le installazioni militari ucraine ne sono stati usati solo sei, visto che ognuno di loro può trasportare otto missili da crociera Kh-101, dunque la capacità di attacco russo rimane praticamente intatta.
Però, sebbene solo due dei cinque attacchi pianificati contro aeroporti russi siano andati a segno, è evidente che esiste un problema che ha poco a che fare con l’Ucraina. I droni usati hanno un raggio di azione di 30 chilometri quindi è chiaro che l’operazione ha richiesto delle quinte colonne o dei facilitatori all’interno del territorio russo e queste quinte colonne sono quelle allevate dai servizi anglosassoni durante l’era di Gorbaciov e di Eltsin. Inoltre è molto probabile, per non dire certo, che i droni siano stati attivati a grande distanza da un segnale remoto inviato da satelliti occidentali, magari vai a sapere da Starlink. Proprio questo rende del tutto inaffidabile qualsiasi colloquio con l’Occidente, che sembra ormai frazionato anzi fratturato in diverse aree di potere ognuna delle quali ha le possibilità di agire per provocare un conflitto globale. L’amministrazione Trump nega di essere stata a conoscenza dell’attacco, ma diciamo che è una smentita rituale poco credibile, ma nel remoto caso fosse sincera dimostrerebbe che Washington non controlla pienamente la situazione e ci sono pezzi di amministrazione che agiscono per conto loro.
Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto una conversazione al telefono con il Segretario di Stato americano Marco Rubio: di tale colloquio si sa poco, ma da alcune indiscrezioni sembra che il Segretario abbia espresso le condoglianze per i recenti attacchi ai treni nelle regioni russe di Bryansk e Kursk, il che ovviamente corrisponde alla secolare tattica anglosassone di lanciare il sasso e nascondere la mano. Di una cosa però possiamo stare certi: la Russia non reagirà emotivamente e mentre attacca lungo tutto il fronte l’esercito di Kiev, sempre più preso dal panico, c’è da attendersi una sorta di Armageddon entro pochi giorni. A mio modesto parere, ma non sono uno stratega, né ho cognizione dei rapporti reali e sottopelle tra le parti, farei in modo da impedire a Zelensky di muoversi da Kiev, anche ammesso che si trovi là, cosa della quale dubito, distruggendo gli aeroporti della città e anche quelli più vicini, assieme a strade e ferrovie. Con il duce dentro il suo bunker le cose cambierebbero di molto e lo strepito occidentale si farebbe flebile o patetico perché la fine si annuncerebbe in maniera comprensibile a tutti, persino agli imbecilli che tengono per l’Ucraina non avendo capito nulla, ma soprattutto non volendo capire perché è questa la difesa psicologica del servilismo globalista.
Ad ogni modo appare evidente che la Russia avrà molti problemi per trattare con gli occidentali, perché palesemente parlano con due o tre voci diverse, quella delle amministrazioni diciamo così ufficiali e quelle delle concrezioni di potere reale a geometria variabile che comprendono finanza e apparati dello Stato. Se una parte cerca di arrivare alla pace l’altra fa in modo che non ci si arrivi. Se poi gli ucraini muoiono e anche i russi chi se ne frega. Ma tutto questo è al contempo una dimostrazione di debolezza perché mette in luce la crisi del sistema neoliberista al suo stesso interno che genera instabilità continua. È certo un problema per Mosca, ma lo è ancora di più per Washington, Londra e le altre capitali.
Esatto. Perché?
Terre rarissime, misteri e giochi di guerra
il Simplicissimus, 14.5.2025
Il sistema occidentale nelle sue articolazioni principali non riesce evidentemente ad esprimere dei decisori all’altezza delle sfide, così che spesso non si capisce bene se questi ultimi stiano scherzando. stiano prendendo dei colossali granchi o cerchino più semplicemente di confondere le acque. Tutte cose che possono tranquillamente coesistere in mancanza di un discorso pubblico coerente che possa permettere un giudizio coerente e non estemporaneo o ideologicamente determinato. Così abbiamo assistito alla farsa delle terre rare che si troverebbero in Ucraina e il cui sfruttamento dovrebbe essere diviso al 50 per cento con gli Usa. Cosa significa tutto questo? Praticamente nulla visto che la maggior parte di tali elementi si trova nelle province orientali ormai parte della Russia, e che non si sa se bene se vi siano in quantità commercialmente sfruttabili sul suolo che presumibilmente resterà a Kiev alla fine della guerra. Si parla di aree con una concentrazione di almeno il 3 % di terre rare, perché altrimenti non ci sarebbero ricavi. Parrebbe più una mossa del cavallo da parte di Trump per superare le difficoltà presenti portando in primo piano un incerto futuro. E in questo senso i codicilli rimasti segreti dell’accordo sono più materiale per incentivare l’immaginazione che qualcosa con effettive connotazioni di realtà.
In ogni caso, ammesso che abbia valore la firma di un governo scaduto e illegittimo, lo sfruttamento di queste eventuali risorse richiederà almeno un decennio. Come scrive il Financial Times questo è il tempo minimo necessario per individuare le miniere, realizzare sistemi di scavo come pozzi e gallerie, costruire un complesso stabilimento di produzione che deve separare le terre rare dai minerali cui sono legate – operazione che richiede non meno di cinque passaggi dalla frantumazione alla separazione chimica finale – senza parlare di tutta la logistica: strade, energia, mezzi di trasporto ad hoc, aree per lo smaltimento di rifiuti, opere di tutela ambientale, anche se queste ultime non sembrano davvero una priorità per la governance ucraina di ieri e di oggi. Si tratta di spese enormi che superano allegramente il miliardo di dollari per le strutture principali e mezzo miliardo all’anno di gestione. Il governo di Kiev dove prenderà queste risorse? Ma anche se ci riuscisse, sarebbe davvero difficile ricavarne qualcosa nei vent’anni di vita di una miniera tipo, a meno che questi depositi non siano di facile sfruttamento e con un tenore di terre rare al 5 per cento, cosa che si può escludere perché se così fosse sarebbero state sfruttate prima. In realtà benché questi elementi siano necessari per determinate applicazioni, il valore di mercato globale è oggi intorno agli 11 miliardi di dollari. Basta fare un po’ di conti.
Il problema è che questi materiali sono strategici, ma che solo la Cina, il maggior produttore mondiale o la Russia sono in grado di sfruttarli in tal senso: in un sistema privatistico in cui i ricavi e i dividendi sono il cuore pulsante dell’economia o comunque di quel poco di economia reale rimasta, è molto difficile poterlo fare a meno di situazioni particolarmente favorevoli.
Insomma tutto questo è solo un circo che può permettere a Trump di galleggiare tra pace e guerra facendo intendere che ogni futura ed eventuale concessione di armi all’Ucraina verrebbe fatta dietro la garanzia di quel 50 per cento di ricavi e non con i soldi del contribuente americano. Donald si è parato il culo con un’operazione di pura facciata, che non solo è economicamente inconsistente in tempo di pace, ma che in tempo di guerra sarebbe puro non senso visto che i russi potrebbero facilmente spazzare via stabilimento e miniere facendo collassare il grande affare ancora prima che cominci. L’unica cosa è capire se siamo di fronte ad acrobati o pagliacci.
Da: La guerra continua perché l’Ucraina non esiste
il Simplicissimus, 25.4.2025
Il fatto è che l’apparato statale è composto da poche migliaia di persone con alla testa Zelensky. Esse fanno riferimento, anzi spesso lavorano quasi sotto contratto, con una varietà di organizzazioni mafiose che, a loro volta, sono posseduti e gestiti da una serie di gruppi globalisti che controllano gran parte dell’Ue e sono ancora forti negli Stati Uniti. Le famiglie di queste “fiduciari” sono spesso state evacuate in Occidente, i loro risparmi sono su conti bancari occidentali e anche i loro altri beni (immobili e/o investimenti) si trovano in Europa, a Londra oppure nei paradisi off shore. Invariabilmente possiedono passaporti occidentali oltre a quelli ucraini. Hanno già piani di evacuazione che possono essere attuati con breve preavviso e dunque per loro ogni giorno di guerra in più non rappresenta un problema, ma un guadagno: seguendo le ricette americane ed europee hanno massacrato il loro Paese e se in Europa ci sono degli idioti che vogliono ancora macinare morti non si tirano indietro perché sono ormai un corpo estraneo che sfrutta una popolazione impoverita e decimata.
[…]
Come ha detto un noto analista, l’Ucraina più che uno Stato è una sorta di Golem animato da zombie e controllato da gruppi oligarchici attaccati a loro volta a pezzi di potere occidentale. Per cui non c’è nessuno che possa davvero negoziare un cessate il fuoco o mettere a punto trattative di pace, consultazioni o cessioni di risorse che poi nemmeno esistono: assistiamo a una rappresentazione fasulla di cui non cogliamo il senso perché i media occidentali tentano di farci credere che l’Ucraina sia una vera nazione e che abbia interessi nazionali. E che sia anche democratica. L’unica speranza che questi clan di potere hanno – al pari dei gruppi di riferimento occidentali – è quello di estendere la guerra ad altri Paesi, nella ormai onanistica convinzione di riuscire a logorare la Russia. O molto più razionalmente quello di guadagnare in maniera scandalosa da un riarmo europeo.
La guerra finita che non vuole finire
il Simplicissimus, 3.4.2025
Qualche giorno fa è apparso un lungo articolo sul New York Times, uno dei principali house organ del globalismo, nel quale si addossavano agli ucraini tutte le colpe di ciò che era andato male nella battaglia contro la Russia. Ci ho anche fatto un post per dire che proprio queste recriminazioni erano un segnale di ammissione di sconfitta. Tuttavia il giornale nell’affrontare questo argomento con l’intenzione di imbiancare i disastri dell’amministrazione Biden, ha di fatto ammesso che gli Usa sono stati strutturalmente in guerra con la Russia, anche al di là delle fornitura di finanziamenti e di armi: una base statunitense a Wiesbaden, in Germania, ha fornito agli ucraini le coordinate delle forze russe presenti sul loro territorio svolgendo un ruolo essenziale nella conduzione della guerra; l’intelligence e l’artiglieria a stelle e strisce hanno aiutato in maniera massiccia le truppe di Kiev, non addestrate all’uso delle armi Usa e infine all’esercito americano e alla Cia è stato permesso di partecipare attivamente agli attacchi contro il territorio russo e contro le popolazioni civili. Cosa quest’ultima che è la normalità della dottrina bellica americana, ma angosasso0ne in generale, come abbiamo potuto toccare con mano in un secolo di storia.
Tutto questo apre fosche prospettive riguardo al possibile raggiungimento della pace, perché mette in luce una frattura che ormai esiste tra Kiev e gli Usa. Lo dimostra anche il fatto che i russi abbiano aderito al cessate il fuoco, limitatamente alle strutture energetiche, arrivando ad abbattere droni già in volo per distruggere alcune delle sotto centrali elettriche ancora funzionanti, mentre gli ucraini hanno del tutto ignorato questo accordo temporaneo e hanno continuato i loro sforzi, per lo più inefficaci, di attaccare le strutture energetiche dalla parte russa. Ciò vuol dire che Trump, può giravoltare quanto vuole, ma non controlla gli ucraini oppure non controlla una parte dei servizi americani e non si sa cosa sia più plausibile. Insomma non ha buone carte in mano: non può costringere Kiev a firmare l’oneroso accordo sulle terre rare che peraltro nemmeno esistono (ma che fanno da contentino per l’opinione publica americana) e sulla gestione delle risorse del Paese che si tradurrebbe nell’accettazione di un regime coloniale umiliante per l’Ucraina e dai costi colossali per gli Usa. Le infrastrutture ucraine rimaste funzionanti non vengono ammodernate dai tempi sovietici e sono assolutamente decrepite; quasi la metà della popolazione è già fuggita (la più parte in Russia) e molti fuggiranno da questo inferno nel momento in cui i confini saranno nuovamente aperti dopo la caduta del governo centrale che è ormai una precondizione per ogni tentativo di accordo o di resa; una consistente parte della popolazione in giovane età è stata falciata dalla guerra e il resto, salvo i burocrati del regime, vive in condizioni estremamente misere grazie alla guerra della Nato. Insomma gli appetiti speculatori e le immaginazioni su una “ricostruzione” si infrangono contro una realtà degradata e tossica.
Infatti nemmeno la Russia intende ficcarsi in questo buco nero e si limiterà a pretendere che il vasto territorio ucraino, meno le aree russofone non rappresenti più un rischio per la Russia e non torni ad essere usato come una clava occidentale contro Mosca. Ma, a meno che gli europei non si vadano a cacciare in una trappola mortale, non traverserà il placido Dniepr, salvo che nella parte sud. Probabilmente non accetterebbe il territorio ucraino nemmeno se gli fosse offerto gratuitamente. Però comunque vadano le cose la fine della guerra, non farà cessare i problemi, ma ne creerà di nuovi, soprattutto per l’Europa, ormai completamente esclusa dalle trattative che contano, anche se cerca scompostamente e in maniera ricattatoria di far continuare il conflitto per ritagliarsi un posto al tavolo della pace e per sostenere in antitesi con Washington la visione globalista delle cose. Insieme a milioni di problemi c’è infatti anche quello delle numerose formazioni naziste bene armate e temprate dalla battaglia che non accetterebbero un regime coloniale di cessione delle risorse del Paese e soprattutto vorrebbero vendicarsi di un Occidente che li ha spinti alla guerra, li ha portati al massacro e poi li ha abbandonati. Numerose dichiarazioni raccolte fra questi combattenti denunciano tale stato d’animo. Questo naturalmente è solo parzialmente un problema di Trump e delle fantasie sulla gestione di tutti gli asset ucraini, ma dell’Europa dove la vendetta sarebbe più facile e più a portata di mano. Forse l’inquilino della Casa Binaca dovrebbe capire che prima di sistemare la questione ucraina deve sistemare quella interna che per l’appunto è la sua vera guerra.