Blog Cassandra, la memoria

Cassandra, la memoria

Cassandra
Da Christa Wolf
Teatro elfo puccini – Milano
Trad. di Anita Raja
Scene, costumi, video e regia di Francesco Frongia
Con Ida Marinelli
Produzione: teatridithalia
Sino al 12 febbraio 2012


La memoria. Non la visione, non il futuro, non la profezia ma la memoria. È in essa che affonda la Cassandra di Christa Wolf. Affonda nel ricordo degli orrori vissuti, della dolcezza gustata con Enea, dell’abbandono, dell’irrisione, del massacro subìto da Troia, da lei, dai suoi fratelli e dalle sorelle. I Greci si condensano tutti nella figura di Achille «la bestia», colui che dopo aver sconfitto Pentesilea, regina delle Amazzoni, la uccide una seconda volta stuprandola pur morta. Elena, invece, non è causa di nulla. Elena non esiste. È l’infinito e molteplice fantasma per il quale gli umani combattono la loro guerra perduta. Il cavallo fatale con il quale gli Achei riescono infine ad aver ragione di Troia non è che l’ultimo atto di ciò che Cassandra seppe ma che non poté comunicare: «Quando Apollo ti sputa in bocca significa: tu hai il dono della veggenza, tuttavia nessuno ti crederà». Con queste parole comincia lo spettacolo, e con alcuni video nei quali Cassandra sembra annaspare e annegare nell’acqua sacra della follia e del sogno. Le parole conclusive, invece, si interrogano su «was bleibt», su che cosa rimane della vita vista, sofferta, pagata. Della vita feroce. Un teatro della crudeltà che il regista Francesco Frongia dispiega attraverso degli elementi scenici enigmatici e arcaici -carro, prigione e bara in un unico oggetto- e che Ida Marinelli interpreta attraverso un monologo di grande tecnica teatrale che tuttavia non afferra, che lascia un’impressione di gelo profondo. Forse lo stesso gelo che prese Cassandra a Micene quando la morte tante volte intravista diventava finalmente memoria.

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L’impressione di lucidità e freddezza l’avevo avuta alla lettura del monologo – e anche il senso che tutto è vano e tutto è(ormai)compiuto. Forse lo spettacolo, che non ho visto, vuol rendere proprio questo, unitamente al tono da sogno-vaniloquio che mi pare presente anche nel monologo scritto e non in contraddizione con lucidità e freddezza, come se Cassandra ragionasse-evocasse al tempo stesso, provvista di nessun’altra forza che la riflessione-ricordo.

Nella lettura, si rimane, come Cassandra al momento, davanti alle mura di Micene, e non si ha neppure il tempo psichico per immaginare, di lei, il “dopo”, che ancora l’aspetta. La Wolf coglie la sostanza di quella condizione e di quella persona, che ha vissuto tragicamente la Storia e che d’ora in poi dovrà vivere, consumandosi, una povera e pesantissima storia.

Ben consapevole di aver nulla aggiunto alla riflessione sullo spettacolo, invio il commento anche per ringraziarla dell’opportunità di riflettere, che lei, prof. Biuso, costantemente offre.

Non esaltante dunque? Ero tentato di vederlo, anche se mi sa che ormai è finito…

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