Constantinos Kavafis
SETTANTACINQUE POESIE
A cura di Nelo Risi e Margherita Dalmàti
Giulio Einaudi Editore, Torino 1992
Pagine 219

Centocinquantaquattro poesie scrisse Kavafis, all’intersezione tra il mito, la storia, le passioni. Là dove «la memoria del corpo» (Ritorna, pag. 69) si coniuga al «monotono giorno da un monotono identico giorno seguìto» (Monotonia, 79). «Miseri balocchi della sorte» (I cavalli di Achille, 21), gli umani di Kavafis sono intessuti di sensualità, di desiderio, di racconto, di storia, di tempo. E cosa sarebbe tutto questo senza la parola che lo celebra? Qualunque sia l’evento, l’incontro, il sentimento, l’amore o l’abbandono, ciò che conta è che ne abbia «guadagnato la vita dell’artista» che da ogni situazione, dolore o gioia, sa trarre «i versi forti» della propria musica (L’origine, 141) e la pacata, dolente saggezza di chi ha imparato a non sciupare la vita «nel troppo commercio con la gente / con troppe parole e in un viavai frenetico» (Per quanto sta in te, 59), conservando piuttosto il profondo, cesellato e sobrio splendore di ogni sillaba, istante, verso. Perché è la bellezza la vera Itaca che questo poeta cerca, alla quale torna e dove sempre è diretto. I tanti e diversi personaggi storici che egli canta, dai forti greci delle poleis agli inquieti potenti bizantini, dai sovrani alessandrini ai soldati romani, costituiscono l’esempio e il paradigma di un modo altro di esistere, quel modo che è stato sempre e ogni volta può tornare, purché si sappia decifrare la sua luce:

Se abbiamo abbattuto le loro statue / se li abbiamo scacciati dai loro templi / non per questo gli dèi sono morti. O terra / di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora. / Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta / nella tua aria passa un vigore di quella loro / vita e una figura d’efebo, indecisa, / immateriale, a volte corre via veloce / sull’alto delle tue colline. (Ionica, 125)

Questa musica è il paganesimo aere perennius.

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