Tesi e mondi
Aldous, 15 dicembre 2022
In questo articolo per Aldous ho ripreso quanto detto in Lauree e la discussione che ne è seguita con alcuni allievi e amici, la quale ha evidenziato che la metamorfosi dell’Università attuata dai ministri Luigi Berlinguer e Mariastella Gelmini ha avuto come esito uno studio diventato trafelato, che rimane di conseguenza del tutto superficiale, che ha come risultato il non apprendere nulla e il dimenticare presto ciò che si è appreso.
Ma non mancano per fortuna consistenti segnali del permanere di un abito scientifico che si unisce alla tenacia e a tanta passione verso la conoscenza. Le studentesse che hanno dialogato con me hanno ad esempio coniugato le tesi di Giovanni Gentile sull’educazione con la propria esperienza, cogliendo il nucleo profondo della pedagogia socratica, il cui esito non dipende dal docente (che non è onnipotente) né dipende dall’allievo (che è appunto in formazione) ma è il risultato della loro relazione, dalla quale si genera il fatto educativo come esperienza comunitaria. Sono concetti semplici e fecondi ma evidentemente del tutto ignoti alle istituzioni formative degli anni Venti del XXI secolo.
E pertanto sono convinto che al pessimismo dell’intelligenza dobbiamo unire l’ottimismo della volontà, poiché una società senza conoscenza e senza rispetto per chi apprende è una società perduta. La presenza di tanti studenti e docenti dai comportamenti e dalle parole ancora libere e consapevoli è di per sé garanzia di salvezza del sapere, delle comunità politiche, degli individui capaci di pensiero.






Le università italiane, intanto, contano sempre meno.
In esse, come è successo negli scorsi giorni a Catania, i laureati dei corsi triennali – lauree che non valgono nulla – hanno continuato a festeggiare questo nulla nonostante le nuove regole indicate dal Dipartimento di Scienze Umanistiche.
Meno una laurea vale, più la si festeggia.
Gli studenti sembra che si iscrivano all’Università non per apprendere, studiare, faticare ma per il momento festaiolo nel quale potranno replicare la festa dei 18 anni.
Tutto questo è espressione di semplice e patetico narcisismo, il narcisismo di massa del quale parla la sociologia contemporanea.
Questi infanti e le loro famiglie mi fanno pena, veramente.
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La superiorità delle università cinesi
Raúl Zibechi
Comune Info, 19 Aprile 2026
fonte: https://comune-info.net/la-superiorita-delle-universita-cinesi/
A volte non riusciamo a cogliere la portata dei cambiamenti in atto. Un buon modo per osservarli è concentrarsi su casi specifici, persino esemplari. Un esempio è offerto dalle nuove classifiche universitarie mondiali, da sempre dominate dall’Occidente.
Solo vent’anni fa, la classifica universitaria globale basata sulla produzione scientifica e sugli articoli pubblicati su riviste specializzate mostrava sette università statunitensi tra le prime 10 al mondo. Ovviamente, la prima era l’Università di Harvard. In quegli anni, c’era solo un’istituzione cinese, l’Università di Zhejiang, che riusciva a classificarsi tra le prime 25 (The New York Times, 15 gennaio 2026).
In un brevissimo lasso di tempo, appena un quarto di secolo, abbiamo assistito a un vero e proprio tsunami, uno sconvolgimento totale che non ha lasciato nulla al suo posto. Oggi, tra le prime 10 università al mondo, otto sono cinesi, una è canadese e una è statunitense. L’iconica Harvard è stata scalzata al terzo posto, mentre Zhejiang ora occupa il primo.
Indubbiamente, le università americane continuano a produrre una grande quantità di ricerca, ma la novità è che le università cinesi lo stanno facendo a un ritmo molto più rapido. Le sei università americane che erano tra le più importanti negli anni 2000 (Università del Michigan, Università della California, Los Angeles, Johns Hopkins, Università di Washington-Seattle, Università della Pennsylvania e Università di Stanford) producono più ricerca di quanta ne producessero vent’anni fa, eppure sono state superate dalle università cinesi.
Secondo tutti gli analisti, una quantità e una qualità eccezionali di articoli accademici stanno arrivando dal paese asiatico, superando la produzione degli Stati Uniti. Una delle ragioni principali di questo cambiamento è che la Cina ha investito miliardi di dollari nelle sue università e si sta impegnando per renderle attraenti per i ricercatori stranieri. Al contrario, l’amministrazione di Donald Trump ha tagliato milioni di dollari di sussidi alla ricerca universitaria per ridurre il considerevole deficit pubblico.
Inoltre, la stretta sull’immigrazione ha spinto molti stranieri, così come americani, a lasciare il paese, dirigendosi principalmente verso l’Europa. Quest’anno, l’arrivo di studenti internazionali negli Stati Uniti è diminuito del 19%, spingendo alcune università in crisi. Secondo Bloomberg, il calo dei potenziali studenti porterà alla chiusura o alla fusione di 370 università private nel prossimo decennio. Altre 430 istituzioni, con 1,2 milioni di studenti, si trovano ad affrontare “minacce esistenziali moderate”. A ciò si aggiunge la chiusura di 114 università private senza scopo di lucro tra il 2010 e il 2020, quasi il doppio rispetto al decennio precedente. Gli studenti terminano gli studi indebitati e le loro famiglie sono costrette a contrarre debiti per aiutarli. La retta, l’alloggio e il vitto per quattro anni in un’università privata ammontavano in media a 56.000 dollari nell’anno accademico 2023-2024, mentre nelle università pubbliche statali erano di soli 24.000 dollari. Ciononostante, la classe media trova sempre più difficile sostenere queste spese, soprattutto a causa della stagnazione dei salari nel mercato del lavoro. Questo è uno dei motivi per cui il 26% degli studenti universitari ha seriamente preso in considerazione l’idea di abbandonare gli studi o rischia di farlo.
Siamo entrati in una sorta di nuovo ordine mondiale nell’istruzione. Ora, i migliori scienziati si stanno trasferendo in Cina, proprio come un tempo facevano negli Stati Uniti. Gli esempi sono numerosi. Jiang Jian-feng, uno degli scienziati più importanti, a soli 30 anni, ha lasciato il rinomato Massachusetts Institute of Technology per tornare all’Università di Pechino come ricercatore senior e supervisore di dottorato. Il genio della matematica Wan Daqing, vincitore del più prestigioso premio di matematica cinese, si è ritirato dall’Università della California a luglio ed è tornato in Cina per assumere il suo nuovo incarico.
Casi come questi sono molto comuni, anche tra gli scienziati occidentali che decidono di trasferirsi in Cina o in altri Paesi. Dal 2018, tra i 70 e i 100 scienziati cinesi e sino-americani di fama internazionale lasciano gli Stati Uniti ogni anno. In generale, l’aumento storico degli americani che si trasferiscono all’estero è dovuto a motivi di sicurezza, costo della vita, istruzione e assistenza sanitaria.
Il mondo è cambiato e queste cifre rappresentano solo un piccolo campione. Tuttavia, chi tra noi non crede che i cambiamenti di cui abbiamo bisogno debbano provenire dall’alto, dal governo, non può ignorare la portata di queste trasformazioni, perché ci stanno influenzando in un modo o nell’altro.
La scuola è morta, uccisa.
Anche per la ragione indicata in questo articolo di Giorgio Ragazzini: “ è anche profondamente ingiusto che molti studenti preparati conseguano gli stessi voti di altri che lo sono assai meno”.
Effetto questo, di tante cause, tra le quali aver voluto semplificare la difficoltà dell’esame per evitare ’traumi’ ai nostri studenti. In questo modo non soltanto la scuola ma è l’intera collettività a morire.
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ESAME DI MATURITÀ: COME RENDERLO PIÙ CREDIBILE E “SPENDIBILE”?
Una parte di prove standardizzate darebbe più oggettività
a un esame screditato dalle differenze “geografiche” nelle valutazione
di Giorgio Ragazzini, “ilSussidiario.net“, 17 aprile 2026
Torna da quest’anno scolastico l’Esame “di maturità”. Il nome, che reggeva dal 1923, fu sfrattato nel 1999 dal più protocollare Esame “di Stato”, cosa di cui tutti si sono altamente infischiati, continuando a chiamarlo alla vecchia maniera (stessa sorte ha avuto la decisione di sostituire “Scuola media” con “Scuola secondaria di primo grado”).
Si presume che il ministro Valditara abbia preso atto di questa indiscutibile situazione di fatto, oltre a voler recuperare il senso della denominazione originaria, sottolineando che la verifica deve riguardare, oltre alle conoscenze e alle abilità, anche “il grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità degli studenti”.
Detto questo sull’onomastica, va affrontato un ben più grave problema, ormai per tutti evidente: la perdita di credibilità e quindi anche di spendibilità di questo diploma per trovare un lavoro e per iscriversi alle facoltà universitarie, diverse delle quali hanno introdotto i test di ammissione anche per questo motivo, oltre che per evitare un numero ingestibile di iscritti. Quanto alle aziende, in generale tendono a dare più credito alle loro verifiche, agli stage e ai periodi di prova.
Un primo motivo di svalutazione è la scarsissima selettività dell’esame. L’anno scorso non è stato considerato “maturo” solo lo 0,3 % dei candidati. In altre parole – o meglio in altri numeri – 3 ogni 1000. È anche vero che a questa minima percentuale bisogna aggiungere il 3,5% dei non ammessi agli esami; e che nel quinquennio precedente si sono persi (per ripetenze o abbandoni) 83.217 ragazzi e ragazze su 558.114 iscritti alle prime classi, cioè il 14,9%.
Ma quello che probabilmente scredita di più questo esame è il fatto che i voti finali degli studenti meridionali, che i test Invalsi indicano come in genere meno preparati, sono mediamente più brillanti rispetto a quelli del nord e del centro (vedi tabella più sotto). Lo scorso anno, gli studenti valutati con 100 o con 100 e lode nelle otto regioni del nord sono stati il 6,1% (la più rigorosa è la Val d’Aosta con il 3,3); nelle quattro regioni del centro il 10,2%; nelle otto del sud e delle isole il 13,3%, quindi più del doppio che nel nord, con la punta più alta in Calabria con il 18,1%. Da notare che la media dei 100 e 100 e lode nel corso degli anni è aumentata in tutta Italia: erano il 6,2% del totale nel 2016, hanno raggiunto il 9,9% nel 2025. Quasi che, di fronte alla maggiore generosità del meridione, anche i docenti delle regioni più esigenti avessero deciso di abbassare un po’ l’asticella.
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La conseguenza non può che essere l’insufficiente affidabilità di queste valutazioni. La quale indubbiamente affonda le proprie radici nei frequenti inviti a essere “comprensivi” rivolti ai docenti a partire dagli anni ’70. Una “comprensione” che in sede d’esame sfocia anche in una diffusa tolleranza del copiare, quando non in un’attiva collusione a questo scopo, come ho già sottolineato in un precedente articolo. C’è quindi da dubitare che i troppi e spesso poco credibili 100 e 100 e lode siano ancora una carta vincente per il proseguimento degli studi e per trovare un lavoro, ma è anche profondamente ingiusto che molti studenti preparati conseguano gli stessi voti di altri che lo sono assai meno.
[…]
Data la tendenza a ridurre il numero dei commissari, le prove d’esame standardizzate presentano anche il vantaggio di poter verificare le conoscenze in un maggior numero di materie, attualmente condizionato dalle esigenze di risparmio. E tra queste sarebbe importantissimo inserire la storia negli esami di maturità di tutti gli indirizzi delle scuole superiori, visto il larghissimo consenso sui danni che una sua scarsa conoscenza arreca alla comprensione del presente e in fin dei conti alla stessa democrazia.
Finalmente il Dipartimento dove insegno ha preso la saggia decisione di restituire all’esame di laurea triennale la sua natura di esame, appunto, senza festeggiamenti, senza invitati, senza spumante e coriandoli, tutte manifestazioni piuttosto patetiche per una certificazione che vale poco o niente.
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Modalità di svolgimento della prova finale triennale della sessione di aprile 2026
Si comunica a tutti gli studenti e a tutte le studentesse che, come deliberato dal Consiglio di Dipartimento nella seduta del 12 febbraio u.s., le prove finali di laurea triennale della sessione di aprile 2026 si svolgeranno come un ordinario esame, in forma aperta e pubblica.
La cerimonia plenaria di conferimento della pergamena di laurea si terrà nel mese di maggio, in data da definire.
Data di pubblicazione: 04/03/2026
Fonte: https://www.disum.unict.it/it/notizie/modalit%C3%A0-di-svolgimento-della-prova-finale-triennale-della-sessione-di-aprile-2026
Segnalo un lucido e dolente articolo apparso su girodivite.it
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È questa l’Università che vogliamo?
di Alessandra Calanchi e Massimo Stefano Russo – 5.5.2024
Leggere la notizia che molti Rettori di università pubbliche, in Italia, si stanno aumentando il compenso con effetto domino, non ci rallegra. L’università pubblica, come la scuola, il sistema sanitario, insomma tutto ciò che ci hanno insegnato ad amare e proteggere insieme alle nozioni di democrazia, repubblica e senso civico, si sta disgregando. Impariamo con amarezza (sgomento?) che “possono farlo” a causa di una legge firmata nel 2022 dall’allora primo ministro, in piene emergenze pandemiche prima e belliche poi. Ciò ci rallegra ancora meno. Non faremo nomi, ma ascoltando colleghi di varie università possiamo dichiarare che le stime contenute nell’articolo pubblicato su Open sono sbagliate per difetto.
Non si tratta solo di aumenti – alcuni rettori si sono duplicati, triplicati, quadruplicati l’indennizzo. In atenei dove un contrattista prende un paio di migliaia di euro per tenere un intero corso (compresi esami, tesi e attività didattiche e gestionali), ai collaboratori linguistici viene abbassato lo stipendio e ai docenti di laboratorio vengono offerti 600 euro lordi. Dove negli uffici amministrativi serve personale che non arriva.
Tutto è iniziato col considerare le università “aziende”. Il personale, “risorse umane”. Le pubblicazioni, “prodotti della ricerca”. Gli studenti, “clienti” e “utenti”. I docenti, “guide” o “facilitatori”. Gli esami, “sfide”. I progetti, “incubatori”. Sta tutto nelle parole? No, certo, ma bisognava capirlo, e fermarlo, questo processo canceroso e cancerogeno che ha distrutto ciò che funzionava e sta creando marciume e ineguaglianza. Non diciamo che i dirigenti dovrebbero ispirarsi alla Repubblica di Platone, e lavorare senza compenso alcuno, ma almeno che non giustificassero la loro avidità in nome dell’adeguamento alle loro “crescenti responsabilità”. Troviamo mostruoso questo ragionamento. In questo paese – per fare un esempio, ma ne potremmo fare tanti – ci sono giovani donne e uomini che guadagnano 1.200 euro al mese lavorando nelle scuole primarie come insegnanti di sostegno, in una società cambiata e sempre più complessa, con una crescente richiesta di attenzione e professionalità per gestire i problemi di apprendimento, le fragilità psicologiche, i rapporti complicati con i genitori. Non fanno parte dello stesso sistema “aziendale”? Non fanno parte dei lavoratori della conoscenza? Non fanno parte del mondo che cambia, delle esigenze mutate, non hanno responsabilità pazzesche?
Una società in cui chi è al vertice può aumentarsi lo stipendio (come fanno i politici) o gli indennizzi (come fanno i dirigenti d’azienda, fra cui i Rettori) è una società malata, allo sfascio, prossima alla morte. È una società che ha abdicato ai principi della giustizia e ai valori condivisi. E questa università è pubblica solo perché riceve soldi dallo Stato, e si adegua ai dettami del Ministero, ma quanto denaro riceve dai privati? Lo sa, la gente comune, che gli assegni di ricerca – e anche alcune posizioni da ricercatore – sono ormai possibili solo grazie a finanziamenti di privati? Questa è la libertà della ricerca? Per quanto riguarda la didattica, è d’uopo citare Alessandro Carrera (Sapere, 2022): “Di fatto, da una dozzina d’anni in qua non insegno veramente, faccio il dj. […] Sto facendo il dj della cultura. I miei studenti, peraltro, non sono consumatori estatici. Come utilizzatori di applicazioni (lo stadio successivo al consumo), mi considerano una app che è supposta sapere qualcosa in più di quanto loro siano tenuti a imparare.”
È questa l’Università che vogliamo? Vogliamo davvero spacciare ignoranza mentre le dirigenze si arricchiscono? O non è venuto il momento di una sana protesta condivisa? Indubbiamente l’aumento in busta paga dello stipendio dei rettori che rientra nella logica dei premi di produzione autocertificati dai medesimi e del motto “Siamo bravi e ce lo meritiamo”, deve far riflettere. Da anni in silenzio e sottotraccia nell’Università, dove tutto viene commissionato, si è affermata una controriforma che privilegia la quantità alla qualità. Il criterio passa attraverso i punti e i crediti, a partire dalla formula 3+2 che ha declassato la laurea e reso la vera formazione sempre più elitaria ed esclusiva. Alle facoltà si sono sostituite le scuole, alla laurea il titolo di studio, alla tesi, l’elaborato finale. Un linguaggio aziendale nello spirito neoliberista della competizione dove l’egoismo si afferma come una virtù e la solidarietà viene additata quale fragilità.
Di fatto l’Università intesa nel senso nobile del termine come sede per trasmettere sapere, cultura e conoscenza scientifica si trasferisce nei master e nei dottorati di ricerca riservati all’élite meritocratica, dove vengono sempre più chiamati a insegnare quasi esclusivamente gli ordinari. A “preparare” nelle lauree di primo livello si ritrovano i ricercatori a tempo determinato (Rtd) e gli ultimi ricercatori a tempo indeterminato (ruolo ormai in scadenza), a cui si affidano i moduli corrispondenti agli insegnamenti. Si tratta di ricercatori che da dottori acquisiscono la “nomea” di professori aggregati, chiamati a svolgere la loro attività con l’ausilio degli associati, lanciati in carriera e la garanzia accademica di avallo degli ordinari sovrannumerari, tutto nel rispetto dei dettami istituzionali, in risposta ai requisiti minimi richiesti dal Ministero.
Gli insegnamenti, frazionati in moduli nell’accreditare un sapere minimo, in chiave smart, vedono gli studenti e alla prova d’esame avvalersi più che dello studio, dove si applica l’intelligenza ingegnosa, della furbizia maneggiona, del sapersi dare da fare tra appunti e fotocopie, nell’affidarsi all’arte dell’arrangiarsi nel tentativo di superare la prova. Cosa pretendere da lezioni compresse ridotte in schermate che scorrono commentate a voce alta, rilette alla bella e meglio, dove 6 crediti corrispondono a 6 ore a settimana per 36 ore? Un insegnamento di 36 ore diluito in 6 settimane, al massimo raddoppiato (12=72) che formazione può dare?
Il valore e il ruolo dell’Università lo si è perso da tempo, senza nemmeno accorgercene, con la compiacenza dei docenti cooptati negli ingranaggi del sistema (tra attività gestionali, terza missione e commissioni), nel proliferare in modo sconsiderato di sedi distaccate e insegnamenti autoreferenziali, con la comunicazione fattasi scienza di non si sa bene quale sapere. Quali le conseguenze della nuova Università spacciata di massa che arriva ad accreditare l’ignoranza come “capitale sociale”? Cos’è l’Università oggi?
Formalmente l’obiettivo della laurea di primo livello rientra nel voler fornire un’adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali e acquisire le specifiche conoscenze professionali, come recita il decreto ministeriale n. 270 del 22 ottobre 2004. (La laurea triennale la si ottiene conseguiti 180 crediti formativi universitari (CFU) distribuiti in un massimo di 20 esami. Il titolo, previo l’abilitazione richiesta, permette l’iscrizione agli albi professionali e di immatricolarsi ai corsi di perfezionamento e ai master di primo livello, così come iscriversi ai corsi di laurea magistrale. I concorsi pubblici per i laureati solitamente richiedono la laurea magistrale).
Semplificato lo studio e resa sempre più burocratica l’attività di insegnamento e ricerca di fatto la preparazione universitaria ha sempre meno credito. L’intenzione in questi anni è stata quella di svuotare di contenuti le aule universitarie, trasformando il sapere in citazionismo e conoscenza stereotipata che arriva a rasentare la banalità. I fermenti nelle Università nell’esprimere un atto d’accusa del sistema, rivolti contro il potere politico dominante e la governance accademica accondiscendente, rivelano come un’Università declassata a facile esamificio mette a rischio il pensiero nel suo essere critico e impoverisce il dialogo.
Bisogna ritrovare la capacità di riprendersi l’Università quale fonte primaria di ricerca e trasmissione di sapere scientifico ed evitare che diventi spazio di speculazione e fonte di arricchimento per i privati che attratti da facili e lauti guadagni in diverse forme in essa opportunisticamente investono.
Da twitter, oggi.
Come dico sempre, la tesi di laurea è un pezzo di vita.
Grazie e Buon 2023, caro Professore.