Esami
Aldous, 4 maggio 2026
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In questo breve articolo ho riassunto la cronaca di una recente sessione di esami universitari e ho cercato di individuarne alcune delle ragioni e degli effetti.
Aggiungo qui quanto ho comunicato (tramite la piattaforma Studium) agli studenti iscritti ai miei corsi a proposito del mancato rispetto delle indicazioni che il Dipartimento di Scienze Umanistiche ha dato sulle modalità di svolgimento della sessione di esami di laurea dei corsi triennali, così riassunta nella pagina del sito Disum a tali esami dedicata:
«Si comunica a tutti gli studenti e a tutte le studentesse che, come deliberato dal Consiglio di Dipartimento nella seduta del 12 febbraio u.s., le prove finali di laurea triennale della sessione di aprile 2026 si svolgeranno come un ordinario esame, in forma aperta e pubblica. La cerimonia plenaria di conferimento della pergamena di laurea si terrà nel mese di maggio, in data da definire»
(Fonte: Modalità di svolgimento della prova finale triennale della sessione di aprile 2026).
Le modalità sinteticamente indicate in tale pagina sono state ampiamente illustrate agli studenti in altre forme. E nonostante tutto questo, molti (troppi) studenti e le loro famiglie si sono comportati come se non si trattasse di un esame ma di una cerimonia, vestendosi anche in modo carnevalesco – con bizzarri costumi da animali dei cartoni animati – e come al solito sporcando gli spazi (che sono invece tutelati!) del Monastero dei Benedettini con bevande, coriandoli e altre manifestazioni di bisboccia.
Questo è dunque ciò che ne ho scritto:
«I laureati dei corsi triennali – lauree che non valgono nulla – hanno continuato a festeggiare questo nulla nonostante le nuove regole indicate dal Dipartimento di Scienze Umanistiche.
Meno una laurea vale, più la si festeggia.
Gli studenti sembra che si iscrivano all’Università non per apprendere, studiare, faticare ma per il momento festaiolo nel quale potranno replicare la festa dei 18 anni. Tutto questo è espressione di semplice e patetico narcisismo, il narcisismo di massa del quale parla la sociologia contemporanea.
Questi infanti e le loro famiglie mi fanno pena, veramente».






Buon pomeriggio,
leggere questo articolo rende giustizia alla fermezza con cui ho deciso di affrontare questo ultimo step del percorso triennale, negando persino ai miei genitori di presentarsi il giorno dell’esame! Sono fermamente convinta che oggi lo studio è passione e come tale io lo vivo al di fuori di ogni mera applicazione pratica, come unica fonte di stimolo e di fuga dalla banalità della vita…eppure mi sentivo in colpa, sono stata accusata di essere esageratamente ligia alle regole, ma per fortuna ho letto queste parole e mi sento, almeno in un’occasione, un tantino fiera di me…una mamma di due figli, che ha discusso la tesi, con un paio di scarpe ginniche!
Non «un tantino» ma molto di più deve sentirsi fiera di se stessa, gentile Valentina.
Anche in quanto adulta, lei ha compreso il significato e i limiti di una laurea triennale e dunque l’ha valorizzata al massimo. Ma non credo che si tratti soltanto di età. Le sue parole mostrano un interesse autentico verso la conoscenza, verso l’apprendimento, verso la pienezza che conoscenza e apprendimento offrono a chi vi si dedica davvero.
La ringrazio molto per averne voluto parlare in questo spazio.
I testi di Elisabetta Frezza sono sempre vivaci ed esatti.
Riproduco parti di un suo articolo di oggi. In esso emerge con lucidità quali siano le molteplici radici dell’inaudita ignoranza che anche le sessioni di esami universitari testimoniano e documentano in modo sempre più drammatico.
Del matematico Lucio Russo, punto di riferimento del testo di Frezza, mi sono occupato più volte. La più recente è una recensione del 2019 a un suo libro dal titolo Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista (Link: https://www.biuso.eu/2019/11/13/classico/).
La crisi dell’occidente anglosassone e dei suoi coloni (noi) emerge con lancinante chiarezza nella dissoluzione della sua civiltà culturale, vale a dire scientifica, artistica, teoretica.
Un mondo di persone ignoranti è certamente più obbediente di un mondo di persone che sanno.
È a questi servi che si offre anche la gratificazione delle feste triennali, insieme a tante altre soddisfazioni.
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Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto
Elisabetta Frezza, La Fionda, 11.5.2026
Fonte: https://www.lafionda.org/2026/05/11/dellignoranza-obbligatoria-listruzione-superiore-verso-linfimo-e-lindistinto/
Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).
Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.
Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani. Ne è uscita una cosa lunga, che mal si concilia con l’esigenza di accedere a consumazioni veloci, propria di un tempo in cui non c’è tempo. Chi si prenda la briga di arrivare in fondo verificherà tuttavia che “in cauda venenum”.
In morte della TreeLLLe
Tutti sanno che la legislazione scolastica italiana dell’ultimo quarto di secolo non è frutto della dialettica parlamentare: la materia è troppo delicata per essere abbandonata agli estri della politica politicante. Tutti sanno che il luogo dove sono elaborate e scritte le riforme è altrove. Ad esempio nelle stanze della Fondazione Agnelli – un nome una garanzia – che, nata sessant’anni fa come istituto di ricerca nelle scienze sociali, ha presto focalizzato il proprio impegno sull’”education” (da quelle parti si dice così).
[…]
Forse non tutti sanno, però, che la TreeLLLe, venuta alla luce nel 2001, si è estinta nel 2025. Lo comunica in apertura il sito di riferimento con un necrologio molto essenziale, privo di dettagli sulle circostanze della dipartita. In mancanza di spiegazioni ufficiali, è legittimo formulare ipotesi fantasiose; e magari immaginare che l’entità sia stata semplicemente soppressa per aver esaurito il proprio mandato. O meglio, che il suo spirito abbia traslocato in altra sede, nel senso che, finalmente, si è fatta essa stessa ministero. Del resto, il ministro in carica, così come vari suoi predecessori, è un triellino di comprovata fede.
In ogni caso, la lista degli affiliati alla TreeLLLe costituisce prova documentale della contiguità, e continuità, tra coloro che hanno ricoperto ruoli apicali nel settore scolastico indipendentemente dalla relativa etichetta politica: a dettare l’agenda, infatti, è sempre la tecnocrazia di Bruxelles, vale a dire la quintessenza dell’antidemocrazia, e i tocchi autografi concessi ai singoli esecutori pro tempore (esecutori nel senso di membri dell’esecutivo, naturalmente) vanno intesi come carote lanciate qua e là all’elettorato di riferimento mentre il bastone batte inesorabilmente la medesima strada. Che poi tutti quanti costoro parlino appassionatamente la stessa identica lingua – una specie di sottoprodotto della lingua imperiale – arrivando, sprezzanti del ridicolo, a rasentare la caricatura, è la conferma definitiva della loro comune appartenenza, della compartecipazione a obiettivi comuni, della piena adesione al programma stabilito in alto (e altro) loco.
L’impressione, dunque, è che – lungo il binario unico, lastricato di formulette anglofone, calcato negli ultimi decenni dai novatori di tutto l’arco costituzionale – il treno sia quasi giunto al capolinea, e che in qualche modo ce lo stiano pure annunciando. Che il suo itinerario fosse segnato, e che il traguardo corrispondesse alla demolizione della struttura della scuola italiana e al dissolvimento della sua anima, era chiaro già dalla fine del millennio trascorso, o almeno lo era agli osservatori più attenti.
L’attualità della ricostruzione di Lucio Russo
[…]
Ma qual era l’impalcatura che si voleva risolutamente abbattere? Prima della colata di lava delle mille riforme impacchettate dentro le formulette eufoniche del pedagogese, «si pensava – dice Russo – che la cultura avesse una solida base unitaria, in assenza della quale non fosse possibile acquisire le varie conoscenze specialistiche. I contenuti della cultura di base includevano l’inquadramento nello spazio e nel tempo della propria esperienza diretta, grazie a un corpo di conoscenze geografiche e storiche, gli elementi fondamentali della storia della cultura occidentale, sin dalle sue basi nella civiltà greca, lo studio della letteratura nazionale e una serie di strumenti concettuali elementari, considerati indispensabili a quelle che venivano dette “persone colte” […]. Gli studenti venivano abituati a usare contemporaneamente due diversi livelli di discorso: quello concreto […] e quello teorico, per il quale occorreva usare una terminologia specifica.
[…]
Per la cronaca, dopo Berlinguer (e dopo il libro) sarebbero arrivate, coi loro bastimenti carichi di innovazioni, la Moratti e la Gelmini; fu poi la volta di Renzi sotto le mentite spoglie della Giannini, col suo marchingegno legislativo assemblato per compiacere l’Europa e venduto in piazza sotto il brand “la buona scuola” come fosse una batteria di pentole; e poi la pittoresca Fedeli munita del suo diploma di terza media, tra vari altri personaggi dimenticabili – a parte la signora consegnata alla storia per la mirabolante trovata dei banchi a rotelle. Fino agli ultimi esemplari: a Bianchi, dal curriculum perfetto per sgombrare l’edificio delle ultime masserizie in nome della virtualizzazione universale e del PNRR, e a Valditara che, da romanista (nel senso di studioso di diritto romano), ha acchiappato entusiasta dall’altro versante dell’emiciclo il testimone del predecessore. Un campionario assortitissimo, insomma, raccattato qua e là secondo logiche imperscrutabili, per l’esecuzione del medesimo disegno: infatti, al di là di qualche astratto proclama palesemente destinato a rimanere lettera morta, o di qualche ritocchino cosmetico palesemente ad pompam, la staffetta verso la liquidazione della scuola italiana procede da decenni a velocità crescente, ora furibonda. Procede impermeabile all’alternanza dei figuranti e delle rispettive insegne politiche.
La «scuola di avviamento al consumo»
Russo così condensava il senso della riforma Berlinguer: «Si tratta del progetto, coerente e organico, di smantellare quanto resta della tradizionale scuola secondaria superiore italiana, sostituendola con una moderna “scuola per consumatori” [oltre che per contribuenti ed elettori: tutte pedine che possono tranquillamente fare a meno di qualunque tipo di cultura generale] che, seguendo il modello della scuola americana di massa, si limiti ad avviare al consumo il cliente-studente fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti».
[…]
Ciò che la scuola per contro non dovrà più richiedere è lo sforzo intellettuale, considerato faticoso, superfluo, e pure pericoloso.
Si capisce come, a quel punto, per individui abituati a guardare figure, a scrollare schermi e a leggere al più un foglietto di istruzioni, argomenti complessi appaiano inaffrontabili.
[…]
È chiaro poi che, se «la progressiva dequalificazione della scuola si presenta in una prima fase come abbassamento del livello degli studenti, ai quali vengono rivolte richieste sempre più banali», in una fase successiva non può che sfociare «nel crollo del livello culturale degli stessi insegnanti».
[…].
La deconcettualizzazione e deverbalizzazione dell’insegnamento
[…]
per i quaranta saggi diretti dal saggio pedagogista Maragliano, la capacità di astrazione, quella simbolica e sistematica, che caratterizzano la cognizione umana e da millenni nutrono tanto il pensiero storico-letterario-filosofico quanto quello scientifico, diventano d’improvviso un limite all’intelligenza e al saper stare al mondo. L’obiettivo non solo dichiarato, ma addirittura celebrato dai nuovi sacerdoti della pedagogia (del resto si è in presenza di una vera e propria religione), è quello di espellere dalla scuola i concetti astratti, gli strumenti teorici, vale a dire gli universali: l’insegnamento deve essere deconcettualizzato e deverbalizzato. Gli strumenti linguistici, che sono simboli elaborati dall’uomo, devono lasciare spazio a rappresentazioni mentali estemporanee provocate da immediate percezioni di colori e di suoni. Lo dicono i saggi, che sono quaranta e che, in omaggio alla loro saggezza, mettono mano ai programmi e ai manuali, sempre più vuoti di parole e zeppi di figure colorate, di finestre pubblicitarie, di supporti multimediali per minus habentes.
[…].
Il progressivo ”alleggerimento” dei contenuti disciplinari
[…]
È evidente dunque come l’obiettivo ultimo sia l’abolizione totale dello studio delle lingue classiche, e con esso quello della filosofia antica, e con essa anche della filosofia medievale e moderna che trova in quella antica i suoi imprescindibili antecedenti. «Bisognerà quindi eliminare del tutto la storia della filosofia. Il documento [… ] lo dice espressamente, precisando che sarà sostituita con un insegnamento di “elementi di filosofia” eguale per tutti gli indirizzi, che tratterà questioni di etica […] e questioni di logica, di verità e plausibilità…».
[…]
Cosa c’è dietro l’angolo
[…]
Questa emorragia massiva delle conoscenze diffuse, oltre che sottrarre intelligenza al lavoro, finisce quindi per defraudare la totalità delle future generazioni di strumenti concettuali ed elementi culturali essenziali, visto che «non bisogna dimenticare che le conoscenze non possono essere “congelate”, senza essere praticate, per più di una generazione». Proseguendo in tale direzione suicida, si va incontro a una frattura di civiltà probabilmente irreversibile.
[…]
Parola d’ordine: predicare bene e razzolare malissimo
All’incrocio tra filiera tecnologico-professionale e licei: la quadratura del cerchio
[…]
Si magnifica la felice rincorsa alle esigenze del tessuto produttivo, alla valorizzazione del territorio, al mercato del lavoro, ma si fischietta sulla pars destruens, che travolge appunto, irreparabilmente, la base di conoscenze teoriche nelle materie di sempre, le fondamenta solide degli invarianti, e lo spazio – la pazienza, il lavoro – che tale acquisizione per sua natura richiede. Uno spazio che è eroso non soltanto dallo stravolgimento dei piani orari settimanali, ma anche dalla riduzione a quattro anni della durata del percorso, già introdotta qua e là in via sperimentale e ora integrata nel modello del 4 + 2, e strombazzata a una clientela stordita come succulenta opportunità per anticipare l’inserimento nel mondo del lavoro (quale lavoro?): come se a quell’età un anno di studio, e di crescita, e di maturazione, possa essere tranquillamente cancellato, e il suo carico di vita compresso e spalmato sui quattro anni precedenti, ottenendo lo stesso risultato finale – in applicazione di non si sa quale inedita proprietà matematica.
Intanto, nei licei ridotti a colabrodo non c’è più tempo per insegnare decorosamente, e decorosamente acquisire, le conoscenze e le abilità per cui sono stati concepiti, e per la cui trasmissione e interiorizzazione serve parimenti tempo, lavoro e pazienza: al fine di arricchire e affinare il lessico, penetrare i linguaggi e gli statuti delle diverse discipline, guadagnare confidenza con la pratica traduttiva, la prospettiva storica, il contegno teoretico, il ragionamento astratto; tutto ciò che, messo insieme, regala una duttilità intellettuale altrimenti difficilmente conseguibile.
[…]
Si chiameranno tutti licei, per abbattere il pregiudizio che ha storicamente considerato l’istruzione tecnica e professionale come “di serie B”. Ora, la squallida metafora calcistica usata a sostegno della retorica populista che fa leva sull’egualitarismo (dell’ignoranza) – e si autorisolve con il trucchetto onomastico estendendo a tutti il nome di liceo – rappresenta uno sfregio a quella scuola italiana che sapeva funzionare da ascensore sociale e che non conosceva “serie”, ma solo tagli diversi per attitudini diverse e sbocchi diversi, e in ogni caso garantiva il raggiungimento di una preparazione dignitosa nelle cose importanti, e di un codice comune di comunicazione.
La prospettiva ora è l’appiattimento universale nella tecnicizzazione selvaggia: nel fantastico mondo degli uguali dove tutti ascolteranno Euripide letto da voce sintetica, in traduzione slang, con commento woke, finestrelle psicopedagogiche, disegnini variopinti e mappe concettuali precotte.
E il cerchio si chiude. L’impegno pubblicitario fuori misura dedicato alla creatura tecnico-professionale del 4+2 serve a radicare un paradigma (eliminazione dei contenuti culturali, quadriennalizzazione) che poi, cavalcando la suggestione egualitaria, verrà da sé estendere a tutte le scuole, con appena qualche sfumatura “d’indirizzo”. Spolveratine, appunto, all’insegna della superficialità che non stressa e assicura a tutti un confortevole stato di docile inconsapevolezza.
Con il che, si taglia finalmente il traguardo. Si entra nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Dove tutti gli studenti sono analfabeti, i consumatori perfetti. Dove la TreeLLLe non serve più. Nel mentre, una cultura millenaria, patrimonio infinito di bellezza e di senso accumulato lungo un passato grande e maestro, è resa inaccessibile, condannata all’oblio, lasciata morire.
Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene
Tra i governanti
Quanti perfetti e inutili buffoni
Questo paese devastato dal dolore
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà
Ma come scusare
Le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male
Vedere un uomo come un animale
Non cambierà, non cambierà
Sì che cambierà, vedrai che cambierà
Si può sperare
Che il mondo torni a quote più normali
Che possa contemplare il cielo e i fiori
Che non si parli più di dittature
Se avremo ancora un po’ da vivere
La primavera intanto tarda ad arrivare.
Franco Battiato
Riporto qui l’ultima parte di un intervento odierno di Andrea Zhok – professore associato di Filosofia morale alla Statale di Milano – dal titolo La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell’Italia.
Mi sembra infatti che Zhok colga il contesto più ampio della trasformazione della scuola italiana in un dispositivo di ignoranza e di sottomissione. Questo quadro è l’americanizzazione dell’intera nostra società.
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In questo nuovo quadro l’Italia si ritrova, sulla scorta degli esiti della seconda guerra mondiale, a giocare una parte che le è profondamente estranea, una parte che le impedisce di percepirsi come dotata di un’identità propria. L’Italia, uscita sconfitta e invasa nel 1945, ha subito un processo di cancellazione culturale sistematica – processo che perdura – in cui siamo divenuti il recipiente delle mode di risulta dell’impero americano. Questo processo di americanizzazione metodica ha sterminato progressivamente la struttura formativa scolastica ed universitaria, la tradizione artistica e musicale, il cinema, la letteratura, e infine anche la stessa struttura produttiva e industriale (la perdita di identità non è solo un fatto “sovrastrutturale”, ma si ripercuote ad ogni livello.)
Sappiamo tutti che l’odierna classe politica, di destra come di sinistra, non ha né l’autonomia né la cultura per immaginare un paese che non sia un’appendice sacrificabile dell’impero americano. Dunque questo non è un appello ad una classe dirigente compromessa ed incapace affinché “cambi rotta”; non lo farà e non saprebbe come fare.
Ma a prescindere da quanto siamo in grado di sperare o di confidare in una nuova generazione politica, resta un dato ineludibile: l’Italia ha una sola posizione consona al proprio destino geopolitico, e questa posizione comporta l’abbandono del suo schieramento “contro natura” come truppa mercenaria dell’impero anglosassone, e la sua ricollocazione in una posizione di mediazione politica e sintesi culturale. E questo significa lavorare per una normalizzazione dei rapporti con la Russia, con l’Iran, con la Cina, con il Medio Oriente, un’accettazione della legittimità di percorsi storici differenti, un’uscita dalle posture belliciste dell’UE e degli USA – che non ci appartengono – e una riconnessione con quel tanto di cultura territoriale, europea e mediterranea non ancora compromessa con la plastificazione a stelle e strisce.
Può ben darsi che questa strada non verrà mai percorsa, che continueremo ad avere classi dirigenti che si venderebbero gli Appennini per un appartamento con vista su Central Park, ceti talmente impoveriti culturalmente da non essere più nemmeno in grado di presagire la ricchezza del retroterra su cui siedono. Se così sarà, diventeremo definitivamente un luogo di villeggiatura per pensionati americani sovrappeso e un popolo di camerieri.
Ma per essere qualcosa di diverso, per riconquistare un’identità fattiva, non ci sono alternative: l’unica scelta funzionale è trovare il modo di ricollocarsi nella posizione che geopolitica, storia e geografia ci hanno consegnato.
L’intervento, fermo e lineare del prof. Biuso mi sembra pienamente condivisibile. Anche in quella vena di amarezza che traspare dalle sue parole e che è ampiamente avvertita e condivisa da chiunque operi nel sistema scolastico del nostro paese. Una scuola, la nostra, che non serve più a nulla sotto il profilo educativo e culturale. La riforma universitaria del tre + due è stata una scelta grottesca, insensata, fatta unicamente per allineare la scuola italiana agli standard europei. E ci siamo omologati nel modo peggiore: rinunciando alla definizione e alla realizzazione di obiettivi formativi chiari e rigorosi a partire dalla scuola media. Il vuoto culturale e la mediocrità in cui da troppo tempo vivacchiano i nostri istituti scolastici e molti dipartimenti universitari dovrebbero allarmare e non essere invece l’ulteriore occasione per un festeggiamento ipocrita. Il titolo scolastico conseguito infatti è, troppo spesso, privo di contenuti culturali realmente formativi. E quindi si perpetua l’ingannevole rito -di cui siamo tutti consapevoli- a cui ci prestiamo per esaurimento di energie contrastanti: non intravediamo più alcuna reale alternativa.
Sulle direttive violate senz’altro non posso che essere d’accordo .. sulla questione delle triennali “lauree che non valgono nulla”, avrei giusto da fare un appunto . Le ricordo che lei insegna in questo “nulla”, lo stesso “nulla” che le fornisce mensilmente lo stipendio e i contributi pensionistici . Ma questo presumo non è affatto un problema .. è un qualcosa che non crea indignazione, un prezzo per cui si può scendere a compromessi . Criticare il sistema e chi vi sta dentro, per un primo seppur piccolo traguardo raggiunto, certamente come è accaduto in modo poco decoroso, è indubbiamente facile. Sull’opporsi e prendere una posizione coerente , di un sistema che ci “disturba” , in cui noi stessi abbiamo deciso di farne parte , come nel suo caso con la docenza , è assai molto “difficile”. Che dirle se non “ coerenza … questa sconosciuta”.
Gentile Vale (o qualunque sia il suo nome),
amo l’Università e amo l’insegnamento, che sono stati e sono la mia vita. Anche per questo quando constato una loro degenerazione la critico con durezza.
La laurea triennale è stata ed è una delle tante forme di distruzione dell’Università europea, è stata ed è una scimmiottatura del sistema universitario degli Stati Uniti d’America. Essa è una formula recente (meno di venti anni), che spero che sarà presto superata. La riconduzione della seduta di laurea triennale a un semplice esame va in tale direzione.
Chi ama l’istituzione nella quale lavora non ha soltanto il diritto ma anche e specialmente ha il dovere di criticare le formule che la distruggono.
Io cerco di rispettare gli studenti, altri li ingannano. Le lauree triennali sono espressione e forma di una truffa rivolta agli studenti, al corpo sociale, all’apprendimento. Sono dunque il nulla – la negazione – dell’onestà e della conoscenza.
Gentile professore, sarebbe riduttivo e oltremodo semplicistico attribuire il declino dell’istruzione pubblica alla sola riforma Berlinguer; dal momento che i dati raccolti dall’Ocse-PIAAC agli inizi del terzo millennio mostrano chiaramente come i quindicenni di allora, formatisi perlopiù nella scuola pubblica degli anni ’90, e che dunque hanno sostenuto la prova sottoposta dall’Ocse nel Duemila, avessero già delle carenze in lettura, capacità di calcolo e problem solving; aggiungo – giusto per rinfrescarle la memoria – che nel 1989, Tullio De Mauro comunicò all’ex ministro della pubblica istruzione – il democristiano Riccardo Misasi –, che una grossa porzione di italiani (inclusi i laureati) – si stimava un abbondante 70% – sarebbe presto diventata una massa composta da analfabeti di ritorno. Pertanto neanche la scuola e il modello pedagogico del passato che tanto rimpiange è perfetto! Poi è vero, De Mauro così come Umberto Eco – che piaccia o meno – ha fatto parte dell’associazione TreeLLLe, e questo potrebbe essere un valido motivo per dubitare della sua integrità, ma ciò di certo non implica che le indagini che egli ha condotto in passato siano fasulle, anzi ha più volte esortato le istituzioni ad agire tempestivamente per arginare il fenomeno, intuendo con largo anticipo il disastro che si è consumato davanti i nostri occhi negli ultimi decenni!
Indubbiamente le riforme scolastiche (dal Duemila in poi) introdotte con forza da Confindustria hanno rovesciato un modello educativo che tutto sommato (con le sue imperfezioni) nella nostra Italietta piccolo-borghese e filoclassista funzionava piuttosto bene. Perché la scuola italiana è sempre stata classista. Inutile mentire. Inutile mettere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi e fingere che non sia accaduto nulla.
In sintesi basta dare un’occhiata ai numeri: la scuola italiana non era buona né prima quando si limitava a bocciare indiscriminatamente in massa, né adesso che finge di “includere”, ma di fatto oltre a regalare la promozione agli studenti, non offre né corsi di potenziamento alle menti migliori né corsi di recupero agli studenti che non hanno i mezzi economici per colmare le lacune. Se in passato “sembrava” che la scuola pubblica fosse migliore è perché veniva fatta una selezione spietata, che lasciava fuori maggiormente gli studenti provenienti dai ceti popolari; oggi così come in passato, sono statisticamente pochi i figli della classe lavoratrice (e dei poveri) che raggiungono un elevato livello di competenze, e che riescono a completare corsi di laurea complicati.
Gli studenti universitari migliori – prima del Duemila così come ai nostri giorni – erano tutti figli della buona borghesia. Fatta eccezione, lo ripeto, per qualche studente proveniente dai ceti popolari. E del resto – mi sorprende che lei ignori questo fattore – Pierre Bourdieu aveva già fatto notare negli anni ’70 le differenze e le disuguaglianze di partenza fra le varie classi sociali, già nel primo ciclo di studi inferiore.
È impossibile generalizzare in assenza di dati empirici su alcuni aspetti di tale questione, poiché non ce li abbiamo e, non riusciremmo apriori a raccoglierli! Come facciamo a quantificare con rigore scientifico il numero degli studenti che “finge” di studiare e che si approfitta delle riforme per ottenere la promozione col minimo sforzo, o addirittura senza studiare? perché purtroppo ce ne sono, inutile mentire. Come facciamo a raccogliere con precisione il numero dei docenti capace di svolgere il proprio lavoro? A me risulta (anche da ordinari che hanno odiato il loro periodo liceale) di un personale docente incapace e che ha visto nella docenza un ripiego, in assenza di un’altra carriera professionale da intraprendere. Professori che hanno deciso di insegnare soltanto per ottenere un posto statale con uno stipendio mensile assicurato. Come facciamo a distinguere le testimonianze valide dei docenti dalle menzogne che hanno detto per denigrare gli alunni? Magari alcuni anziché dire apertamente che non hanno voglia di spiegare, né di insegnare loro qualcosa, si limitano a ripetere con un tono mellifluo: “Non si vogliono impegnare. Non mi ascoltano” e altre sciocchezze simili. È difficile generalizzare! Ci sono tanti problemi, e anche facendo un’indagine di tipo qualitativa, si rischia di raccogliere soltanto le lamentele di entrambe le parti, anziché dei dati quantitativi utili per risolvere il mistero di una scuola perfetta che è andata in declino.
Non va bene né bocciare a casaccio come in passato né questa finta “inclusività” tanto sbandierata dai vari Berlinguer e compagnia. Il primo modus operandi aumenta la dispersione scolastica, il secondo invece rende ALCUNI – ho usato un aggettivo indefinito, quindi non intendo TUTTI! – studenti strafottenti e li disincentiva dallo studio. Serve una terza via.
Rimpiangere una scuola, ove l’umiliazione e la violenza fisica erano all’ordine del giorno, mi sembra da pazzi! Lei ha dimenticato quanto era terrificante interagire con i docenti una volta? Una piccola parola di troppo era necessaria per ricevere in cambio una lavata di capo, o nel peggiore dei casi una raffica di schiaffi. Alcuni fei professori che i suoi coetanei hanno avuto, erano di gran lunga i peggiori – non come insegnanti – di quelli attuali, bensì come persone! Nessuno può farmi smettere di dubitare che sfogavano le loro frustrazioni su di voi per puro divertimento, perché tanto i vostri genitori sarebbero stati dalla loro parte e, nessuno…avrebbe osato contraddirli, poiché la parola dei docenti era sacra! Grazie al cielo abbiamo superato da un pezzo certe idee antidiluviane. Schiaffi, insulti e bacchettate sulle mani, sul serio questo sarebbe il futuro? Dai suoi discorsi si evince una certa nostalgia per il passato.
Il nostro sisistema scolastico non è mai stato di massa; tant’è che quando si è deciso di prolungare l’obbligo scolastico, si è visto il fallimento più totale in determinate aree di Italia. Non ci solo soltanto le riforme o la riduzione dei fondi pubblici destinati alla ricerca e all’istruzione, ma anche difficoltà collegate alle origini sociali degli italiani.
Un’altra cosa: a volte, Lei stesso cade in contraddizione, giacché da un lato giudice con acredine chi compie errori di ragionamento e quant’altro; e per giunta, se lo fa, quando critica gli altri, passa subito agli attacchi personali, commettendo di fatto una serie interminabile di fallacie ad hominem, peraltro senza confutare le tesi dei suoi interlocutori. E lo fa spesso. Non ci sono argomentazioni valide, tranne il gusto per la provocazione. E lo ammetto, l’articolo da Lei scritto è intriso di una tagliente ironia pariana, ed ha provocato in me un forte sentimento di ilarità. Spero non le dispiaccia.
Infine ha tutto il mio sostegno quando denuncia pubblicamente l’intimità di queste famiglie che avrebbero dovuto quantomeno attenersi sl regolamento, al posto di sporcare il Monastero con cartacce ecc…
Da ex studente universitario, non posso che concordare con questo articolo, a prescindere che la triennale non vale nulla o quasi nulla direi un diploma plus, aggiungo che se dopo non si prosegue per il percorso della magistrale non si è fatto nulla il niente, infatti festeggiare la triennale equivale a dire ho fame vedo una foto di un piatto fatto da chef stellato e mi passa la fame, la fame del sapere del comprendere del approfondire quel appetito che una facoltà di Scienze Umanistiche offre all’infinito e non c’è nulla da festeggiare, questo conformismo di massa non si addice ad una facoltà del genere se proprio si desidera brindare che si faccia almeno al completamento di tutto il percorso universitario, utilizzando la sessione di laurea triennale come un semplice esame, nulla di più nulla di meno