Esami
Aldous, 4 maggio 2026
Pagine 1-2

In questo breve articolo ho riassunto la cronaca di una recente sessione di esami universitari e ho cercato di individuarne alcune delle  ragioni e degli effetti.

Aggiungo qui quanto ho comunicato (tramite la piattaforma Studium) agli studenti iscritti ai miei corsi a proposito del mancato rispetto delle indicazioni che il Dipartimento di Scienze Umanistiche ha dato sulle modalità di svolgimento della sessione di esami di laurea dei corsi triennali, così riassunta nella pagina del sito Disum a tali esami dedicata:

«Si comunica a tutti gli studenti e a tutte le studentesse che, come deliberato dal Consiglio di Dipartimento nella seduta del 12 febbraio u.s., le prove finali di laurea triennale della sessione di aprile 2026 si svolgeranno come un ordinario esame, in forma aperta e pubblica. La cerimonia plenaria di conferimento della pergamena di laurea si terrà nel mese di maggio, in data da definire»
(Fonte: Modalità di svolgimento della prova finale triennale della sessione di aprile 2026).
Le modalità sinteticamente indicate in tale pagina sono state ampiamente illustrate agli studenti in altre forme. E nonostante tutto questo, molti (troppi) studenti e le loro famiglie si sono comportati come se non si trattasse di un esame ma di una cerimonia, vestendosi anche in modo carnevalesco – con bizzarri costumi da animali dei cartoni animati – e come al solito sporcando gli spazi (che sono invece tutelati!) del Monastero dei Benedettini con bevande, coriandoli e altre manifestazioni di bisboccia.
Questo è dunque ciò che ne ho scritto:

«I laureati dei corsi triennali – lauree che non valgono nulla – hanno continuato a festeggiare questo nulla nonostante le nuove regole indicate dal Dipartimento di Scienze Umanistiche.
Meno una laurea vale, più la si festeggia.
Gli studenti sembra che si iscrivano all’Università non per apprendere, studiare, faticare ma per il momento festaiolo nel quale potranno replicare la festa dei 18 anni. Tutto questo è espressione di semplice e patetico narcisismo, il narcisismo di massa del quale parla la sociologia contemporanea.
Questi infanti e le loro famiglie mi fanno pena, veramente».

 

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Buon pomeriggio,
leggere questo articolo rende giustizia alla fermezza con cui ho deciso di affrontare questo ultimo step del percorso triennale, negando persino ai miei genitori di presentarsi il giorno dell’esame! Sono fermamente convinta che oggi lo studio è passione e come tale io lo vivo al di fuori di ogni mera applicazione pratica, come unica fonte di stimolo e di fuga dalla banalità della vita…eppure mi sentivo in colpa, sono stata accusata di essere esageratamente ligia alle regole, ma per fortuna ho letto queste parole e mi sento, almeno in un’occasione, un tantino fiera di me…una mamma di due figli, che ha discusso la tesi, con un paio di scarpe ginniche!

Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene
Tra i governanti
Quanti perfetti e inutili buffoni
Questo paese devastato dal dolore
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà
Ma come scusare
Le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male
Vedere un uomo come un animale
Non cambierà, non cambierà
Sì che cambierà, vedrai che cambierà
Si può sperare
Che il mondo torni a quote più normali
Che possa contemplare il cielo e i fiori
Che non si parli più di dittature
Se avremo ancora un po’ da vivere
La primavera intanto tarda ad arrivare.
Franco Battiato

L’intervento, fermo e lineare del prof. Biuso mi sembra pienamente condivisibile. Anche in quella vena di amarezza che traspare dalle sue parole e che è ampiamente avvertita e condivisa da chiunque operi nel sistema scolastico del nostro paese. Una scuola, la nostra, che non serve più a nulla sotto il profilo educativo e culturale. La riforma universitaria del tre + due è stata una scelta grottesca, insensata, fatta unicamente per allineare la scuola italiana agli standard europei. E ci siamo omologati nel modo peggiore: rinunciando alla definizione e alla realizzazione di obiettivi formativi chiari e rigorosi a partire dalla scuola media. Il vuoto culturale e la mediocrità in cui da troppo tempo vivacchiano i nostri istituti scolastici e molti dipartimenti universitari dovrebbero allarmare e non essere invece l’ulteriore occasione per un festeggiamento ipocrita. Il titolo scolastico conseguito infatti è, troppo spesso, privo di contenuti culturali realmente formativi. E quindi si perpetua l’ingannevole rito -di cui siamo tutti consapevoli- a cui ci prestiamo per esaurimento di energie contrastanti: non intravediamo più alcuna reale alternativa.

Sulle direttive violate senz’altro non posso che essere d’accordo .. sulla questione delle triennali “lauree che non valgono nulla”, avrei giusto da fare un appunto . Le ricordo che lei insegna in questo “nulla”, lo stesso “nulla” che le fornisce mensilmente lo stipendio e i contributi pensionistici . Ma questo presumo non è affatto un problema .. è un qualcosa che non crea indignazione, un prezzo per cui si può scendere a compromessi . Criticare il sistema e chi vi sta dentro, per un primo seppur piccolo traguardo raggiunto, certamente come è accaduto in modo poco decoroso, è indubbiamente facile. Sull’opporsi e prendere una posizione coerente , di un sistema che ci “disturba” , in cui noi stessi abbiamo deciso di farne parte , come nel suo caso con la docenza , è assai molto “difficile”. Che dirle se non “ coerenza … questa sconosciuta”.

Gentile professore, sarebbe riduttivo e oltremodo semplicistico attribuire il declino dell’istruzione pubblica alla sola riforma Berlinguer; dal momento che i dati raccolti dall’Ocse-PIAAC agli inizi del terzo millennio mostrano chiaramente come i quindicenni di allora, formatisi perlopiù nella scuola pubblica degli anni ’90, e che dunque hanno sostenuto la prova sottoposta dall’Ocse nel Duemila, avessero già delle carenze in lettura, capacità di calcolo e problem solving; aggiungo – giusto per rinfrescarle la memoria – che nel 1989, Tullio De Mauro comunicò all’ex ministro della pubblica istruzione – il democristiano Riccardo Misasi –, che una grossa porzione di italiani (inclusi i laureati) – si stimava un abbondante 70% – sarebbe presto diventata una massa composta da analfabeti di ritorno. Pertanto neanche la scuola e il modello pedagogico del passato che tanto rimpiange è perfetto! Poi è vero, De Mauro così come Umberto Eco – che piaccia o meno – ha fatto parte dell’associazione TreeLLLe, e questo potrebbe essere un valido motivo per dubitare della sua integrità, ma ciò di certo non implica che le indagini che egli ha condotto in passato siano fasulle, anzi ha più volte esortato le istituzioni ad agire tempestivamente per arginare il fenomeno, intuendo con largo anticipo il disastro che si è consumato davanti i nostri occhi negli ultimi decenni!

Indubbiamente le riforme scolastiche (dal Duemila in poi) introdotte con forza da Confindustria hanno rovesciato un modello educativo che tutto sommato (con le sue imperfezioni) nella nostra Italietta piccolo-borghese e filoclassista funzionava piuttosto bene. Perché la scuola italiana è sempre stata classista. Inutile mentire. Inutile mettere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi e fingere che non sia accaduto nulla.

In sintesi basta dare un’occhiata ai numeri: la scuola italiana non era buona né prima quando si limitava a bocciare indiscriminatamente in massa, né adesso che finge di “includere”, ma di fatto oltre a regalare la promozione agli studenti, non offre né corsi di potenziamento alle menti migliori né corsi di recupero agli studenti che non hanno i mezzi economici per colmare le lacune. Se in passato “sembrava” che la scuola pubblica fosse migliore è perché veniva fatta una selezione spietata, che lasciava fuori maggiormente gli studenti provenienti dai ceti popolari; oggi così come in passato, sono statisticamente pochi i figli della classe lavoratrice (e dei poveri) che raggiungono un elevato livello di competenze, e che riescono a completare corsi di laurea complicati.

Gli studenti universitari migliori – prima del Duemila così come ai nostri giorni – erano tutti figli della buona borghesia. Fatta eccezione, lo ripeto, per qualche studente proveniente dai ceti popolari. E del resto – mi sorprende che lei ignori questo fattore – Pierre Bourdieu aveva già fatto notare negli anni ’70 le differenze e le disuguaglianze di partenza fra le varie classi sociali, già nel primo ciclo di studi inferiore.

È impossibile generalizzare in assenza di dati empirici su alcuni aspetti di tale questione, poiché non ce li abbiamo e, non riusciremmo apriori a raccoglierli! Come facciamo a quantificare con rigore scientifico il numero degli studenti che “finge” di studiare e che si approfitta delle riforme per ottenere la promozione col minimo sforzo, o addirittura senza studiare? perché purtroppo ce ne sono, inutile mentire. Come facciamo a raccogliere con precisione il numero dei docenti capace di svolgere il proprio lavoro? A me risulta (anche da ordinari che hanno odiato il loro periodo liceale) di un personale docente incapace e che ha visto nella docenza un ripiego, in assenza di un’altra carriera professionale da intraprendere. Professori che hanno deciso di insegnare soltanto per ottenere un posto statale con uno stipendio mensile assicurato. Come facciamo a distinguere le testimonianze valide dei docenti dalle menzogne che hanno detto per denigrare gli alunni? Magari alcuni anziché dire apertamente che non hanno voglia di spiegare, né di insegnare loro qualcosa, si limitano a ripetere con un tono mellifluo: “Non si vogliono impegnare. Non mi ascoltano” e altre sciocchezze simili. È difficile generalizzare! Ci sono tanti problemi, e anche facendo un’indagine di tipo qualitativa, si rischia di raccogliere soltanto le lamentele di entrambe le parti, anziché dei dati quantitativi utili per risolvere il mistero di una scuola perfetta che è andata in declino.

Non va bene né bocciare a casaccio come in passato né questa finta “inclusività” tanto sbandierata dai vari Berlinguer e compagnia. Il primo modus operandi aumenta la dispersione scolastica, il secondo invece rende ALCUNI – ho usato un aggettivo indefinito, quindi non intendo TUTTI! – studenti strafottenti e li disincentiva dallo studio. Serve una terza via.

Rimpiangere una scuola, ove l’umiliazione e la violenza fisica erano all’ordine del giorno, mi sembra da pazzi! Lei ha dimenticato quanto era terrificante interagire con i docenti una volta? Una piccola parola di troppo era necessaria per ricevere in cambio una lavata di capo, o nel peggiore dei casi una raffica di schiaffi. Alcuni fei professori che i suoi coetanei hanno avuto, erano di gran lunga i peggiori – non come insegnanti – di quelli attuali, bensì come persone! Nessuno può farmi smettere di dubitare che sfogavano le loro frustrazioni su di voi per puro divertimento, perché tanto i vostri genitori sarebbero stati dalla loro parte e, nessuno…avrebbe osato contraddirli, poiché la parola dei docenti era sacra! Grazie al cielo abbiamo superato da un pezzo certe idee antidiluviane. Schiaffi, insulti e bacchettate sulle mani, sul serio questo sarebbe il futuro? Dai suoi discorsi si evince una certa nostalgia per il passato.

Il nostro sisistema scolastico non è mai stato di massa; tant’è che quando si è deciso di prolungare l’obbligo scolastico, si è visto il fallimento più totale in determinate aree di Italia. Non ci solo soltanto le riforme o la riduzione dei fondi pubblici destinati alla ricerca e all’istruzione, ma anche difficoltà collegate alle origini sociali degli italiani.

Un’altra cosa: a volte, Lei stesso cade in contraddizione, giacché da un lato giudice con acredine chi compie errori di ragionamento e quant’altro; e per giunta, se lo fa, quando critica gli altri, passa subito agli attacchi personali, commettendo di fatto una serie interminabile di fallacie ad hominem, peraltro senza confutare le tesi dei suoi interlocutori. E lo fa spesso. Non ci sono argomentazioni valide, tranne il gusto per la provocazione. E lo ammetto, l’articolo da Lei scritto è intriso di una tagliente ironia pariana, ed ha provocato in me un forte sentimento di ilarità. Spero non le dispiaccia.

Infine ha tutto il mio sostegno quando denuncia pubblicamente l’intimità di queste famiglie che avrebbero dovuto quantomeno attenersi sl regolamento, al posto di sporcare il Monastero con cartacce ecc…

Da ex studente universitario, non posso che concordare con questo articolo, a prescindere che la triennale non vale nulla o quasi nulla direi un diploma plus, aggiungo che se dopo non si prosegue per il percorso della magistrale non si è fatto nulla il niente, infatti festeggiare la triennale equivale a dire ho fame vedo una foto di un piatto fatto da chef stellato e mi passa la fame, la fame del sapere del comprendere del approfondire quel appetito che una facoltà di Scienze Umanistiche offre all’infinito e non c’è nulla da festeggiare, questo conformismo di massa non si addice ad una facoltà del genere se proprio si desidera brindare che si faccia almeno al completamento di tutto il percorso universitario, utilizzando la sessione di laurea triennale come un semplice esame, nulla di più nulla di meno

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