La riflessione che propongo è scaturita dal dialogo epistolare con uno studioso di fenomeni sociali molto attento alla filosofia, Luca Carbone. Da lui autorizzato, riporto il testo come l’ho ricevuto. Concordo con questa analisi dei gravi problemi dell’Università italiana, così come condivido le soluzioni che prospetta.
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Luca Carbone, studioso di teoria socio-filosofica
In Italia in generale e nella cultura italiana manca l’attuazione di uno dei concetti base della stessa modernità: lo Stato è servizio; e così la cultura stessa.
Naturalmente né lo Stato né la Cultura sono o possono essere INTERAMENTE servizio, ma il servizio pur non essendo la condizione sufficiente rimane ASSOLUTAMENTE necessaria.
Sotto la Cultura (sotto!) ricadono l’Istruzione Universitaria e quella scolastica.
Ma come funzionano? Come, cioè secondo quali modalità e forme? Fermiamoci all’università, per non allungare troppo il brodo: fondamentalmente l’università funziona come una CORPORAZIONE (di derivazione medievale) “mascherata” da moderna ed efficiente burocrazia cognitiva (perché si sia creato questo iato e perché si perpetui intocco è discorso troppo lungo e forse non sarei in grado di rispondere).
La corporazione è caratterizzata (ipersemplificando) dalla “personalizzazione” delle relazioni portanti e gerarchiche (in pratica l’opposto dell’idealtipo burocratico che vorrebbe ogni figura in funzione della propria… funzione): ci sono anche motivi validi per questo, legati alla cooptazione che non può totalmente prescindere dalla relazione “fiduciaria” ed umana (per quanto spesso sia distorta sino al pervertito, anche dove non regna la successione di sangue [evidentemente eletto!!]) nella costruzione cognitiva.
Ma ciò non si può dichiarare, che l’Università è una corporazione, poiché siamo in regimi demomeritocratici, formalmente, ma si deve pur cercare una via per impedire la deriva attuale.
Questa va cercata partendo dal minimo comun denominatore, appunto il servizio.
Il servizio necessita della qualità più banale: DEVE funzionare. Ergo CHI si candida ad addetto al servizio DEVE garantire uno standard MINIMO di prestazioni; e pertanto fissato lo standard per l’accesso alla corporazione questo NON è più negoziabile, né col Diavolo e nemmeno con Dio. Se devi conoscere l’abc devi conoscere l’abc, non ti basta essere miss universo o la baronessina di sangue eletto di turno, o il più abile tirapiedi baciapile del Continente: non sono ammesse eccezioni.
Suona buffo dover scrivere di questo come se si trattasse di chissà quale irraggiungibile utopia, mentre è quello che ogni organizzazione seria (inclusa la Chiesa!) si garantisce per così dire apriori.
Sulla stessa linea del servizio bisognerebbe avere il coraggio “civile” di pretendere paghe adeguate.
Il carico di lavoro di un docente universitario del suo livello è diventato assurdo (probabilmente l’ho già scritto).
Un ordinario (che lavora, ovviamente) ha:
1) i corsi didattici da tenere;
2) la ricerca da condurre (o in solitaria o a capo di gruppi/laboratori di ricerca)
3) la scrittura dei ‘risultati’ delle ricerche (saggi & volumi)
4) quasi sempre la peer-review e i comitati editoriali
5) la partecipazione (semi-obbligata) ad un certo numero di commissioni per chi accetta la sfida e la soma:
6) la progettazione e/o gestione di progetti di ricerca
e dulcis in fundo
7) le interminabili riunioni dipartimentali (e/o sub-dipartimentali) per la gestione e spartizione delle sempre scarse risorse ordinarie
8) la partecipazione a / indizione di un certo numero di convegni/conferenze seminari ecc.
Ho (avuto) amici ordinari che lavora(va)no una media di 16 ore al giorno, tutti i giorni, incluse le domeniche e le sante feste.
In astratto i 5.000/6.000 euro al mese sembrano una gran cifra, in concreto sono poco più di un’elemosina: quando il lavoro venga svolto responsabilmente. E ciò vale anche se si arriva ai 10.000 (anche se è già più decente) [senza contare i bonus e giusto per comparare Fratoianni e consorte tirano su 30000 al mese! Ma per dare un’idea di come si vendono le competenze sul mercato: una lezione di una sola mezza giornata di un maestro cioccolatiere costa 5000 €].
Questo discorso dovrebbe essere ‘scalabile’, agli associati, ai vari gradi di accesso, ai docenti delle superiori ecc. Il servizio fatto bene si paga bene.
Ancora l’Italia, rispetto per esempio agli States, ha un tasso bassissimo del cosiddetto personale tecnico-amministrativo per numero di studenti: si dovrebbe avere il coraggio “civile” di chiedere ampie assunzioni di personale, qualificato e di livello.
Strumenti & logistica dovrebbero essere portati a livelli minimi decenti di efficienza, ovunque: per docenti e studenti.
I docenti dovrebbero essere sgravati del lavoro amministrativo (fatte salve le decisioni nelle politiche d’indirizzo) MA dovrebbero essere gravati degli obblighi di aggiornamento disciplinare INTERNAZIONALE, e SOPRATTUTTO obbligatoriamente di dibattito interdisciplinare: non si deve poter contrabbandare per decenni un metodo, sia pure posseduto alla perfezione (ma il caso non è frequentissimo), come l’approccio assoluto sdegnando o addirittura smerdando qualunque altro approssimarsi all’oggetto fuori del proprio. Non si deve poter condurre un insegnamento o una serie di ricerche SENZA la conoscenza adeguata di quello che nel resto del mondo si sta facendo (e/o si è fatto) in quel campo: la conoscenza condivisa non può essere un soliloquio perenne e sterile.
Ho partecipato per qualche tempo ad un’iniziativa lanciata anche su academia.edu battezzata come Osservatorio indipendente sui concorsi universitari. Lodevole, anche se di impatto limitato: credo la pagina esista ancora. Quello che mi ha portato ad allontanarmi è stato, tra altro, l’imperversare di una furia (vera e propria) legalistico-moralistica dispiegata nelle più ingegnose proposte per evitare la falsificazione dei punteggi assegnati.
Nessuno che abbia proposto una delle cose più semplici: la messa in evidenza PUBBLICA anche se non formalizzata dei lavori validi/interessanti del candidato tale o tal’altro.
Data la divisione del lavoro obbligante la specializzazione, è vero che solo un pool di esperti di un certo settore disciplinare può valutare sino in fondo la ‘consistenza’ di un lavoro teorico e/o di ricerca, MA è categoricamente falso che gli ESPERTI appartenenti ad altri settori contigui e no, non siano del tutto in grado di leggere/apprezzare un lavoro ben fatto/costruito rispetto ad un’abborracciatura di citazioni e svarioni.
Alcuni capisaldi della costruzione “teorica” e di ricerca valgono ormai per TUTTI, e non da oggi, né da ieri: il rigore dell’impostazione, prima di tutto; la solidità delle argomentazioni e delle confutazioni; la conoscenza dei dibattiti contestuali; l’ampiezza o l’approfondimento (o entrambe) della letteratura scientifica di riferimento; la chiarezza nell’esposizione ed applicazione del metodo; la chiarezza nell’esposizione dei risultati; ci metterei anche non da ultimo una certa quale o asciuttezza o eleganza formale (difficilmente se è scritto coi piedi è stato pensato con qualcosa di diverso dai piedi).
Questi parametri valgono per QUALUNQUE lavoro scientifico, e se così non fosse – cioè se a questo non si ricorresse continuamente, nessun ‘accademico’ sarebbe più possibilitato a scrivere/trattare di alcunché – poiché inevitabilmente DEVE basarsi nelle sue ricerche e nelle sue elaborazioni teoriche su “risultati” raggiunti e consolidati in altre discipline: lei ha il privilegio del “filosofo” di poter accedere al livello meta-concettuale (più o meno il trascendentale kantiano per come lo intende Heidegger) e quindi può più facilmente rinvenirlo e saggiarlo nelle esposizioni scientifiche – quale il testo contro il BigBang – ma questa ‘facoltà’ si (auto)educa in ogni studioso ‘serio’, che diventa perciò in grado di riconoscere il livello di meta concettualità con cui è alle prese, tanto più se si tratta di un lavoro di un giovane candidato [e per inciso questo è il principale motivo per cui andrebbe IMPOSTO lo studio della filosofia, in OGNI facoltà, e PRIMA ai docenti che agli studenti: poiché è l’unica disciplina che esercita al meta-concettuale. E ciò sarebbe di gran giovamento anche a li filosofanti che tendono purtroppo un po’ troppo a incartarsi tra le postille dei paragrafi: begriffarsi ai dilemmi concettuali a volte acutissimi a volte straordinariamente grossolani de li scienziati, anche grandi].
Un ambiente dignitoso, motivato, rigoroso sarebbe da sé solo già un enorme incentivo ad attrarre e motivare gli studenti/discenti, che per così dire, quasi ‘eliotropicamente’ si disporrebbero (nei limiti e gradi delle differenti capacità) alla disciplina ed alla formazione partecipate, verso il sole della conoscenza.
[L’immagine raffigura l’Università di Lipsia al tempo in cui la frequentava Friedrich Nietzsche]






Alcuni effetti della distruzione dell’Università voluta dal Partito Democratico (vale a dire dalla dittatura dell’Unione Europea).
Uno dei cinque nuovi membri del Direttivo ANVUR è l’ex rettore di Unict, quello che mi sospese dall’insegnamento.
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ANVUR, la grande finzione: quindici anni di “indipendenza” al servizio dei partiti
Roars, 25.5.226
Fonte: https://www.roars.it/anvur-la-grande-finzione-quindici-anni-di-indipendenza-al-servizio-dei-partiti/
Per quindici anni ci hanno raccontato la favola dell’ANVUR “tecnica”, “terza”, “indipendente”. Adesso, grazie al governo Meloni e alla ministra Bernini, la maschera è definitivamente caduta: l’università italiana è stata governata per 15 anni da una cabina di regia politica travestita da autorità neutrale. ANVUR è sempre stata il dispositivo bipartisan con cui governi di centrodestra e centrosinistra hanno commissariato università e ricerca, aggirando il Parlamento attraverso algoritmi, indicatori e retoriche meritocratiche. Bernini non ha inventato nulla: ha solo avuto il cattivo gusto di rendere esplicito ciò che per anni il PD e i sacerdoti dell’accountability avevano nascosto dietro il linguaggio della “valutazione indipendente”.
Le opposizioni insorgono per la spartizione partitocratica condotta dal governo per i ben remunerati posti nel direttivo ANVUR. I cittadini dovrebbero invece ringraziare il governo Meloni e la ministra Bernini perché hanno fatto finalmente cadere il velo sul modo in cui l’università e la ricerca italiane sono state governate nello scorso quindicennio. Specificamente ha svelato che l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca, difesa e etichettata per un quindicennio come “indipendente”, è ed è sempre stata lo strumento, rigorosamente bipartisan, con sui sono state condotte le politiche di finanziamento e di reclutamento delle università italiane sottraendole di fatto al controllo parlamentare.
Ma andiamo con ordine. Le opposizioni insorgono perché il Consiglio dei ministri ha ratificato i vertici dell’ANVUR scelti dalla ministra. Il presidente è un giurista (Tor Vergata) Venerando Marano che lascia il suo ruolo di presidente del Tribunale Vaticano. Si dice che in vaticano arriverà Felice Uricchio, cioè il presidente uscente del ANVUR, che era già membro dell’agenzia di valutazione della ricerca delle università cattoliche (AVEPRO).
I membri sono, Aurelio Tommasetti, professore di ragioneria all’università di Salerno e già rettore di quella università, nonché, fino a dicembre 2025, consigliere regionale campano della Lega. Matteo Lorito, patologo vegetale, che arriva all’ANVUR giusto allo scadere del suo mandato come Rettore dell’Università Federico II di Napoli. Animatore degli stati generali dell’università di Forza Italia. Pare che Giorgia Meloni avesse pensato a Lorito come candidato ‘civico’ per guidare le liste di centrodestra nelle elezioni in Campania. Figura tra gli animatori degli stati generali di Forza Italia anche Giovanna Cassese, napoletana, già direttrice dell’accademia di belle arti di Napoli, attualmente presidente del Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale. Infine, Francesco Priolo, fisico, arriva all’ANVUR dopo il mandato di rettore all’Università di Catania.
Non è ben chiaro perché queste nomine dovrebbero essere più scandalose di alcune delle precedenti. Certo, mentre adesso la composizione del direttivo riporta direttamente a partiti di centrodestra al governo, nei direttivi precedenti le connessioni erano più bipartisan, con una presenza sempre ben nutrita di accademici di area PD. Non è lontana la stagione in cui i consiglieri ANVUR e l’attuale segretario generale del MUR, Marco Mancini, animavano gli eventi su università e ricerca organizzati dal PD. Nessuno si scandalizzò a suo tempo per la nomina nel direttivo di Miccoli all’epoca inseguito dalle Iene per aver riprodotto letteralmente parti di libri scritti da altri nel documento di candidatura all’ANVUR (si veda qui ). E nessuno chiese conto al consigliere Anvur Daniele Checchi -vicino ai Bocconi Boys renziani – quando sosteneva che le università del Sud si erano suicidate e che la soluzione più semplice: “uccidere i docenti inattivi che sono presenti nelle università del Sud e rimpiazzarli con docenti nuovi freschi”, non fosse praticabile. Nessuna forza politica ha alzato la voce quando le risorse per la ricerca venivano distribuite alle università sulla base di algoritmi con errori fatali messi a punto dai membri del consiglio direttivo di ANVUR (con tanto di firma di un futuro premio Nobel).
ANVUR fu a suo tempo istituita dal ministro Mussi durante il secondo governo Prodi e resa operativa dalla Ministra Gelmini con la sua riforma nel 2010. Il direttivo di ANVUR è sempre stato di nomina governativa. Alla ministra Bernini è bastato modificare un semplice regolamento ministeriale per garantirsi la possibilità di evitare la barocca procedura prevista precedentemente per la nomina del direttivo e che faceva sostenere ai difensori di ANVUR l’indipendenza dell’agenzia. I lettori forse non sanno, ma è bene ricordarlo – e forse qualcuno dovrebbe chiederne conto alla ministra-, che la rosa da cui scegliere i membri del direttivo era già stata predisposta da oltre un anno da una commissione presieduta da un membro dell’Accademia dei Lincei. Evidentemente quella rosa non era gradita al ministero. Gli atti di quella commissione sono adesso sepolti in qualche cassetto ministeriale e la ministra ha messo in moto una nuova commissione presieduta proprio da Marco Mancini, che ha lavorato celermente e ha evidentemente dato i risultati desiderati dalla ministra.
Il velo è caduto, come si diceva. Nessuno adesso potrà negare che la politica ha messo definitivamente le mani su (ciò che resta del) l’università, dopo un quindicennio di riforme bipartisan. Per governare l’università italiana, senza passare dal parlamento, è sufficiente controllare ANVUR l’agenzia che ha reso sistematico l’uso di indicatori di performance, come l’Europa ci chiedeva con forza nella famosa lettera di Trichet a Draghi. ANVUR fu disegnata da Prodi-Mussi con il contributo chiave del sottosegretario Luciano Modica (PD) come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Fu poi implementata dalla Riforma Gelmini e rafforzata da Matteo Renzi, ministra Valeria Fedeli, su consiglio dei Bocconi Boys.
A noi non resta che ringraziare per la lungimiranza Mussi, Modica e tutta la banda di accademici del PD che raccontando la storia delle sorti magnifiche e progressive dell’accountability e del quasi mercato, ha regalato ai trinariciuti della destra al governo tutti gli strumenti per smantellare le garanzie costituzionali contro cui avrebbero sbattuto il naso.
La facoltà di filosofia ha una marcia in più perché la maggioranza dei Docenti ama il suo lavoro e sono fortunati gli studenti , adesso non voglio sindacalizzare sul carico di lavoro che sicuramente avranno anche i docenti che insegnano nei licei scolastici, sicuramente la mole di lavoro non corrisponde alla paga percepita dal docente, ma è anche vero che le facoltà in Italia sono le meno costose e anche le più efficienti rispetto ad altre facoltà dove lo studente paga molto di più, questo spiega anche gli stranieri che sono in Italia a studiare e non penso sia solo per il cibo o il clima di empatia che trovano in Italia. Una cosa è certa che il docente deve amare il suo lavoro paragonabile ad una missione, dove il compenso passa in secondo piano e al primo rimane tutto il suo amore per la filosofia e per le lezioni frontali che sono indispensabili in questa disciplina anzi non si finisce mai di imparare e studiare. Sulla meritocrazia avrei delle perplessità ma anche in questo caso non voglio sindacalizzare. Il Professore Biuso che sia da mentore per tanti studenti e anche per tanti docenti è l’eccellenza della meritocrazia e si capisce vedendo le sue sessioni di esami. Chi ha la fortuna di essere un suo studente lo rimarrà per sempre anche quando avrà finito il suo percorso universitario. Grazie
Gentile Filippo, la ringrazio per il suo commento, ma non le pare che raccontare di docenti che dedicano 16 ore al giorno ai loro lavori sia già un riconoscimento della loro passione/missione? Il compenso – assai lauto mediamente – però non passa mai in secondo piano per prestazioni intellettuali immateriali quali quelle di un avvocato, di un ingegnere, di un architetto, di un consulto medico specialistico, di un manager e la lista si può allungare a piacimento con svariate tipologie di esperti – tutti lavori che pure richiedono competenze e passione (se svolti e condotti al meglio); e ritengo che senz’altro sul piano soggettivo il primo obiettivo di un autentico docente non possa né debba essere il compenso, come Lei sottolinea, ma sul piano del riconoscimento sociale “oggettivo” perché solo quella prestazione d’opera non dovrebbe avere il compenso adeguato corrispondente? Anche la Chiesa che secondo le parole del suo ispiratore dovrebbe essere fatta di esseri puri come gigli nel campo, gestisce ingenti patrimoni, si può dire da sempre: mi pare che l’eccesso di “idealismo” non giovi a, ed anche un po’ mistifichi, le necessità connesse al lavoro di un docente. Cordialmente. Luca Carbone
Carissimo Professore, la ringrazio per avermi dedicato del suo tempo prezioso, il mio pensiero è che come si guarda un docente durante le lezioni frontali oppure leggendo i saggi o i libri pubblicati va oltre le altre professioni e se uno sceglie proprio la professione del docente anziché Avvocato o Architetto o qualsiasi altra professione più pagata al mondo, un motivo ci sarà ed è quello di lasciare degli insegnamenti indelebili allo studente che lo segue come giusto che sia, che va oltre al cinismo del denaro, ci sono professioni che si fanno per amore per il prossimo se poi non corrispondono nella bilancia tra dare e ricevere questo passa in secondo piano. Grazie
Caro Filippo, anzitutto grazie di cuore del suo apprezzamento verso il mio insegnamento.
Il problema che Luca Carbone e io solleviamo è duplice:
-quanto più una professione è feconda per il corpo sociale tanto più dovrebbe essere riconosciuta economicamente, e questo vuol dire che i bassi stipendi dei docenti sono segno anche del disprezzo sociale verso questa attività;
-una delle ragioni di tale mancato riconoscimento sta comunque in noi che insegniamo: quanti docenti corrispondono all’ideale che lei disegna?
L’importante – e in questo sono d’accordo con lei – è che nelle singole scuole e dipartimenti ci siano comunque persone capaci.
Per il resto, già Francesco Petrarca notava con amarezza: «Povera, e nuda vai, Filosofia, /
Dice la turba al vil guadagno intesa» (Rime, sonetto VII, vv. 10-11).
Aggiungo: tanto peggio per la turba!
Carissimo Professore Biuso, la ringrazio per la sua cortese risposta sempre puntuale ed ineccepibile, una cosa è certa, non tutti i docenti corrispondono al mio ideale ma allora mi chiedo e mi scuso e mi sento quasi al disagio ma se viene riconosciuto il giusto e sacrosanto compenso ne guadagnerebbero chi nonostante abbia la cattedra non insegna in maniera ineccepibile come fa lei. Ci vorrebbe una valutazione soggettiva per dare il giusto a chi merita. Qui prendo una strada difficile da percorrere e chiedo venia. Una cosa è certa io ho avuto la fortuna di conoscerla e la ringrazio per la sua pazienza nei miei confronti. D’altronde sarò volente o dolente un suo allievo per sempre. Grazie
Gentile Filippo,
grazie comunque per le sue osservazioni. Mi permetto di farle notare che la “giusta” sua visione del rapporto ideale tra docente e discente l’ha, come spesso succede a ogni studioso, portata a soffermarsi sull’aspetto del mio scritto che più cozza con la sua visione, il “cinismo del denaro” – ma non pensa che sia più cinico sfruttare sistematicamente il lavoro sottopagato dei cosiddetti “precari”, che non di rado sono proprio i giovani studiosi più idealisti, motivati e competenti, pur di “tenere in piedi la baracca”? – e soffermandosi su quell’unico aspetto, l’ha indotta a trascurare ciò che ho scritto – dopo – a proposito della necessità di un più elevato standard epistemologico, e cioè essenzialmente anche filosofico, per gli stessi docenti, i cui risultati in una diversa strutturazione formativo-cognitiva, fornirebbero una solida base per quella che lei definisce “valutazione soggettiva”, e per una più sana competizione per la distribuzione delle risorse; distribuzione oggi troppo spesso legata a tutt’altre logiche, com’è fin troppo noto. Luca Carbone