Un parmenide epistemologo?
in Vita pensata
n. 27, settembre 2022
pagine 73-75

Per Giovanni Cerri il poema parmenideo non va letto – come è stato fatto di solito – in una chiave metafisica e dialettica ma in una prospettiva rigorosamente scientifica sia dal punto di vista del metodo sia dei contenuti. Scientifica proprio nel senso galileiano e contemporaneo. A sostegno di una simile ipotesi ci sono certamente molte importanti testimonianze. Parmenide è infatti un filosofo dell’intero, dai presupposti metafisici assai forti e consequenziale in ogni sua tesi e ragionamento. Ma, a parte ogni altra considerazione, il suo pensare non segue le «sensate esperienze e matematiche dimostrazioni». Farne quindi un collega di Galilei, di Einstein o di Planck significa non rendere a Parmenide l’onore filosofico che merita.
Condivisibile è invece la tesi che la metafisica e la cosmologia di Parmenide sono di impronta fortemente materialistica, chiarendo che il materialismo di Parmenide è lo stesso di Eraclito e di Empedocle; viene dunque prima di ogni dualismo tra spirito e materia o altre analoghe opposizioni.
Posto tra ciò che noi oggi chiamiamo ‘scienza’ e ciò che noi oggi chiamiamo ‘profezia’, Parmenide è uno scienziato ed è anche uno degli «sciamani razionalizzati» dei quali parla Eric R. Dodds. La forza del suo pensare abita anche in questa identità molteplice.

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La ringrazio professore. Come sempre, le sue parole – stavolta riferite a Parmenide – sono illuminanti e di grande conforto.

Gentile Prof. Biuso,
la ringrazio per queste riflessioni. Pur nella loro necessaria brevità, colgono, come è suo costume, i punti essenziali della questione.
Lei afferma: “che nulla possa nascere dal nulla è del tutto vero ma questo non significa affatto che ‘l’identico nasce dall’identico e come identico sempre rimane’”. Inoltre cita dal poema di Parmenide il passo: “senza nascita è l’Essere e senza morte,
tutto intero, unigenito, immobile, ed incompiuto
mai è stato o sarà, perché tutt’insieme adesso,
uno continuo.
(Fr. 7/8, vv. 6-11, pp. 150-152)”.
Mi piacerebbe domandarle, senza pretesa di esaustività, se ritiene che Parmenide possa aver pensato e visto (‘teorizzato’ in senso greco e heideggeriano) nell’Essere un divenire e un tempo ben diverso da quello comunemente inteso.
Lei riferisce della nascita del ‘diverso’ dall’identico. Inoltre cita il passo in cui Parmenide stesso sostiene la ‘continuità’ nell’Essere. Forse ricorda che cerco di interpretare tale continuità non soltanto in senso spaziale ma anche e soprattutto temporale: sono le tre dimensioni del tempo a essere continue, il che significa che il tempo è reale e che passato presente e futuro vivono insieme nell’Essere.
È plausibile?
Mi scusi se lo chiedo ora e non di presenza.

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