Blog Umanitarismo e Spettacolo

Umanitarismo e Spettacolo

In mondovisione la società dello spettacolo -giornalisti e televisioni, i mediatiques come li chiama Guy Debord, che hanno «toujours un maître, parfois plusieurs» (Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard, 1992, § VII, p. 31)- accoglie 600 migranti a Valencia. Niente di paragonabile a tale dispiegamento c’è stato quando Sicilia e Italia hanno accolto in tutti questi anni e quasi ogni giorno migliaia di migranti. Spagna la quale, in base alle sue norme, ne rimpatrierà in Africa una buona parte. Accolgono sapendo già che respingeranno. È questa l’essenza dell’umanitarismo spettacolare di una società intramata di ipocrisia.
Altra distorsione mediatica: come dimostra la prima pagina della Repubblica del 29.6.2017 -meno di un anno fa- anche il precedente governo a guida Partito Democratico e con ministro degli Interni Marco Minniti aveva dichiarato la necessità di chiudere i porti.
Chi finanzia la labile memoria della stampa?
Chi finanzia le organizzatissime strutture (ONG) che rappresentano un anello indispensabile nella moderna tratta degli schiavi?
Chi finanzia il flusso verso l’Europa, la quale deve rimanere sempre aperta mentre gli Stati Uniti d’America chiudono i loro confini e, con i dazi, la loro economia?
Il 4 giugno del 2015 commentavo in questo sito alcuni brani di Karl Marx. Ripropongo parte di ciò che scrissi allora perché mi sembra che gli eventi ne abbiano confermato la sostanza.

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«Un esercito industriale di riserva disponibile [eine disponible industrielle Reservearmee] che appartiene al capitale in maniera così assoluta come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese. Esso crea per i propri mutevoli bisogni di valorizzazione il materiale umano sfruttabile sempre pronto [exploitable Menschenmaterial], indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione. […]
Alla produzione capitalistica non basta per nulla la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere libero gioco essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva che sia indipendente da questo limite naturale [Sie bedarf zu ihrem freien Spiel einer von dieser Naturschranke unabhängigen industriellen Reservearmee]. […]
L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni [hält ihre Ansprüche während der Periode der Überproduktion und des Paroxysmus im Zaum ]. […]
Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.
Prima, persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si gonfia a ogni crisi e diminuisce a ogni ripresa degli affari [seine Masse mit jeder Krise schwillt und mit jeder Wiederbelebung des Geschäfts abnimmt].
Seconda: orfani e figli di poveri. Essi sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande crescita, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo».
(Karl Marx, Il Capitale, libro I, sezione VII, cap. 23, «La legge generale dell’accumulazione capitalistica», §§ 3-4)

Aver dimenticato analisi come queste (decisamente poco ‘umanistiche’) è uno dei tanti segni del tramonto della ‘sinistra’, la quale vi ha sostituito le tesi degli economisti liberisti e soprattutto vi ha sostituito gli interessi del Capitale contemporaneo, interessi dei quali i partiti di sinistra sono un elemento strutturale e un importante strumento di propaganda.
Negli anni Dieci del XXI secolo l’esercito industriale di riserva si origina dalle migrazioni tragiche e irrefrenabili di masse che per lo più fuggono dalle guerre che lo stesso Capitale -attraverso i governi degli USA e dell’Unione Europea- scatena in Africa e nel Vicino Oriente. Una delle ragioni di queste guerre -oltre che, naturalmente, i profitti dell’industria bellica e delle banche a essa collegate- è probabilmente la creazione di tale riserva di manodopera disperata, la cui presenza ha l’inevitabile (marxiano) effetto di abbassare drasticamente i salari, di squalificare la forza lavoro, di distruggere la solidarietà operaia.
È anche così che si spiega il sostegno di ciò che rimane della classe operaia europea a partiti e formazioni contrarie alla politica delle porte aperte a tutti. Non si spiega certo con criteri morali o soltanto politici. La struttura dei fatti sociali è, ancora una volta marxianamente, economica. Tutto questo si chiama anche globalizzazione
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Chi finanzia dunque l’esercito industriale di riserva che nell’immaginario collettivo sostituisce la lotta di classe con i diritti umani?
Le anime belle invece non le finanzia nessuno. Fanno tutto da sole.

 

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Mi rincuora leggerti, Alberto caro, ogni volta che ti leggo. Oggi non meno. Da nazista leghista, sono queste le qualifiche che mi hanno appioppato in Conservatorio per avere votato M5S ed averlo dichiarato ma tiriamo innante, alla domanda sul chi finanzia gli strilloni dalla stampa, i Lerner, i Saviano – leggo in questi giorni il cattivo Cèline de Les beaux Draps, lavoro che trovo atrocemente disincantato ed attuale – chi dunque lo sai tu, lo so io, in parte possiamo solo immaginarlo, benché appunto ci sia un autofinanziamneto di carogneria, balordaggine e cristianesimo che insieme costituiscono l’esca del falò di cui la carta moneta è il combustibile. Le pognon. San Quattrino. Non fossero immeritatamente ricchi, i detti, sarebbero in chiaro ciò che con elegante metafora potremmo definire mezze seghe. Guardare per credere. E, per quanto riguarda il resto del discorso ho pià volte detto e non mi smentisco che il problema del capitalismo oggi è lo stesso di Himmler allora. Himmler non essendo cristiano, dunque non ipocrita e fregnone, prudente forse un po’, si diede la risposta che sappiamo. Dunque da un lato il capitalismo*, dopo l’imperialsimo dei buoni Re Cristiani, dal Belgio all’Inghilterra, il FMI hanno creato le condizioni per queste fughe, dall’altra non ha il fegato di dirsi, ammazzziamoli, tutti, illico. È mi pare lo stesso inconfessato desiderio di Israele con i Palestinesi. Dunque si ammazza in comode rate. FIno a quando, mi pare la domanda più pertinente.
Anche per questo sono anarchico e populista
* e l’industrialesimo, la tecnica, le macchine si sa che cosa combinarono in Inghilterra e dovunque.

Espressioni che non assumono le forme dell’aggressività fisica soltanto perché chi le enuncia non possiede armi e non ha il coraggio di portare sino in fondo il proprio fanatismo morale.

Caro Professore,
la ringrazio per questo contributo breve, ma importante: nell’accozzaglia rumorosa di voci starnazzanti, per lo più alimentate dall’ignoranza e dalla disinformazione, abbiamo più che mai bisogno di punti fermi e di analisi intelligenti, che fondino su basi culturali solide. Si è persa l’abitudine di tacere e ascoltare, si è dimenticato il vecchio adagio, il “è meglio star zitti e sembrare idioti che aprir bocca e togliere ogni dubbio”. Ne abbiamo bisogno ancor più in un’epoca storica in cui la classe politica non poggia più su convinzioni e ideali (e quindi su una ristretta e valida cerchia di intellettuali), ma è la bandiera continuamente esposta al vento di un’opinione pubblica prodiga di buone intenzioni e povera di argomenti. E’ una caccia al consenso, né più né meno, che i governi trovano facilmente in questi slogan spicci, mentre a voler trovare risposte sincere e definitive a questioni che ci assillano ormai da troppo tempo (cosa che presuppone almeno un minimo di lungimiranza) si è banalmente tacciati d’insensibilità e cattiveria.
Ahimè, è storia antica – ma questo lo sa chi la storia la studia.

I filosofi, in particolare in filosofi marxisti (o marxiani… forse meglio detto) hanno questo di innegabilmente buono: una visione razionale, disincantata, diciamo pure asettica degli avvenimenti passati a presenti. Appartenendo anch’io, nel mio piccolo, a tale corrente di pensiero, trovo quindi la sua analisi corretta e condivisibile. Mi sembra, tuttavia, che, trattandosi di eventi che si stanno verificando sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, nell’attualità del presente, sarebbe necessaria, tirando le somme dell’analisi, una conclusione. Perché qui non si tratta di teorie – per corrette e puntuali che possano essere, ed infatti sono. Si tratta vite umane, di persone vere, vive (e poi, alcune, morte), con un nome, una storia, una speranza, una disperazione. Esistono davvero, una per una. E allora la domanda che mi pongo (senza peraltro avere una risposta… ma la domanda bisogna pur porsela!) è: che cosa ne facciamo di queste persone? Impediamo loro di sbarcare, nella speranza di scaricare il problema su qualcun altro? Le lasciamo ammucchiate nei campi di concentramento in Libia e dintorni, dove hanno impiegato mesi atroci ad arrivare? Le lasciamo a mollo e ci voltiamo dall’altra parte mentre annegano? Le mitragliamo, così muoiono prima e più in fretta? Certo, tutte queste sono soluzioni. Soluzioni che però a me – forse sono una di quelle ingenue “anime belle” che alla fin fine partecipano e contribuiscono al grande e reale processo di sfruttamento – non sembrano proprio giuste. Ho premesso che se conosco, probabilmente, la soluzione (o sarebbe meglio dire la conclusione) da un punto di vista storico universale, da qui a cinquanta o cento anni, non trovo alternativa immediata al gesto semplicemente “umano” di ripescarle e, in qualche modo, accoglierle. Mi interesserebbe conoscere su questo la sua opinione…non da filosofo, ma da persona.

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