Blog Sull’Università italiana: numeri e pregiudizi

Sull’Università italiana: numeri e pregiudizi

L’obiettivo è anestetizzare il corpo sociale e indurlo ad accettare le decisioni prese dalle istituzioni finanziarie e dai poteri politici a esse subordinate. Quali i mezzi? Due sopratutto, tra di loro strettamente coniugati: la droga televisiva (distrazione e disinformazione) e l’umiliazione della conoscenza. Il risultato sarà -deve essere- la limitazione del pensiero critico a individui isolati e a piccoli gruppi, additati al pubblico disprezzo delle masse.
Uno degli ambiti nei quali tale strategia si dispiega è quello della formazione universitaria. È in questa sede, infatti, che dovrebbe arrivare a maturazione e compimento il percorso di conoscenza, e quindi di libertà, che comincia con la scuola. E allora ecco che in Italia un gruppo di bocconiani fanatici e di agguerriti professori collaborazionisti che scorrazzano nei “più grandi quotidiani del Paese”, coadiuvati da pittoreschi giornalisti e da una signora laureata in giurisprudenza a Brescia (fuori corso e con il voto di 100 su 110, che andò a prendersi l’abilitazione in Calabria e che poi divenne persino ministra dell’Università) cominciano a ripetere ossessivamente che per l’Università italiana si spende troppo, che professori e studenti sono in numero spropositato, che la laurea non serve a nulla. I loro nomi? Eccoli: Mariastella Gelmini, Francesco Giavazzi, Roberto Perotti, Francesco Profumo, Michel Martone, Andrea Ichino, Oscar Giannino, Sergio Benedetto. Costoro diventano direttamente decisori politici (Gelmini, Profumo) o potenti consiglieri dei decisori.
La loro tenace arroganza è tuttavia pari alla loro impreparazione. È quanto si desume dall’edizione 2013 del Rapporto OCSE Education at a Glance, i cui risultati sono sintetizzati e discussi da Giuseppe De Nicolao su «Roars»: Education at a Glance 2013: cosa dice l’OCSE dell’università italiana?
Da tale studio risulta che l’Italia è la 30° su 33 Paesi dell’OCSE nella spesa per l’Università; che soltanto l’Ungheria effettua tagli superiori a quelli dell’Italia, la quale è l’ultima come percentuale dell’istruzione sul totale della spesa pubblica; che nel rapporto studenti/docenti su 26 nazioni soltanto 5 stanno peggio di noi; che nei costi per ogni singolo studente siamo al 14° posto su 24; che lungi dall’essere «quasi gratuita» (Giavazzi dixit) l’Università italiana è al 3° posto come somme richieste alle famiglie; che l’età media dei laureati di primo livello è la più bassa in Europa; che ben lontani dall’avere troppi laureati, siamo al 34° posto su 36; che i benefici pubblici di un laureato italiano sono superiori del 3,7 ai costi sostenuti; che i laureati hanno un reddito medio superiore del 48% a quello dei diplomati; che la percentuale di laureati che trovano lavoro è del 79% rispetto al 75% dei diplomati nelle scuole superiori e al 58% dei diplomati nella scuola media.
Le conclusioni di De Nicolao sono le seguenti: «Una nazione che investe poche risorse umane e finanziarie nell’istruzione universitaria e che negli ultimi anni ha tagliato ulteriormente nel contesto di un generale disinvestimento riguardante l’intero settore dell’istruzione. Una percentuale di laureati che ci vede ultimi in Europa e penultimi nell’OCSE. Una spesa per studente che è sotto la media mentre è in aumento la percentuale di costo scaricata sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso con decisione la via del declino civile, culturale ed economico».
L’Università italiana ha certamente limiti e problemi di varia natura. Uno di essi è la presenza al proprio interno di professori come quelli elencati sopra, i quali stanno dando un attivo contributo -fatto di di superficialità e di pregiudizio- alla sua distruzione. I numeri dell’OCSE bocciano tali professori e la loro impreparazione come studiosi e come cittadini. Ma si sa che i collaborazionisti sono di solito più zelanti dei loro padroni.

[Un commento sintetico e vivace a questi dati si può leggere sul «Fatto Quotidiano» a opera di Thomas Mackinson: Università, l’Ocse sbugiarda stampa e politica. “Troppi costi e studenti”: falso. Segnalo anche due articoli dedicati da Francesco Coniglione allo stesso tema, usciti su «Vita pensata»: Università sotto tiro. Miti e realtà del sistema universitario italiano (I parteII parte), poi ulteriormente elaborati nel volume Maledetta Università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, Di Girolamo Editore, 2011]

 

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Grazie di questo articolo e relativi link, che ho provveduto a diffondere.

«con la scusa dell’arte e della passione si è obliterato il pensiero»

Caro Pasquale, questa frase mi interessa, in particolare. Secondo te, da competente dell’argomento, con parole adatte ad un incompetente quale sono, è possibile esista una vera arte priva di pensiero, di lavoro, di sacrificio? Io non ho mai amato certe concezioni della «creatività» decisamente sbracate, che barattano la superficialità per rispetto dell’impulso creativo.

Sapete, lavoro in una scuola dove spesso con la scusa dell’arte e della passione si è obliterato il pensiero, e la parola che con grande passione, arte e fatica invece lo manifesterebbe, isterilendolo alla sua mera funzione utilitaria – due cappuccini, un caffè lungo e un gelatino, lo vuoi un gelatino? –
Over and out

Mi scuso per l’eccesso di presenze ma il circolo mentale mi attira. Supero la boa del sono d’accordo su tutto con tutti e propongo la lettura di questo articolo. Viene dagli S.U.e l’ho appena letto. Il succo: l’America alleva una generazione di giovani che non saranno in grado di pensare e scrivere. Non conosco l’America se non attraverso la loro pubblicità, cioè i film e forse la generazione è nata molto tempo addietro; in ogni modo pare che americano sia lo stivale che calza alla perfezione il piede italiano. Buona giornata

http://www.businessinsider.com/the-war-against-humanities-2013-6

La bella ed accorata discussione di tre intellettuali e docenti come te, caro Alberto, evoca in me una riflessione sul rapporto fra potere e conoscenza, fra potere e cultura. Un rapporto complesso.
Immagino tu conosca il bel film di Antonietta de Lillo, dal titolo «Il resto di niente». Vi si narra (lo scrivo per i lettori di passaggio) la vicenda di Eleonora de Fonseca, giustiziata fra i rivoluzionari della breve e gloriosa Repubblica Partenopea del 1799. A parte la vicenda centrale del film, c’è una scena a mio avviso emblematica del tema. Ad un certo punto Ferdinando IV di Borbone se la prende con un ritratto di Gaetano Filangieri, il celebre studioso e giurista. Non ricordo esattamente le parole ma il sovrano accusa lo studioso di esser stato un ingrato. Detto con una formula abusata, la classica «serpe in seno», cioè qualcuno che ha usufruito della generosità dei sovrani, promotori di cultura, per scrivere e propagandare idee nefaste al potere monarchico.
Ecco dunque il punto, a mio avviso, in certe tiritere di ostilità verso l’Università, con particolare accanimento verso le facoltà umanistiche. Il potere costituito, incarnato in taluni personaggi, manifesta l’accusa, fra le righe di ingratitudine. Come dire: io vi pago, e voi dovrete esser funzionali al mio potere.
Non credo che importi affatto dei risparmi e dei tagli agli sprechi, ma l’intenzione invece di non finanziare chi non è ossequioso.
Ovviamente lo scopo delle istituzioni universitarie è quello di formare uomini di qualità, e i soldi che si spendono non sono «del sovrano» di turno ma dei cittadini. Ma questo è ovvio, comunque lo scrivo lo stesso.

Sì, torno lievemente sull’argomento. Il sistema si manifesta nei termini detti con tanta precisione.
Ma occorrerebbe anche dire che esigere da questa classe dirigente azioni diverse sarebbe come esigere, peraltro è già stato e sarà anche peggio, esigere dal bandito la stesura del codice penale. Oggi sono stato a Maggianico e m’è tornato in mente l’Azzeccagarbugli. Ebbene, non so, non ne ho idea ma non so quanti docenti lamentino pubblicamente, come Alberto Biuso, o denuncino il malaffare. Non so quanti rettori, nessuno forse, si ribellino all’andazzo. Per quello che riguarda il mio Istituto osservo da tempo un appiattimento quieto, direi soddisfatto, al dettato del Partito Unico. Si direbbe dunque che l’azione di quest’ultimo si trovi proseguita, bene applicata, enfatizzata dentro gli istituti di istruzione. Appiattirsi serve a uno scopo, continuare all’interno delle Istituzioni l’opra devastante del governo, uno per tutti tutti per uno. In altri termini, appiattire serve a nascondere la pochezza di molti insegnanti, per non dire l’incompetenza fino alla disonestà, che in un sistema corrotto, scarso di umanità e intelletto e sapere, trovano tante occasioni per arraffare piccole o grandi miserevoli ricchezze, a volte fare buoni affari, sviluppare amicizie e rapporti da bene spendere extra moenia e, questo è ovvio, alimentare il piccolo Napoleone che c’è in loro. Infine gli studenti: cito un caso fresco , di ieri, di un’allieva che quasi in lacrime dopo un pre-esamino piccino piccino ha fatto un piccolo teatrino di stizza e boria per un 27. Non solo ma ha asserito che per rapporto ai voti ottenuti dagli altri lei, lei, lei, lascio immaginare il resto. Mi sono fatto una nemica. Mi dispiace di non averle dato 18. Capisco bene la frustrazione di chi i voti li chiede al proprio Narciso e che solo di esso accetta il giudizio. La capisco, non la giustifico of course. Con BIuso mi pare si possa dire che il 68 ha vinto. Non desidero generalizzare, eppure. Eppure questo sistema con i suoi metodi stimola e genera da sé la propria morte.

Caro Alberto,

condivido in toto la tua analisi, anche perché nessun decisore politico, che negli ultimi anni ha tagliato i fondi per la ricerca e la formazione, ha mai fatto un passo concreto per correggere i difetti dell’università, che sono poi quelli dell’intero paese e della sua struttura politica e amministrativa.
Tutti parlano di meritocrazia, ma nessuno la vuole, perché i politici sarebbero i primi a non poter più gestire il paese con i soliti modelli feudali, nella fattispecie cronologica mafiosi.
L’unico intervento è dunque quello dei tagli indiscriminati, che stanno conducendo al collasso l’intero sistema formativo e di ricerca nazionale.
Un caro saluto.
Dario

Non posso commentare più Alberto , mi fa male al cuore. So tutto questo è chiaro ma sapere, come per Edipo, non è di preciso confortante. Forse dovremmo accecarci?
Sento rumor di ferraglia. Un caro saluto.

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