Lo scorso 22 aprile 2026 la rivista Stroncature ha ospitato un dialogo su Episteme. Scritti di filosofia della scienza. Riccardo Pennisi ha moderato gli interventi miei, di Sarah Dierna ed Enrico Palma.
Come ho affermato ‘in diretta’, è un privilegio essere letti nel modo rigoroso e critico con il quale i miei due interlocutori hanno mostrato una profonda competenza teoretica e un interesse autentico verso le questioni affrontate nel libro.
Tra queste, Dierna ha evidenziato la costanza del tema della scrittura nei tre volumi dei quali Episteme è il compimento; la metodologia nomade e genealogica che li guida: la centralità della cosmologia come luogo di oltrepassamento dell’umano; il riconoscimento che la metafisica è una scienza.
Palma ha sottolineato il tentativo di costruire un lessico contemporaneo della filosofia che parta dai Greci e colga i caratteri di fondo del sapere nel XXI secolo; la centralità della differenza; l’atteggiamento olistico, relativistico e plurale; ha chiuso poi con una intensa citazione da Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.
Il video dura meno di un’ora e sarà certamente utile a chiunque sia interessato a Episteme e alle sue tematiche:
Ringrazio quindi Stroncature per lo spazio che ha dato al volume e i due interlocutori per il dono che hanno fatto al libro e a me.






Gentile Professore, ho ascoltato con attenzione ed interesse la presentazione collettiva del volume dei suoi scritti, che peraltro non ho letto. Mi permetto quindi solo di soffermarmi su un punto – sebbene cardinale – delle questioni sollevate ed accennate: il controversissimo rapporto tra scienze e metafisica. Come già sa, su questo punto dissentiamo: non certo sulla necessità di un reciproco confronto tra le une e l’altra, e viceversa; e nemmeno, da quello che ho ascoltato, sulla necessità di tenere distinti i differenti ambiti di ricerca – ma sulla possibilità di “definire” la metafisica come la destinazione del pensabile, e, a sua volta, come una sorta di “Scienza del tutto (cosmico)”.
Come è stato notato dai suoi eccellenti interlocutori la sua è oggi una posizione insolita, e coraggiosa – e mi associo al riconoscimento, rispetto alle correnti scientifiche e filosofiche ampiamente dominanti a livello accademico internazionale. Tuttavia da quel poco o tanto che mi è dato di vedere, ciò che mi pare sia necessario mostrare – ed in questo sarei una sorta di Heideggeriano in purezza – sono i debiti metafisici delle scienze, debiti dei quali la stragrande maggioranza degli scienziati sono del tutto inconsapevoli; e ciò lo ha reso molto chiaro anche l’ultimo Husserl, e senza dimenticare che a mettere in questione i presupposti teologico-metafisici anche delle scienze “hard”, aveva cominciato Nietzsche: “Il concetto meccanicistico di movimento è già una traduzione del fatto originale nel linguaggio di segni dell’occhio e del tatto. Il concetto di «atomo», la distinzione fra una «sede della forza motrice e la forza stessa» è un linguaggio di segni proveniente dal nostro mondo logico-psichico” (primavera 1888, 14 [123], Torino, 1986, p. 92). Ma naturalmente i critici postillanti, ed è qui che si può toccare con mano l’abisso di differenza tra metafisica e scienze, hanno già stabilito che Nietzsche non aveva conoscenze scientifiche adeguate: “Non importa quanto Nietzsche potesse essere un lettore prolifico, pace Thomas Brobjer (e altri), il disprezzo accademico si scaglia contro qualsiasi collegamento con la scienza: quanto poteva saperne? Non c’e bisogno di discuterne” (Babich, Bologna, 2026). Non bisogna, quindi, mai sottovalutare il fatto che i grandi scienziati, i quali tutti, a cominciare da Galilei, si sono confrontati con la filosofia e la metafisica, non fanno media, e che gli scienziati “medi” includendovi anche quelli delle cosiddette scienze umane, espongono come un titolo di merito l’ignorare la filosofia, e non vanno tanto per il sottile quando si tratta di “demolire”, a suon di motti di spirito spesso, ciò di cui non hanno che una cognizione poco più che scolastica o manualistica. Per converso le torri d’avorio sono crollate tutte, e non credo ci sia più la possibilità di “filosofare”, non solo come è stato ribadito nella presentazione del volume senza tener conto dei “condizionamenti sociali” delle concezioni e visioni filosofiche, ma anche – e ciò viene fatto assai più di rado, o viene considerato del tutto insensato – sui condizionamenti metafisici delle configurazioni sociali: “Sarebbe però superficiale ritenere che il gigantesco sia soltanto la vacuità, distesa senza fine, del puramente quantitativo. Sarebbe avventato convincersi che il gigantesco, nella figura del continuato mai-ancora-essenteci-stato, scaturisca solo dalla cieca brama dell’esagerazione e dell’eccesso. Sarebbe una vera rinuncia al pensiero credere di avere spiegato il fenomeno del gigantismo con la parola d’ordine: americanismo (12). Il gigantesco è piuttosto ciò attraverso cui il quantitativo diviene una sua propria qualità e, con ciò, una specie eminente del grande. Ogni epoca storica non è solo di grandezza diversa rispetto alle altre; essa ha sempre il suo proprio concetto di grandezza”. Ma ciò che più conta per noi, qui ed ora, lo specifica Heidegger nella nota: “L’americanismo è qualcosa di europeo. È una variante ancora incompresa del gigantismo – del gigantismo ancora fluttuante e non già scaturente dalla piena e raccolta essenza metafisica dell’Età moderna” [Holzwege. Sentieri erranti nella selva, Milano, 2002, p. 115 e pp. 135-136].
La contrapposizione o l’asservimento al “padrone” statunitense sul piano geo-politico immediato, non dovrebbe farci trascurare la stretta derivazione “metafisica” della cosiddetta America, dalla vecchia e malandata Europa: derivazione che i discendenti americani riconoscono soprattutto eventualmente sul piano religioso, ma non certo metafisico, mentre noi i “buoni Europei” ci riteniamo “assolti”, rispetto alle logiche gigantesco-imperiali dei cugini transatlantici mentre siamo “per sempre coinvolti” – per ricordare anche De André.
Proprio il fatto che ancora questi nessi e queste questioni siano ampiamente ignote alla grandissima parte degli studiosi, mostra quanto sia difficile impegnarsi in quello che è uno dei lavori più propri del “pensare”: mettere in questione i propri stessi presupposti percettivo-cognitivi; che non sono mai soltanto individuali, ma anche sempre collettivi. E’ ciò che le scienze con i loro “metodi” non possono semplicemente fare: poiché il metodo predetermina l’approccio all’oggetto, e quanto più è rigoroso tanto meno può tematizzare l’oggetto o “se stesso”. Questa è la forza incomparabile del metodo, ma è anche il suo limite invalicabile. Solo una tematizzazione “filosofica” permette di far dialogare le metodologie scientifiche, che sono invece “normalmente” sorde le une alle altre, spesso persino nelle specializzazioni più contigue. A meno che non si cada, come spesso si cade, nell’innesto autoritativo, per cui, per fare un esempio non casuale, il prestigio degli approcci quantitativo-matematizzanti “affascina” studiosi delle più diverse discipline, del tutto incuranti della possibilità di ridurre, applicando tali metodi, i propri “oggetti” complessi a sfilze di equazioni, e cataste di geometrie, per così dire.
Ma il commento ha ormai decisamente travalicato i limiti della convenienza: spero non siano disutili alla discussione queste mie osservazioni rapsodiche e grazie per il suo lavoro. Luca Carbone
Caro Alberto ho appena concluso l’ascolto della registrazione del dialogo su “Episteme” organizzato dalla rivista “Stroncature”. Ho seguito i tre momenti in cui esso si è articolato con una partecipazione intellettuale ed emotiva intensa. Ho usato, consapevolmente, il termine “emotivo” per indicare la natura profonda, interiore, personale del coinvolgimento con cui ho seguito i vostri tre interventi. La riflessione, che si è sviluppata a partire dalla tua presentazione, ha avuto nelle parole di commento di Sarah Dierna e di Enrico Palma una intensità, una luminosità e uno spessore argomentativo e teoretico tale da coinvolgere l’ascoltatore non solo nella dimensione razionale ed intellettiva ma anche, e soprattutto, nella costituzione ontologica del nostro essere nel mondo della vita. Siete stati tutti e tre estremamente chiari, precisi, radicali nel presentare il senso complessivo del tuo/vostro pensiero filosofico il cui obiettivo è la conquista di quella “serenità” di cui parla Cioran e a cui, in conclusione, ti sei richiamato.
Non posso che ribadire la mia profonda gratitudine rivolta a coloro che hanno contribuito alla realizzazione del confronto.
Un caro saluto.
Caro Michele, grazie a te e di cuore per una partecipazione così intensa. Far emergere e immergersi «nella costituzione ontologica del nostro essere nel mondo della vita» è una esatta definizione della prassi filosofica.
Caro Professore,
siamo noi a ringraziarla per averci invitato a dialogare insieme a Lei e a Episteme.
Forse i suoi futuri studenti non saranno contenti per il fatto che lei abbia scritto un libro più complesso di altri [:-)] ma nel caso di Episteme credo possa valere la chiusa etica del suo amato Spinoza. E quindi arrivare alla fine del libro con la gioia di avere imparato qualcosa di nuovo.
Un caro saluto,
Sarah