Blog Morire nella luce

Morire nella luce

Diagora era stato un grande atleta, più volte premiato a Olimpia. Ebbe un giorno la gioia di assistere anche alla vittoria dei suoi tre ragazzi negli agoni olimpici. Osannato dalla folla e abbracciato dai figli -che gli offrirono in dono le proprie corone-, ricevette da uno spartano questo saluto: «Muori ora, Diagora, perché certo non potrai salire all’Olimpo» (Plutarco, Vita di Pelopida).
Faust muore -secondo il patto che aveva sottoscritto- quando nel colmo della gioia dice all’attimo, al tempo, «Verweile doch, du bist so schön!» (Fermati, dunque, sei così bello!) (Faust, vv. 1700 e 11582). Goethe, autore di questo verso, sembra che sia morto invocando la luce: «Mehr Licht! Mehr Licht!» (Più luce, più luce!). Così muoiono i pagani. Uno dei loro poeti scrisse che morire in Sicilia, isola di tripudi e di sfacelo, «è acquietarsi nella luce».

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@Giulio Penna
La ringrazio molto per aver inserito qui la densa e bella pagina di Papini, che non conoscevo e che mi sembra davvero coerente con quanto ho cercato di sostenere.

Grazie anche a tutti gli amici -Filippo Scuderi, Diego b, Adriana Bolfo, Laura Caponetto- i quali hanno scritto di recente dei commenti che arricchiscono così tanto questo sito.

DEVI SPLENDERE!

“Certi antichi versi greci che sono stati ritrovati a Tralles in Asia Minore e che son detti l’Epitaffio di Zifilo[Sicilo] cominciano con queste parole: “Fino a quando vivi, splendi.”
Questo imperativo sembra a me assai più bello e profondo di quelli meglio famosi del Tempio di Delfo, di Kant e di Ibsen. Conoscer se stessi è quasi impossibile e sarebbe pericoloso se possibile: servire con i nostri atti quale norma universale è una delle più sciocche trovate dell’astruso e ottuso Kant; il comandamento “sii te stesso” è una di quelle tautologie che soltanto presso gli iperborei possono sembrare comandamenti degni del bronzo. Invece nell’idea di splendere c’è l’essenza stessa della vita. Chi non è luce non dà luce e chi non si infiamma e non irraggia e riscalda intorno a se è simile a legno verde o a mota refrattaria; non vive e non merita di vivere.
Forse la dimenticanza dell’antica esortazione ellenica è la ragione per la quale il nostro mondo presente appare così grigio, oscuro, arido, polveroso, tetro come un focolare che del fuoco non serba altro vestigio che la cenere e la fuliggine. ” (Giovanni Papini,”Vita e Morte” da Prose Morali, 1959, Mondadori)

Mi riferivo agli autori citati e non al commentatore, che non conosco e col quale in parte concordo. Ma..la qualità dei giorni: anche se non alta, può risultare gradevole, secondo parametri individuali, e la morte, per questo motivo, una perdita, in quanto troncamento di scoperte, affetti ed esistenze di realtà dentro e fuori di noi. In questo senso, brutta. Forse il giudizio dipende da ciò di cui si teme la perdita.
Personalmente, non ho ancora accettata la mia e non mi sono ancora stancata di me. Forse è la (moderata) infelicità nel presente a far desiderare un presente più lungo come foriero di momenti migliori: quasi sicuramente un’illusione. Ma (anche) di tali illusioni-idee si vive, pur apprezzando il presente-presente.

D’accordo sulla morte come esito oggettivo ecc. D’accordo sul ‘morire vivi’ (speriamo).

Sospetto (al di là della bellezza delle parole): non saranno tutti modi per far venire l’idea che la morte (nostra) sia bella? Meglio: non saranno tutti modi per esorcizzare la propria, che forse non si vorrebbe?

Altro: gli Elisi di luce soffusa, il Tartaro buio. Quanto forte il senso della luce e del buio per un mediterraneo..

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