João Magueijo
Più veloce della luce
L’avventura di una rivoluzione scientifica
(Faster than the Speed of Light, 2003)
Trad. di Carlo Capararo
Rizzoli, Milano 2003
Pagine 346
Qualunque sia l’ambito nel quale vivono e operano, gli umani nutrono un tale culto verso ciò che chiamano verità da far scattare prima o poi meccanismi di dogmatismo e di esclusione verso chi ritengono essere lontano dalla verità che presumono di avere scoperto.
Tutti sanno che questo accade nell’ambito delle verità religiose. Viene ammesso anche per le più immanenti verità politiche (immanenti ma assai violente). Meno noto è il fatto che tale dogmatismo escludente tocchi in modo altrettanto sistematico l’ambito delle filosofie e delle scienze, anche delle scienze cha hanno a fondamento il metodo matematico. Il quale non le salvaguarda per nulla dalle tendenze autoritarie ed escludenti, anzi aggrava a volte la situazione.
Non è da stupirsi quindi che all’esordio del suo volume João Magueijo parli esplicitamente della qualifica di eresia che venne attribuita (e di cui ancora in parte gode) alle sue ricerche volte a risolvere alcune questioni inerenti l’origine dell’universo conosciuto, tramite la varying speed of light (VSL) l’ipotesi che in tale inizio la velocità della luce fosse molto più alta di quella attuale (quasi 300.000 km al secondo) e che non è escluso che in determinate condizioni tale velocità possa discostarsi anche significativamente dal valore standard. Uno degli esiti più fecondi di tale ipotesi è la spiegazione della attuale uniformità dell’universo nello spazio e nel tempo, nello spaziotempo unificato. Un’omogeneità priva di fluttuazioni, che dunque esclude l’ipotesi di un’inflazione potentissima che avrebbe accelerato la materia nei primi istanti di esistenza dell’universo, ipotesi elaborata anch’essa per spiegare come dal Big Bang originario sia nato il cosmo attuale.
Elaborata con grande impegno e fatica, e ovviamente non da un fisico soltanto, «la VSL è oggi un termine generico per indicare molte teorie differenti, accomunate tutte dal fatto di predire, in un modo nell’altro, che la velocità della luce non è costante e che sono necessarie delle revisioni della relatività speciale» (p. 308).
Ecco il punto: la VSL confligge con il principio fondamentale della fisica contemporanea, elaborato nell’ambito della teoria della relatività. Questo principio è appunto la costanza di c, la non variabilità della velocità della luce nel vuoto. L’altro principio è la relatività del movimento tra i corpi. Non a caso Einstein preferiva definire la propria tesi come teoria dell’invarianza, l’invarianza appunto della velocità della luce.
Elaborare delle ipotesi in conflitto con questi due principi è dunque diventata una vera e propria eresia che rischia di distruggere la carriera di qualunque fisico teorico. João Magueijo ha avuto il (grande) coraggio di non arretrare davanti a tale rischio e sta tuttora lavorando a un’ipotesi che sembra risolvere alcune delle rovinose contraddizioni nelle quali il modello del Grande Scoppio Originario si trova.
La presentazione divulgativa di questa teoria (nel libro appare una sola formula matematica, a p. 302) diventa anche e forse soprattutto un testo di epistemologia e di sociologia della scienza. Anche per questo invito a leggere direttamente il libro (davvero molto godibile). Nella presentazione per questo sito sto infatti tralasciando questioni più tecniche ma molto importanti. In ogni caso, spero che anche dal poco che qui riassumo si comprenda quanto astruse e lontane dal senso comune siano la cosmologia e la fisica del Big Bang (altro che metafisica greca o della Scolastica), tanto che «gli scienziati cominciavano a sospettare che, almeno in una certa misura, i successi del Big Bang fossero il risultato di un imbroglio» (124).
Le implicazioni epistemologiche della VSL sono chiare: «mettere alla prova nuove idee per poi accettarle oppure rigettarle: la scienza non è altro che questo» (17) ed è appunto quanto Magueijo e i suoi colleghi fanno.
Contro il vero e proprio culto religioso rivolto alla cosiddetta teoria delle stringhe, superstringhe, corde e brane, diventata la fantomatica e inesistente teoria-M, il fisico portoghese si chiede: «M per madre? M per membrana? M per masturbazione mi sembra molto più appropriato. […] Penso che sia giunto il momento che qualcuno faccia notare che il re, mentre percorre il viale delle corde, indossando le sue stupende M-vesti, è nudo» (288). Tale teoria, tra l’altro, viene meno a un principio metodologico fondamentale, senza il quale ogni fantasia diventa plausibile: «Se i fatti predetti sono osservati, la teoria è corretta; se non lo sono, la teoria è sbagliata. È tutto qui. La scienza non è una religione» (71).
Per quanto riguarda la sociologia della scienza, questo libro è veramente prezioso. Raccontando le traversie sia sue personali sia della teoria da lui proposta, Magueijo delinea un panorama veramente efficace e penoso degli elementi che rendono servile, dogmatica e insensata gran parte dell’attività degli scienziati.
È soltanto dopo l’ottenimento di una borsa di studio della Royal Society che «finalmente potevo permettermi il lusso di essere di nuovo un romantico della scienza. È una merce così costosa di questi tempi» (167).
All’Imperial College di Londra, dove insegna e lavora, una quantità spropositata di tempo viene impiegata a compilare «interminabili moduli che non servono ad altro se non a giustificare l’esistenza di quelle istituzioni» (174), moduli rivolti ad attestare la Teaching Quality Assessment (TQA), una specie di idolo inafferrabile e feroce.
La carriera di qualunque scienziato, anche delle ‘scienze umane’, è determinata dalla quantità di testi che pubblica. Testi che vengono sottoposti alle riviste tramite la cosiddetta peer review, la revisione tra pari che in realtà «lascia ampio spazio agli abusi» (221) tanto da trasformare l’accoglimento o il rifiuto di un articolo qualcosa di molto simile a una lotteria.
Sistema che sembra intrinsecamente favorire le posizioni conformiste ed escludere le novità, figuriamoci le rivoluzioni scientifiche. Alla proposta di un primo saggio dedicato alla VSL la prestigiosa rivista Nature risponde che «avremmo dovuto fare di più che dimostrare che la nostra teoria era una soluzione dei problemi cosmologici: la nostra teoria avrebbe dovuto essere la soluzione. Che cosa mai poteva significare? […] Può esistere una cosa simile? […] Forse un giorno ‘Nature’ avrebbe accettato di pubblicare le opere complete di Dio, ma anche questo era tutt’altro che sicuro» (221-222).
In sintesi, «il sistema è organizzato in modo tale per cui nel curriculum scientifico ufficiale di una persona contano solo le pubblicazioni in riviste che adottano il metodo della peer review, un’imposizione del tutto artificiale. Perciò io stesso pubblico tutti i miei saggi in queste riviste, anche se con un atteggiamento di cinico distacco, come un dovere non tanto diverso da quello di tirare lo sciacquone o di svuotare il cestino della carta straccia» (260-261). L’esito è che «la scienza statunitense», e sempre più anche quella europea, «è un mondo in cui i giovani vengono incoraggiati a lavorare in massa sugli stessi problemi più in voga, e non hanno le palle per uscire dalla pazza folla» (203).
Anche l’ossessione del politically correct viene descritta da Magueijo in modo plastico e giustamente assai severo:
Gli inglesi sono ossessionati dal politicamente corretto: da ciò che si deve ritenere un linguaggio accettabile, dalla divisione fra barzellette ‘buone’ e ‘cattive’, dai modi e i comportamenti della gente; in sostanza, da qualsiasi cosa sia superflua e adeguatamente superficiale. Da questo punto di vista, io sono un porco maschilista e sciovinista della peggior specie e non ho la minima intenzione di scusarmene. Noto soltanto che il linguaggio politicamente corretto e gli atteggiamenti affettati hanno consentito a persone piene di profondi pregiudizi (xenofobi razzisti, oltre che sessisti) di passare per inarrivabili campioni del movimento ‘pro donne nella scienza’ (266).
Sia sulle questioni sociologico-politiche sia su quelle epistemologiche, l’invito che questo libro rivolge al lettore si può accostare a quello socratico: rimanere ben consapevoli dei limiti delle conoscenze umane rispetto alla potenza delle questioni e degli interrogativi riguardanti il cosmo.
Se «a nessuno piace ammettere che i nostri miseri sforzi sono, a dir poco, insignificanti […] alla mancanza di risultati abbiamo sopperito con la boria» (282), vale a dire con la peggiore reazione possibile. Bisogna invece umilmente accettare il fatto che il «gioco della scienza [è] un affronto senza fine alle capacità intellettive dell’uomo» (24), per la semplice ma fondamentale ragione che «nell’universo c’è di più, molto di più, di quanto gli occhi siano in grado di vedere» (126).
Un’ipotesi cosmologico-fisica come quella di potersi muovere ‘più veloce della luce’ possiede il merito di ricordarci questa ovvietà troppo spesso dimenticata da chi trasforma il lavoro scientifico in forme di culto politiche e spesso semplicemente narcisistiche.
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Grazie per la bella segnalazione e la ricca recensione, incluse le bordate contro l’insopportabile dilagare del “politicamente corretto”: la neolingua dei nonesistenti. Mi permetterei di aggiungere che il dogmatismo scientista e/o lo scientismo dogmatico che ha inflazionato mediaticamente l’ultimo lustro (senza ancora fermarsi) si alimenta, soprattutto in Italia, ma non solo, della pura ignoranza di qualunque “impegnativo” esercizio di ricerca e teorizzazione propriamente scientifico, e si fonda dopo tutto proprio su una forma mentis “teologizzante” (cioè in certo modo antiscientifica per eccellenza) – una versione semi-parodistica dell’ipse dixit: l’ha detto LUI/LEI, dal pulpito di un qualunque studio televisivo.
Soltanto chi ignora tutto della scienza può “credere” nella scienza; corollario: chi invece conosce la scienza e sostiene che bisogna credervi è in malafede, ha altri scopi.
Vorrei ricordare, a titolo di esempio uno dei più interessanti sociologi della conoscenza del secolo scorso Norbert Elias che affermava come fosse compito dello scienziato combattere i “miti”, includendo e mettendo in luce anche proprio i miti scientifici, soprattuto quello della univocità dell’approccio e/o del metodo per la “spiegazione” di ogni cosa (ancora il monoteismo teologico come radice). Le scienze sono irriducibilmente plurali (e unificabili forse, solo su un piano metafisico).
Ed è un’illusione, letteralmente fatale, immaginarsi che queste questioni siano puramente astratte, se non astruse, poiché hanno invece enormi ricadute sociali immediate e tangibili. E dovrebbero essere messe – lo so, precipito nell’utopia – tra le priorità dei programmi di qualunque formazione politica, che avesse come fine di formare e governare con – cittadini, e non sfruttare e controllare sudditi.
Luca Carbone