Blog Vita pensata 10 – Aprile 2011

Vita pensata 10 – Aprile 2011

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abbassando l’autorevolezza media degli interventi, aggiungo una riflessione sull’articolo/recensione del prof. Cavadi, sul libro di Pietro Barcellona.

Le riflessioni del testo ricalcano un dato di fatto psicologico per nulla raro: l’adesione al cristianesimo e al marxismo militante derivano da una stessa esigenza umana. Vi sono uomini e donne che, forse per predisposizione genetica, forse per il contesto culturale, forse per caso, reagiscono all’idea che la vita umana sia semplicemente una vicenda biologica e geologica, non diversa qualitativamente da quella dei trilobiti, dei dinosauri, delle forme di vita che hanno abitato il pianeta da tempo immemorabile.
Non è un libro filosofico, non è un trattato teologico, ma è un diario, scritto con garbo e sincerità, molto interessante per la non esigua schiera di chi, magari spinto da istanze sociali e politiche progressiste, sente il fascino inesauribile del Nazareno.
Le critiche del prof. Cavadi, comunque, sono assolutamente condivisibili.

con una certa dose di faccia tosta, metto il link alla mia recensione, senz’altro molto meno autorevole

grazie, prof. Longo, davvero molto chiaro, in effetti non avevo ben colto, ad una prima lettura, la questione dell’«accelerazione» come elemento cruciale che smonta più facilmente ogni ipotesi di «fissità»

Caro Diego,
grazie per questa osservazione, per nulla irrilevante, anzi utile per ribadire un punto che forse nel saggio non ho sottolineato abbastanza.
Quando osservo che “Specchiandosi nella fonte, il Narciso che noi siamo non può più innamorarsi di sé, perché l’immagine riflessa è quella di un essere composito, multiforme, proteiforme, poliedrico, ben diverso dall’essere monolitico e immutabile che credeva di essere” intendo proprio affermare quanto osserva Lei, cioè che l’uomo non è affatto un essere semplice.
Inoltre, sopra, osservo: “Ma come l’uomo produce la tecnologia, così questa retroagisce sull’uomo, modificandolo. Se in passato questa perpetua trasformazione era lenta e quasi impercettibile, tanto da giustificare in molte filosofie e religioni una concezione fissista dell’essere umano, oggi l’accelerazione progressiva dell’innovazione tecnologica ha reso evidente il carattere dinamico ed evolutivo dell’essere umano” il che conforta la Sua osservazione: l’uomo non è un essere definito.
Quindi direi che c’è accordo completo tra le nostre posizioni.

Sì, Diego, la sua intuizione è del tutto esatta. Anche se gli scopi sono differenti, la struttura è analoga ed è volta a fare del singolo una parte del tutto integrata all’intero.
Si tratta di un elemento indispensabile per la vita di animali sociali quali noi siamo ma quando a tale dimensione innata si aggiunge la forza culturale delle organizzazioni che offrono un senso all’agire quotidiano -al di là dei loro specifici obiettivi- il rischio è la dissoluzione del pensiero critico nel dogma collettivo.
E’ quanto accade negli eserciti, nelle chiese, nei partiti. Anche per questo ha ragione De Andrè quando afferma che “non ci sono poteri buoni“.

spero di non tediare troppo, ma vorrei qui proseguire il mio commento alla lettura degli articoli, in fondo è il luogo adatto

Molto interessante, caro prof. Biuso, scritto con lo stile limpido e vigoroso che la contraddistingue, l’articolo sulla «mente mafiosa».

Interessante perchè cerca di rubricare il nefasto fenomeno ben oltre l’aspetto banalmente criminale, ma sviluppando le acquisizioni su quelle che sono caratteristiche antropologiche specifiche.

Sicuramente non abbiamo a che fare con un’azione criminale volta solo all’acquisizione illecita di beni e denaro, ma anche e, soprattutto, all’affermazione di una solida struttura di potere, che non governa solo con la paura ma anche «plasmando» le personalità.

Se mi è consentita, avrei però una domanda:

Non è in fondo così per ogni organizzazione che richieda una forte e inflessibile disciplina?

in qualche modo per esempio anche un corpo militare, specie quelli considerati «duri», prevede che il singolo si dissolva totalmente nel «noi» (ovviamente un corpo militare ha scopi legali e non criminali, ma qui mi riferisco al meccanismo di inquadramento del soggetto, della recluta).

E poi anche una religione, specie in coloro ai quali è richiesta una pratica ascetica particolare, in qualche modo contiene questo elemento di alienazione del singolo.

Quindi, a parte la seppur fondamentale questione che si tratta di criminalità, non è forse un tratto normale del comportamento umano in tutti i casi in cui si organizza una forza compatta e militarizzata?

Mi permetto un commento all’articolo del Prof. Longo, dal titolo «Il Narciso Tecnologico»

L’aspetto cruciale, che già si trova nell’ultima parte del fondamentale «La mente temporale» è quello del «confine» dell’uomo, che in qualche modo non è più quello del suo corpo biologico, ma è quello degli apparati dapprima semplicemente «innestati», poi essi stessi parte non separabile di un unico soggetto, di un unico processo. E quindi, come evoluzione successiva, l’instaurarsi di un soggetto collettivo di derivazione prettamente tecnologica, di cui la sapienza interconnessa dell’internet sarebbe una prima seppur aurorale manifestazione. Questo almeno è quel che ho capito io.

La scrittura di un intellettuale raffinato ed originale come il prof. Longo riesce senz’altro ad affascinare e a suscitare anche un riflettere profondo e dilettevole.
Ma, nella modestia delle mie conoscenze, mi suscita un dubbio di fondo. Non è vero che si parte, per arrivare alla Creatura Planetaria, da un uomo definito e relativamente «semplice». Da sempre l’uomo è complesso e plurimo, da sempre la collocazione dell’Io è un problema (non a caso si è fatto spesso ricorso ad un Dio esterno).
L’uomo secondo me è già «processo» ben prima di diventarlo grazie alla sua «implementazione» in una rete biotecnologica.
Comunque, un saggio bellissimo, spero di non esser importuno con la mia irrilevante osservazione.

come sempre, la rivista è un «giacimento» di pensieri assolutamente vivo e coinvolgente

leggo, sto leggendo, del resto uno scritto è vivo grazie anche a chi lo legge

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