Tra i saggi pubblicati nel numero 33 di Vita pensata segnalo quello di Carmelo Ferlito, dedicato a una questione scientificamente e politicamente assai importante. Ferlito è Professore associato di Geochimica e vulcanologia nel Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania È dunque una persona assai competente sull’argomento, è uno scienziato.
Concordo per intero con le argomentazioni che il Prof. Ferlito ha svolto nel suo testo.
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Carmelo Ferlito
Decarbonizzazione europea.
Obiettivo vitale o propaganda velletitaria?
in Vita pensata
anno XV, n. 33, settembre 2025
pagine 100-107
Indice
– Introduzione
– Global warming
– La responsabilità della CO2
Abstract
La questione climatica è tra le più significative della convergenza tra la superstizione mediatica e l’autoritarismo politico. Quando si tratta di scienze, infatti, il criterio che separa l’ideologia dall’umiltà della ricerca sono i dati. E i dati mostrano come i processi che sottendono al riscaldamento terrestre sono del tutto naturali, anche se la vulgata giornalistica e politica ne attribuisce la responsabilità pressoché unica o comunque determinante all’effetto serra della CO2 prodotta dalle attività umane. La CO2 è in realtà fondamentale per la vita sul nostro pianeta e la sua caratterizzazione acriticamente negativa è un segnale molto grave del tramonto dello spirito scientifico. Il saggio cerca di ragionare in modo critico sul riscaldamento del nostro pianeta, sul suo significato, sulle sue cause, anche e soprattutto a partire dalla storia del clima sul nostro pianeta.
The climate issue is among the most significant examples of the convergence between media superstition and political authoritarianism. When it comes to science, the criterion that separates ideology from the humility of research is data. And the data show that the processes underlying global warming are entirely natural, even though journalistic and political discourse attributes almost exclusive or at least decisive responsibility to the greenhouse effect of CO2 produced by human activities. CO2 is actually fundamental to life on our planet, and its uncritically negative characterization is a very serious sign of the decline of the scientific spirit. This essay attempts to reason critically about the warming of our planet, its meaning, and its causes, drawing particularly from the history of climate on our planet.






Come era auspicabile (e anche prevedibile), arrivano le conferme alle tesi esposte dal prof. Ferlito.
«Non c’è nulla di meno ecologico della guerra. E c’è ben poco di più imbarazzante di una crisi energetica.
Forse è per questo che, silenziosamente, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), il sancta sanctorum del catastrofismo, la stella polare di un mainstream avvilente, di politici con i fili attaccati e appassionati di Net Zero, ha cambiato idea: ora ammette che una serie di congetture chiave che promuovevano una crisi climatica di carattere apocalittico sono “improbabili“. Il famigerato insieme di ipotesi, peraltro da sempre improbabili, del “percorso” Rcp8.5, che alimentavano i modelli computerizzati, di fatto non esiste più.
Dal 2011 circa, tale scenari hanno prodotto affermazioni stravaganti di future catastrofi climatiche, peraltro addossate all’incolpevole CO2 e segnalano un uso improprio e sconsiderato della letteratura scientifica».
Contrordine, la catastrofe climatica non c’è più
il Simplicissimus, 6.5.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/05/06/contrordine-la-catastrofe-climatica-non-ce-piu/
Guerra e ambiente: l’ipocrisia europea
il Simplicissimus, 18.4.2026
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/04/18/guerra-e-ambiente-lipocrisia-europea/
Le verità rimangono, le balle passano anche se, avendo le gambe corte, non velocemente come si potrebbe sperare. E forse non c’è nulla di più esplicativo di questo universo concentrazionario di balle e ideologismi a geometria variabile e spesso del tutto contraddittoria è il permanere in Europa delle costose fantasie climatiche e allo stesso tempo dell’ aspirazione bellica e di riarmo che ne è l’esatto contrario. Mentre la burocrazia di Bruxelles promette la luna ai cittadini con il Green Deal, regolamenta ogni centrale termica e mette in ginocchio l’industria con obiettivi utopici di riduzione delle emissioni, sullo sfondo si sta avviando un inquietante ritorno al militarismo. La maschera cade e ciò che emerge non è un’ “futuro climaticamente neutro”, bensì un riarmo intensivo che rende assurdo qualsiasi bilancio di CO2. La Ue continua a combattere la presunta “emergenza climatica” con miliardi di sussidi per turbine eoliche, pompe di calore e auto elettriche, ma un recente articolo della Columbia University rivela cosa sta realmente immettendo CO2 nell’atmosfera: la guerra.
Premesso che la demonizzazione della CO2 è solo una tesi di comodo e adatta alla speculazione, perché anzi l’anidride carbonica è un gas a debole effetto serra, ma assolutamente necessario alla vita vegetale, l’articolo, “ The Environmental Cost of War ”, pubblicato la scorsa settimana, chiarisce inequivocabilmente che i conflitti moderni – sia in Ucraina che ora in Iran – non solo costano vite umane, ma rappresentano anche un gigantesco problema ambientale. Ed è proprio questo che mette a nudo la doppia morale della politica dell’Ue: da un lato, il sacro Green Deal con le sue fantasie di zero emissioni nette entro il 2050, e dall’altro, la rapida rimilitarizzazione dell’Europa, che rende privi di significato tutti questi obiettivi.
Tanto per fare un esempio, un singolo aereo da caccia emette non meno di 16 tonnellate di CO₂ (20 per quanto riguarda l’F35) per ora di volo e questo senza tenere conto dell’anidride carbonica emessa per costruirlo che è almeno 100 volte superiore. Per avere un paragone pratica bisogna tenere conto che un singolo cittadino, nel corso di un intero anno emette mediamente tra le 7 e le 8 tonnellate di Co2, comprendendo tutti i suoi consumi, elettricità, gas, auto (10 mila chilometri) consumi alimentari e di ogni altro tipo, compresi i viaggi aerei. Uno studio pubblicato su Nature Communications (2025) dimostra chiaramente che l’aumento della spesa militare incrementa l’intensità globale di CO₂ di 0,04 kg per ogni dollaro di aumento della quota militare del Pil. L’Ue lo sa benissimo, ma lo ignora sistematicamente e le emissioni militari sono in gran parte escluse dai Piani nazionali per l’energia e il clima. Ci si aspetta che i cittadini congelino, che guidare diventi più costoso, anzi raro, che gli agricoltori vadano in rovina, ma poi si investono cifre enormi in riarmo. Gli eserciti dell’Ue provocano già una quantità di emissioni pari a quella prodotta da 14 milioni di automobili all’anno, superando, secondo alcune stime, il traffico aereo civile e questo senza tenere conto della produzione di armi. Il Green Deal è stato, fin dall’inizio, un progetto ideologico che sacrifica la prosperità e la sicurezza energetica, eppure la rimilitarizzazione dell’Europa smaschera impietosamente questa ipocrisia.
La pace sarebbe di gran lunga il modo migliore per proteggere il clima. Invece, ci troviamo a dover affrontare i costi della guerra, oltre a quelli dei piani ecologici, mentre le principali cause delle emissioni vengono ignorate. L’analisi della Columbia University dimostra che la guerra “riorganizza” le emissioni, e la politica dell’Ue fa lo stesso con i suoi obiettivi. Chiunque creda ancora che il Green Deal serva al clima e non all’ingegneria sociale, dovrebbe guardare ai dati attuali. La rimilitarizzazione non solo rende la politica ecologica più costosa per tutti, ma la rende impossibile.
Un altro intervento a difesa delle scienze e contro il fanatismo, anche il fanatismo sul clima.
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Ma che clima di m…
il Simplicissimus, 15.12.2025
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Qualche tempo fa mi è capitato di leggere sui social un report che pretendeva di essere scientifico, come del resto nella valanga di altre simili baggianate certificate, in cui si affermava che tra una ventina di anni Roma sarebbe stata più calda di Istanbul, tanto per aggiungere un’altra cavolata al rosario catastrofista. Ahimè gli autori di questa idiozia non si sono nemmeno dati la pena di perdere un minuto per accertare che in realtà la più grande città turca, che si distende lungo il Bosforo, è parecchio più fredda di Roma. Chi comprende qualcosa di climatologia, anche a livello elementare, e persino della semplice geografia, non si stupisce di questo perché Istanbul non solo ha praticamente la medesima latitudine, ma ha un clima semi continentale dovuto alla vicinanza all’enorme territorio asiatico che la presenza del Mediterraneo e del Mar Nero non riesce del tutto a compensare. Questo valga come introduzione al miserabile livello del dibattito su questo tema che da scientifico è diventato meramente ideologico e dominio di burocrazie corrotte e incompetenti, al soldo di chi paga meglio.
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Non suscita quindi sorpresa se recentemente è scoppiato lo scandalo di una ricerca pubblicata su Nature, una delle riviste scientifiche con maggiore reputazione, e poi ritirata perché zeppa di errori “di metodo e di analisi”. Non è certo raro che studi pubblicati su riviste scientifiche vengano poi ritirati, molto spesso per conflitti di interesse nascosti, ma in questo caso il danno è stato enorme perché sosteneva che la cosiddetta catastrofe climatica avrebbe causato una riduzione del 19% del reddito globale entro i prossimi 26 anni. Si tratta di cifre assolutamente assurde perché semplicemente non calcolabili e che tuttavia sono state riportate in migliaia di pubblicazioni e articoli, dando fiato a tutto il peggiore cicaleccio pseudo scientifico dal quale siamo sommersi. Ed è stato anche uno dei punti di forza della Cop30, dove si è pensato bene di abbattere 100.000 alberi per costruire una strada al fine di rendere più facili gli spostamenti dei delegati di questo grande carnevale. Il fatto è che mentre si è dato rilievo a questo studio di sapore propagandistico, la notizia della sua sconfessione e del suo ritiro non è stato riportato da nessuno e così quei fantomatici calcoli sono ancora dentro le viscere del discorso pubblico e dell’allarmismo creato ad arte.
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Questo episodio non serve solo a mettere in luce la mostruosa ideologizzazione di certi temi, ma soprattutto lo stato sempre più miserevole in cui versa la scienza. Stato che non è un mistero per nessuno, salvo per quelli che con “lo dice la scienza” vogliono troncare ogni discorso, dimenticando che la radice della scienza è proprio il dubbio sistematico. Ma certo lisciare le teste d’asino è un’impresa impossibile e alla fine inutile perché lo spirito con cui viene fatta questa affermazione non è poi molto diversa dalle pratiche devozionali, dai santini nascosti nei portafogli o attaccati, come una volta, alla parte metallica delle auto. Con la significativa differenza che il devoto si rivolge a un ordine soprannaturale indimostrabile e dunque è legittimato nelle sue credenze, mentre i nuovi osservanti lo fanno con l’ordine naturale delle cose che ha bisogno di essere dimostrato attraverso una intensa dialettica di idee, ipotesi, sperimentazioni e dove ogni verità è solo una verità temporanea fino a che non si sarà in grado di spiegare meglio la realtà. Che si sia di fronte a un degrado non lo dico certo solo io: recentemente il direttore del Nih, ovvero il National institutes of healt, che per quasi 40 anni è stato il feudo del signor Fauci, ha sostenuto che “abbiamo una sociologia scientifica fondamentalmente fallita… la quale enfatizza l’autorità piuttosto che la verità di base e che viene sdoganata da una stampa totalmente indifferente, dedita essenzialmente a sostenere un partito politico”. La scienza moderna è nata con Galileo, Copernico e Cartesio, proprio in contrapposizione all’autorità che è l’esatto contrario del metodo scientifico che vuole evidenze, non padroni e per quattro secoli la cosa ha funzionato, permettendo uno straordinario aumento della conoscenza del mondo sensibile. Tuttavia da oltre mezzo secolo questa corsa si è fermata e noi siamo intrappolati in due teorie – la relatività e la quantistica – che non stanno insieme. Certo, nel frattempo si è avuto uno sviluppo tecnologico notevole, che la più parte scambia per un aumento della conoscenza del mondo, mentre si tratta solo di aver aumentato la capacità di intervento sul mondo e tale capacità di intervento è spesso sproporzionata e incongrua rispetto al sapere che abbiamo, oltreché intrinsecamente legata ad interessi di bottega.
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Cos’è accaduto? Per dirla con Thomas Kuhn, uno dei più noti e più acuti filosofi della scienza, siamo passati da uno stato di scienza rivoluzionaria a uno stadio di “scienza normale”, nella quale l’autorità ha ripreso il sopravvento e dove occorre prima di tutto preservare un modello standard e da questo derivano carriere, finanziamenti, magari celebrità e in ogni caso sopravvivenza in un ambito accademico dove il conformismo è diventato la regola. Come del resto in tutta la società. Se questo accade per le scienze dure, possiamo benissimo immaginarci cosa possa succedere in ambiti meno rigorosi, dove la ricerca dipende dal denaro e dagli interessi privati e/o da direttive politiche come, medicina e climatologia, per esempio. Mi viene da ridere quando gli ignoranti che devastano il discorso pubblico parlano di revisione paritaria come se fosse una garanzia, quando invece è uno scambio di favori: tu approvi me e io approvo te. Non significa più nulla, è un gioco di porte girevoli.
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Quindi state tranquilli: qualsiasi cosa accada, Roma non diventerà più calda di Istanbul semplicemente perché lo è sempre stata. E i cretini non rinsaviranno per la stessa ragione, lo sono sempre stati.
Persino un giornalista omologato come Federico Rampini ammette con chiarezza che «la scienza non ha nulla a che fare con tutto ciò», ammette quanto Ferlito argomenta nel suo saggio.
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L’Apocalisse climatica che era un falso
Corriere della sera, 10.12.2025
Mucche e anidride carbonica…
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Stupidità bovina
il Simplicissimus, 27.11.2025
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Oggi mi occuperò del declino occidentale e di quello dell’Europa in particolare, senza parlare del conflitto ucraino e degli ignobili balletti su guerra e pace che possiamo vedere intrecciarsi tra le capitali del continente, un grottesco miscuglio di prepotenza e impotenza che si svolge tuttavia sotto il tavolo delle trattative, quasi che i Paesi del continente fossero cagnetti che mordono i polpacci, ma non sono in grado di sedersi al pari degli altri due protagonisti, ovvero Russia e Stati Uniti. Mi occuperò invece delle cause che hanno portato a questa situazione, ovvero lo scollamento totale dalla realtà, dalle conoscenze acquisite, persino dall’evidenza in favore di narrazioni che hanno bisogno di fede e non di comprensione. In poche parole del declino cognitivo generale cui stiamo andando incontro e lo farò attraverso un esempio che può coprire tutte le aree di questo progressivo degrado.
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Come forse qualcuno saprà la Danimarca ha sospeso l’esperimento col Bovaer, un farmaco reso obbligatorio e ovviamente presentato come assolutamente innocuo, che doveva ridurre i peti delle mucche del 35 – 40 per cento in modo da abbassare l’immissione di metano in atmosfera. Perché se non lo sapete questo gas, non solo partecipa direttamente al cosiddetto effetto serra, ma degrada nella terribile CO2 che sta facendo bollire gli oceani. La somministrazione del Bovaer è stata cancellata dopo appena 45 giorni perché le mucche si ammalano e muoiono o, nel migliore dei casi, producono molto meno latte. Come se ciò non bastasse, si sospetta che quest’ultimo possa contenere tracce del farmaco (sostanzialmente 3-nitroossipropanolo) che provoca gravi lesioni oculari, irritazione cutanea e probabilmente danneggia anche la fertilità. Insomma l’asserzione secondo cui questo farmaco è innocuo si è rivelata una balla colossale, mentre la rapidità con la quale si sono manifestati gli effetti avversi, dimostra che nessuna seria sperimentazione è stata condotta prima di metterlo in commercio. Ma questa fandonia fa parte di una matriosca di risibili narrazioni, l’una dentro l’altra, che serve per tenere in piedi i giganteschi affari di Net Zero che essenzialmente vengono realizzati da privati sulla base di contributi pubblici, senza i quali i bilanci andrebbero in rosso. Insomma la solita storia di guadagni privati e spese pubbliche.
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L’ idea della letalità delle emissioni delle mucche è ridicola in sé, ma lo è ancor più il fatto che ci si possa davvero credere. Come storia e scienza ci dicono: i bovini esistono da molti milioni di anni e in numero impressionante, in molte ere pari, anzi superiore ai capi che esistono oggi, ma nonostante questo ci sono state ugualmente diverse glaciazioni. Inoltre, come è ben noto o dovrebbe esserlo, le frequenze di assorbimento del metano sono quasi interamente coperte dalle frequenze di assorbimento della radiazione termica del vapore acqueo. La concentrazione media di vapore acqueo nell’atmosfera è di circa lo 0,25%, ovvero circa 2500 parti per milione . Al contrario, la concentrazione di metano è di circa 1900 parti per miliardo , ovvero più di tre ordini di grandezza inferiore a quella del vapore acqueo. L’ idea che una variazione della concentrazione di metano abbia un impatto sul clima, quando le sue frequenze di assorbimento sono già sature di vapore acqueo è assurda .
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In realtà tutto è in perfetto equilibrio: le mucche mangiano l’erba e il metano rilasciato dai loro peti e dal letame in decomposizione viene rilasciato nell’atmosfera. Il metano si ossida rapidamente in CO2 ed è poi riassorbito dall’erba attraverso la fotosintesi. L’erba cresce, immagazzina il carbonio nelle foglie e nell’apparato radicale. Le mucche mangiano l’erba e la sequenza ricomincia. Molto semplice: il ciclo del carbonio si studia a scuola o quantomeno si studiava, eppure un potente meccanismo mediatico elide le conoscenze che dovrebbero essere di base e fa credere in cose che non non esistono, ma che per qualcuno o forse per molti diventa una sorta di religione surrogata. “Credo quia abd6urdum” la frase attribuita a Tertulliano, starebbe loro a pennello. Al neo feudalesimo in via di instaurazione corrisponde anche un nuovo medioevo della mente nel quale allegorie e metafore diventano manichee. Qualcosa insomma di assolutamente distante dall’idea di modernità.
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In queste condizioni, nelle quali tutto può essere detto e creduto o essere addirittura fonte di speculazione, è difficile che l’Europa possa tornare a contare qualcosa. Ondate di stupidità bovina ci stanno sommergendo e nascondendo cosa c’è dietro di esse: probabilmente la volontà di sottrarre dalla dieta carne e latte per sostituirli con grilli e avena, grazie a un battage continuo e a una sommersione di falsa moralità e pseudo ragioni salutistiche che scientificamente non hanno alcun senso, anzi spesso andrebbero ribaltate, ma che vengono ribadite col copia – incolla di giornale in giornale, di sito in sito, semplicemente perché adesso è diventato non solo vietato, ma persino inconcepibile informarsi su fonti decenti, invece di credere immediatamente a ciò che “si dice”, alla prima sciocchezza letta o, nella stragrande maggioranza dei casi, a ciò che appare fico e di tendenza. Poi non meravigliamoci se il mondo ride dell’Europa e della sua arroganza, coniugata con l’irrilevanza.
L’inarrestabile tramonto
il Simplicissimus, 15.11.20245
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Quando un sistema ha esaurito il suo ciclo storico entra in una spirale negativa nella quale, assieme alle patetiche bugie di un potere che si sente in pericolo, arrivano i disperati tentativi di fermare il declino con ogni mezzo: una pestilenza, una guerra, una catastrofe annunciata e bugiarda, di solito anche una torsione autoritaria. Vite e pensieri vengono bruciati con incredibile cinismo per allontanare un destino che è tuttavia nelle cose stesse, nelle logiche che un tempo hanno consentito lo sviluppo e il consenso, ma che successivamente diventano insostenibili pesi che portano a fondo. Così il sacrificio degli altri sugli altari di divinità ideologiche finisce per essere del tutto inutile, barbarie gratuita. Soprattutto però c’è un carattere tipico di queste epoche che sono sulla soglia di un cambio di paradigma economico, geopolitico e sociale: qualsiasi cosa si tenti di fare diventa controproducente, si rivolge contro chi l’ha tentata. Potremmo fare l’esempio di scuola delle sanzioni imposte alla Russia che hanno danneggiato in maniera letale chi le ha messe e non chi le ha subite.
Ma abbiamo sotto gli occhi alcuni casi esemplari che probabilmente verranno studiati in futuro per illustrare la follia di questi anni. Prendiamo la Germania: il suo gigantesco complesso industriale pensava di poter trarre vantaggio dall’auto elettrica e la maggior parte dei tycoon teutonici ha sia appoggiato la filosofia di Net Zero, sia l’idea di fare a meno dell’energia russa a basso costo: dopotutto passare dal motore termico a quello elettrico avrebbe consentito di superare la saturazione del mercato costruendo un orizzonte per la totale sostituzione del parco automobilistico e affari a gogò. Una pacchia, tanto più che i governi dei singoli Stati e la Ue si sono affrettati a mettere incentivi sull’elettrico e ostacoli ai motori termici per sostenere questa trasformazione in nome dell’ambiente. In realtà le auto elettriche richiedono di triplicare l’energia prodotta attualmente, oltre ai problemi di produzione e smaltimento, così da essere “pulite” a valle, ma sporchissime a monte.
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Però lasciamo perdere l’illusionismo del banale e inconsistente ambientalismo di maniera, che è uno dei mirabili esempi di analfabetismo funzionale della contemporaneità: il fatto è che la tecnologia elettrica dipende in gran parte dalle batterie, dall’elettronica e da altri materiali fabbricati in Cina, dove questo tipo di motorizzazione è in sviluppo già da molti anni. Dunque si è tentato di fare una massiccia e improvvisa concorrenza su prodotti sui quali si aveva poca esperienza e che per di più erano adatti ad altri mercati, ma non a quello europeo. Mi spiego: in Cina l’auto viene usata per percorsi urbani o peri urbani nei centri di media dimensione, dove l’autonomia ha un valore relativo, mentre le grandi città distano migliaia di chilometri e usare la macchina sarebbe faticoso e oneroso: tutti scelgono i treni ad alta velocità. L’Europa invece è più piccola e l’auto viene usata per viaggiare, ponendo dei grossi problemi alle macchine elettriche che hanno autonomie limitate, ben più modeste rispetto a quelle dichiarate sulla base di test standard completamente estranei alla realtà, richiedono lunghe ricariche, sono molto costose e hanno un bassissimo valore alla rivendita. Così alla fine i costruttori europei si sono esposti alla concorrenza cinese come oche che volano volontariamente sopra i cacciatori.
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Ora un manager ben pagato, di quelli che sanno fare egregiamente i loro cinque chilometri di corsa mattutina, ma quanto a pensare sono piuttosto scarsi, avrebbe potuto leggersi le statistiche e comprendere che in Cina il numero di auto elettriche vendute è sì molto alto in assoluto, ma in percentuale non è poi così lontano dalla situazione europea, segno che questo tipo di motorizzazione fatica anche lì: nelle grandi conurbazioni urbane infatti le distanze diventano critiche per le auto elettriche e qui il motore termico domina. Dico questo allo scopo di illustrare il passaggio successivo: l’aver spostato tutti gli investimenti sull’elettrico, ha fatto abbandonare i progetti sul termico, dove pure le industrie europee avevano molto da dire. Ma come abbiamo visto in Cina non è che il termico sia stato abbandonato, anzi è in pieno sviluppo. Così abbiamo colossi con i piedi di argilla che hanno abbandonato tecnologie sulle quali erano in vantaggio per esporsi su un campo in cui erano in svantaggio: il risultato finale è che adesso i cinesi rischiano di prevalere anche sui motori termici e in effetti cominciano a vendere i loro propulsori alle paludate, ma ormai diroccate case costruttrici della Germania. Un disastro totale che rischia di affossare il Paese dove trimestre per trimestre, mese per mese, la produzione industriale cala inesorabilmente. E solo quest’anno 300 mila tedeschi hanno abbandonato il loro Paese.
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Ma, per esempio, un altro fallimento si stanno rivelando i dazi di Trump, un po’ usati come arma geopolitica, ma spacciati anche come un provvedimento per far tornare l’industria in America. Grosso errore, oggi il mondo è troppo interconnesso: un prodotto qualsiasi è un assemblaggio di parti realizzate in molti Paesi. Con i dazi, che ovviamente sono a carico degli importatori americani, i prezzi sono cresciuti e questo, specie in un momento di grave difficoltà economica anche per il ceto medio, sta gravando come un macigno sulla produzione. Molte aziende sono entrate in crisi, altre hanno rallentato le catene di montaggio, altre ancora l’hanno fermata e molte altre sono sull’orlo del fallimento. In campo automobilistico, tutte le marche hanno cancellato i modelli nuovi e ridotto al minimo la produzione. Insomma si sta ottenendo l’effetto contrario a quello voluto.
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Stessa cosa si poterbbe dire per l’intelligenza artificiale: i cinesi hanno una grande abbondanza di energia a basso costo che è vitale per la IA, mentre gli americani no. Questa frontiera che alcuni ritengono essere l’ultima speranza per gli States è dunque in pericolo: Meta, OpenAI, Nvidia e altri stanno investendo capitali stratosferici nell’espansione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) e in enormi data center. Ma dentro un turbocapitalismo che richiede risultati e profitti in pochi mesi, la bolla si sta sgonfiando perché la monetizzazione di questi sistemi non è sufficiente. Al contrario diversi modelli cinesi di alto livello – come DeepSeek, Qwen e la serie Kimi K2 – si stanno accaparrando il mercato mondiale che, lo ricordo, è molto più grande dell’Europa. Inoltre i cinesi stanno aspettando di essere alla pari con i chip di Nvidia per lanciare le versioni più sofisticate dei loro Llm che sono peraltro già pronte. Diciamo che si tratta di una sofisticata arte marziale che sfrutta la forza dell’avversario per metterlo a terra.
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Ma in realtà tutti i guai dipendono dal sistema stesso che per sopravvivere ha bisogno di un’adeguata remunerazione del capitale: quando questa è insufficiente, quando le scommesse dei titoli spazzatura hanno raggiunto un valore privo di qualsiasi sottostante, si rischia il soffocamento e allora si va alla disperata ricerca di investimenti redditizi, anche creati con illusionismi, come Net Zero, per esempio. Ma ogni mossa ormai non sortisce i risultati sperati: è come un Casino in perdita dove anche i bari non hanno più fortuna.
Cop30 in Brasile: la distruzione totale dell’ambiente in nome dell’ecologia.
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Scempio della foresta amazzonica per fare il Cop30
il Simplicissimus, 11.11.2025
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Ormai siamo abituati a guardare il dito e non la luna e a farci seppellire sotto un tappeto di parole senza nemmeno cercare di vedere i fatti: così non ci accorgiamo di ciò che realmente accade dietro le quinte della retorica ufficiale e degli illusionismi dei media. Nessuno per esempio ci ha detto che per preparare la Cop30 ovvero l’ennesima messa cantata dell’ecologismo secondo i ricchi, cui interessa possedere la terra e non certo tutelarla, sono stati abbatti 100.000 alberi secolari della foresta pluviale amazzonica. Questo consesso di utili idioti degli affari globalisti, è in corso nella città brasiliana di Belem proprio per sottolineare quello che viene descritto come il ruolo cruciale che queste foreste svolgono nella regolazione climatica globale, nella biodiversità e nello stoccaggio del “carbonio”. Insomma la solita preghiera bugiarda che sale da chi vuole fare della natura un mezzo di accumulazione di capitale. Il fatto è che per costruire una sorta di “autostrada della vergogna” destinata al futile scopo di velocizzare lo spostamento dei delegati della Cop, sono stati sacrificati un’enormità di quegli alberi che la conferenza dovrebbe salvare.
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Ciò fornisce la misura del senso che hanno queste kermesse, la cui sostanza è un po’ come i versi che i bambini, molto anni fa, recitavano davanti al preside: erano un’offesa alla poesia, ma non si poteva rinunciare allo spettacolo. Ma questo è niente, i danni che produce la fede ecologista, sono ben maggiori: per esempio il legno di balsa, grazie alle sue caratteristiche di leggerezza e resistenza, è un materiale necessario alla costruzione delle pale eoliche che vengono erette per scacciare gli spiriti maligni della Co2. Così si è creato un commercio illegale di questo tipo legno, soprattutto in Equador, il Paese di elezione per la crescita di questo albero, dove la foresta pluviale viene saccheggiata più non posso. Prima che il culto obbligatorio del clima fosse instaurato, c’erano delle coltivazioni regolari per ottenere il legno, adesso con l’aumento vertiginoso dell’eolico, queste non bastano più e l’ecosistema viene aggredito aggredita con migliaia di abbattimenti ogni mese. Tutto questo non è mistero, ma è anzi il risultato di un approfondito studio dell’Eia, ovvero l’Agenzia delle investigazioni ambientali, la quale sostiene che il boom della balsa avvenuto tra il 2019 e il 2020, ha portato allo sfruttamento intensivo delle foresta vergine. Cosa prevedibile visto che prima questo legno era principalmente usato nel modellismo, mentre ora tutto è cambiato: una sola pala eolica richiede diverse tonnellate di legno di balsa, che poi diventano assai di più con gli sfridi di lavorazione.
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Curiosamente, questo rapporto sconvolgente, che mina seriamente dal punto di vista etico la filiera produttiva delle turbine eoliche, non è stato mai stato menzionato dai media mainstream. Eppure l’Eia non è una piccola impresa sconosciuta, ma piuttosto una Ong ben finanziata , fondata nel 1984 nel Regno Unito, con uffici negli Stati Uniti e in Europa. Tuttavia la distopia dell’obiettivo Net Zero richiede che il pianeta sia ricoperto di turbine eoliche perché il capitalismo occidentale ha l’acqua alla gola, cerca affannosamente degli spazi di nuovo investimento: siano le armi oppure un’ecologia fasulla, fa lo stesso, l’importante è che la gente in qualche modo ci creda. Questo ovviamente prevale su qualsiasi preoccupazione ecologica: gli uccelli possono possono essere uccisi a milioni e così i pipistrelli, le balene possono spiaggiarsi, interi ecosistemi possono essere sconvolti, ma alla truppaglia degli attivisti senza testa e dei loro occulti burattinai, non importa un fico secco. Nemmeno sono in grado di fare un semplice ragionamento aritmetico, perché sommando la CO2 necessaria per erigere le pale eoliche e quella della mancata captazione di anidride carbonica da parte degli alberi abbattuti per costruirle, si può tranquillamente ritenere che il vantaggio effettivo – anche dando credito alla narrazione sulla CO2 – sia davvero modesto, se non addirittura negativo nei casi in cui la produzione di energia sia molto limitata.
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Ma questo è solo una parte del discorso. Ci sarebbe da affrontare il drastico aumento di legname per il riscaldamento e la produzione di energia: ciò avviene nei Paesi del Nord e in quelli baltici, ma anche in Gran Bretagna, dove un impianto di nome Drax brucia truciolato di legno, in quantità tali da essere una fonte del tutto insostenibile e non rinnovabile. Ora badate bene, i costi complessivi sono altissimi e possono essere coperti solo con l’aumento delle bollette e con sostanziosi contributi dello Stato, ossia con le tasse. Ma i vantaggi rispetto al carbone, semplicemente non esistono: forse verrà emessa un po’ meno CO2 ( che tuttavia aiuta la crescita degli alberi e delle piante in genere), ma la combustine del legno produce polveri sottili in quantità spaventosa, che hanno un forte impatto sull’atmosfera e sui polmoni della gente. Prima si fa la guerra al motore diesel per il particolato e poi si trova un sostituto ben peggiore: la differenza è che il primo viene demonizzato e il secondo beatificato. Stiamo insomma assistendo a una folle deforestazione per motivi “ecologici”.
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Ecco perché tutto questo viene nascosto alle opinioni pubbliche occidentali: diventerebbe molto difficile giustificare gli illusionismi di Net Zero, proprio sulle stesse basi ecologiche, oggetto di uno spaccio quotidiano di sciocchezze e di una evidente eterogenesi dei fini. Ma chi se ne frega, gli affari sono affari.
Un brano di questo breve saggio è particolarmente significativo. Lo si legge a p. 103:
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«I processi che sottendono al riscaldamento terrestre sono quindi del tutto naturali, ma la vulgata giornalistica e politica ne attribuisce la responsabilità pressoché unica o comunque determinante all’effetto serra della CO2 prodotta dalle attività umane. L’unico dato concreto su cui tale ipotesi si basa è una correlazione positiva tra aumento delle temperature medie e aumento della CO2 in atmosfera. Tale correlazione, trasformata tout court in rapporto causa effetto, è la premessa fondativa per i super modelli matematici che hanno permesso ad Al Gore, vicepresidente degli USA durante la presidenza di Bill Clinton, di predire, nel 2006, la totale sparizione per fusione, della banchisa polare nel giro di sette anni. Di anni ne sono passati 19, la banchisa polare è ancora lì e gode di ottima salute.
L’errore grossolano fatto da Al Gore e dai sostenitori dell’origine antropica del riscaldamento globale sta nella premessa ai loro modelli e cioè nell’aver trasformato la correlazione aumento della CO2-aumento della temperatura media globale, che peraltro non è sempre verificata ed è affetta da numerosi problemi di tipo metodologico sulla raccolta dei dati di temperatura, in un rapporto di causa-effetto. Tale rapporto avverrebbe attraverso un presunto processo fisico denominato in modo erroneo, ancorché giornalisticamente molto efficace, effetto serra della CO2, privo tuttavia di fondamenti logici e fisici»
Letto articolo di Carmelo Ferlito su ultimo numero di “Vita pensata”. Una acuta e brillante lezione sulla opposizione tra l’ intelligenza e la credulità, tra il sapere e la narrazione fiabesca, tra la chiarezza della descrizione fondata e razionale e la confusa superficialità delle opinioni e delle generalizzazioni verbali, tra la sottigliezza delle “sfumature” e le semplificazioni “del mondo tagliato con l’accetta”, tra l’ applicazione metodica nello studio dei processi del mondo fisico e la banalizzazione della dis-informazione “della vulgata giornalistica e politica”. Una bellissima lezione sul valore e l’umiltà della conoscenza scientifica e il disvalore e la presunzione del pregiudizio ideologico.
Ti ringrazio molto, caro Michele, della condivisione e del giudizio.
Tengo infatti molto a questo testo del Prof. Ferlito, sia perché fa chiarezza sulla questione da un punto di vista scientifico sia perché conferma le intenzioni e la natura di Vita pensata, che intende costituire uno spazio di riflessione critica nella tragica omologazione che caratterizza la comunicazione contemporanea.