Il sintetico documento che segnalo, autorizzato dall’autrice, spiega più di molte e lunghe analisi che cosa sia diventata l’Università italiana. Si tratta di una lettera dolorosa, intrisa di lucida dignità, di capacità di pensare e di capire. Capire che cosa? Alcune caratteristiche di fondo della società italiana contemporanea, così riassumibili.
-Il tramonto dell’Università come ascensore sociale. Il ‘110 e lode’ regalato anche ai tanti che non lo meritano e, in generale, i certificati di laurea diventati la conseguenza del semplice iscriversi a un corso universitario hanno, come è ovvio, tolto valore sostanziale al titolo di studio.
-La tagliola che immediatamente dopo il regalo avvelenato della laurea scatta e impedisce alla più parte dei laureati di proseguire il loro percorso formativo e/o professionale. Per chi è interessato all’insegnamento, il labirinto normativo ostacola in modo spesso insormontabile la realizzazione delle proprie aspirazioni.
-La tipologia di bando della quale parla questa lettera mostra con evidenza che in Italia è stato reintrodotto il criterio del censo, l’ottocentesco criterio censitario, per il quale soltanto i rampolli delle famiglie agiate possono aspirare a realizzare le proprie passioni e talenti, gli altri devono accontentarsi. La reintroduzione del criterio censitario è voluta e favorita dal decisore politico (di ogni area partitica e ideologica), dai pedagogisti e didatticisti, dalla onnipotente burocrazia ministeriale. Rettori e direttori generali applicano tali norme con più o meno zelo ai loro Atenei; in ogni caso la cifra minima da richiedere è per legge di 1500 € e il numero dei posti messi a bando da ogni Università è irrisorio rispetto a quello dei laureati.
-Il cospicuo denaro che viene chiesto ai giovani cittadini italiani e alle loro famiglie non dà alcuna garanzia sul loro futuro ma serve semplicemente ad accedere ai concorsi per l’insegnamento. Che per accedere a tali concorsi si debbano aggiungere alle competenze acquisite durante gli anni universitari sui contenuti delle proprie discipline ore e ore di indottrinamento sulle tecnologie didattiche – presentate immancabilmente come ‘nuove’ ma in realtà assai vecchie, obsolete e definite con l’asettica formula «60 CFU, Crediti Formativi Universitari» (si noti il linguaggio bancario) – è il risultato più catastrofico dell’occupazione dei ministeri della scuola e dell’università da parte della corporazione dei didatticisti, vale a dire di coloro che per lo più non sanno insegnare ma pretendono di dire agli altri come si fa (ne conosco personalmente numerosi).
-La necessità di aggiungere alle spese per l’abilitazione quelle per l’ottenimento di certificazioni linguistiche di fatto ormai obbligatorie se si vuole racimolare qualche punto in più nelle graduatorie. Il costo medio di tali certificazioni è 500 €, che possono diventare 800/1000 se si accoglie la proposta di alcuni enti certificatori di ‘certificare’ anche senza svolgere le prove previste (pratica ovviamente illegale ma diffusa).
-Il patetico nascondimento di questa sostanziale discriminazione socio-economica mediante una ultrasensibilità linguistica, che nella premessa fa dire: «Laddove in questo documento, unicamente a scopo di semplificazione, è utilizzato il genere grammaticale maschile, la forma è da intendersi riferita in maniera inclusiva a tutte le persone interessate dalla procedura di ammissione». Tipico caso, normale caso, nel quale il politicamente corretto contribuisce a giustificare l’iniquità, ne è complice attivo.
La lettera è stata spedita il 27 maggio 2024 al rettore e al Direttore generale pro tempore dell’Università di Catania. Il suo oggetto ha come titolo Percorso abilitante su posto comune, tra amarezza e rabbia.
Allego il pdf del bando oggetto della lettera.
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Gentile Professore Priolo,
sono una studentessa dell’Università di Catania che ha conseguito la laurea magistrale. Sono stata una studentessa, dovrei più correttamente dire. Le scrivo però da studente per esprimerle la mia amarezza e, se mi consente un sentimento un poco troppo umano, la mia rabbia. Stamattina ho letto il bando relativo ai Percorsi di formazione e abilitazione docenti su posto comune a.a. 2023/2024 (D.R. 2179 24/05/2024). Provo amarezza e rabbia nel leggere procedure che anziché aiutare e sostenere la formazione dei vostri studenti non fanno altro che ostacolarli, affossarli, scoraggiarli.
Vede Professore, a me che il personale di Unict ponga come premessa che il maschile utilizzato nel bando sia neutro ma che la forma è inclusiva non desta alcun sentimento di rammarico, ma che l’università di Catania – la mia casa – chieda a degli studenti il pagamento di costi così esosi a fronte di un numero di posti praticamente simbolico, ridicolo mi lasci dire, questo sì che mi suscita rammarico.
Procedure e requisiti di ammissione sono in contraddizione con il fine per cui il percorso nasce. Se lo scopo è abilitare dei giovani studenti e/o neo-laureati alla attività didattica, vale a dire a un inserimento rigoroso, serio e maturo nel mondo della scuola e dunque del lavoro, non crede che sia un ossimoro chiedere loro una somma così onerosa in partenza? Non crede che uno studente debba essere messo nelle condizioni di diventare un bravo docente e non debba invece essergli chiesto ciò che, si spera, avrà modo di guadagnare con il frutto del suo lavoro? Le graduatorie non saranno stilate sul punteggio – torno dopo sulla questione – raggiunto, mi lasci dire che la lista avverrà sulla base dei conti correnti disponibili a sostenere simili cifre, e quelli che invece dovranno rinunciarvi. E così l’università, che un tempo poteva essere per molti uno strumento di crescita sociale, diventa un luogo adatto, disponibile e ospitale solo per chi ai piani alti già ci abita.
Tralasciando la tassazione prevista e volendo sottopormi all’ennesima lista di raccolta punti da supermercato, si presenta davanti a me una situazione altrettanto sconfortante. E non soltanto per il numero di posti ma perché il punteggio viene calcolato su una conta numerica che praticamente esclude me e molti dei miei colleghi in partenza. Se, poi, posso contare sulle competenze linguistiche, anche quelle partono da un livello elevato ed escludono quindi le certificazioni ‘inferiori’. E così mi ritroverò forse, e quasi certamente, scavalcata da studenti alcuni dei quali avranno acquistato il loro C1 di inglese, e invece l’impegno e lo studio serio, nient’affatto facile, ma sempre svolto con rigore e passione rimarrà segregato nel mio cassetto o tra i miei libri. Potrebbe a questo punto venirmi in aiuto il voto di laurea ma il 110 e lode è diventato un premio donato in beneficio per il solo fatto di essersi iscritti all’università, ciò significa che avere tutti 110 e lode equivale a non possederlo, nessuno.
Questo è il modo in cui l’Università di Catania sta trattando i suoi studenti. Questa è la voce amareggiata e arrabbiata di una studentessa che si trova a non potere nemmeno pensare di presentare domanda per un percorso che dovrebbe aprire le porte del mio futuro e invece me le sbarra in partenza. Non spero di cambiare le cose, non credo che la mia voce sia sufficiente a cambiare le cose. Ma almeno saprò di non essere rimasta in silenzio e a guardare.
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Questo articolo è stato pubblicato anche su girodivite.it il 3 giugno 2024.






Stimato Professore Biuso, Le scrivo per sottoporLe una riflessione sorta in merito alla recente comunicazione ricevuta dall’Ateneo relativa all’attivazione della carta dello studente, la quale, dietro una veste che si pretende puramente operativa, occulta una trasformazione di portata ben più radicale, tanto da richiedere un’indagine filosofico teoretica sulle sue implicazioni etiche nello spazio formativo. Sebbene l’invito a sottoscrivere tale carta sia presentato con la naturalezza propria dei servizi accessori, ciò che viene offerto non è un semplice strumento di identificazione, ma un’autentica carta di credito emessa dal gruppo bancario internazionale Credit Agricole, introducendo così una logica di indebitamento nel cuore stesso dell’esperienza universitaria. Pertanto, la discrepanza tra la forma neutra dello strumento e la sua sostanza finanziaria diviene il punto di massima frizione, poiché il dispositivo si dissolve in una neutralità apparente, facendo apparire il credito come una componente ovvia dell’essere studenti, quasi fosse una necessità iscritta nella grammatica della formazione. Il problema non risiede tanto nello strumento, quanto nella sua integrazione silenziosa in un luogo che, per vocazione, dovrebbe esporre ogni innovazione al vaglio del pensiero, ma poiché il debito viene proposto come opzione priva di attriti, esso si radica con profonda efficacia, sottraendosi a ogni giustificazione o analisi critica. Di conseguenza, si genera una normalizzazione in cui il rapporto tra l’individuo e l’anticipazione economica del proprio futuro viene interiorizzato senza essere tematizzato, trasformando quella che è una scelta politica in una condizione di fatto che incide sulla percezione stessa del tempo. Se il credito rende disponibile ciò che ancora non si possiede, esso contemporaneamente ipoteca il divenire, rendendo il tempo dello studio non più un esercizio di libertà, ma un’occupazione finalizzata a soddisfare un obbligo già prefigurato. In tale prospettiva, lo studente viene educato a concepirsi come portatore di una dipendenza, e poiché questa forma di interiorizzazione si presenta come ovvia, la libertà finisce col coincidere con la capacità di amministrare il proprio vincolo finanziario. Quando la formazione è strutturalmente legata all’indebitamento, le scelte degli individui si orientano verso traiettorie di prudenza, la conoscenza viene ricondotta alla sua traducibilità economica e, quindi, il sapere perde la sua dimensione eccedente, venendo subordinato alla produzione di valore. È per questo che appare ancor più allarmante il tradimento di quella Europa e di quella Italia intese come sedimentazioni storiche e culturali, le quali sembrano oggi smarrire la propria collocazione geografica e spirituale per dissolversi in un’identità priva di radici, trasformandosi in una mera propaggine di modelli d’oltreoceano. Mentre la nostra tradizione ha sempre inteso la formazione come affrancamento dai bisogni e come esercizio critico del pensiero, assistiamo oggi a una deriva in cui il nostro continente, distaccandosi dalla propria memoria, si allinea acriticamente alle logiche statunitensi, accettando la finanziarizzazione integrale della vita come nuovo destino ineluttabile. Poiché tale modello, volto alla mercificazione dell’esistenza, ha già altrove prodotto forme di dipendenza strutturale, l’università cessa di essere un luogo di resistenza per trasformarsi in uno snodo attraverso cui si trasmettono pratiche di un ordine economico globale che poco hanno a che vedere con la nostra identità profonda. La carta dello studente, in questo contesto, diviene il segno concreto di una pedagogia implicita, nella quale vivere significa anticipare, progettare significa impegnare il proprio avvenire e il debito diventa una competenza silenziosa che si apprende senza essere mai dichiarata. Resta il tratto più inquietante, ovvero la perfetta normalità con cui un’istituzione che dovrebbe interrogare i presupposti del presente introduca, come fosse un servizio, un dispositivo che ne struttura l’oppressione, rendendo superflua ogni domanda critica. Questa riflessione nasce dal disagio per tale invito, poiché le questioni che investono il senso della formazione e del nostro stare al mondo, tra memoria e presente, appaiono oggi urgenti. Mi sono permesso di articolare queste considerazioni nella convinzione che solo un’indagine teoretica possa restituire a tali dinamiche la loro effettiva portata. Le sottopongo queste riflessioni, certo che un Suo riscontro possa offrire un contributo decisivo alla loro chiarificazione, chiedendoLe pertanto se ritenga possibile, nel rigore della Sua disciplina, un approfondimento di tale tema. un cordiale saluto, simone Proietti Migoni
Gentile Dott. Proietti, la ringrazio per questa sua lettera, con la quale concordo pienamente.
La cosiddetta Carta dello studente è un’ulteriore espressione della dissoluzione aziendalistica dell’Università italiana, sul modello anglosassone.
Del significato culturale, politico ed esistenziale della scuola e dell’università parlo spesso in questo sito e ne scrivo in varie sedi.
Uno dei saggi più recenti si intitola Sull’educare; per quanto riguarda il sito, è sufficiente digitare nel modulo di ricerca parole come ’scuola’, ‘università’, ‘educazione’ e altri simili per avere a disposizione numerosi testi.
Ancora una volta Davide Miccione sintetizza nel modo più lucido e profondo il crimine – ché tale è – contro la scuola, le università, la conoscenza, i giovani (e meno giovani) cittadini italiani.
–Il MIUR e la sua catechesi (Aldous, 10.4.2025)
–Versione pdf
Qui sotto alcuni brani dell’articolo:
«Dare una formazione completa, una conoscenza dei classici e degli strumenti culturali per leggerli (che perlopiù si acquisiscono, in circolarità, leggendoli), una consapevolezza dei presupposti epistemologici della cultura significa dare autonomia, significa aprire per ogni individuo un fronte di ricerca che non sai a quali posizioni possa portare, significa dare libertà. Una formazione debole, con poche letture e frammentate, con una scarsa consapevolezza epistemologica significa invece doversi continuamente appoggiare all’autorità, alla “griglia”, al metodo, alla formuletta di moda.
[…]
una enorme massa di bonifici da 500 euro (questo di solito il prezzo proposto) che si dirigeva verso le principali università online che avevano approntato lestamente pacchetti di materie sotto forma di masterini online da fare con pochissimo sforzo ed esami, diciamo così, non particolarmente afflittivi.
[…]
Si pensa dunque che con esami di didattica si possa capire e aumentare l’abilità didattica di un insegnante (che è fatta di tante cose esistenziali, esperibili, non tutte insegnabili) mentre si coglie solo la sua capacità di memorizzare cognizioni di didattica e la sua capacità di acquisire l’orribile gergo angloide didatticista. Questi corsi, per chi ha assistito a qualche lezione, sono perlopiù animati da una furia anticontenutistica dove, nel migliore dei casi, si dà per scontata con una certa pilatesca ipocrisia la preparazione disciplinare del docente (proprio in questa fase storica di collasso della preparazione media fornita dalle università!) e nel peggiore dei casi si denigra ogni approccio che verta sulla conoscenza della disciplina che si insegna (o si dovrebbe insegnare)»
L’Università italiana ridotta a come lo era stata soltanto nel Ventennio fascista.
Ma con in più molta, molta autolesionistica stupidità.
Il tutto accade mentre ricomincia l’infausto pellegrinaggio per l’acquisizione della cosiddetta abilitazione che lascia più perplessità in testa che denaro nelle tasche. E a partecipare all’evento che si è svolto sabato 15 marzo saranno stati anche studenti, docenti e laureati in cerca di occupazione che mentre si lamentano, legittimamente, per un percorso che non garantisce loro niente, manifestano per una causa che ritengono giusta e che di fatto li porta a mobilitarsi perché la loro miseria sia mantenuta, accresciuta e – a questo punto – voluta. Eppure, l’Università di Parma mette a disposizione degli studenti e del personale un pullman per garantire loro il viaggio e l’Università di Catania ha rinnovato ancora una volta le sue scuse a quanti si sentono offesi per l’utilizzo del maschile neutro. Tutto bene, dunque!
Segnalo un intervento del Prof. Attilio Scuderi, del Disum-Unict, che descrive i fatti, le loro radici, il loro significato.
Un futuro svenduto: il triste mercato dei crediti aggiuntivi per l’insegnamento scolastico
in Le parole e le cose², 18.11.2024
Il risultato della sua analisi è che la scuola sia morta (lo è da tempo, in realtà) e l’Università la seguirà presto poiché, come Scuderi scrive, «questo è appunto il sistema pensato e “implementato” (si dice così, non chiedetemi perché) da parte del pensiero pedagogico e ministeriale italiano ai massimi livelli». E non è certo stato ’pensato e implementato’ negli ultimi due anni ma almeno dalla Riforma di Luigi Berlinguer (appunto) in avanti.
E tuttavia per me vale sempre il motto di Jacob Burckhardt: «pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà».
Il compianto collega e amico della Federico II Nicola Russo pur essendo interamente disincantato sul destino delle scuole e delle università, scrisse che «finché si rimane entro l’università, si è tenuti lavorare per essa e, quindi, a nutrire speranze, anche la più residua e minima delle speranze. Altrimenti, rimanervi è solo un calcolo interessato, una convenienza personale, quella di cui può accontentarsi colui per il quale lo stipendio è più importante del lavoro e il mestiere più importante della vocazione»
(Sul venir meno delle nostre scuole, in La scuola impossibile, fascicolo monografico di Aut Aut, n. 358, Il Saggiatore, Milano 2013, versione elettronica senza paginazione, nota 8).
Su scuola, concorsi, crediti, ministri, università telematiche. Su una società tornata del tutto censitaria, dove chi non ha denaro non ha futuro. Sulla catastrofe della formazione e della giustizia in Italia.
Da: Una scuola screditata
Davide Miccione, Aldous, 3.11.2024
Nel 2017 la ministra Fedeli, non ritenendo sufficienti i titoli degli aspiranti insegnanti (forse li paragonava ai propri?) inserì nel percorso verso l’insegnamento il conseguimento di 24 crediti che il precario avrebbe dovuto ottenere attraverso degli esami e che avrebbero dovuto coprire le lacune che in termini di preparazione antropologica e psicologica i ministeriali avevano improvvisamente ravvisato. Gli atenei on-line con estrema velocità (quasi non fossero sorpresi dal provvedimento vien da pensare) prepararono un pacchetto di discipline a prezzo forfettario intorno ai 500 euro, perlopiù risolti velocemente con test a crocette o tesine non lette da nessuno. Tutte le persone che hanno acquisito i crediti che l’estensore di questo articolo conosce che lo hanno fatto in una università online. Nessuna persona tra queste è mai stata bocciata. Non tutti hanno fatto da sé le tesine né in solitudine i test. Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe stato più onesto chiedere ai supplenti di fare una donazione di 500 euro a un ateneo a propria scelta, magari deducibile dalle tasse se l’ateneo è online.
Quest’anno il ministro Valditara, la dimostrazione vivente che, si può star tranquilli, non vi è alcun disegno di controegemonia nel governo Meloni ma soltanto il desiderio di continuare, nell’istruzione come in politica estera, le nostre peggiori decennali tradizioni politiche, propone i 60 crediti. Corsi fatti in fretta e furia con posti che non bastano per tutti e una accozzaglia di materie che dovrebbe, per magia, separare le pecore dai capri e trasformare in abilitati gente che spesso già lavora nelle scuole pubbliche da molti anni e spesso con ruoli di responsabilità. Il loro ottenimento, vede nuovamente in gran spolvero gli atenei on-line.
I 60 crediti rivelano così una natura sacramentale. L’unzione battesimale dei crediti fa di un mero supplente un docente certificato. Ma giacché siamo un paese cattolico la natura sacramentale impiega pochissimo tempo ad accompagnarsi ad una natura simoniaca e l’unzione abilitante la si ottiene non per fede ma sborsando circa 2.000 euro. Ovviamente l’abilitazione, a voler dare un’occhiata alle curve demografiche in età scolare, non coinciderà con l’immissione in ruolo per tutti. Del resto i nuovi giochi dell’oca con cui si tengono buoni i cittadini ipermoderni hanno la particolarità di aggiungere caselle a gioco iniziato.
Cosa trarre da tutto questo? Ovviamente il denaro spiega molto ma non tutto. Rispetto ad un semplice prelievo di denaro ai precari e ad un risparmio sul meccanismo concorsuale resta il vantaggio della continua evangelizzazione dei malcapitati con corsi e corsetti sui dettami del pedagogichese, sulla litania delle competenze e dell’inclusione, sulla messa in un angolo dei contenuti e delle discipline. Si lavora alla creazione del docente come essere affaccendato e umiliato, sempre più lontano da uno studioso o un intellettuale o un educatore (o, meglio, dall’insieme di queste tre cose) e sempre più vicino ad un assistente sociale senza potere, a uno psicologo senza strumenti, ad un amministrativo senza mansionario, ad un progettista di formazione senza autonomia.
In secondo luogo resta un nuovo passaggio in cui chi non ha denaro o genitori alle spalle resta al palo (non perché meno preparato o meno volenteroso o meno bravo ma solo perché più povero) e altri vanno avanti. Un dispositivo classista come classista è la nostra classe politica di destra e di sinistra. Un pizzo di Stato ai deboli che ben si attaglia ai nuovi sistemi di governo che senza soluzione di continuità dal 2020 il potere ha inaugurato.
In terzo e ultimo luogo un piccolo avviso ai naviganti: gli atenei on-line sono una potenza (anti)culturale con cui fare i conti. Uno di essi fa già politica con il proprio proprietario (Bandecchi), un altro gruppo di atenei ha scelto qualche mese fa come presidente Luciano Violante spiegando a chi vuol capire che non è la didattica né la ricerca internazionale bensì la pressione sulla sfera politica (sempre a fini principalmente di profitto ovviamente) il loro focus, un terzo ateneo ha già fatto da incubatrice ad alcuni elementi di area cinque stelle dei governi Conte. Ovviamente la facilità incresciosa dei loro corsi di studio porterà (sta già portando) le università in presenza meno prestigiose a dover abbassare i propri standard per non trovarsi senza studenti e così via.
Un orizzonte ingiusto e che causa angoscia in chi dà importanza all’eguaglianza e alla cultura. Una angoscia che consiglio di combattere attenendosi alla sola lettura di Repubblica e Corriere e alla sola visione dei telegiornali. Lì nulla accade e il sole, cambiamento climatico permettendo, splende sempre sui giusti e sugli ingiusti.
Caro professore, viene qui alla luce una sensazione diffusa e difficile da spiegare per chi la sta attraversando forse nel periodo peggiore del (non)funzionamento di questo stato di cose, una situazione che sotto ogni aspetto sta distruggendo l’attività di ricerca nel tentativo di rendere sistematica non solo la valutazione, ma anche l’attività stessa, e sta impedendo a cittadini, prima che a studenti, seri e impegnati, di praticare l’insegnamento. Solo due punti dei fin troppi che andrebbero discussi meglio:
1) Il Prestigioso Estero (un’espressione sintetica e davvero perfetta) a cui le normative Anvur vorrebbero allineare anche l’attività/sistema italiano, ha un presupposto di cui l’Italia gravemente manca: il valore della ricerca come lavoro e contributo alla formazione del cittadino e alla crescita scientifica, economica, sociale, dello Stato in quanto tale. In questo senso lo Stato richiede una rendicontazione di questa attività, come per tutti i lavori. Quello che l’Italia sta facendo è pretendere la stessa qualità (che in diversi casi non manca, ma non corrisponde alle soglie di valutazione…), gli stessi risultati nel breve e lungo termine, gli stessi ritmi, senza riconoscere questa attività come lavoro. Come un’attività con la sua dignità produttiva, formativa, sociale. In questo senso la questione delle borse di ricerca, di dottorato, degli assegni, di Università o enti indipendenti, è ridicola. Lo è la situazione delle borse erogate dietro una rendicontazione mensile tramite “timesheet”, un documento che non interroga l’assegnatario di quei fondi solo sull’attività svolta, ma anche sulle pubblicazioni (che per qualche assurdo motivo sembra possibile “produrre” mensilmente, come fossero prodotti industriali!) e persino, assurdità delle assurdità, sulle qualifiche acquisite. Senza riguardo al fatto che non solo dedicarsi alla ricerca significa spendere tempo, energie e anche denaro per un ammontare mai indifferente (anche in ragione dell’ammontare delle borse in sé) che non consente di investire su altro, ma inoltre senza riguardo al fatto che tutte le normative, dalla più generale stabilita nei bandi al più puntiglioso requisito che sia dell’Anvur, del Dipartimento, del Ministero, vietano lo svolgimento di percorsi paralleli all’attività di ricerca. Quali altre qualifiche si potrebbero acquisire oltre a quella già faticosa del Dottore di ricerca?
Il Prestigioso Estero, in poche parole, intende valutare quello che tratta come un sistema lavorativo. L’Anvur, il Ministero e tutta la macchina amministrativo-burocratica che muove le (nostre) fila, sta invece chiedendo di valutare un sistema lavorativo senza ch’esso sia considerato, e strutturato, come lavorativo.
2) Sul precariato. Il mancato riconoscimento della ricerca come attività lavorativa significa inevitabilmente che chi decide di intraprendere questo percorso non solo sia, diciamo così, stabilmente precario, ma anche che occorra tenere aperta almeno un’altra via verso il vero “mondo del lavoro” (in sostanza finito per “diventare favola”…). Nel settore umanistico questo significa ben poche cose – ma il capitolo sulla differenza di valorizzazione tra discipline fisico-matematiche o biomediche e discipline umanistiche è storia vecchia, su cui qui non mi avventuro – e prima fra tutte l’insegnamento. Un insegnamento a cui è quasi impossibile e comunque “riservato” accedere. Riservato non solo per il criterio praticamente censitario – dice bene lei a proposito della lettera della studentessa, che immagino rimasta inascoltata, sui percorsi post lauream per l’insegnamento. Ma riservato anche per il motivo di cui sopra: se stai svolgendo un dottorato non potrai iscriverti ai percorsi per i 30 o 60 CFU (che cambiano numero, nome, requisiti, cifre, di anno in anno), o dovrai sottrarre le risorse di cui, ancora, sopra, alla ricerca per svolgere il TFA. C’è poi l’editoria, che praticamente è marketing con poche, troppo rare eccezioni, e che ormai di rado offre al pubblico testi utili alla formazione della società; di questo settore mi sembra importante notare non tanto che vi si acceda con cosiddetti tirocini che sono pura schiavitù – e dico “non tanto” perché non è diverso in molti altri settori e non perché non sia importante – bensì, in questo contesto, perché è assurdo che in questo settore non ci sia una Polizei come l’Anvur. Perché? E dopo l’editoria e l’insegnamento ci sono biblioteche e librerie (dietro precisi requisiti che richiedono ancora investimenti), c’è il settore delle “risorse umane” (per cui, neanche a dirlo, si pagano costosissimi master), ci sono generiche proposte di lavoro sottopagato che richiedono altrettanto generiche “capacità organizzative”, quelle che, si intende tra le righe di queste offerte di lavoro, ti sono servite per mandare a mente migliaia e migliaia di pagine, ora ben reimpiegabili per organizzare, appunto, l’attività di un (altro) professionista (mentre tu, con la tua laurea, non lo sei).
Quindi: il sistema Anvur elude la grave mancanza di riconoscimento della ricerca come attività di interesse e rilevanza sociale, nazionale e internazionale, come lo è (come dovrebbe essere, com’era e come non è più, dovrei dire) l’insegnamento, come è invece la ricerca biomedica (per dirne due il cui accostamento – mi ripeto – fa invece emergere un’altra questione lampante). L’Anvur pretende di valutare un lavoro che gli stessi ideatori dell’Anvur non considerano lavoro. E impedisce anche la realizzazione della persona, non solo dentro, ma anche fuori dall’ambito accademico.
La ringrazio per l’impegno di portare all’attenzione la ferocia con cui si sta distruggendo il valore della ricerca e la dignità delle persone che la svolgono.
Segnalo una lucida analisi di Mauro Tulli, Professore ordinario di Lingua e letteratura greca nell’Università di Pisa e membro del Consiglio Universitario Nazionale (CUN). Tulli analizza le sei figure di precariato che l’ennesima riforma dell’Università sta per produrre.
Il testo si trova sul sito dell’Associazione To Hellenikon ma lo metto a disposizione anche come pdf: Un contributo per il CUN sullo schema di pre-ruolo proposto dalla commissione Bernini (14.6.2024)
Carissimo Professore, come Lei sa, il mio osservatorio è singolare e modesto. Da questo mio percorso, pensavo di trovare nell’università un mondo meraviglioso e invece scopro tante criticità. La lettera della Nostra Studentessa, meravigliosa, mi porta ad una comparazione fra competenze improprie ma, utili per esprimere la mia rabbia che se non superiore, è uguale a quella della studentessa. Nel mio mondo, (Metalmeccanico, saldatori e tubisti), ti puoi comprare tutti i CFU (patentini) che vuoi. Nel momento che ti presenti per un lavoro, devi fare le prove d’arte e dimostrare le competenze che hai. In questo nuovo mondo dove mi trovo, vivo la drammaticità dei miei giovani colleghi, la loro angoscia, la nostra impotenza e, penso che se non si riflette seriamente su questa denuncia a partire dai rappresentanti degli studenti, l’università per censo è inevitabile. La cultura può salvarci o, può affossarci a condizione che prenda una strada virtuosa. Una strada che sia una cultura diffusa, permanente, gratis, esercitata da tutti. Una cultura dove prevalgano le “prove d’arte”, le competenze al posto dei soldi e delle disponibilità economiche.
Caro Alberto, i due testi che mi hai inviato, il tuo e quello della “studentessa”, -davvero stupenda nella implacabile e luminosa forza del suo coraggio e della verità che entrambi sorreggono la sua argomentata e dettagliata denuncia- li ho letti con sentimenti e stati d’animo simili a quelli che hanno ispirato i vostri scritti. Essi sono due testimonianze di alto profilo che non esito a definire “tragiche” in quanto mettono in luce il collasso spirituale, intellettuale e politico di un paese, il nostro, che per colpevole ignavia ha dismesso il precedente sistema scolastico – forse non adatto a fronteggiare la scolarizzazione di massa-ma capace comunque di assicurare una formazione dignitosa ai suoi studenti.A partire dai primi anni sessanta del secolo scorso è iniziato il lavoro di smantellamento della precedente architettura scolastica. L’operazione è stata condotta, quasi sempre, da un ceto politico non alla altezza del compito. Inoltre l’appoggio dei sindacati scuola e il sostegno dei ministeriali hanno avuto una importanza decisiva nell’ avviare una stagione di riforme della scuola sulle quali ha avuto un peso enorme il ’68 che nel frattempo si era imposto nel paese. Da allora la scuola italiana, e il sistema universitario, ne hanno viste di tutti i colori. La grave crisi in cui ancora ci troviamo non lascia sperare, purtroppo, in vie di uscita ravvicinate e convincenti.