Blog La verità sul referendum costituzionale

La verità sul referendum costituzionale

Il Prof. Dario Generali mi ha segnalato un intervento di Raniero La Valle che chiarisce in modo lucido e documentato il contesto nel quale è maturata la proposta di riforma della Costituzione Italiana da parte del governo Renzi-Alfano. Riporto qui alcuni brani di questo intervento, preceduti dalla riflessione di Dario Generali.

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Un’analisi molto lucida e informata, che fornisce un’interpretazione credibile degli ultimi 25 anni di storia mondiale e delle spinte reazionarie che dovunque si manifestano.
Il ‘libero’ mercato mal tollera qualsiasi pensiero divergente e qualsiasi critica, che contabilizza come inutili costi e limitazioni dei suoi profitti. Basta entrare in una logica aziendale per comprenderlo. Gli ordini del management non devono essere discussi o, peggio ancora, disattesi, perché in questo modo si rischierebbe di compromettere gli obiettivi aziendali o, comunque, aumentare i costi di produzione e di gestione logistica. L’errore esiziale è di permettere che le logiche aziendali egemonizzino la vita politica, i suoi modelli e le sue finalità, che devono essere ben altri. I profitti dei capitali investiti non possono essere l’unico metro di valutazione della qualità di una società. Alti livelli di produttività garantiscono risorse economiche, ma queste hanno senso se finalizzate al miglioramento del generale tenore di vita dei popoli e alla capacità che questa crescita diventi sviluppo. Diversamente rischiano di essere un cancro nel tessuto sociale e civile e di operare per la disgregazione di ogni forma evoluta di organizzazione di stato sociale.

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L’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.
[…]
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.
Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.
[…]
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.
[…]
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.
È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale.
[…]
E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.
Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.
E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.
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Il testo completo dell’intervento di Raniero La Valle si può leggere su Micromega.

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Mi passa altresì per la mente una celeberrima battuta di un film minore ma molto bello, IL terzo uomo. La battuta è attribuita a Orson Wells di persona personalmente. Nel film egli dice alla lettera, In Italy, for thirty years under the Borgias, they had warfare, terror, murder and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland, they had brotherly love, they had five hundred years of democracy and peace – and what did that produce? The cuckoo clock.
Ora, piaccia o no, quella impareggiabile cultura è appunto poggiata su una laguna di sangue. Non ha prodotto una civiltà anzi l’ha evitata, male, fonte di ogni divisione, stando al Guiccciardini, prodotti dalla dotta e colta Chiesa cattolica romana. Mi fermo qui. Amen. P.

Dato per scontato che, nell’immediato, e nel minimo, la resistenza allo stravolgimento di ciò che resta della nostra Costituzione costituisce una linea del Piave per tentare di “tenere aperta l’alternativa”, come giustamente scrive La Valle, f orse il pensiero libertario dovrebbe fare lo sforzo – gigantesco, lo so bene… – di ripensare l’attuale situazione globale in termini di lotta di classe. I tempi della storia sono assai più lunghi di quelli dettati dall’umana impazienza, ma il progressivo impoverimento, e la riduzione alle condizioni di proletariato e sottoproletariato, di fasce sempre più vaste di esseri umani e la concentrazione del potere economico (e quindi politico) in gruppi sempre più ristretti sono un fatto incontestabile, e coinvolgono ormai l’intero pianeta, mentre, nello stesso tempo, le condizioni materiali legate alla produzione dei beni creerebbero, se non fossero legate al profitto, ma ad un’equa distribuzione, condizioni di vita migliori per tutta l’umanità. Personalmente vedo l’alternativa “il comunismo o la barbarie” una prospettiva sempre più realistica.

Icastica Marina.
il comunismo o la barbarie

Allo stadio attuale mi pare che la seconda sia in assoluto vantaggio. Intanto ci si può rallegrare del fatto che molti più di pochi percepiscano la Costituzione come baluardo di un civiltà incompiuta, ma pur sempre baluardo o garanzia per il qualcosa. Come ha detto Crozza ridendo, il referendum può aprire un ponte sul nulla. Che è ciò che desidera il potere, mi pare. Si comincia con il non coprirsi la bocca quando si sbadiglia e si finisce per chiudere la bocca a chi non sbadiglia affatto. P.

Una postilla Alberto. Mi pare di poter dire che la politica di questi grandi criminali tenda a uno sfoltimento malthusiano del terreno calpestabile. In fondo è quello che preconizzano i cattivi di 007 che da ultimo somigliano sempre di più, sono persino identici a gente dal volto noto. I muri annunciano un futuro di arroccamenti. La guerra è innanzitutto, secondo me, all’ipotesi di un’umanità nova. È la civiltà che garantisce, almeno fino a un certo punto, le esistenze. Qui invece si parla molto di culture, per lo meno dallo sciagurato digregamento dell’Impero Asburgico, e di lotta tra di esse. La difesa delle culture, che sono spesso scempiaggini messe insieme da ogni sorta di arruffa popoli, è il classico bastone posto tra le ruote di ogni processo di civilizzazione. In sintesi difendere le culture è il cardine che sostiene la guerra totale alla civiltà. Non so se mi sono spiegato. Carissimamente. P.

L’equilibrio tra questi elementi -complessi e fondanti- non è facile da conseguire ma rimane necessario.
Sì Alberto, capisco l’appunto. Avrei dovuto articolare per le lunghe il discorso. Semplificando si incorre nel dualismo, è vero. Non credo che K e Z siano enantiodromiche. Dovrebbero essere intessute l’una dell’altra, probabilmente alla condizione di spogliare la prima dalla superstizione, dall’attaccamento agli abbiamo sempre fatto così e l’altra da una ratio algida e depauperante. Tu m’intendi. Ricordi il discorso sulla Svizzera dell’estate scorsa. Non imprta dunque che la Z. sia riferibile a concetti alti e grandiosi. Basta che si costuisca in garanzia, per il massimo numero di persone, di libera e gradevole convivenza, cosa che, mi pare acclarato, le K. negano in nome non della differenza ma di un’immaginaria superiorità. Dichiarata o sentita tale. Da lì al popolo eletto, o al popolo reietto il passo è breve. Anzi non è nemmeno un passo. Di questi tempi io lavoro con Desideria in un centro di seconda accoglienza per ogni tipo di straniero. Il tentativo del centro è quello di agglutinare questi barbaroi involontari intorno alla pratica e al sentimento di cittadino italiano, di lingua italiana, per esempio, lasciando che le loro emotività di risulta, dovute per lo più all’attaccarsi a padri tali o supposti tali, si diluiscano da sé, piano piano, così come da bambini piano piano si smette di credere a babbo natale e di abbracciare un orso di pezza. È vero peraltro che le chiese sono piene, anche qui di persone che per tutta la vita credono a babbo natale. Il discorso mi si ingroviglia mi pare. E taccio. Tuo aff.to P:

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