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Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches
Palazzo Reale – Milano
A cura di Germano Celant
Sino al 31 agosto 2014

Rotella. Con_un_sorriso_1962«Alcuni pittori stravaganti rifiutano pennelli e tavolozza e realizzano le loro opere usando materie dure e ostili», così si leggeva su un vecchio numero del settimanale Oggi. Tra tali stravaganti Mimmo Rotella, il quale fu capace di trasformare il medium in messaggio, di far dire alla comunicazione popolare del suo tempo ciò che essa affermava ma neppure sapeva di possedere, di porsi al di là della dicotomia tra astratto e figurativo, di condensare nella materia la vittoria della forma, sempre.

A questo scopo Rotella attua un vero e proprio détournement situazionista: strappa dai muri di Roma alcuni dei tanti enormi manifesti che vi si trovavano, li lavora e li ricostruisce nel suo studio, creando così i décollages. I retro d’affiches consistono invece e per l’appunto nella parte posteriore degli stessi manifesti, rielaborati anch’essi. Se i décollages presentano disegni, ritratti, colori definiti, i retro d’affiches sono assai più astratti perché impastati di colla e degli altri materiali che sostengono i manifesti.
Vediamo quindi in tutto il loro frammentato splendore ciò che all’epoca -anni Cinquanta e Sessanta del Novecento- era famoso: titoli di film, pistoleri e pellerossa, star del cinema come Marilyn, personaggi del circo e di Hollywood, bevande, oggetti di consumo. L’ultimo Kennedy del 1963 è un manifesto al quale manca la fronte.
L’allestimento milanese propone un percorso a ritroso che va dal 1964 al 1953 e affianca giustamente alle opere di Rotella artisti che ne resero possibile l’idea, come Marinetti, Prampolini, Piero Manzoni (con i suoi Achrome), Yves Klein (con i Monochrome; bellissimo Pigmento turchese del 1958), Jean Dubuffet. Enrico Baj, Alberto Burri (Bianco, 1954), Lucio Fontana.
La lezione di questi amici e colleghi si condensa in un’opera come Materia-collage (1958; visibile qui accanto), nella quale la violenza dei frammenti, della carta, della colla, della materia emerge in tutta la sua forza, in una vittoria della pura forma, sempre. Nel percorso à rebours si va dal nero e dall’oscuro ai colori sempre più accesi, alle strutture sempre più gioiose. Al centro un’opera fondamentale come Un altro pianeta (1960), un quadro che fa toccare le forme e i colori della dissoluzione.

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In effetti, caro Alberto, è giusto aver fiducia nella creatività umana, però io penso che al di là delle creatività individuali che sicuramente si manifestano in ogni stagione esistano però dei periodi storici, delle stagioni in cui questo fermento appare diffuso, collettivo, anche per l’incontro di molte personalità eccezionali. Non è un caso che, ancora oggi, sia proprio Germano Celant il curatore, e già il nome ci riporta a quegli anni per qualche verso irripetibili. Sicuramente un nietzschiano di serie A come te non ama troppo la storicizzazione del genio, che è sempre inattuale e quindi attuale sempre. È un argomento di grande interesse, fossi meglio attrezzato ne scriverei volentieri.

Nella Milano (e anche Torino e Genova) degli anni 50 e 60 davvero fiorì una grande stagione dell’arte, probabilmente irripetibile; più passano gli anni più si comprende la grandezza di quella stagione artistica. Mi scuso per la considerazione un po’ banale, ma è proprio così che stanno le cose. Come sempre accattivante la tua recensione/segnalazione caro Alberto.

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