Blog Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia

Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia

Nuova edizione
Villaggio Maori Edizioni
Catania, 2012
Collana I Saggi del Villaggio

ISBN 978-88-906119-3-3
Pagine 176
€ 14,00

La prima edizione di Contro il Sessantotto (1998) è andata esaurita presso l’editore Guida. Questa seconda edizione presenta una Prefazione di Eugenio Mazzarella, alcune modifiche al testo e un nuovo capitolo dal titolo «Desiderio del Sessantotto. Un’ambigua autocritica».

Questo è l’indice completo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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sarò sincero, non sono d’accordo in toto, lo sono nel principio ma non per il campo d’applicazione

considerare anche «lo studente che ha fallito», come scrivi tu, caro Alberto, è giusto, perchè chi studia deve anche esser responsabile; però è giusto se parliamo di liceo classico o scientifico, scuole che dovrebbero essere impegnative, ma non è un ragionamento possibile se ci riferiamo alla scuola dell’obbligo; se un bambino di dieci anni non ha imparato a leggere e a scrivere (e non è dislessico), una qualche responsabilità, dopo quattro anni, qualcuno la deve pur avere; ci sono insegnanti bravissimi ma anche delle persone di poco valore, nella scuola, e i sindacati di categoria, per mestiere, difendono tutti; il corporativismo è un altro dei frutti avvelenati del ’68, a mio avviso;

Contro gli avatar, per l’umano

Sono felice di aver letto questo libro, felice di quella felicità che solo l’acquisizione di nuovi strumenti per la comprensione critica della realtà, può dare. Non mi considero un neofita riguardo agli argomenti affrontati, ma la profonda precisione con cui ogni argomento è stato trattato, la completezza con cui tutti gli aspetti di questa teoria critica di un evento così cruciale per l’umanità sono stati indagati, hanno avuto il merito di fornire alla mia comprensione un ulteriore tassello a quel mosaico che rappresenta l’immagine che ciascuno di noi ha del mondo: suppongo che semmai un libro avesse una funzione, questa sarebbe quella di fornire un paio di occhiali, mutuando da Proust, per guardare il mondo con una prospettiva nuova. Bene, questo libro adempie tale funzione.
La struttura, che fluisce da una prima parte in cui si riportano i dati e i fatti salienti, scorrendo come in un climax attraverso una profonda e meticolosa analisi delle cause e delle conseguenze – significativa la pervicacia con cui si fa ricorrere il fantasma di Rousseau quasi come un anatema – giunge al fulcro dell’opera, a quell’antropologia disincantata e pagana, conscia dei limiti biologici (ma non solo) degli esseri umani, per porsi come soluzione “all’unicità, l’integrità, l’assoluto astorico di tutte le utopie metafisiche o politiche” coltivando “un pensiero capace di cogliere il valore del diverso, il significato positivo della differenza”(pagina 120).
Il Sessantotto fu un fenomeno che si affermò attraverso la radicata teorizzazione di una rivoluzione anticopernicana: una terra piatta, un mondo appiattito, un globo reso bidimensionale e immobile. Questo fu il risultato di un’imposizione teorica, quasi teologica che, da Rousseau a Marx passando per Hegel, ha fondato sull’illusione e sull’utopia un sistema più fascista dello stesso Fascismo, lo stesso sistema che oggi governa la nostra società catodico-borghese che, ormai paralizzata in un’afasica quanto omologata coscienza critica, altro non può che agonizzare fra le proprie macerie. D’altronde il Sessantotto, pienamente inserito nel sistema del potere poiché radicato in esso, non avrebbe mai potuto non fallire proprio perché fu ideato per fallire, anzi converrebbe dire che fu ideato per distruggere. A ragion veduta credo che riuscì pienamente nei propri intenti, cioè nell’attuare le prerogative per le quali si sviluppò: una rivoluzione di Stato per lo Stato, del Potere per il Potere, una rivoluzione che decise in apparenza di contrastare quest’ultimo al solo fine di meglio servirlo. Se volessimo invece credere in un fallimento innocente, cioè se guardassimo all’inefficacia del Sessantotto non in relazione all’ipotesi che vi fu qualcuno che ordì fin dal principio le conseguenze che tutt’oggi patiamo ma a una disfatta maturata per varie cause di natura sia ideologica che accidentale, dovremmo comunque confrontarci con la natura del Potere, che mai si pone in un’opposizione binaria contro chi il Potere è costretto a subirlo, né sussiste all’interno palazzi impenetrabili né quantomeno in conciliaboli esoterici quanto elitari, piuttosto si manifesta in tutti gli aspetti della vita e delle relazioni di tutto il tessuto sociale, negli stessi aspetti e relazioni in cui si formano le opposizioni ad esso. E quest’ordine di contrapposizione fra le molteplici espressioni del Potere e le molteplici resistenze ad esso, proprio perché espresso attraverso posizioni eterogenee fra loro, non potrà mai trovare un reale strumento di opposizione al Potere in un fenomeno sistematico e istituzionalizzato attraverso una ideologia ecumenica [“L’ideologia è esattamente la rimozione della realtà, il disprezzo dei fatti rispetto alla dottrina”(pagina 53)] quale fu quella dalla quale il Sessantotto prese l’habitus, proprio perché “non c’è dunque, rispetto al potere, un luogo del grande rifiuto – anima della rivolta, focolaio di tutte le ribellioni, legge pura del rivoluzionario; ma vi sono delle resistenze che sono esempi di specie: possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie”(M.Foucault, La volontà di sapere, IV, 2, pagina 85). Questo resta dunque il grande limite di tutte le rivoluzioni( com’è accaduto anche in questi anni alle cosiddette rivoluzioni “colorate”, o alla “primavera araba”), un limite però più evidente e più decisivo nel caso del Sessantotto, poiché più che in altri casi l’omologazione di ogni differenza non fu solo una ragione costituente(per cui si istituì un corpus di protesta interclassista), ma la ragione d’esistenza stessa di tale movimento.
Solto un falso progetto di democrazia e di uguaglianza, comunque inattuabile perché in contrasto con la natura umana, si istituzionalizzarono prima di ogni altra cosa il rifiuto per le responsabilità e per i limiti, in assenza dei quali trovò un terreno fertile ove svilupparsi tanto l’assenza del nomos e della misura quanto la rinuncia ad ogni legame con i valori culturali derivati dalla conservazione della memoria collettiva: da tale istituzionalizzazione nacquero i prodromi del neoprimitivismo che domina ogni espressione artistica, ogni evento di socializzazione, ma soprattutto ogni forma di linguaggio. E se proprio dal dominio del linguaggio il Potere trova il massimo vantaggio ai fini della propria autoconservazione e della propria efficacia nel controllo delle masse, saranno proprio i mezzi d’informazione a giocare un ruolo fondamentale in tale ottica; sembra allora indiscutibile considerare il mezzo televisivo lo strumento principale con cui il Potere poté (e può) controllare il linguaggio, a mio avviso non soltanto come strumento di disinformazione e di distrazione, ma come creatore di nuove divinità, atte a soddisfare l’insita necessità di ogni spettatore che aneli di essere il suddito di un’entità ad esso superiore: ecco che ogni figura che appare in onda diviene un Avatar pronto a ristabilire il Dharma, che in questo caso sarà la voce del padrone, il memorandum che con costanza impone allo spettatore, posto nella passiva impossibilità di reagire, il diktat del Potere. Per questi motivi, per evitare tali meccanismi di controllo del pensiero e dell’annullamento di ogni coscienza critica, emerge sopra ogni cosa l’importanza di un gesto: “spegnere il televisore, non riaccenderlo, disfarsene. In cambio ci verrebbe restituito il tempo, il rifiuto dell’ovvio, lo sguardo straniato e straniante rispetto al veleno che ormai non ci rendiamo più nemmeno conto di assorbire dalla scatola incantatrice e incatenatrice” (pagina 154).

Salve, Jessica: può contattarmi dopo Capodanno alla mail lazarus@villaggiomaori.com e le faremo avere i testi necessari.
A presto.

Buongiorno, dove posso trovare il suo libro professore? Ne sarei interessata perché a scuola abbiamo preso in considerazione di leggerlo, ma non è facile trovarlo, soprattutto la nuova edizione oltre al fatto che siamo sotto le feste, quindi le spedizioni hanno periodi molto lunghi. Gli faccio i complimenti per i suoi lavori, l’ammiro e le auguro buone feste.

ovviamente queste mie riflessioni non hanno alcun valore accademico e sono prive di un adeguato supporto di conoscenza, ma siccome ormai sono un lettore «noto» di questo libro, mi permetto di segnalare le mie irrilevanti considerazioni

http://diegod56.wordpress.com/2012/04/25/dal-68-alla-societa-dello-spettacolo/

mi permetto, caro alberto, una considerazione su «L’anti-Edipo», libro complesso che ho nelle mani in questo momento mentre scrivo

è l’edizione einaudi del ’75, mentre nel colophon c’è scritto d’una edizione francese del ’72

in effetti, probabilmente è dovuto alla mia competenza traballante, ma io non avrei rubricato questo testo come un testo del ’68, perchè a me pare più uno dei testi di riferimento dell’altra grande ondata «rivoluzionaria» (lo scrivo con ironia), quella del ’77, nella quale fra l’altro avevo l’età giusta per «esserci»

ricordo molto bene che lessi «la rivoluzione molecolare» di guattari nel 78 (è un ricordo particolare perchè avevo quel libro in mano quando «esplose» la notizia del rapimento Moro)

quindi questi autori, mi sembrano più vicini a quell’epoca successiva anche se, probabilmente, tu hai inteso il ’77 come una propaggine del ’68, seppur oscillante fra la follia della lotta armata e il folklore degli indiani metropolitani (chi se li ricorda?)

spero di non aver scritto una sciocchezza, ma questo punto mi è rimasto un po’ enigmatico, alla lettura

caro alberto, è un libro così ricco di argomenti, prospettive, stimoli, che un filosofo vacuo e verboso con uno solo dei tuoi capitoli ci costruiva 300 pagine

oltre a tutto, c’è anche una prospettiva interna, un biuso «prima» e un biuso «adesso» che gli conferisce un fascino ulteriore

grande libro…

continuo a tediare i qualificati frequentatori di questo coltissimo blog, con una sorta di diario di viaggio, intendendo per viaggio la lettura di questo importante libro

ci tornerò in modo organico, a scriverne, ma intanto dalla lettua traggo un mio consiglio a quanti, molti spero, acquisteranno «contro il sessantotto»

secondo me è utile leggere prima (o comunque leggere anche) «antropologia e filosofia» perchè ci permette di collocare sul giusto sfondo l’articolato e interessantissimo ragionamento del prof. biuso sul ’68

la questione di una visione antropologicamente fondata di quella che è la vera natura umana è centrale, decisiva

ma non vado oltre, ci torneremo su

è molto interessante la lettura critica (direi quasi polemica) sulla «lettera ad una professoressa»

in effetti leggendo mi è venuto in mente, caro alberto, uno scritto di padre ernesto balducci (autore ben noto ai cattolici di sinistra) dove in qualche modo critica don milani, o quanto meno marca la sua diversità

balducci era un sacerdote, ma figlio dei minatori dell’amiata, e rivendica le sue radici in contrapposizione a don milani, di cui in qualche modo mette in evidenza la provenienza borghese, da cui in fondo guarda gli ultimi che vuol riscattare

ora in effetti è scorretto ricordare senza citare ma non ho il libro sotto mano e poi qui, come blog, siamo in ambito colloquiale, quindi spero di esser perdonato

ottimo dott. la porta, il libro è impaginato bene, pur nella sua sobrietà

un piccolo dettaglio, per esempio: l’inizio dei capitoli è sempre sulla pagina dispari, lasciando la pari a sinistra bianca, dando così al lettore un bel senso di nuovo incipit, ovviamente senza il numero di pagina in basso

certamente si coglie lo sforzo di creare un libro di qualità pur dentro costi ridotti (posso ben immaginare che, nonostante l’importanza dell’amico alberto, non siamo a tirature altissime, che consentono economie di scala)

al tatto, il leggero rilievo dell’inchiostro in copertina mi fa supporre una stampa digitale (non son sicuro), ma i caratteri hanno un buon nero coprente, non sono slavati come certi libretti in offset ad alta tiratura e basso costo

chiedo scusa per l’argomentazione non troppo filosofica, ma in fondo stiamo parlando di un libro

mi concedo, caro alberto, un ironico parallelo:

un libro è un po’ come il corpomente del prof. biuso: non è solo fatto della carta e dell’inchiostro, dell’impaginazione e della stampa, ma senza di essi non si darebbe vita al libro come opera, come grumo di pensiero fatto carta

Grazie dei complimenti, signor Bruschi.
Buona lettura.

sto leggendo con grande interesse

una prima annotazione, autobiografica

è diverso aver vissuto gli anni 70 in una sonnacchiosa città di provincia rispetto ad averli vissuti in una grande e feroce metropoli

se hai vissuto in provincia, tutto è stato più attutito, più alla buona

ma ci torneremo su

il libro è bellissimo

sobria ed elegante la copertina, con un interessante gioco di bianco/nero, che caratterizza tutta la collana «i saggi del villaggio»

l’interno è su una buona carta avorio, l’impaginazione, pur trattandosi di un formato tascabile, non è esageratamente compressa nella pagina e rimane sufficientemente ariosa (non come accade in certi oscar mondadori dove i caratteri sono piccolissimi e si arriva a pochi mm dal bordo)

per il prezzo contenuto, un bel volumetto, quindi, ragionando da grafico, un plauso al villaggio maori

per commentare il contenuto, ovviamente, devo leggerlo, ma mi è arrivato giusto stamattina…

un appello (scherzoso) ai tanti lettori a scrocco, come me, che vengono sul sito a leggere i pensieri del prof. biuso: comprate i libri! la cultura, quella vera, costa meno di una pizza, e rimane più a lungo dentro di noi

Alberto, per il momento e in attesa di leggerti, complimenti vivissimi!
I miei più cari auguri per questa tua nuova fatica del pensiero, riedita e riattualizzata, come tu sai ben fare, con il tuo impegno originale e autocritico.
Un caro abbraccio, anche da parte di Fabrizio

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