Blog A 10.000 km di distanza

A 10.000 km di distanza

Warfare
di Alex Garland e Ray Mendoza
USA – Gran Bretagna, 2025
Con: Joseph Quinn (Sam), Charles Melton (Jake), Noah Centineo (Brian), Kit Connor (Tommy), Will Poulter (Erik), Michael Gandolfini (Macdonald), Cosmo Jarvis (Elliot)
Trailer del film

War e Warfare. La prima parola indica la guerra in generale come anche un conflitto specifico che abbia un inizio e una fine. La seconda parola è più tecnica e si riferisce ai modi, alle tattiche, alle strategie rivolte a eliminare quanti più umani possibile, i propri ‘nemici’. War è il che, Warfare è il come.
La guerra sta al centro del cinema di Alex Garland. Il conflitto tra l’umano e l’artificiale (Ex_Machina, 2014); il conflitto interno a una nazione, in questo caso la purtroppo (ancora) immaginata guerra civile tra gli Stati Usa, raccontata nel film di fantapolitica Civil War (2024).

Warfare è la parola esatta, il titolo perfetto per questo film. Nulla infatti si dice, si racconta, si comprende delle motivazioni della presenza di soldati statunitensi in un borgo dell’Iraq nel 2006, durante la guerra scatenata dagli USA contro quel Paese. Si racconta solo un episodio preciso, realmente accaduto, vissuto dal soldato Ray Mendoza, che firma l’opera insieme a Garland. Si vede soltanto l’occupazione notturna di una casa, terrorizzando le due famiglie irachene che la abitano, allo scopo di controllare da lì il paese.
I soldati, coadiuvati dall’alto da aerei dotati di infrarossi e da carri armati per le strade, notano movimenti nella piazza e nelle strade, che si riveleranno movimenti di cittadini iracheni armati e in lotta contro l’occupazione della loro città. Durante il tentativo di uscire indenni da una situazione di accerchiamento, vengono prima uccisi due soldati iracheni collaboratori degli USA, mandati fuori per primi appunto per far morire eventualmente militi non americani, e poi vengono gravemente feriti due di loro. Il racconto prosegue con il tentativo di salvare i feriti e tutto il gruppo. 

Le riprese e il montaggio sono magnifici. Si entra non soltanto nelle azioni e negli sguardi dei soldati ma attraverso le azioni e gli sguardi sembra di entrare nei loro pensieri. Pensieri? Si tratta piuttosto del tentativo dell’animale di salvarsi e di dare la morte invece di riceverla. Una ragazza della famiglia irachena, famiglia costretta a rimanere nella casa mentre intorno e dentro di essa si scatena l’inferno, urla ai soldati «Why? Why?», ricevendo come risposta soltanto un «Sorry».
Che cosa esattamente ‘dispiace’ ai massacratori americani? Di trovarsi a 10.000 km dalle loro case per portare la morte a popoli dei quali non conoscono l’identità, non sanno la storia, della cui cultura non hanno la minima idea? Di ritenere ogni luogo del pianeta un territorio a disposizione dei propri interessi economici e politici? Di credersi razzialmente superiori ai ‘selvaggi’ che cercano di resistere all’occupazione e al dominio degli USA? Di avere diritto a fare ciò che vogliono per la semplice ragione che possiedono la potenza tecnologica di farlo?
Che cosa dispiace a questi barbari?
Proprio per questo, per l’arbitrio e la ferocia che stanno a fondamento delle guerre americane, ho osservato con compiacimento la carne spappolata dei soldati USA, le loro urla, il dolore e la disperazione. Un insufficiente ma comunque concreto contrappasso alle ferite, alle urla, al dolore e alla disperazione che l’America porta ovunque.

Nel 2003 l’allora Segretario di Stato del governo USA, Colin Powell, dichiarò necessario l’intervento del suo Paese contro l’Iraq di Saddam Hussein – alleato degli Stati Uniti sino a qualche mese prima contro l’Iran – brandendo all’ONU una fialetta con ‘armi chimiche di distruzione di massa’ dentro la quale non c’era nulla, come poi lui stesso ammise. O meglio sembra che ci fosse una quantità di urina mescolata a talco per neonati. È, questa, una delle scene più grottesche e crudeli della storia contemporanea, le cui conseguenze furono un milione di morti in Iraq. Scena il cui obiettivo ricorda le parole che il greco Pausania – vincitore della battaglia di Platea – rivolse contro l’imperialismo dei Persiani: «O Greci, per questo io vi ho radunati, per mostrarvi la stoltezza del Medo, che avendo un tale tenore di vita è venuto contro di noi che lo abbiamo tanto misero per togliercelo» (Erodoto, Storie, IX, 82, 3).
Due scene di Warfare mostrano in modo plastico tale ‘stoltezza’.
La prima precede il finale banalmente patriottico che mostra i reduci di quell’evento insieme agli attori che lo interpretano, scena che macchia un film che per il resto è un capolavoro cinematografico e politico. In questa scena si vedono i resistenti iracheni uscire a poco a poco sulla strada dopo che gli occupanti hanno lasciato la loro città.
La seconda è l’incipit del film, che comincia con un filmato nel quale procaci ragazze americane, in palestra e quasi nude, si muovono provocanti. I soldati in Iraq le guardano, urlano, ridono, mimano l’amplesso, forse si masturbano. E uno di loro dice: «Siamo qui per difendere questo». Già. Warfare è un distillato della barbarie, della violenza e della stupidità che intridono la storia e il presente degli Stati Uniti d’America.

Secretary of State Colin Powell holds up a vial he said could contain anthrax as he presents evidence of Iraq’s alleged weapons programs to the United Nations Security Council in this Feb. 5, 2003 file photo. Powell’s claims about the weaponry, since refuted, are “a source of great distress,” Deputy Secretary of State Richard Armitage said. Ivo Daalder of the Brookings Institution said it was for Powell to shoulder full blame for the false claims. “I believe every word Powell spoke were words he believed to be true,” he said. “The fact that it turned out to be wrong is failure of such magnitude that it goes beyond Colin Powell’s reputation.” (AP Photo/Elise Amendola, File)

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SÌ. È proprio così. La tracotanza è la brutalità della politica americana è espressa al meglio dal delirio di (im)potenza del suo “militarismo” perfettamente raccontato da Stanley Kubrick. È desolante constatare tutto questo: il peso di questa situazione condiziona la vita dell’intero pianeta. Ciò di cui si sono resi responsabili lascia sgomenti.

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