Colonizzati dal peggio
Aldous, 12 luglio 2025
Pagine 1-4
Come è stato possibile che le scuole e le università dell’occidente anglosassone (USA e UE) siano pervenute allo stato di morte cerebrale nel quale versano? Quali fattori storici, prospettive pedagogiche, dinamiche sociali e mediatiche hanno condotto a un esito che si può certamente definire tragico per le nostre società?
Un libro di quasi trent’anni fa – Le scuole di cui abbiamo bisogno e perché non le abbiamo, traduzione e cura di Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase, Editrice Petite Plaisance, Pistoia 2024 – tradotto soltanto ora in Italia, risponde a tali domande con una chiarezza persino lancinante. Eric Donald Hirsch mostra, sulla base di una documentazione amplissima e rigorosa, che quanto i pedagogisti che si autoproclamano ‘progressisti’ spacciano come ‘novità’ sono idee in realtà assai vecchie. Esse si riassumono in due prospettive: il formalismo dell’‘imparare a imparare’ e il naturalismo che ritiene bene tutto ciò che nel bambino non subisce l’intervento dell’educatore.
Una rovinosa truffa ideologica colpisce sia il singolo studente, il quale viene ingannato sugli apprendimenti effettivamente acquisiti, sia l’intero corpo sociale, il quale viene ingannato sulle competenze ottenute dai suoi membri.
Punto di riferimento costante delle analisi critiche di Hirsch è uno dei maggiori pensatori italiani ed europei del Novecento, Antonio Gramsci, il quale comprese subito e benissimo che «le nuove idee educative avrebbero portato a una maggiore ingiustizia sociale».
Le parole di Gramsci costiuiscono una lucida profezia e un esplicito monito:
Si è ancora nella fase romantica della scuola attiva, in cui gli elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica. […] Prima gli allievi, per lo meno, si formavano un certo ‘bagaglio’ o ‘corredo’ (secondo i gusti) di nozioni concrete. […] Coi nuovi programmi […] non vi sarà ‘bagaglio’ del tutto da ordinare. […] L’aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi
(Quaderni dal carcere, Quaderno XXIX, 1932, II. Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 132, 138-139, 143)
Nell’articolo pubblicato su Aldous ho cercato di mostrare queste e altre ragioni che rendono preziosa l’uscita del libro in Italia.







Anche se pubblicato nel nostro paese con un ritardo trentennale rispetto alla sua uscita negli USA, il libro di Hirsch è una lettura utile perché presenta e critica radicalmente alcuni paradigmi decisivi del “pedagogismo progressista” americano -e noto, con soddisfazione, che l’accusato numero uno, una volta tanto, non è Dewey- che ha certamente contribuito alla elaborazione di quella “ideologia della scuola anti-meritocratica” che si è diffusa e si è impadronita del sistema scolastico europeo e, in particolare, italiano. In verità ritengo che una riflessione specifica e coraggiosa sulla scuola del nostro paese dovrebbe esaminare anche gli importanti e rovinosi apporti specifici del nostro contesto nazionale e l’incidenza di apparati ideologici che sono in parte diversi da quelli, specificamente americani, richiamati dall’autore. Molto bene il peso riconosciuto alla pagina gramsciana e il tuo commento conclusivo sull’ “emisfero occidentale” e il suo potere globale.