[Il testo è più ampio rispetto a quelli che di solito pubblico in questa sede. Ma la questione è talmente complessa e delicata da dover essere affrontata nella molteplicità dei suoi aspetti. Per una lettura più comoda, ho preparato anche una versione pdf del testo]
«Wer Menschheit sagt, will betrügen», ‘chi dice umanità vuole ingannare’, non è una massima di Carl Schmitt bensì di uno dei fondatori dell’anarchismo moderno: Pierre-Joseph Proudhon. Schmitt la cita e la fa propria. Questo non deve stupire, visto che in entrambi i casi si tratta di menti capaci di comprendere la complessità delle strutture sociali e del loro divenire. La fecondità dell’avvertimento di Proudhon è confermata da quanto accade nei Social Network (e in tutto il resto della comunicazione contemporanea), dentro i quali problemi complessi e difficili come quello delle migrazioni dall’Africa all’Europa vengono affrontati con grave superficialità -per non dire in modi sempre più beceri, umorali e volgari- sia sul versante degli ‘accoglienti’ sia su quello dei ‘respingenti’. Si tratta invece di un tema fondamentale che va compreso con gli strumenti che la storia e le scienze sociali offrono.
Un argomento difficilmente eludibile sul tema dei migranti è quello marxiano dell’esercito industriale di riserva, concetto classico e sempre attuale. È infatti chiaro che un’apertura indiscriminata ai migranti è ben vista dal padronato, che può utilizzare persone disposte a lavorare per pochi euro all’ora e senza nessuna garanzia. La sinistra accogliente favorisce in questo modo pratiche di schiavizzazione.
Alcuni dati sono utili a comprendere la dimensione internazionale della questione, certamente non limitabile alle vicende del Mediterraneo. Ad esempio, in Australia ottenere la cittadinanza è molto difficile ed è di fatto riservata ai ‘migranti culturali’, intesi come professori, giornalisti, intellettuali. In Giappone delle 19.628 domande presentate nell’anno 2017, soltanto 20 furono accettate. Avete letto bene, venti. Per venire all’Europa, il governo spagnolo -che pure un anno fa accolse in modo spettacolare 600 migranti a Valencia– minaccia ora le ONG di multe sino a 900.000 euro se i salvataggi si verificheranno fuori dalla «zona di search and rescue (Sar) di responsabilità nazionale», azioni che dovranno svolgersi «comunque sempre sotto il coordinamento delle autorità»1.
Alcune delle principali ragioni e forme del fenomeno migratorio sono analizzate da un sociologo progressista e politicamente corretto come Stephen Smith, docente di Studi africani alla Duke University (USA), per molto tempo collaboratore dei quotidiani francesi Libération e Le Monde, corrispondente dall’Africa (dove ha vissuto a lungo) per numerose agenzie, autore de La ruée vers l’Europe. La jeune Afrique en route pour le Vieux Continent (Grasset, Paris 2018) che significa La corsa verso l’Europa e non il ben diverso Fuga in Europa, con il quale Einaudi ha deciso di tradurre il titolo.
Questo studioso rileva come in Africa esista una middle class suddivisa in due fasce. I membri della prima -costituita da 150 milioni di persone, pari al 13% della popolazione africana- «dispongono attualmente di un reddito quotidiano tra i 5 e i 20 dollari, incalzati da oltre 200 milioni di altri, il cui reddito giornaliero oscilla tra i 2 e i 5 dollari. Insomma: un numero in rapida crescita di africani è in ‘presa diretta’ con il resto del mondo e dispone dei mezzi necessari per andare in cerca di fortuna all’estero»2. Si tratta di un elemento chiave in quanto «la prima condizione» per progettare l’abbandono del proprio Paese «è il superamento di una soglia di prosperità minima» poiché «attualmente, in relazione al luogo di partenza e al precorso previsto», la cifra necessaria al perseguimento di tale obiettivo «oscilla fra i 1500 e i 2000 euro, ossia almeno il doppio del reddito annuo in un paese subsahariano» (83-84).
Quella che arriva dall’Africa in Europa è quindi una collettività, scrive Smith, «sincronizzata con il resto del mondo, al quale è ormai ‘connessa’ tramite i canali televisivi satellitari e i cellulari – la metà dei paesi [a sud del Sahara] ha accesso al 4G, che consente streaming e download di video e di grandi quantità di dati; ma anche mediante Internet, via cavi e sottomarini di fibra ottica» (XIII). Gli altri, vale a dire la grande parte della popolazione africana, «non hanno i mezzi per migrare. Non ci pensano neppure. Sono perennemente occupati a mettere insieme il pranzo con la cena, e quindi non hanno il tempo di mettersi al passo con l’andamento del mondo e, meno ancora, di parteciparvi» (87).
Solo una minoranza fugge da persecuzioni e guerre, tanto è vero che nel periodo di massima virulenza delle guerre in Africa, gli anni Novanta del Novecento, l’arrivo di migranti era incomparabilmente minore rispetto a quello che si sta verificando negli anni Dieci del XXI secolo. Ragionando in termini sociologici e storici e non sentimentali e morali -come va sempre fatto di fronte a fenomeni di tale portata– Smith ne deduce che «sarebbe tuttavia aberrante riconoscere in blocco lo status di vittima a chi fugge davanti alle difficoltà e magari non a chi le affronta» (86).
Riflettendo sui 1500 dollari mediatamente necessari per raggiungere la Libia dalla Nigeria, il vescovo cattolico di Kafanchan, Joseph Bagobiri, osserva che «se ognuna di queste persone avesse investito questa somma in modo creativo in Nigeria in imprese realizzabili, sarebbero diventati datori di lavoro. Invece sono finiti soggiogati alla schiavitù e ad altre forme di trattamento inumano da parte dei libici. […] In questo Paese vi sono ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero diventare mendicanti lasciando la Nigeria alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero»; un altro vescovo, Julius Adelakun, invita i nigeriani a non sprecare il proprio danaro, offrendolo ai mercanti di vite umane, e utilizzarlo invece allo scopo di «sviluppare il nostro paese per renderlo attraente e favorevole alla vita, in modo che siano i cittadini stranieri a voler venire da noi»3. Un simile autolesionismo che uccide le persone e impoverisce il Paese d’origine ha molte spiegazioni, due tra queste sono: la visione distorta che si ha dell’Europa come luogo di ricchezza assicurata; i finanziamenti dei quali godono le ONG cosiddette ‘umanitarie’ allo scopo di raccogliere quanta più possibile forza lavoro a basso costo da immettere nelle economie europee.
Anche il progetto sintetizzato nella formula «aiutiamoli a casa loro» ha poco senso. Si tratta infatti di un obiettivo contraddittorio sia in via di diritto sia di fatto. Smith lo definisce un vero e proprio paradosso:
«I paesi del Nord sovvenzionano i paesi del Sud sotto forma di aiuto allo sviluppo, affinché i deprivati possano migliorare le loro condizioni di vita e, sottinteso, restino a casa loro. In questo modo, i paesi ricchi si danno la zappa sui piedi. Infatti, almeno in un primo momento, premiano la migrazione aiutando alcuni paesi poveri a raggiungere un certo livello di prosperità grazie al quale i loro abitanti dispongono dei mezzi economici per partire e insediarsi all’estero. È l’aporia del ‘cosviluppo’, che mira a trattenere i poveri a casa loro mentre nello stesso tempo ne finanzia il sradicamento. Non c’è soluzione, perché bisogna pur aiutare i più poveri, chi ne ha più bisogno…» (86).
Chi invece sostiene l’accoglienza più o meno universale, dovrebbe riflettere su altri dati di fatto, da Smith esposti con grande chiarezza:
«Nel 2017, tra gennaio e la fine di agosto, hanno attraversato il Mediterraneo 126.000 migranti, di cui 2428 dichiarati dispersi, cioè l’1,92%; dato leggermente inferiore alla mortalità post-operatoria di un intervento di chirurgia cardiaca nell’Europa occidentale (2%). Nonostante il rischio sia, per fortuna, limitato, ci si chiede perché non smetta di aumentare nonostante gli occhi del mondo siano puntati sul Mediterraneo e i soccorsi dovrebbero essere sempre più efficienti. La risposta è che le organizzazioni umanitarie rasentano la perfezione! In effetti, le imbarcazioni di soccorso si avvicinano sempre di più alle acque territoriali libiche e, in caso di pericolo di naufragio, non esitano a entrarvi per prestare soccorso ai migranti. Dal canto loro, i trafficanti stipano un numero sempre maggiore di migranti in imbarcazioni sempre più precarie. […] In cambio di una riduzione tariffaria, un passeggero è incaricato della ‘navigazione’ e di lanciare l’Sos non appena entri in acque internazionali: a tal fine gli viene consegnata una bussola e un telefono satellitare del tipo Thuraya. […] Lasciando i migranti alla deriva…per essere prima o poi soccorsi dalle navi delle organizzazioni umanitarie che sanno fare molto bene il loro mestiere, con l’inconveniente, però, che i migranti, sapendo di essere soccorsi, badano assai poco all’efficienza delle imbarcazioni messe a disposizione dai trafficanti. […] Occorre, tuttavia, arrendersi all’evidenza: per arrivare in Europa i migranti africani corrono un rischio calcolato simile ai rischi che corrono abitualmente nella vita che cercano di lasciarsi alle spalle» (107-108).
Di fronte a tali eventi e dinamiche, Smith afferma lucidamente che è necessario «de-moralizzare il dibattito» sull’emigrazione. I sentimentalismi costituiscono infatti in casi come questi i migliori alleati della violenza degli schiavisti e di quella dei razzisti. Anche lo scrittore Emmanuel Carrère sostiene la necessità di non trasformare la questione migratoria «in un eterno affare Dreyfus»4. Come ha insegnato Max Weber, l’etica impolitica della convinzione deve sempre confrontarsi con l’etica politica della responsabilità, la quale deve fare i conti con «tutte le conseguenze prevedibili dei propri atti, al di là del narcisismo morale» (Smith, p. 146). Cercando di delineare le possibili conseguenze di quanto sta accadendo tra Europa e Africa, Smith individua per il prossimo futuro cinque scenari.
Il primo è l’Eurafrica, che «consacrerebbe l’ ‘americanizzazione’ dell’Europa» (145) e implicherebbe «la fine della sicurezza sociale. […] Lo Stato sociale non s’adatta alle porte aperte, donde l’assenza storica di una sicurezza sociale degna del nome negli Stati Uniti, paese d’immigrazione per eccellenza. Insomma, sopravviverà in Europa unicamente lo Stato di diritto, il vecchio Leviatano di Hobbes -che dovrà darsi un gran daffare per impedire la ‘guerra di tutti contro tutti’ in una società senza un minimo di codice comune» (146-47).
Il secondo scenario è la fortezza Europa, alimentato anche dalle reazioni che suscita «una stampa che si preoccupa più della fiamma del proprio umanitarismo che delle sue conseguenze sulla collettività»; Smith ammette che «la fortezza Europa è forse meno indifendibile di quanto non sembrasse. […] Ciò nondimeno, se si tiene conto della sollevazione di massa prevista da questo libro, qualsiasi tentativo esclusivamente sicuritario è votato al fallimento» (148-149).
Il terzo scenario è la deriva mafiosa, una vera e propria «tratta migratoria» il cui rischio è «che i trafficanti africani facciano combutta o entrino in guerra con il crimine organizzato in Europa» (149); una conferma sta nel fatto che l’80% delle donne soccorse nel Mediterraneo «erano oggetto di un traffico a fini di sfruttamento sessuale. […] Gli intrecci fra prossenetismo e ‘passatori’, troppo spesso presentati come individui soccorrevoli che praticano una forma di commercio solidale, non è che la parte visibile di un’attività criminale assai più importante» (150).
Un quarto scenario è il ritorno al protettorato, per il quale in cambio di privilegi e danaro ai ceti dirigenti, alcuni Paesi africani accetterebbero una «sovranità limitata in maniera proporzionale alle esigenze di difesa dell’Europa» (151).
Il quinto e ultimo scenario è secondo Smith il più probabile e consiste «in una politica raffazzonata» che «consisterebbe nel mettere assieme tutte le opzioni che precedono, senza mai realizzarle sino in fondo: insomma, ‘fare un po’ di tutto ma senza esagerare’» (151).
A decidere quale di questi scenari prevarrà non saranno probabilmente gli europei ma gli stessi africani. In questi casi, infatti, il numero diventa decisivo.
Nell’affrontare per quello che possono la questione, gli europei dovrebbero ragionare sine ira et studio sulla natura e sulle conseguenze del liberalismo capitalistico che prima ha prodotto l’imperialismo in Africa e poi, di rimbalzo, la corsa impetuosa di molti africani verso l’Europa. Uno dei fondamenti teorici del liberalismo, infatti, è la distruzione di corpi intermedi tra il singolo essere umano e l’umanità in quanto tale. In questo senso il liberalismo è l’opposto della democrazia, la quale pone al centro dello scenario sociale non l’individuo ma le citoyen, il cittadino, vale a dire una persona radicata in un contesto collettivo consolidato, frutto di condizioni geografico–economiche ben precise e di eventi storici condivisi. Ed è sempre in questo senso che la sovranità del popolo è cosa ben diversa dalla difesa dei diritti dell’uomo.
Uomo è infatti un concetto astratto, per i Greci ad esempio del tutto marginale. Al centro della vita collettiva si pone invece l’abitante della πόλις, con i suoi diritti e con i suoi obblighi. Per la democrazia i territori, le culture, le organizzazioni collettive non costituiscono soltanto la somma di individui isolati e tra loro irrelati ma sono il risultato della contiguità spaziale e della comunanza temporale. Si è prima di tutto abitanti di un certo luogo e soltanto per questo si può diventare cittadini del mondo. È qui che il concetto di border mostra la propria funzione di delimitazione della dismisura, di κατέχον rispetto alla dissoluzione.
La critica superficiale e pregiudiziale al concetto di frontiera , che pervade innumerevoli pagine della Rete e gli articoli di molta stampa, è dunque anch’essa una forma di ignoranza spettacolare, nel molteplice senso di questo aggettivo. Nella storia del XXI secolo il contrario di frontiera non è chiusura, il contrario della frontiera è il mercato, è il capitale, che sin dall’inizio ha avuto come fondamento la massima liberista «Laissez faire, laissez passer».
Applicare questo principio in modo assoluto e irrazionale, come tende a fare il liberismo contemporaneo significa, tra le altre conseguenze, scrive Smith, «fare i conti senza l’ospite», vale a dire fare i conti senza coloro che nel territorio europeo risiedono da secoli e che cominciano a sentirsi stranieri nel proprio Paese (passeggiare ad esempio in via Padova a Milano mi ha dato esattamente questa impressione) o persino ‘invasi’. «L’arrivo di stranieri può importunare, la loro presenza può disturbare. Pretendere che non sia così mi sembra una petizione di principio idealistica e pericolosa» (112). Affrontare una simile realtà in termini psicologici o addirittura moralistici è sterile, per non dire anche pericoloso. De-moralizzare il problema è necessario anche perché
«né lo straniero, né l’ospite sono a priori ‘buoni’ o ‘cattivi’, ‘simpatetici’ o ‘egoisti’. Vengono a trovarsi, insieme, in una situazione che occorre cercar di capire al pari delle circostanze, ovviamente differenti per l’uno e per l’altro. La mancata assistenza a un persona in pericolo è un reato, a condizione di potere prestare aiuto senza esporsi a pericoli (ultra posse nemo obligatur). […] La preoccupazione dell’equità internazionale non può confondersi con l’apertura delle frontiere a titolo di perequazione planetaria. Non è incoerente essere favorevoli all’equità internazionale e contrari alla totale apertura delle frontiere» (112-113).
Della giustizia è parte fondamentale anche la difesa di se stessi, in caso contrario si tratta non di solidarietà ma di autodistruzione. Se è doloroso ma inevitabile che una potenza meglio armata e determinata ne sottometta o distrugga un’altra, è assai meno comprensibile che i soggetti sottomessi collaborino attivamente alla propria distruzione. L’Impero Romano, ad esempio, non venne certo cancellato dai cosiddetti barbari ma si dissolse per ragioni interne, alle quali le popolazioni del nord e dell’est aggiunsero soltanto la propria presenza, invocata da molti cristiani come purificatrice della decadenza latina. «La verità è che i barbari hanno beneficiato della complicità, attiva o passiva, della massa della popolazione romana. […] La civiltà romana si è suicidata»5.
Qualcosa di analogo sta avvenendo nell’Europa contemporanea, uscita sconfitta e miserabile dalle due guerre mondiali del Novecento, vale a dire dalla più distruttiva guerra civile della storia moderna. L’Europa sta infatti implodendo su se stessa per una manifesta incapacità di gestire il proprio presente, affidato al capitalismo globalista sotto la guida statunitense e ai flussi religiosi provenienti dal mondo islamico. Invece di nutrire ed esercitare prudenza rispetto a queste complesse dinamiche, la più parte degli europei si divide tra i sostenitori di un’accoglienza totale e indiscriminata e i difensori di una pregiudiziale chiusura. Posizioni entrambe inadeguate a comprendere ciò che sta avvenendo. Gli accoglienti, in particolare, praticano comportamenti dettati dal sentimentalismo umanistico e romantico e dall’universalismo cristiano. Due posizioni antropologiche assai rischiose e che contribuiranno alla fine dell’Europa come sinora è stata conosciuta.
Il futuro degli europei è sempre meno in mano agli europei anche a causa del fatto che «la gioventù africana si precipiterà nel vecchio continente, perché è nell’ordine delle cose. […] Secondo le previsioni dell’Onu (United Nations Populations Division 2000, p. 90), l’arrivo di 80 milioni di migranti nel corso di cinquant’anni porterebbe a una popolazione immigrata di prima e seconda generazione corrispondente al 26% di quella presente nell’Unione Europea […]. Oggi vivono nell’Unione Europea (compreso il Regno Unito) 510 milioni di europei a fronte di 1,3 miliardi di africani sul continente vicino. Entro trentacinque anni, questo rapporto sarà di 450 milioni di europei a fronte di 2,5 miliardi di africani, ossia il quintuplo» (Smith, pp. XII–XIV).
Sottovalutare la demografia è scientificamente insensato6. Il rapporto tra gli umani e l’ambiente si fonda infatti, come quello di qualsiasi altra specie, soprattutto sul dato quantitativo. Il numero e la giovinezza dei popoli africani molto probabilmente prevarranno. E alla fine sarà giusto così, di fronte al pervicace cupio dissolvi che sempre più caratterizza l’Europa.
Note
1. il Fatto Quotidiano, 6.7.2019
2. Stephen Smith, Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, trad. di P. Arlorio, Einaudi, Torino 2018, pp. XII–XIV. Sulla giovinezza dell’Africa si legga l’intero secondo capitolo del libro, dal significativo titolo L’isola-continente di Peter Pan, pp. 29-53. I riferimenti ai numeri di pagina delle citazioni da questo volume saranno indicati nel corpo del testo, tra parentesi.
3. Africa/Nigeria – “Le somme pagate ai trafficanti per finire schiavi in Libia avrebbero potuto creare posti di lavoro in Nigeria”, nota dell’agenzia di stampa cattolica Fides, 15.12.2017.
4. Emmanuel Carrére, A Calais, trad. di L. Di Lella e M.L. Vanorio, Adelphi, Milano 2016, p. 16.
5. Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, trad. di A. Menitoni, Einaudi, Torino 1983, pp. 22–23.
6, Lo mostra con ricchezza di argomenti anche Olivier Rey nel suo Dismisura (il significativo titolo originale è Une question de taille [Éditions Stocks, Paris 2014], «un problema di dimensione») trad. di G. Giaccio, Controcorrente, Napoli 2016.






Andrea Zhok, 12.6.2026
Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta.
Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.
Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.
VOUS QUI AVEZ DÉJÀ SIGNÉ NOTRE PÉTITION, S’IL VOUS PLAÎT, TRANSFÉREZ MASSIVEMENT CE MESSAGE. MERCI !
Madame, Monsieur,
C’est un scandale d’une ampleur inouïe, en Angleterre, sur lequel Éléments vous avait informé il y a un an. Il est revenu sur le devant de la scène grâce aux témoignages rendus publics récemment devant le Parlement britannique.
Mais ne cherchez pas l’information dans la presse française. Le déni médiatique est quasi général.
C’est pourquoi nous faisons appel à vous aujourd’hui pour nous aider à informer le plus de personnes possible, pour briser l’omerta sur le racisme antiblanc. Car c’est bien de cela qu’il s’agit.
Pendant des décennies, des gangs d’origine pakistanaise ont commis des viols de masse sur des jeunes filles blanches.
Les victimes se comptent par milliers.
Les atrocités, viols et actes de torture, endurés par ces jeunes victimes, des gamines de 13 ans, sont d’une sauvagerie insoutenable(1). Abject.
Et les motivations des agresseurs ainsi que les raisons pour lesquelles l’affaire a mis tant de temps à émerger sont effroyables :
1 – Il ressort des témoignages que ces exactions étaient bien motivées par un racisme antiblanc et une haine antichrétienne :
Les victimes sont presque exclusivement des blanches.
Une chrétienne ne mérite pas d’être respectée : “où est ton Dieu, maintenant–? T’a-t-il abandonnée ?” L’une d’elle témoigne : porter une croix était une raison supplémentaire pour la “briser”.
À l’approche de l’Aïd, ces “fêtes” de viols devenaient encore plus importantes, plus violentes, plus extrêmes.
2 – C’est précisément cette dimension, le racisme antiblanc, qui a effrayé les autorités et conduit à un déni épouvantable, durant des années, à tous les niveaux : hôpital, services sociaux, police, etc.
Dénoncer le racisme antiblanc, a fortiori l’existence de réseaux d’agresseurs motivés par cette haine, c’était prendre le risque de se voir accuser d’être raciste, complotiste, fasciste, et d’en payer le prix.
Ainsi, la chape de plomb imposée par l’antiracisme à sens unique a rendu possible ces crimes perpétrés sur milliers de victimes durant des années.
Le déni du racisme antiblanc dans toute son horreur.
Vous comprenez pourquoi il est si important de briser ce déni, ce silence médiatique et institutionnel complice, avant qu’il soit trop tard…
… avant que le racisme antiblanc se propage en France dans les mêmes proportions qu’en Angleterre.
S’il vous plaît, signez la pétition “Ne laissez pas le racisme antiblanc prospérer dans un silence complice !” et faites suivre ce message à vos amis pour diffuser ces informations le plus largement possible.
JE SIGNE LA PÉTITION
Le racisme antiblanc est, malheureusement, une réalité déjà bien ancrée en France(2).
Dans certains quartiers, des jeunes blancs subissent des violences au quotidien. C’est un véritable dressage par la peur, entretenue, assimilée(3).
Et une chose est sûre : il n’y aura aucun espoir de combattre et d’endiguer ce fléau tant qu’il ne sera pas mis sur la place publique. Au contraire, il progressera et sacrifiera des millions de Français sur l’autel du multiculturalisme béat.
À Éléments, nous qui menons la bataille des idées pour défendre la civilisation européenne, nous nous employons à briser l’omerta sur le racisme antiblanc.
Aidez-nous :
Ne laissez pas la racisme antiblanc prospérer
dans un silence complice !
JE SIGNE LA PÉTITION
Merci.
Bien cordialement,
L’équipe d’Éléments
(1) Intervention du député du parti Restore Britain, Rupert Lowe, du 1er juin : https://x.com/RupertLowe10/status/2061482773433499675
?u=WtVElij8PJZGcPbVDQxWObMYlfMmi3xx
(2) En France, près de 20 % des Blancs ont déjà subi une agression raciste : https://www.ifop.com/article/racisme-antisemitisme-etats-des-lieux-des-violences-et-des-discriminations-a-caractere-racial-en-france.
(3) “Le racisme antiblanc. L’enquête interdite” Ed. La Nouvelle Librairie, 2025. “Sale Blanc. Le racisme qu’on ne veut pas voir” Ed. La Nouvelle Librairie, 2026
Un lettore mi ha scritto a proposito del precedente mio commento, chiedendomi che cosa penso di un certo Vannacci. Inserisco qui la risposta perché spero che sia utile a evitare confusioni.
Da quello che ho capito – visto che per quel poco che so disprezzo il personaggio – Vannacci è uno strumento per creare paure ai moderati e scongiurare che si possa persino parlare di remigrazione. Sono vecchie tattiche di chi finanzia il gioco politico.
Si tratta di un gioco delle parti. Anche per questo di Vannacci non mi interessa nulla, né quello che dice né quello che fa. Costui è l’ennesima creatura dello Spettacolo.
A me interessa l’Europa, la sua Identità e Differenza, la sua storia, i suoi popoli, la sua cultura.
Questa è prassi, il resto è finzione.
Veramente basta con questa invasione di gente violentissima e senza rispetto. Basta. Tornino da dove sono venuti. Remigrazione significa questo, semplicemente e necessariamente questo.
Fonte video: https://x.com/SaP011/status/2064092654296519134/video/1
Un intervento di Andrea Zhok (e di Vincenzo Costa)
11.6.20926
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Nell’ultimo post di Enzo Costa che ho condiviso
(https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid026pobyjjxrzbRQooeTrMsJsgLTBkBP5s1kr5EjPLBkftGHqCNZm7VVev35ECk373El&id=61561606079225)
compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: “Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma.”
Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra.
La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale ad una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.
Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.
La sinistra invece annega nel marasma astratto di un generico relativismo storico, su cui ha peraltro smesso di riflettere criticamente almeno dagli anni ’70, finendo per tradurre “storia” come “accidentalità”, “caso”, “arbitrio”. Continua a lottare con fantocci svuotati, dall’oppressione patriarcale al dogmatismo religioso, dal nazionalismo al familismo, immagina di lottare quotidianamente contro i mulini a vento di Dio, Patria e Famiglia, mentre non ricorda neppure più il significato di quelle parole.
Quando pensa alla “cultura” pensa ad un distintivo di classe, che separerebbe i semicolti con titolo di studio che li votano da ciò che ritengono essere l’abbrutimento del senso comune plebeo. Concepisce ogni normatività informale, ogni aspettativa media e popolare come abominevole pregiudizio e irrazionalità della “pancia del paese”. Mentre la loro di pancia è appaltata alla sbobba culturale americana, che immaginano come “mondo senza pregiudizi”.
La società italiana (europea) non “include” e non “accoglie” perché sia per includere che per accogliere devi essere QUALCUNO, devi sapere cosa sei e cosa vuoi. Inclusione ed accoglienza sono invece qui solo paroline che servono come foglie di fico per nascondere l’opportunismo economico (“i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “le risorse che ci pagano le pensioni”, ecc.). E va tutto bene finché l’”incluso” e “accolto” sta al suo posto come ingranaggio del nostro sistema. Infatti l’unica regola sociale che siamo in grado di fornire in buona coscienza è “fai bene il tuo lavoro”. Ma non appena l’altro pretende di essere una soggettività con una propria identità, non essendo noi in grado di dare alcuna indicazione normativa, alcun limite motivato, l’identità altrui diviene immediatamente ingombrante, spigolosa, un pugno nell’occhio, uno scandalo.
Un continente allo sbando, incapace di difendersi e difendere i propri cittadini.
Infatti non si tratta di buone o cattive volontà, si tratta della naturale tendenza delle comunità umane a difendersi. Quando le pubbliche autorità si pongono dalla parte degli aggressori è inevitabile e necessario che le comunità aggredite si difendano.
Come se non bastassero i criminali italiani, importiamo branchi di assassini sudamericani.
L’Europa (non l’occidente) ha il diritto di esistere, di non essere cancellata.
Effetti del razzismo contro i bianchi.
Eh già…Cosa nobile l’accoglienza e le sue strutture.
Una sintetica e interessante intervista ad Alain de Benoist sul tema della remigration.
élèments, 29.5.2026
Fonte: https://www.revue-elements.com/que-pensez-vous-de-la-remigration-3/
Senza identità non vi è differenza.
Una terra che rinuncia alla propria identità non potrà accogliere la differenza. Si dissolverà, semplicemente. Questo è il rischio più grave e più profondo dell’Europa contemporanea.
Odio contro i bianchi.
Due casi terribili e apparentemente opposti ma che nascono dalla stessa ignoranza dell’antropologia, dell’etologia umana, del fatto che gli umani sono dei mammiferi che marcano il territorio, ignoranza dunque dei conflitti che si scatenano quando altri invadono il proprio territorio o si presume di occupare quello altrui. Conflitti che nessun appello moralistico alla fraternità e all’inclusione potrà mai eliminare.
Poi, in ogni caso, gli assassini del ragazzo bianco e quelli del ragazzo nero sono semplicemente e totalmente malvagi. Dei malvagi che accampano giustificazioni surreali e offensive verso le loro vittime. Questi malvagi sono feccia umana,
Intervista a François Bousquet su un libro dedicato a una forma di razzismo ormai molto diffusa in Europa ma sulla quale per lo più si tace.
Fonte: https://www.grece-it.com/2026/05/08/razzismo-anti-bianco-francois-bousquet-rifiuta-il-silenzio-e-da-voce-alle-vittime/
Yann Arthus-Bertrand, le vivre-ensemble vu du ciel
Le réel finit toujours par se venger des slogans. Yann Arthus-Bertrand vient d’en faire l’expérience concrète, et amère. Celui qui, depuis des années, incarne la bonne conscience écologiste et humanitaire de la bourgeoisie culturelle a vu son exposition sur le « vivre-ensemble » dégradée par ceux-là mêmes que cette idéologie présente comme les acteurs de la France harmonieuse de demain.
Anthony Marinier
éléments, 11.5.2026
Fonte: https://www.revue-elements.com/yann-arthus-bertrand-le-vivre-ensemble-vu-du-ciel/
Fonte: https://www.revue-elements.com/produit/sale-blanc-le-racisme-quon-ne-veut-pas-voir/
Racisme antiblanc : comment la stratégie du coucou tue nos enfants !
« Il n’y a pas de coexistence heureuse avec le coucou. » Cet oiseau ne construit pas de nid, mais dépose son œuf dans celui d’un autre oiseau pour que celui-ci le couve à sa place puis nourrisse sa progéniture, qui finira par expulser les petits oisillons légitimes. Les parents nourriciers élèvent ainsi l’intrus au détriment de leur descendance. Si d’aventure l’hôte se défend en rejetant l’œuf, le coucou revient pour détruire le nid et anéantir la couvée.
François Bousquet voit dans cette « stratégie du coucou » une métaphore « cruellement parlante du racisme antiblanc et de l’immigration de peuplement que nous subissons ». Sous couvert de charité, « l’enfant blanc devient l’œuf que l’on peut pousser hors du nid sans risque. Et l’institution — école, encadrement, discours officiel — joue le rôle des parents nourriciers dévoyés ».
Il ne s’agit pas d’animaliser nos sociétés mais de « rappeler que les logiques de domination sociale obéissent à des lois d’airain : occupation de l’espace, élimination des concurrents faibles, appropriation des ressources, neutralisation des résistances par la mauvaise conscience ».
(Johan Hardoy)
Televideo, 30.4.2026
Se si trattasse di migranti nordafricani e asiatici, grande scandalo.
Ma sono degli italiani ed europei aggrediti, e posti in pericolo di vita, da Israele con un atto di pirateria compiuto in acque internazionali. E a Israele è permesso tutto.
Accogliere i migranti sì, purché pero lo facciano gli altri, vero?
Mi stupisce molto questo fatto, dato che l’Italia è piena di accoglienti. E Roma lo è in particolare, vista l’alta densità nella capitale di elettori del Partito Democratico e dei suoi satelliti.
Forza amici inclusivi, rispondete all’appello.
Accoglienza, inclusione, porte aperte ai nostri assassini, come se quelli autoctoni non bastassero.
Accoglienze
Ho notato anch’io che le città dell’ex Germania dell’Est sono mediatamente più sicure e più pulite di quelle della ex Germania dell’Ovest. Le ragioni credo siano numerose ma una delle più evidenti è il diverso numero di migranti (in alcune quasi del tutto assenti).
Danzica, dove la normalità sembra ancora possibile
Michele Agagliate, La Fionda, 24.2.2026
Fonte: https://www.lafionda.org/2026/02/24/danzica-dove-la-normalita-sembra-ancora-possibile/
Accoglierli! Accogliere sempre, accoglierli tutti. Lo impongono l’etica cristiana e il capitalismo finanziario.
La Stazione Termini di Roma è ormai un bivacco di criminali provenienti da tutto il mondo. La capitale è davvero l’emblema di una nazione che va dissolvendosi, offerta in olocausto all’“accoglienza” della finanza globalista.
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Televideo – 11.1.2026
Aggressione a Roma Termini, un fermo
15.25 E’ un cittadino tunisino di circa 20 anni, con precedenti per droga, l’uomo sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per l’aggressione a un funzioanrio ministeriale avvenuta alla Stazione Termini di Roma. Sul caso indagano la Squadra mobile e la Polfer.Al vaglio le immagini delle telecamere. In un video si vedrebbero 7-8 persone dirigersi verso la vittima e poi picchiarla. Gli inquirenti sono al lavoro per individuare gli altri componenti del gruppo. Ancora da chiarire il movente del pestaggio.
Non essendo sufficienti i criminali e i violentatori autoctoni (italiani) li importiamo da altri continenti.
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Il Gazzettino, 5.1.2026
Emilio Valdez Velazco, la stretta al collo per stordire le vittime e violentarle: due aggressioni identiche prima di Aurora Livoli (ma non era stato espulso)Redazione Web • 5 gennaio alle 00:00Emilio Gabriel Valdez Velazco, un 57enne peruviano, è indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, 19 anni, trovata morta a Milano. Sui precedenti del soggetto emergono almeno due aggressioni simili, entrambe con uso di una stretta al collo per stordire le vittime. Nel 2024 avrebbe aggredito una donna a Cologno Monzese e abusato di un’altra ragazza. Rientrato illegalmente in Italia dopo essere stato espulso nel 2019, era stato arrestato in passato per violenza sessuale.Cocoon AI Summary
Per il presunto assassino di Aurora Livoli, la 18enne di Fondi trovata morta a Milano la scorsa settimana, i precedenti presenti negli archivi delle forze dell’ordine delineano il profilo di un presunto aggressore seriale di donne e suggeriscono un’escalation di violenze culminata, secondo gli inquirenti, nel tragico epilogo di una settimana fa.
Un dettaglio ricorrente emerge in almeno due episodi: la stretta al collo utilizzata per stordire le vittime e annullarne la resistenza. È la stessa modalità con cui il cinquantasettenne peruviano Emilio Gabriel Valdez Velazco ha aggredito alla fermata Cimiano della linea M2 una connazionale di 19 anni, E.M., cercando di rapinarla e trascinarla in un’area isolata.
La giovane è riuscita a reagire e a salvarsi grazie all’arrivo di alcuni passeggeri.
Pochi minuti dopo, l’uomo avrebbe incrociato Aurora Livoli all’interno dello stesso tunnel della stazione. Il sottopasso conduce verso il controviale di Palmanova e via Padova, a poche centinaia di metri da via Paruta, dove i due sarebbero entrati nel cortile di un grande complesso residenziale. È lì che, il 29 novembre, Aurora, 19 anni, scomparsa da Latina il 4 novembre, è stata trovata morta, con segni sul collo compatibili con uno strangolamento.
I precedenti
Dagli accertamenti emerge che Valdez era già stato segnalato per episodi simili. Nel luglio 2024 avrebbe aggredito una quarantenne a Cologno Monzese, stringendole il collo. Un anno dopo, sempre nella stessa zona, avrebbe abusato di un’altra diciannovenne peruviana. Entrato in Italia nel 2017, era stato dichiarato irregolare e accompagnato alla frontiera nel 2019, ma era rientrato poco dopo. Nell’ottobre successivo era stato arrestato in via Padova per violenza sessuale. All’epoca utilizzava un alias e una diversa data di nascita. Oggi è indagato per l’omicidio di Aurora Livoli.
Dove sono i difensori dei diritti delle donne, gli inquisitori dei ‘femminicidi’, i progressisti dei diritti umani, i militanti ed elettori del Partito Democratico? Se un bianco tocca una donna manifestazioni e minuti di silenzio (anche a Unict e al Disum). Un africano invece può fare ciò che vuole. Non sia mai essere razzisti.
I sedicenti ‘progressisti di sinistra’ sono la quintessenza dell’ipocrisia e della stupidità.
Ottima idea. Tutti a Bruxelles

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Ribadisco: non avendo sufficienti stupratori italiani, li importiamo dall’estero.

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Il razzismo contro i bianchi è una realtà (nascosta ma feroce) dell’Europa contemporanea

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Jean-Eudes Gannat : quand décrire le réel devient un délit
di François Bousquet
éléments, 8.11. 2025
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S’il y a quelque chose de vraiment pourri au royaume de France, c’est notre « justice ». En voici la démonstration : Jean-Eudes Gannat placé sous contrôle judiciaire jusqu’en mai, en attendant son jugement. D’ores et déjà condamné à un mois de bâillon médiatique sous peine de prison préventive. Son crime ? Avoir écrit ton nom… liberté, comme dans le poème d’Éluard, rédigé en 1942. Au temps d’une autre occupation.
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La colonisation sans bruit
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Qui est Jean-Eudes Gannat ? D’abord un soldat de première ligne. Un père de famille, un entrepreneur, un militant, mais aussi un journaliste – entre autres à Éléments, où il a signé des reportages jusqu’aux confins de l’Hindou Kouch, à la frontière du Pakistan et de l’Afghanistan. Une région qu’il connaît infiniment mieux que le magistrat qui le pourchasse de sa rage de petit greffier rouge de sous-préfecture.
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À travers lui, c’est la liberté, dont celle de la presse, qu’on muselle avec un zèle orwellien. « En ces temps d’imposture universelle, dire la vérité est un acte révolutionnaire », écrivait l’auteur de 1984. Nous y sommes. Pour avoir simplement donné à voir l’immigration-invasion jusqu’aux recoins du Maine-et-Loire, filmant des Afghans qui n’ont rien à faire ici (et qui, du reste, ne font strictement rien, sinon nous coloniser), Jean-Eudes a été jeté en garde à vue par un petit moustique de province en robe noire se rêvant en Fouquier-Tinville du vivre-ensemble. Un sous-magistrat qui n’a pas supporté que Jean-Eudes décrive ces nouveaux venus comme des « cousins des talibans ». Sacrilège ! Crime de lèse-multiculturalisme ! La sentence est tombée, grotesque : « incitation à la haine raciale ». Cherchez l’erreur.
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Désolé, Messieurs les juges : si Jean-Eudes Gannat a parlé de « cousin », il n’était pas loin de la vérité. S’il y a un pays où tout le monde est à peu près parent, taliban ou pas, c’est bien l’Afghanistan, l’un des champions mondiaux de la consanguinité : près de 50 %, selon les données scientifiques.
La justice au service de la charia
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Au train où s’abat la répression judiciaire, on va finir par regretter l’époque où l’on expédiait Jean Valjean au bagne pour un quignon de pain ou celle où une lettre de cachet vous envoyait moisir à Vincennes ou à la Bastille. La justice sous Macron fait mieux : au nom des libertés, elle nous prive de la première d’entre elles – celle de critiquer.
Pour nous, il n’y a pas d’État de droit. L’État de droit travaille à préparer doucement l’introduction de la charia en France. Une étude du Pew Research Center (2013) le disait noir sur blanc : 99 % des Afghans se déclarent favorables à la charia et 85 % à la lapidation en cas d’adultère. Ce n’est ni un fantasme ni un préjugé, mais un chiffre.
Le seul droit qu’il nous reste, à nous peuple historique, c’est de la boucler et de supporter en silence notre propre colonisation. Pour l’occupant, l’État de droit. Pour nous, l’État d’exception.
Pendant ce temps, une mégère extra-européenne, soupçonnée de vol, abreuve la police d’injures : « Qu’Allah vous maudisse, wallah, chiens de merde, allez tous vous faire enculer. Racistes ! » Verdict ? Rien. Pas l’ombre d’une poursuite. Normal : ici, seuls les Français sont condamnables. Les Jean-Eudes Gannat de ce pays. La justice a choisi son camp. Et ce n’est pas le nôtre.
Non avendo sufficienti stupratori italiani, importiamo quelli esteri

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Non essendo bastevoli i delinquenti lombardi, si accolgono criminali da altri continenti.

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Non essendo bastevoli i criminali partenopei, si accolgono stupratori da altri continenti.

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Un rifugiato, un criminale.

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Eh già, «come nordafricano»…

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Accogliamo, accogliamo. Includiamo, includiamo.

I folli, i teppisti, i criminali di tutti i continenti. In questo caso un soggetto proveniente dal Mali.
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Giubbe Rosse, 1.8.2025
Tenerife, ospita un migrante, lui la molesta e la caccia di casa
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Estibaliz, una donna di 46 anni attiva nelle associazioni pro-migranti dell’isola, aveva accolto in casa un clandestino di 48 anni, il quale ben presto aveva smesso di pagare l’affitto e le aveva rivolto pesanti insulti, anche a sfondo sessista, obbligandola infine ad andarsene di casa.
Ora la donna, aiutata dagli psicologi, si è rivolta al giudice per riottenere il possesso della sua abitazione (Fonte Tenerife Notizie)
Realtà 1 – Ideologia 0, ci verrebbe da commentare, tuttavia almeno questa no border se ne è davvero portata uno in casa, dimostrando di essere coerente con le sue strane convinzioni.
Le auguriamo quindi successo in tribunale, sperando al contempo che il giudice tenga nella dovuta considerazione il diritto dell’immigrato illegale ad avere un tetto sopra la testa, magari trovando una soluzione equa: la no border e il clandestino abiteranno la casa a settimane alterne.
Il Partito Democratico e la sua amministrazione di Milano: inclusivi, di tendenza, corrotti.

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Prosciutto e Meloni o dell’Italia abbandonata
il Simplicissimus, 5.7.2025
Per chi lavora la Meloni? Si ufficialmente è presidente del consiglio, ma questo sembra essere un hobby per il tempo libero, un’occasione di svago per pranzi ufficiali, per fare cose e conoscere gente. Dico, per chi lavora realmente? Per quale maledetta cabala? Negli ultimi giorni fumiganti e distratti abbiamo due provvedimenti che sembrano distanti l’uno dall’altro, ma che sembrano invece stranamente collegati. Il primo più conosciuto è il decreto flussi che prevedere 500 mila ingressi regolari in tre anni. Che poi, lo sappiamo benissimo si trasformeranno in quasi tre milioni per i ricongiungimenti. Ora mi chiedo a cosa possa servire questa massa di gente in un Paese che si va rapidamente deindustrializzando e che avrebbe bisogno di scuole decenti e di cervelli piuttosto che di braccia. E magari anche di una sanità pubblica decorosa. Infatti, come è successo con il precedente decreto flussi queste immissioni sono una fabbrica di lavoro – e verrebbe da dire di vita – irregolare che si alterna tra lo schiavismo vero e proprio e una pericolosa area di disoccupazione o sotto occupazione il cui effetto è quello di diminuire i salari e tenere così lontani gli autoctoni da lavori sotto ricatto e pagati una miseria. Di tutto questo il Paese non ha certo bisogno, ma bisogna pur sempre ubbidire all’Europa e l’Europa ha pur sempre bisogno di ubbidire alle oligarchie. Tutto questo verrà pagato amaramente nel giro di un decennio quando crollerà del tutto il sistema di welfare familiare che finora sta tenendo in piedi tutto l’apparato fatiscente della Repubblica.
Il secondo provvedimento nascosto dentro Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, dà per persa una enorme percentuale di territorio, considerato economicamente e demograficamente irrecuperabile per cui va accompagnato “in un percorso di spopolamento irreversibile”. In pratica invece di fare qualcosa, si rinuncia totalmente ad affrontare il problema: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Lo spaventoso linguaggio burocratico non è meno inquietante del significato politico dell’abbandono totale delle aree collinari e rurali dove oggi vive un quarto della popolazione italiana. Si tratta insomma della pianificazione e normalizzazione del declino.
Il governo di questa bancarellaia che teoricamente dovrebbe essere “fratella d’Italia” e che comunque continua a presentarsi ipocritamente come portatrice di valori nazionali, in pratica taglia fuori 13 milioni di cittadini e migliaia di comunità. Ma la cosa ha un senso da un certo punto di vista: si punta su città affollate dove si assiste al fenomeno di gentrificazione culturale e dunque nella trasformazione delle persone in oggetti facilmente manipolabili, mentre si buttano a mare le piccole realtà dover persistono comunità e culture locali che sono più difficilmente aggredibili. Ma allora mi chiedo se questo abbandono del cuore del Paese non sia in qualche modo voluto per sistemare le ondatre dei flussi che si abbatteranno regolarmente nel tempo per volontà altrui e certo non per necessità. Non disco che sia un piano, ma una specie di lapsus freudiano politico, un inconsapevole tentativo di far quadrare conti che non tornano.
Certo non possiamo sapere cosa succederà nel prossimo decennio ed è possibile, se non probabile, che la catena di obbedienza alla quale siamo costretti verrà spezzata o allentata in più punti e non sappiamo nemmeno se esisterà ancora la Nato o la Ue che sono due facce della medesima medaglia, per cui la crisi dell’una significherà la fine dell’altra. Tuttavia l’abbandono sostanziale di una parte del Paese non sarà dimenticata, rimarrà come una macchia su questa oscura stagione ormai chiaramente e sfacciatamente eterodiretta. E questa lunga estate calda passata a prosciutto e Meloni.
Da: E se il referendum…
il Simplicissimus, 11.6.2025
«Quello che sta accadendo a Los Angeles dimostra alla perfezione i rischi e i limiti di queste operazioni di sostituzione etnica, prima favorite e poi attivamente organizzate da chi ha a cuore i bassi salari e lo sradicamento culturale, due fattori strettamente collegati nella visione globalista».
Ancora e sempre: accoglienza!
Di questo assassinio perpetrato a Catania non è responsabile soltanto l’immigrato clandestino ma anche gli italiani ‘accoglienti’. Tra di essi specialmente numerosi magistrati. Di recente ho sentito con le mie orecchie uno di loro affermare di aver disatteso di rispettare le leggi sui migranti perché ‘discriminatorie’.
Il tizio che una settimana fa ha ucciso una bagnante sulla spiaggia con una ruspa era a quanto pare ‘fatto’ di cocaina.
Siamo in balia di farabutti e criminali, veramente.
Lo Stato ha mostrato tutta la sua aggressività soltanto contro le famiglie e i cittadini che hanno rifiutato di iniettarsi sostanze sconosciute nel sangue. Ho visto con i miei occhi i poliziotti picchiare queste persone, a Milano.
Per il resto, niente.
Accade frequentemente su molti treni regionali e anche sui bus urbani.
A queste persone è stato fatto credere che verranno accolte qualunque cosa facciano. La conseguenza è che si credono i padroni del territorio. E agiscono di conseguenza contro gli indigeni italiani.
Non mancherà qualche giudice comprensivo e torneranno a esercitare la loro violenza.
Continua la devastazione della Francia da parte dei nuovi francesi. Se non si interviene, questo sarà il futuro prossimo delle città europee.
Questa inverosimile morbidezza nel dare le notizie che riguardano immigrati assassini costituisce un’ulteriore e motivata ragione del generale e sempre più crescente disprezzo verso l’informazione ufficiale. Un regime.
Il contributo degli immigrati africani alla follia e al degrado italiani sta diventando consistente (come se non avessimo un sufficiente numero di teppisti e di dementi autoctoni).
Bisognerebbe far pagare i danni subiti da queste auto ai cattolici, al Partito Democratico e ad accoglienti vari.
[…] sulla base degli studi di Fernand Braudel sul Mediterraneo e delle indagini sociologiche di Stephen Smith. A fare da guida in questo percorso è la recente monografia che Giuseppe Traina ha dedicato allo […]