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Whiplash
di Damien Chazelle
USA, 2014
Con: Miles Teller (Andrew Neyman), J.K. Simmons (Terence Fletcher), Paul Reiser (il padre di Andrew)
Trailer del film

La batteria, il jazz, i padri, le sfide, l’iniziazione alla vita e all’arte. Vivere e non vegetare, creare e non ripetere. Il primo padre di Andrew, quello biologico, si accontenta di esserci e di spiegare ciò che altri hanno scritto. Il secondo padre, tiranno alla Scuola di musica, lavora per trovare un artista assoluto. Quando intuisce il talento del ragazzo gli fa sputare lacrime e sangue (alla lettera) e lo pone dinanzi a un modo insostenibile di esistere, quello che non si volta dalla stella della musica e a essa tutto è pronto a sacrificare. Tutto. La vita stessa.
Un film dove educazione e formazione si pongono al di là di ogni teoria pedagogica, nel trionfo della volontà del maestro che vuole essere superato dal proprio allievo. E per questo è disposto a ucciderlo.
Un film fisico e iniziatico, nel quale il jazz intride le immagini, le colora, le trasforma in suono ripetuto, ossessivo, tribale. Il finale incrocio degli occhi sancisce il patto faustiano, perché davvero ciò che conta non è la durata dell’esserci ma che si abbia un altare sul quale bruciare la propria sostanza.

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«Tu devi volerti bruciare nella tua stessa fiamma: come potresti rinnovarti, se non sei prima diventato cenere! Solitario, percorri il cammino del creatore: un dio vuoi crearti dai tuoi sette demoni! Solitario, percorri la via dell’amante: tu ami te stesso e perciò ti disprezzi; come solo gli amanti sanno disprezzare. Colui che ama vuole creare, perché disprezza! Che cosa sa dell’amore colui che non è stato costretto a disprezzare ciò che amava!»*

Caro Professore Biuso, ancora una volta mi dà l’occasione di ripensare a un film che tanto mi è piaciuto. In poche parole lei coglie sempre l’essenziale, perciò il mio commento non sarà che un approfondimento, a partire già dalla citazione dallo Zarathustra dove tornano legati, dipendenti o immedesimati l’uno nell’altro, Sacrificio, Disprezzo e Amore.
Proprio Nietzsche mi è venuto in mente quando mi sono chiesta perché Whiplash non fosse un film retorico. Non solo Nietzsche, a dire il vero. La potenza del suono e della musica prima di tutto, di suo in grado di sedurre, trascinare, conquistare. Ma l’aspetto nietzscheano del film credo sia il più generale, quello in cui possiamo ritrovare tutto, in qualche modo.
Perché non è un film retorico, anzi, seguendo un’altra via, cosa sarebbe stato retorico in questo film. Le ideologie -ormai un puro slogan- del “yes, you can” e del “self-made man”, e la dottrina del parricidio quale soluzione prima e ultima ai propri mali. Sono i temi presenti, fondanti anche, ma sono modulati e limitati, secondo me, con la giusta misura. Innanzitutto, Andrew è stato in grado di diventare quello che non si ottiene da sé facendo leva soltanto su capacità innate e determinazione, sulla convinzione che arriverà, sforzo dopo sforzo, ciò che si desidera. Sì, perseverando e insistendo dei risultati sperati si ottengono. Ma Andrew “va oltre”, Andrew perfino distrugge ciò che può -con la mano dolente non può suonare, né tantomeno può sostenere un concerto devastato psicologicamente dal maestro e ferito dallo scontro stradale. In questa distruzione c’è qualcosa di incomprensibile e intollerabile, che sfugge soprattutto ai più esperti sostenitori del “yes, you can”. È forse il daimon, quel carattere più intimo da cui si lasciano dominare totalmente in pochi. A maggior ragione Andrew non è semplicemente un self-made man, che ha scalato la classe del padre e dei parenti per toccare la cima della stessa struttura di tutti. La sua struttura è un’altra; è la dimensione impalpabile e fagocitante del genio, dei suoi indizi e delle sue creazioni, che all’Altro non sta né sopra né sotto, ma intorno, e in cui si salta e si danza, e non ci si arrampica. Infine Andrew non uccide soltanto il padre -il padre spirituale. Nel debutto e nel trionfo musicale dell’ultima scena il Maestro non può più guidarlo, Andrew ignora i suoi ordini, non cade nei suoi schemi, vive libero dalla sua enorme pressione, è ormai l’artista che impone la propria autonomia, il proprio genio, ma ha incorporato, del Maestro, ciò che resta nel superamento. Con il Maestro, come lei ha ricordato, si dà quello sguardo essenziale che tutto risolve e assolve. Sguardo d’intesa profonda e di unione esclusiva, e non nella condivisione della propria persona ma di quell’Oltre che per entrambi, e attraverso entrambi, è la Musica.

Un caro saluto e grazie sempre di queste occasioni di riflessione 🙂
Lucrezia

*F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno (Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen, 1883-1885), trad. di M. F. Occhipinti, Oscar Mondadori, Milano 2001, parte prima, Del cammino del creatore, p. 56.

Grazie della condivisione, Professore. Ha visto e chiarito tutto ciò che poteva essere implicito nel mio commento, legandolo al suo di tessuto, che è letterario e filosofico, prezioso ed elegante – la necessità di trovare un Maestro ancora prima di perderlo, il «cuore socratico della vita», la miseria delle ideologie e della società dello spettacolo in confronto alla bellezza di una vita che «diventa fiamma sulla quale bruciare ogni altro dono, fiamma per essere ancora luce». Leggere Zarathustra, poi, è sempre un momento di pienezza, per non dire un miraggio.

Un’altra citazione straordinaria. La ringrazio ancora Professore, e grazie anche a Nietzsche!
Lei vive sotto il segno della gaia scienza: i suoi alunni – ma non soltanto loro- lo vedono, lo sanno e, quando lo desiderano, lo inseguono. A loro auguro di non perderlo mai di vista, questo segno, il che vuol dire: le auguro questo divino sentimento sempre 🙂

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