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Hic et nunc

«Come certi personaggi letterari sono costitutivamente esseri di fuga –basti pensare all’Albertine della Recherche-, così l’indagine filosofica sul tempo sembra mutuare dal suo oggetto il dileguarsi nel momento stesso in cui il tempo viene nominato.
La difficoltà non è soltanto teoretica o logica o empirica. L’ostacolo è anche esistenziale. Il tempo, infatti, è per gli umani l’altro nome della morte. E qui il nodo diventa talmente complesso da consentire a Platone di definire la filosofia come una preparazione al morire e a Spinoza di affermare che a nulla il saggio pensa meno che alla morte. E anche l’esatta prospettiva epicurea –per la quale il morire ci è precluso poiché si tratta di un incontro che il vivente non può che mancare, sin quando è vivente- nasconde e rivela una difficoltà quasi costitutiva da parte del pensiero di pensare la morte, poiché si pensa sempre qualcosa e mai il niente. Perfino il noumeno è soltanto un concetto-limite e quindi pensabile al confine tra il conoscibile e l’ignoto, ma la morte? E il tempo, che la sostanzia? Si tratta di due processi diversi o non è forse il medesimo divenire che mostra se stesso nell’esserci temporale delle cose e nel loro ultimo dissolversi e scomparire? Non è certo un caso se il filosofo che nel Novecento ha fatto del tempo e dell’essere il proprio oggetto privilegiato è anche colui che meglio di ogni altro ha tematizzato la morte. Finitudine e temporalità sono due categorie o due esistenziali o due processi che formano un vincolo concettuale ed esperienziale unico. Sono la vita nel suo esserci e nell’andare. Non possiamo comprendere il morire perché e finché siamo pensiero vivo in atto e vita pensata nel tempo. Ma dal non poter comprendere la morte scaturiscono numerose difficoltà, aporie, genericità nella riflessione sul tempo. Donando agli umani l’ignoranza sul quando della loro morte, Prometeo ha reso possibile le attività e il fervore della vita di ogni giorno ma ha anche posto un ostacolo alla comprensione della natura temporale dell’umano, della sua finitezza costitutiva e quindi precedente ogni morale, ogni religione, ogni pensiero della cosa. E dunque l’affermazione aristotelica secondo la quale l’uomo è l’essere vivente che possiede in sé la percezione del tempo (De anima, III, 433 b) significa in primo luogo che l’uomo è l’essere che conosce la propria finitudine e in essa abita, esattamente come il divino abita l’altrove. L’altrove che è il sempre».
(La mente temporale, pp. 205-206)

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7 Commenti
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Di due cose tutti noi possiamo essere assolutamente certi: la morte e “quell’immenso passato che si stende dietro di noi” e di cui, ci piaccia o no siamo assolutamente parte. Mi piace molto il filo conduttore che lega ogni suo articolo. Il “grumo di tempo”che noi siamo, mi sembra descritto molto bene dalle due foto inserite nell’articolo O’Clock: il fuoco della vita si spegne prima o poi, ma finchè qualcuno raccoglie la nostra fiamma saremo vivi per sempre. La realtà, la realtà presente, non può prescindere mai da ciò che il nostro passato ci consegna e non può nemmeno prescindere da un futuro che esiste finchè ci siamo. Scusi la mia nota forse un pò banale.

Mi domando se lei è d’accordo;
saggi, intellettuali e pensatori di ogni genere pensano sempre alla morte perché non hanno una vera coscienza del nulla.
Che ogni uomo ricordi c’è sempre stato sulla terra, sa di un tempo a lui precedente, sa che il mondo continuerà a vivere anche dopo la sua morte, ma di questo non se ne persuade.
Per quanto ci riguarda siamo eterni finché duriamo!
Parlare del tempo significa parlare in gran parte dell’ignoto.
Noi, in verità, abbiamo coscienza solamente della nostra memoria e questo ci basta.
Due elementi rendono la vita eccezionale: l’assoluto fascino dell’ignoto ancora da scoprire e la carica emotiva di eventi già vissuti che hanno contribuito a creare la nostra identità.

Hic et nunc qui ed ora mi piace molto, mi consente di esprimere la mia opinione cupa e nichilista della natura umana e delle sue miserie quotidiane,il tempo non aiuta

Caro Alberto,

come sempre affronti gli aspetti costitutivi dell’esistenza umana e dell’ontologia con rigore e lucidità teoretica.
E’ indubitabile che la morte sia la prospettiva e il contesto in cui si svolge la nostra vita e anche, inevitabilmente, il suo orizzonte di senso. Nessun pensiero davvero lucido può portare a consapevolezze diverse da quelle della tragicità esistenziale, così ben delineata, a partire dall’antichità classica e sino alla nostra contemporaneità, dalle menti filosofiche più lucide. La dimensione temporale della nostra esistenza, altro nome della nostra contingenza, non può però che spingerci a vivere, come sottolinei giustamente, nell'”hic et nunc”, e quindi, a cercare di pensare alla vita, sin tanto che l’abbiamo, e non alla morte, come ci suggerisce Thomas Mann in alcune pagine fondamentali della Montagna incantata. In questo non c’è nulla di consolatorio o di prometeico, ma è solo l’unica risposta razionale e, nel contempo, in sintonia con i nostri istinti, a cui ci spinge l’invito spinoziano all'”intelligere”, che mi pare sia uno dei frutti più evoluti che il libero e disincantato pensiero filosofico sia riuscito ad esprimere.
Un caro saluto e auguri per il nuovo anno.
Dario

caro alberto

(caro prof. b., dal primo gennaio 2012 mi permetto di darti del tu)

un libro così bello l’hai scritto troppo giovane, perchè dopo un libro così, è molto difficile scriverne uno migliore

sulla questione del tempo e della morte, io credo che non sia un’idea consolatoria da fanatici della cultura affermare che un filosofo non muore mai

è morto platone?
è morto nietzsche?
è morto aristotele?

no, direi di no

e poi, secondo me, andando ancora più nel profondo, direi che la partita a scacchi con la morte è già vinta in partenza: la morte non sa di esistere e di morire, noi invece sì, e questo ci rende smisuratamente più grandi della morte, un solo attimo di autocoscienza vissuta è più grande di un eterno nulla

un caro saluto

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