Blog «In una libera Repubblica»

«In una libera Repubblica»

Yellow Letters
di Ilker Çatak
Germania – Turchia – Francia, 2026
Con: Özgü Namal (Derya), Tansu Biçer (Aziz), Leyla Smyrna Cabas (Ezgi), Ipek Bilgin (la madre), Kerem Can (Rasit), Siir Eloglu (Rector)
Trailer del film

 

Derya è un’attrice di valore, suo marito Aziz è autore teatrale, regista e docente di drammaturgia nell’Università di Ankara. Insieme, scrivono e mettono in scena testi di notevole impatto drammaturgico e politico. Il film comincia infatti con Derya sulla scena e con il grande successo dell’ultima opera di Aziz. L’antefatto non raccontato accenna però a un rifiuto di Derya alla richiesta di un importante uomo di governo di avere una foto insieme a lei. A questo si aggiunge l’attiva partecipazione della coppia e della loro compagnia teatrale alle manifestazioni pacifiste. Qualcuno degli studenti di Aziz ruba un video a lezione nel quale si vede il regista dire che la vera scena è una manifestazione in corso, alla quale invita i suoi allievi a partecipare, senza svolgere quel giorno lezione.
Tanto basta perché Aziz venga sospeso dall’insegnamento, perché la coppia subisca perquisizioni dalla polizia, perché lo spettacolo venga sospeso. Le ‘lettere gialle’ sono quelle che comunicano tali decisioni.
Insieme alla figlia Ezgi, i due si trasferiscono a Istanbul, ospiti della madre di lui. La ragazza, adolescente, è molto inquieta, refrattaria alla collaborazione con i genitori, anche un poco viziata da un’educazione ‘progressista’. Derya e Aziz cercano nuovi lavori. Il tribunale di Ankara conferma intanto le accuse contro Aziz, accuse addirittura di «azione contro i poteri dello Stato e terrorismo». Le gravi difficoltà politiche e professionali si coniugano ai rapporti sempre più tesi in famiglia. Aziz riesce comunque a portare a termine un nuovo spettacolo che si intitola proprio Yellow Letters, in una scena del quale la polizia costringe una persona ad attraversare un metal detector completamente nuda, dato che il rilevatore continua a segnalare pericolo.
La riduzione dell’umano – individuo e società – alla nuda vita è infatti sempre più nel XXI secolo l’obiettivo dell’autorità. Lo abbiamo visto con la vicenda Covid, lo vediamo ogni volta che viaggiamo in aeroporto, costretti a sottostare a un rito che nulla ha a che fare con la sicurezza e molto con l’intimidazione, lo subiamo nell’asfissiante clima di controllo e di censura  nel quale viviamo ormai immersi come i pesci in un acquario, vale a dire senza nemmeno più rendercene conto. Ma senza la libertà di esprimere le proprie idee, opinioni, visioni della vita ed errori – qualunque essi siano – le società diventano dei muti formicai dediti all’insensata riproduzione di se stessi. 

Naturalmente il rettore (anzi, la rettrice), i poliziotti, i funzionari che compaiono nel film si giustificano tutti dichiarando di aver semplicemente «eseguito gli ordini». È questo l’autentico fondamento e il motore sempre acceso di ogni dittatura, è il paradigma Eichmann.

Yellow Letters (del cui regista avevo apprezzato anche La sala professori) è ambientato in Turchia ma potrebbe allo stesso modo raccontare l’Italia, la Cina, Israele, la Russia, gli Stati Uniti d’America, la Francia, il Regno Unito…La questione non è l’uno o l’altro Stato ma è lo spirito del tempo in questi primi decenni del XXI secolo, dopo l’oscura vicenda dell’11 settembre 2001. Un evento, quest’ultimo, che ha portato enormi vantaggi e giustificazioni alle tendenze autoritarie dei più diversi Paesi e regimi del mondo. Cui prodest l’attentato alle Torri gemelle di New York? Ormai possiamo rispondere con plausibilità e trarne le conseguenze.
Ribadisco pertanto quanto ho scritto in Ždanov. Sul politicamente corretto (alle pagine 132-134), commentando una splendida affermazione di Benedetto Spinoza, affermazione che costituisce una stella polare per gli umani che amano la libertà: «Si dimostra che in una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa».

«Ne consegue che la libertà di espressione non deve avere alcun limite, poiché appena si cominciano a porre dei confini, rischia di essere prima o poi cancellata.
Contro ogni atteggiamento autoritario travestito da garanzia collettiva, tale libertà deve essere garantita a qualunque idea, anche a quella che secondo i criteri di una determinata società appare la più ‘aberrante’: che sia l’eliocentrismo per la comunità scientifica antica, il cristianesimo per i politeisti, il politeismo per i cristiani, l’ateismo per il medioevo (e oltre), la blasfemia per le società musulmane, il nazionalsocialismo per le società democratiche, lo stalinismo per la società nordamericana, il fondamentalismo islamico e il razzismo per le società politicamente corrette.
Chi si dovesse sentire personalmente insultato da qualcuno, può ricorrere ai tribunali imputando di diffamazione chi lo ha attaccato. Ma chiedere che i tribunali condannino ciò che viene detto o scritto su principi che per l’uno o per l’altro sono indubitabili, fondamentali, venerabili, oppure che, peggio, delle leggi proibiscano preventivamente la formulazione di idee, concetti e anche pregiudizi significa che si è falsamente libertari, significa che si vuole la libertà di parola per le parole con le quali concordiamo. Rosa Luxemburg ha ben detto che ‘Freiheit ist immer nur Freiheit des anders Denkenden; la libertà è sempre solo la libertà di chi la pensa diversamente’.
La libertà di espressione non si deve fermare davanti a nessun principio, a nessun dogma politico-culturale, a nessun libro ‘rivelato’. Se sembrava ovvio che nessuno dovesse venir inquisito o ucciso per le sue bestemmie, ora ci accorgiamo di avere ancora bisogno di difendere le libertà più semplici, più ovvie, più essenziali, le libertà spinoziane: ‘Si dimostra che in una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa’.
Questo è il lungo titolo del XX e ultimo capitolo del Trattato teologico-politico, nel quale si afferma tra l’altro che:

‘Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare ciò che vuole, ma ciascuno per massimo diritto di natura è padrone dei propri pensieri, segue che mai nello Stato si può tentare, se non con esito assai infelice, di fare in modo che gli uomini, sebbene di opinioni diverse e contrarie, non dicano niente che non sia prescritto dalle sovrane potestà. […] Ciascuno, dunque, ha rinunciato soltanto al diritto di agire in base alla propria decisione, ma non di ragionare e di giudicare. […] Ma supponiamo che questa libertà possa essere repressa e che gli uomini siano tenuti a freno in modo tale che non osino proferire niente che non sia prescritto dalle sovrane potestà. Con questo, certamente, non avverrà mai che non pensino niente che non sia voluto da esse; e perciò, seguirebbe necessariamente che gli uomini, continuamente, penserebbero una cosa e ne direbbero un’altra. […] Poiché, dunque, risulta che la natura umana è fatta così, segue che le leggi stabilite intorno alle opinioni non riguardano i malvagi, ma gli uomini liberi, che non sono fatte per reprimere i cattivi, ma gli onesti, e che non possono essere difese senza grande pericolo dello Stato. Si aggiunga che queste leggi sono del tutto inutili’. [Trattato teologico-politico, in «Tutte le opere», Bompiani 2011,  cap. 20, §§ 1-3, pp. 1110-1119].

In queste parole pensate nel XVII secolo e pubblicate nel 1670 vi è non soltanto una grande saggezza ma anche una profonda conoscenza della storia e delle passioni umane e la prefigurazione del politicamente corretto con le sue grottesche, oltre che nefaste, conseguenze.
Quando si perseguono penalmente le opinioni – per quanto esse possano sembrare e anche essere aberranti – vuol dire che una società ignora la libertà o della libertà è stanca. Vuol dire che la potenza maligna del Leviatano si è affermata ancora una volta».

 

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Ottima e argomentatissima difesa delle libertà di opinione e di pensiero dell’uomo. Sei partito dalla visione di un film ed hai esteso la tua riflessione con richiami sempre opportuni a testimonianze significative e profondamente veritiere. Ho apprezzato molto anche i riferimenti alla nostra condizione attuale ed in particolare alla fase storica avviato dopo gli attentati del 2001.

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