La Société du Spectacle (1967)
Commentaires sur la société du spectacle (1988)
di Guy Debord
Gallimard, Paris 1992
Pagine 209 e 149
Lo spettacolo è il dominio della rappresentazione sulla realtà, la confusione costante dei due livelli sino alla loro totale compenetrazione, che cancella i limiti del sé e del mondo, dell’effettuale e dell’immaginato: «la réalité surgit dans le spectacle, et le spectacle est réel. Cette aliénation réciproque est l’essence et le soutien de la société existante» (La Société du Spectacle, aforisma 8, pagina 19).
Lo spettacolare concentré e lo spettacolare diffus -che nel 1967 Debord ancora distingue- nei successivi Commentaires del 1988 saranno unificati nello spettacolare intégré. Tra tutte le forme dello spettacolo contemporaneo è soprattutto la televisione a costituire l’ininterrotto discorso che la folla solitaria e i suoi padroni intrattengono su se stessi, il dominante specchio autoelogiativo di un sociale divenuto autistico e totalitario. Un’immensa allucinazione collettiva sembra fare del mezzo televisivo il suo stesso scopo. Tale spettacolo
est le soleil qui ne se couche jamais sur l’empire de la passivité moderne. Il recouvre toute la surface du monde et baigne indéfinitement dans sa propre gloire (af. 13, p. 21).
Soltanto ciò che appare in televisione esiste veramente, il monopolio dell’apparire è diventato il monopolio dell’essere e del valore fino al punto che non apparire equivale a non esserci. Un mondo sempre più virtuale sembra mostrare evidenti le tracce del profondo nichilismo che lo attraversa: «le spectacle est le mauvaise rêve de la société moderne enchaîné, qui n’exprime finalement que son désir de dormir» (af. 21, pp. 24-25).
Quali le cause della vittoria televisiva? Debord tenta una sia pur sintetica storia del mondo (nel capitolo V: temps et histoire) ma certo non mira a cogliere tutte le radici del fenomeno. Si limita a individuarne due: da un lato la centralità del vedere unita al dominio della tecnica che caratterizza fin dai Greci il progetto filosofico europeo; dall’altro il dispiegarsi vittorioso del Capitale. Lo spettacolo nella sua essenza altro non sarebbe che «le capital à un tel degré d’accumulation qu’il devient image» (af. 34, p. 32).
È molto interessante seguire il percorso di Debord dall’opera del 1967 ai Commentari di vent’anni dopo passando per l’edizione italiana del ’79. In quest’ultima, infatti, le speranze rivoluzionarie e la fiducia nel proletariato “non stalinista” sono intatte, anche se mai Debord confonde la distruzione del presente con la sicura felicità del domani. I successivi Commentaires, invece, dichiarano fin dall’inizio di non voler giudicare né indicare ma soltanto descrivere e si chiudono con un’ambigua dichiarazione di resa affidata a una pagina di dizionario aperta alla voce vainement (“vanamente”): «le travailleur a perdu son temps et sa peine, sans préjuger aucunement la valeur de son travail, qui peut d’ailleurs être fort bon» (cap. XXXIII, p. 118).
Nel mezzo, si dispiega una compiuta descrizione di alcuni degli sviluppi più nascosti della società contemporanea. I temi, gli eventi, le connessioni toccate da Debord sono eccentrici e proprio per questo verosimili. Tucidide e Clausewitz servono a spiegare i servizi segreti, Gracián e La Boétie aiutano a cogliere i nuovi servilismi, mafie e terrorismi vengono inseriti –come è giusto- nel cuore dell’economia e della politica attuali. Aldo Moro e le Brigate Rosse ritornano con frequenza come prova della solidarietà e reversibilità che intercorre fra i servizi segreti e i rivoluzionari. Il «terrorisme illogique et aveugle» (Préface, p. 138) delle BR è l’emanazione della P2 chiamata da Debord Potere Due, in grado di assicurare impunità ai terroristi e la cui concordia è svelata da un lapsus: il S.I.M., il preteso “stato imperialista delle multinazionali” non sarebbe altro che il modo con cui le BR firmavano senza volerlo la loro vera natura di succedanee del Servizio Informazioni Militari del regime fascista (Ivi, p. 135). Non a caso, inoltre, le operazioni delle BR ottenevano il massimo di pubblicità da parte dei media, a suggello della «politique “spectaculaire” du terrorisme» (Ivi, p. 142). Terrorismo che nulla avrebbe quindi in comune con gli intenti sovvertitori della Internazionale Situazionista, della quale La Société du Spectacle volle essere il fondamento filosofico e critico. Ma, a proposito di lapsus, la Situationist International ha la stessa sigla dello SI, lo Spectaculaire Intégré, il quale s’impone ormai ovunque, perfettamente coeso con ogni forma di discorso pubblico, struttura istituzionale, modo di produzione. Esso si caratterizza per l’effetto combinato di
cinq traits principaux, qui sont: le renouvellement technologique incessant; la fusion économique-étatique; le secret généralisé; le faux sans réplique; un présent perpétuel (cap. V, p. 25).
Attraverso di essi l’arte di governo muta radicalmente, il dominio diventa assai più soft: «le destin du spectacle n’est certainement pas de finir en dispotisme éclairé» (cap. XXXII, p. 116). Non la violenza aperta è infatti lo strumento dello Spectaculaire Intégré ma una pervasiva disinformazione la quale «réside dans toute l’information existante; et comme son caractére principal» (cap. XVI, p. 69). La conseguenza è che tutti gli addetti all’informazione hanno sempre un padrone, sono tranquillamente sostituibili e meglio servono quanto meglio mentono. Ciò che conta è infatti rimuovere la storia, la memoria, la distanza poiché «l’histoire était la mesure d’une nouveauté véritable; et qui vend la nouveauté a tout intérêt à faire disparaître le moyen de la mesurer» (cap. VI, p. 30).
All’inizio dei Commentaires, Debord dichiara che non tutto potrà essere detto e bisogna scoprire il segreto fra le pieghe delle parole. Il caso forse più importante di applicazione di questa reticenza è il Sessantotto. Nonostante le sue esplicite intenzioni, esso non ha minimamente scalfito lo Spectaculaire Intégré che anzi ha continuato ovunque a rafforzarsi.
Già nel 1967, Debord aveva compreso e scritto che
À l’acceptation béate de ce qui existe peut aussi se joindre comme une même chose la révolte purement spectaculaire: ceci traduit ce simple fait que l’insatisfaction elle-même est devenue une marchandise dès que l’abondance économique s’est trouvée capable d’étendre sa production jusqu’au traitement d’une telle matière première (La Société du Spectacle, af. 59, p. 55).
E tuttavia secondo Debord dopo il Sessantotto nulla è davvero come prima poiché con esso la società ha perso la sua innocenza. L’ambiguità diventa enigma e persino mistero nel seguente giudizio:
Rien, depuis vingt ans, n’a été recouvert de tant de mensonges commandés que l’histoire de mai 1968. D’utiles leçons ont pourtant été tirées de quelques études démystifiées sur ces journées et leurs origines; mais c’est le secret de l’État (Commentaires, cap. VI, p. 28).
Tra i segreti dello Stato, il più palese è ormai la sua natura spettacolare, che in Italia si mostra in modo persino clamoroso. Le masse inebetite fanno della servitù la loro stessa vita, credendosi libere di scegliere quale spot politico-pubblicitario vedere. L’imbonitore che vende il nulla è diventato non più figura ma sostanza stessa del potere.
[I due testi sono stati tradotti e pubblicati in italiano con il titolo La società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 2008]






Da: La macchina dell’indignazione
il Simplicissimus, 1.2.2026
«Ma la macchina dell’indignazione funziona anche in altro modo, nel quale non serve fabbricare sfacciate menzogne, ma basta eliminare il contesto generale di determinati eventi. L’Ice, tanto per fare un esempio concreto, ha fatto due morti, dimostrando che l’America è ancora un far West non appena si scrosta la patina moraleggiante ed edificante del Paese eccezionale: episodi orribili e del tutto ingiustificati. Ma attenzione il clamore attorno a questi fatti è in gran parte dovuto ai soffiatori di fuoco: durante la presidenza Obama i morti ammazzati dall’Ice furono 56 e ciononostante l’allora capo di questa organizzazione armata fu premiato con una medaglia dal presidente. Per la cronaca durante gli 8 anni di Barack alla Casa Bianca furono rimpatriati oltre 5 milioni di clandestini, contro il mezzo milione di Trump. Non mi interessa criminalizzare o elogiare, anche perché ho una stima pessima sia dell’uno che dell’altro presidente: il problema è che tutto viene affidato alla narrazione e all’emotività che essa suscita. Quando alcuni morti non esistono e altri invece vengono sbattuti i prima pagina, la differenza c’è eccome. Molto raramente questo diverso trattamento è dovuto a una casuale concatenazione di eventi: nella quasi totalità dei casi dietro c’è sempre una regia di potere che agisce dietro le quinte. Del resto l’indignazione è proprio il punto dolente della psicologia contemporanea, quella buona per tutta le occasioni e dunque anche quella che mostra la sua essenza effimera e di fatto onanistica. Come diceva Marshall McLuhan “L’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille.”»
La memoria banalizzata ad evento
il Simplicissimus, 27.1.2026
Tutti o quantomeno i mensch, che in yiddish vuol dire essere umano, si accorgono del carico di ipocrisia che pesa sul giorno della memoria in cui si dovrebbero ricordare gli orrori del passato per non commetterli mai più e nel quale invece le vittime di ieri fanno sfoggio della medesima crudeltà pretendendo tuttavia di essere egualmente oggetto di commiserazione e soggetto di condanna della violenza razziale. Ma non è da oggi che il giorno della memoria sembra compromesso con squallide operazioni di marketing culturale, per così dire, vista la pretesa dei sionisti ( che non vuol dire affatto ebrei tout court e nemmeno askenaziti) di figurare simbolicamente come vittime universali e di rifiutare quella di carnefici reali e locali nei confronti di chiunque non voglia sgombrare il campo per fare spazio alla Grande Israele.
Da qualche anno, questo pasticcio imbarazzante alla luce della logica e dunque ancor più rabbiosamente sostenuto, è diventato sempre più incongruo: a proposito di memoria ricordate perché si celebra il 27 gennaio? Perché fu in questo giorno del 1945 che le truppe dell’Unione Sovietica, liberarono Auschwitz, ovvero il più grande mattatoio dei nazisti. Certo anche qui si è tentato di cambiare il passato persino con l’aiuto di qualche pagliaccio che ha fatto liberare il campo dagli americani, giusto per prendersi un oscar alla memoria della propria dignità svenduta. Però per oltre 40 anni questo continente accodato all’estremo occidente e alla sua barbarie, nella quale la buona coscienza richiede necessariamente una cattiva memoria, si è scagliato prima contro il comunismo che aveva permesso tuttavia la grande vittoria sui nazisti, poi quando l’Urss si è dissolta è diventato maniacalmente così russofobo da sostenere i movimenti nazisti ucraini e in tutta l’Europa dell’Est. Che senso ha celebrare la liberazione di Auschwitz se si esaltano coloro che si allearono con quella perversa visione del mondo e si denigrano, anzi si odiano coloro che hanno posto fine al massacro? Tutto è così insensato da non essere niente, solo un flatus vocis che si perderà nel trambusto della storia.
Anzi diciamo che il giorno della memoria, che ormai prende il sapore di tanti altri Day dedicati a qualunque cosa, secondo la grottesca moda americana che abbiamo introiettato come perfetti coglioni, serve a collocare la tragedia di quei giorni nel novero degli “incidenti della storia”, da considerare irripetibili per salvare la nostra buona coscienza e a trasformare il ricordo in celebrazione estemporanea, in esercizio da svolgere entro 24 ore e una volta l’anno, in modo da rimuoverlo rapidamente. In realtà tutto il sistema ha una gran paura della vera memoria e del confronto, persino della stessa dimensione temporale che mette in crisi una presunta eternità di assetti e rapporti sociali, che oblia lotte e speranze oggi desertificate come se non fossero mai esistite. Non ricordare l’ieri è la migliore garanzia per evitare che gli smemorati pensino a domani. E se proprio un giorno della memoria serve per scopi geopolitici, dev’essere il più levigato e formale possibile: non propriamente una memoria, ma semplicemente un evento.
Aleksander Dugin su Guy Debord
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GUY DEBORD È MORTO – LO SPETTACOLO CONTINUA
Giubbe Rosse, 4.11.2025
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Il 30 novembre 1994, all’età di 62 anni, Guy Debord si suicidò. Il suo nome è da tempo un mito. L’Internazionale Situazionista (da lui fondata in una conferenza a Cosio di Arroscia il 27 luglio 1957 e da lui presieduta per molti anni) è passata alla storia come uno degli orientamenti politici più radicali mai conosciuti. Le folle lo temevano e lo adoravano allo stesso tempo. Fu uno degli autori e dei principali ispiratori delle fallite rivoluzioni europee del 1968. Morì per mancanza di vie di fuga e per la consapevolezza della totale sconfitta subita dall’anticonformismo in Occidente, accompagnata dal trionfo totale del Sistema.
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Charlie Chaplin smascherato
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Nella felice epoca dei primi anni Cinquanta, quando l’avanguardista Michel Murr, travestito da monaco domenicano, tenne un lungo e radicalissimo sermone nietzschiano durante la settimana di Pasqua nella cattedrale di Notre Dame, quando l’”Atelier d’Art Experimental”, esponendo le opere di un certo “Congo” e avendo ricevuto recensioni positive dai critici d’avanguardia, dichiarò che l’artista era in realtà uno scimpanzé, un giovane genio di nome Guy Debord fece il suo ingresso esplosivo nell’universo anticonformista; era profondo, radicale e spietato. Superò tutti con la sua energia, il suo coraggio e il suo talento, oltre che con la sua capacità di bere grandi quantità di alcol. Come avrebbe scritto in seguito lo stesso Debord: “Tutto ciò che ho fatto nella vita è stato leggere e bere. Avrò anche letto molto, ma ho bevuto molto di più. Ho scritto meno di altre persone interessate alla scrittura, ma ho bevuto più di coloro che si interessavano all’alcol”.
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Il primo atto scandaloso di Debord fu un feroce attacco lanciato contro Charlie Chaplin in occasione del suo arrivo in Europa nel 1952. Debord soprannominò questo moccioso comico dell’umanesimo “il truffatore dei sentimenti e il ricattatore della sofferenza”. Il suo guanto di sfida fu scandito dalle parole: “Torni a casa, signor Chaplin!”. In questo episodio, possiamo già intravedere la traiettoria di fondo del futuro situazionista: un odio per i surrogati borghesi della cultura di massa, soprattutto quando sono caratterizzati da un falso progressismo e da un umanesimo fariseo. La posizione di Debord può essere essenzialmente ridotta a una lotta contro la destra e allo smascheramento della sinistra. In altre parole, egli voleva una rivolta radicale contro il Sistema e il suo astuto totalitarismo, mascherato da “democrazia”. È comprensibile che la sinistra più impegnata abbia denunciato Debord, temendo la sua mancanza di compromessi e le sue conseguenze schiaccianti. Alla fine, Debord stesso avrebbe formulato la sua critica irreplicabile all’”avanguardia”:
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“Nelle fasi iniziali, uno dei tratti caratteristici della borghesia sviluppata è il riconoscimento del principio di libertà per le opere intellettuali o artistiche. La fase successiva costituisce una lotta contro queste opere. Infine, la borghesia adatta queste opere ai propri interessi. La borghesia non ha altra scelta che sostenere un sentimento critico all’interno di un piccolo gruppo di persone – uno spirito di libera ricerca – ma solo a condizione che questi sforzi siano concentrati in una sfera strettamente limitata e che queste critiche siano diligentemente separate dalla società nel suo complesso […]. Le persone che si sono distinte nella sfera dell’anticonformismo vengono accettate come individui dal Sistema, ma solo a costo di rinnegare qualsiasi applicazione globale delle loro idee e con l’accordo che la loro attività sarà strettamente limitata alle nicchie sociali più frammentarie. È proprio per questo motivo che il termine “avanguardia”, che così si presta alla manipolazione borghese, dovrebbe di per sé suscitare sospetti e risate.”
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Rivolta contro la società dello spettacolo
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L’opera principale di Guy Debord, ormai diventata un classico moderno, è La società dello spettacolo . In questo libro, l’autore condanna senza pietà la modernità, “l’epoca delle folle solitarie”.
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“Così come il tempo libero è definito dal fatto che non è lavoro, lo spettacolo è definito dal fatto che non è vita”.
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Di conseguenza, il mondo moderno è ridotto a isolamento, rappresentazione e morte. Invece di un’esperienza di vita unificante, sono le leggi dell’immagine a regnare sovrane, immagini tremolanti che si limitano a rappresentare la realtà. Debord, partendo da Fromm, osserva che il degrado sociale del sistema liberale ha trascorso un tempo considerevolmente lungo nelle sue fasi finali. All’inizio, “essere” si è trasformato in “avere”. E ormai, persino “avere” è scomparso, trasformato in “apparire”.
Dapprima, il mondo borghese ha subordinato la natura alle sue leggi industriali; poi, ha subordinato la cultura a se stesso. Lo spettacolo ha annientato la storia.
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“La fine della storia offre un sospiro di sollievo a tutte le autorità esistenti “.
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Avendo soppresso nell’uomo e nella società il gusto per il reale, sostituendo stati ed esperienze con “rappresentazioni”, il Sistema ha elaborato il più recente metodo di sfruttamento e schiavitù. Prima, aveva separato le persone in classi, poi ha usato la forza per costringerle a entrare nelle fabbriche e nelle prigioni, e ora le ha incatenate ai loro televisori. Così facendo, ha ottenuto una volta per tutte una vittoria sulla Vita.
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“L’incessante accumulo di immagini dà allo spettatore l’impressione che tutto sia lecito, ma allo stesso tempo lo rassicura che nulla è possibile. Si può guardare, ma non toccare. Il mondo moderno diventa un museo, dove la passività stessa dei visitatori ne diventa la principale guardia per la sicurezza”.
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Definire l’essenza della società dello spettacolo in questo modo è a dir poco geniale. Non è stata forse un’epifania, uno sguardo limpido nelle profondità di questa terribile verità, a spingere i russi in rivolta nell’ottobre del 1993 a tentare un assalto così vano alla Torre di Ostankino, il simbolo supremo della menzogna assoluta del Sistema? [1] Forse in quel momento, coloro che parteciparono alla rivolta manifestarono intuitivamente i testamenti di Debord:
“Bisogna cercare la formula del ‘détournement [deviazione/dirottamento]’ non nei libri, ma nell’esperienza concreta. Bisogna deviare dalla traiettoria prescritta in pieno giorno, affinché nulla ricordi la veglia. Incontri sorprendenti, ostacoli inaspettati, tradimenti grandiosi, incantesimi rischiosi: tutto questo sarà più che sufficiente per questa ricerca rivoluzionaria e tragica del Graal della Rivoluzione, che nessuno ha chiesto”.
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Una nuova marcia sulla torre di Ostankino
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Dopo il crollo della rivoluzione del 1968, Guy Debord prestò molta meno attenzione alla sua Internazionale e, nel 1972, si sciolse spontaneamente. Di tanto in tanto, Debord continuava a pubblicare articoli e a girare qualche film, ma l’amarezza che aveva assorbito a causa della sua sconfitta era troppo profonda. Persino le sue critiche intransigenti erano state inghiottite senza sforzo dal Sistema; la sua opera principale era diventata un classico canonizzato a cui tutti facevano riferimento, mentre pochi si prendevano il tempo di leggerla. L’espressione “Società dello Spettacolo”, che era suonata così carica e terribile sulla bocca dello stesso Guy Debord, era diventata un luogo comune nel lessico politico, avendo perso la sua carica rivoluzionaria, anticonformista e smascheratrice.
Debord fu quindi emarginato, isolato e “recuperato”. I situazionisti scomparvero e solo una manciata di “anarchici di destra” e seguaci europei di Evola (in particolare, Philippe Baillet) tentarono, senza successo, di ridare una certa rilevanza alle sue idee. Ma l’Occidente continuò a percorrere la strada dello spettacolo, più di quanto potessimo immaginare.
Mai prima d’ora la morte ha governato il mondo in modo così assoluto e con così orribile evidenza come oggi nel mondo liberale. Il suicidio di Guy Debord è l’ultimo svolazzo scritto nel sangue di una persona vivente al comando della Società dello Spettacolo. Forse era l’ultima persona rimasta in Occidente a potersi suicidare, poiché lì nessuno possiede più un autentico “io”.
L’elezione di Chirac a presidente della Francia, il successo di “Proctor and Gamble”, l’ultimo tour di Madonna, il lavoro di Henri Bernard-Levi su un nuovo testo pubblicitario per il borghese Yves Saint Laurent, il sorriso vuoto da cyborg di Naomi Campbell, democraticamente confezionato in una provetta piena di sperma di rappresentanti di tutte e quattro le razze umane… È passato ancora più tempo dalla morte inosservata del grande Testimone…
La Bestia solleva il suo corpo televisivo, strisciando cupamente verso l’Oriente ignaro, angosciato e barcollante.
Ma nonostante tutto… Nonostante tutto, dobbiamo risorgere ancora e ancora e marciare sulla Torre di Ostankino. Sia i vivi che i morti. Insieme a Guy Debord. Questa malefica torre televisiva è il fallo di Satana, che genera costantemente l’ipnosi velenosa della “Società dello Spettacolo”. Dopo averla fatta esplodere, castreremo il demone stesso della violenza che si nasconde dietro le maschere decrepite delle marionette del Sistema.
Prima o poi, questo spettacolo infinito giungerà al termine. Solo allora avremo la nostra vendetta, e sarà spietata.
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1 La torre di Ostankino, la struttura indipendente più alta d’Europa, è una torre per la trasmissione radiotelevisiva a Mosca.
Tra gli effetti della politica diventata spettacolo.
L’avverarsi delle profezie di Guy Debord sta diventando totale.
Lo Spettacolo est sphaera infinita, cuius centrum est ubique, circumferentia nusquam.
Tra gli attori e gli amministratori e persino tra attori e capi di Stato (cfr. Zelensky) l’identità è completa, compiuta.
Il sindaco puliziotto
di Giuseppe Russo, Avanti!, 21.3.2023
Continua il trionfo di Guy Debord, a Sanremo 2023 come in Corea del Nord.
La politica ricondotta all’apoteosi musicale dei potenti.
(Una differenza è che le musiciste coreane sono più gradevoli e soprattutto decisamente meno volgari)
Video su twitter:
https://twitter.com/i/status/1626207937050836993
Ho inviato oggi una diffida alla RAI contro la presenza di Zelensky al festival di Sanremo 2023.
Da Zelensky a Sanremo, i cannoni al posto dei fiori
di Roberto Pecchioli, 31.1.2023
“Il presidente ucraino Zelensky parteciperà al festival di Sanremo, in collegamento dal bunker in cui vive, probabilmente con la consueta tenuta verdastra da combattimento. Un attore anche nelle modalità della comunicazione.
Non è dato sapere il cachet della prestazione a carico del contribuente italiano, che paga una tassa per il possesso del televisore direttamente con la bolletta elettrica, sia o meno sintonizzato sull’ex vetrina della musica, diventata da tempo un insopportabile, ipertrofico carro di Tespi teso non a valorizzare talenti canori, ma a promuovere l’ideologia dominante.
Il festival del neo conformismo obbligatorio mostra la verità dell’intuizione di Guy Debord sulla società dello spettacolo. L’ intero sistema economico, sociale e politico del capitalismo moderno ha prodotto una trasformazione devastante. La profezia del situazionista Debord si è realizzata e ci troviamo immersi nello spettacolo generalizzato, elemento unificante di un teatro permanente, frutto maturo della globalizzazione. Realtà e virtualità si intrecciano davanti a un pubblico plaudente, passivo, il cui compito è assorbire come una spugna il messaggio del potere sotto forma di intrattenimento”.
Quanto sta accadendo nella gestione politica e mediatica del virus è la piena conferma delle analisi di Guy Debord: la politica, la vita, la morte, i media, tutto ridotto a una spettacolare menzogna.
Dario Sammartino, che ringrazio, mi ha segnalato un articolo dal titolo Ne uccide più l’immagine che la spada? E ha accompagnato la segnalazione con questo icastico ed efficace testo: “Debord colpisce ancora”.
Fonte: Avvenire, 20.4.2017
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Porre la questione dei rapporti tra una situazione di guerra e una situazione di performance suona alquanto provocatorio, poiché possiamo intendervi un avvicinamento, persino un’identificazione, tra gesti conflittuali che si verificano in una realtà portatrice di morte e rappresentazioni finzionali che hanno pretese artistiche, sia che si tratti dell’ambito teatrale o plastico e spesso nella loro combinazione. È evidente come la questione della performance abbia invaso il campo della creazione, dal mondo artistico al mondo sportivo e commerciale, per giungere al campo della comunicazione nella sua interezza. La performance non è solamente il termine per mezzo del quale si valutano i rapporti di mercato e di concorrenza, non è solamente il termine che serve a selezionare le persone e le forme, ma è sotto questo segno che il campo della cultura e delle produzioni simboliche si trova a essere investito nel modo più violento.
È proprio a partire dal terreno reale delle guerre, in particolare delle guerre che si svolgono in Medio Oriente, che è nato e si è manifestato un regime specifico della performance che ha come fuso in uno stampo unico e confusionale ciò che fa parte dell’ambito reale e ciò che fa parte dello spettacolo. La ‘cultura dell’entertainment’ si è sviluppata nello spazio dell’informazione e della comunicazione attraverso flussi visuali globali. L’arte della rappresentazione è ormai praticata dai combattenti stessi con un virtuosismo che deve tutto alle tecniche d’informazione e comunicazione. A partire dall’11 settembre, il mondo dell’arte e specialmente quello del teatro prendono atto di questo: il mondo politico, militare e terrorista si è impossessato di tutto lo spazio mediatico in cui si trova il reale e in cui è interpretato massicciamente come performance. Si può evidentemente riconoscere che la coscienza di questa transizione del reale nello spettacolo è stata indicata con talento premonitore da Guy Debord.
Tuttavia negli anni Sessanta la sua condanna del capitalismo spettacolare prendeva di mira essenzialmente il consumo ideologico dei programmi che sostenevano e persino promuovevano il neoliberalismo nascente a scapito della vita politica, della creazione e, più in generale, della libertà. Il trionfo del mercato sulla cultura è diventato senza ombra di dubbio un topos della critica attuale del neoliberalismo. Ebbene, bisogna fare un passo in avanti quando oggi si analizzano la guerra e la performance.
I video- giochi hanno a poco a poco banalizzato e derealizzato l’uso selvaggio e omicida dei droni, occhi elettronici che osservano i dati e che sparano alla cieca. D’altra parte, lo spettacolo mediatico dei gesti omicidi diffusi da Daesh non si indirizza solo ai poteri dominanti, ai governi o ai capi militari, ma anche alla comunità mondiale degli spettatori televisivi e degli utenti quotidiani di YouTube e Dailymotion. La rete sommerge e supera la televisione perché agisce in tempo reale. Il maggiore attentato all’essenza creativa ed emancipatrice della performance è proprio quello diretto al tempo stesso. È la temporalità dei flussi che rompe con la necessaria dilatazione del tempo in un processo simbolico. La precipitazione è connessa alla decapitazione in tutti i sensi del termine.
Davanti a un’esecuzione su YouTube anche lo spettatore è decapitato simbolicamente, in quanto il pensiero è privato in maniera radicale del ritmo scandito dalla pazienza dello sguardo e dalla respirazione della parola. La decapitazione di un giornalista americano su YouTube non ha più niente a che vedere con la decapitazione dell’imam Hussein nel Ta’zieh (avvenuto nel VII secolo e ricordato in un particolare genere teatrale religioso diffuso in Iran, ndr), bensì ha molto in comune con i filmini girati ad Abu Ghraib nelle prigioni militari americane. Daesh o Al Qaida hanno imparato la lingua spettacolare della performance spaventosa o ammonitrice nella scuola della televisione americana. La guerra delle immagini, come la chiamiamo oggi, si svolge tra questi partecipanti. Sono loro gli artefici del gioco in cui si distribuiscono gli shock emozionali, le passioni omicide, i ricatti torturatori.
Tra Guantanamo e Daesh, tra i video di YouTube e i droni assassini teleguidati, c’è una lingua comune, quella della rappresentazione criminale, della morte assegnata ciecamente e dell’esibizione e la diffusione senza limiti dei gesti più selvaggi di fronte a un pubblico contemporaneamente inorridito e irretito. Purtroppo c’è un’erotizzazione del peggio. Il terrore è divenuto una performance e il terrorista un performer perverso che non deve niente alla lettura dei vangeli, né alla Bibbia né al Corano. È proprio per questa ragione che i grandi visionari degli anni Sessanta hanno anticipato le performance barbare del nostro mondo: si chiamavano Guy Debord, John Cage e Nam June Paik. Il primo denunciava quello che definiva un sistema e voleva sbarazzarsi dei suoi agenti globalizzati, i secondi si sono fatti performers della deregolamentazione sistematica del sistema stesso servendosi degli operatori e delle operazioni di questo nuovo mondo.
Oggi sono sempre di più coloro che vorrebbero evitare ‘la scomparsa delle lucciole’, che Pasolini ha constatato e deplorato. Molti cercano di far capire che si può usare la forza operativa delle immagini per aprire il campo dei possibili e della libertà. Allora preferisco pensare che fino a quando esisteranno gli artisti ci sarà la speranza che alcuni gesti coraggiosi e creativi diano all’informe la sua nuova forma, lontano dall’assoggettamento e dal terrore. ‘Performare’ potrebbe voler dire dare la potenza vivente e trasformatrice alle energie omicide, ovvero dare forma all’informe rispettando l’indeterminazione e l’imprevedibilità dei possibili al servizio della vita, quella dei corpi e quella del loro pensiero.
Meraviglioso e tremendo, che spettacolo
Un’immagine può uccidere? Può essere considerata responsabile di crimini e di delitti? Dall’11 settembre alle stragi del Daesh il terrorismo e una visione perversa della lotta politica hanno monopolizzato lo spazio mediatico. Ma non è solo la guerra a farne uso. Dai videogiochi alla trasformazione della vita sociale in una grande performance, la morte e i gesti più selvaggi sono esibiti per paralizzare e affascinare chi è esposto quotidianamente all’azione dei mass media, televisivi ed elettronici. La filosofa francese, di origini algerine, Marie-José Mondzain esamina la questione nel saggio in uscita da Edb, «L’immagine che uccide» (pp. 144, euro 13,50) da cui anticipiamo un brano. Della Mondzain, tra le maggiori studiose europee dell’uso culturale e politico dell’immagine, sono tradotti anche: «Il commercio degli sguardi» (Medusa) e «Immagine, icona, economia» (Jaca Book).
Gli studenti che frequentano il corso di Sociologia della cultura 2016-2017 si stanno mostrando molto interessati al tema Social Network e dominio.
Uno di loro, Enrico Palma, mi ha fatto avere un’ampia riflessione sui libri di Debord dedicati alla Società dello Spettacolo. Da lui autorizzato, ho letto parte di questo suo testo a lezione e ora lo metto a disposizione qui come pdf: Enrico Palma. Debord, lo spettacolo e facebook.
Pasquale D’Ascola ha scritto una pagina feroce e delicata, che disvela ancora una volta i meccanismi del dominio contemporaneo, il quale si nutre di tutto e tutto divora, persino i cadaveri. El mundo traidor
Una recensione di Mattia Cinquegrani alla traduzione italiana dell’ultimo libro di Debord:
Il duello di Guy Debord con i professionisti della società dello spettacolo, il manifesto, 25.11.2014
[…] purificato la mia mente dalle scorie della stupidità (rimane, eventualmente, quella mia naturale), dai veleni della menzogna, dal nichilismo profondo di un non luogo nel quale ciò che si vede non esiste ma che milioni di […]