Tre volti
di Jafar Panahi
Iran, 2018
Con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei che interpretano se stessi
Trailer del film

Pochi mezzi -un fuoristrada, una cinepresa, vari cellulari-, un villaggio all’interno dell’Iran raggiungibile da sperdute strade, un’attrice professionista, il regista e una ragazza. Tutti interpretano se stessi in una storia che racconta come la giovane Marziyeh sia ostacolata dalla famiglia nel suo desiderio di diventare attrice, vale a dire -per la ristrettezza di orizzonti dell’ambiente- quasi una prostituta. Disperata, Marziyeh gira un video nel quale si impicca; qualcuno manda il video a Behnaz Jafari, famosa protagonista di soap opera. Sconvolta, la donna chiede all’amico regista Jafar Panahi di accompagnarla tra quelle montagne, alla ricerca della ragazza, viva o morta che sia.
Uno sguardo antropologico attento e oggettivo descrive umani, luoghi e animali. Narra lo splendore della campagna, i colori degli abiti, la cortesia cerimoniosa, sincera e insidiosa, l’intransigenza moralistica e coranica. E ancora una volta fa dell’opera singola una metafora del cinema. Credo che a questo tendano infatti sempre i registi, a rendere le proprie opere un simbolo stesso dell’arte cinematografica.
Il bisogno di interpretare storie, di raccontare, di fingersi altro da ciò che si è in modo da diventare meglio ciò che si è, assumono qui la fattezze di una ragazzina che la violenza moralistica del suo mondo non riesce a distogliere dall’inventarsi la vita. Un toro ammalato, i suoni ritmati del clacson, il chiaroscuro delle grotte e i colori delle porte completano la struttura mitologica del film.

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