Blog Le strade della fotografia

Le strade della fotografia

100 fotografie per ereditare il mondo
Milano – Museo delle Culture (Mudec)
A cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti
Sino al 28 giugno 2026

 

L’immagine più antica è questa, la prima fotografia in assoluto.

Niépce, Point de vu du Gras, 1826

Guardata senza sapere che si tratta della prima fotografia mai scattata (1826) la si potrebbe scambiare per un dipinto astratto. L’autore è Joseph Nicéfore Niépce.
Dopo dieci anni (1837-1838) Louis-Jacques-Mandé Daguerre otteneva un’immagine molto più nitida del Boulevard du Temple; nel 2024 Maurizio Galimberti ha trasformato questa seconda fotografia in una vibrazione di elementi seriali, tornando all’astrazione iniziale.

 

 

 

Queste tre immagini parlano dunque di un cammino complesso, coerente e circolare. Perché è certo attraverso tutti i sensi e mediante l’intelletto che li unifica che il corpomente umano vive lo spazio e lo conosce ma la vista è sempre privilegiata, fondamentale, magnifica.
L’invenzione fotografica trasforma la percezione di un istante nella potenza dei secoli. E non si limita a registrare ciò che vede ma lo elabora in relazione ai propri fini, alla creatività, al piacere. La fotografia diventa in questo modo un nucleo di percezione attiva che declina e metabolizza se stesso in direzioni assai diverse.
Tra queste ci sono quelle che danno il titolo alle sei sezioni della mostra al Mudec di Milano, precedute da un preambolo che si intitola Società senza immagini, società con immagini, nel quale una lanterna magica (inventata già nella prima metà del Seicento) è circondata da numerosi ritratti fotografici dell’Ottocento, molto simili a dei ritratti a olio.

L’itinerario si srotola poi con Nascita della fotografia, Fotografia tra realtà e finzione, Fotografia come documento, Fotografia come diario, Fotografia come evocazione, Fotografa come bussola per il domani. Guardando le immagini – molte delle quali assai famose, altre una scoperta (almeno per me) – emergono il significato e la verità delle parole che si leggono su una delle pareti del Mudec: «Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda che io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte».
Queste parole sono di Roland Barthes e indicano l’ontologia sempre dinamica dell’immagine e la sua ermeneutica. Ontologia ed ermeneutica che si trasformano assai facilmente in narcisismo, gioco, documento, finzione, verità. Il prevalere dell’una o dell’altra dimensione dipende da molti fattori. Anche per questo la fotografia è un’arte e una pratica assai complessa, i cui risultati possono ad esempio essere lo sfrenato dinamismo del Dali Atomicus di Philippe Halsman (1948) oppure il pacato, immobile silenzio della Rue Cardinale a Parigi di Eugene Atget (1922).

 

 

 

Alcune stanze della mostra testimoniano una direzione molto praticata dalla fotografia: la sua trasformazione in pittura contemporanea o in posa che abbandona la materia del mondo per farsi puro concetto. E mi sono sembrate le direzioni più deboli. Quasi inevitabile è l’omaggio a temi come donne, migranti, inclusione…una vera scolastica della comunicazione che ammorba di moralismo l’arte.
Si tratta di una mostra anche didattica, che permette di attraversare nello spazio limitato di un centinaio di foto una delle più straordinarie invenzioni umane.

Il titolo è fiducioso. Che la fotografia possa ereditare il mondo è un atto di apertura verso il suo futuro. Ma quale futuro? Il proliferare di miliardi di immagini al giorno scattate da chiunque è solo il più lieve dei rischi (l’inflazione che si mangia il valore). Il pericolo più consistente è la manipolazione dell’immagine, che diventa così completa da trasformarsi in sua creazione dal nulla tramite le piattaforme e gli strumenti dell’IA. Alcune poche parole di Elliot Erwitt, che pure molto si dedicò alla fotografia pubblicitaria, indicano con chiarezza la sostanza del problema: «Sono contrario alla manipolazione elettronica delle immagini. Penso che sia un abominio. Voglio dire, va bene per vendere corn flakes o automobili o per togliere i brufoli dalla faccia di Elizabeth Taylor, ma mina l’essenza stessa della fotografia», trasformandola in una notte nella quale tutti i pixel sono uguali.
La frase di Erwitt si legge in uno dei pannelli che guidano il visitatore dentro la storia e la tecnica di una delle più formidabili espressioni del tempo fermato e del tempo infermabile. Ogni fotografia è l’esito di tale dinamica.

Lo è anche quella di apertura. L’autrice è Maryam Firuzi, si intitola Reading on Tehran Streets ed è del 2017. È un’immagine realistica? È costruita? Osservandola con attenzione mi sembra che sia certamente una posa ma in un contesto del tutto reale. Un contesto nel quale le donne iraniane – in media molto colte – stanno al centro della conoscenza, dello spazio, dell’ironia e della bellezza.
Lo conferma il sito di Firuzi, in particolare la sua pagina autobiografica nella quale si legge tra l’altro che «‘Persian calligraphy taught me discipline and dedication, painting offered me freedom of expression, and literature provided a structured way to develop and articulate my ideas’.
Firuzi began her journey in art with specialized training in calligraphy from the Iranian Calligraphy Association. Her early exposure to painting, guided by various teachers, further enriched her artistic foundation. After navigating the diverse realms of art and literature, she pursued cinema studies at Tehran University of Arts.
Her passion for Persian literature and poetry led her to focus on screenwriting, and she later specialized in filmmaking and film studies, culminating in a thesis on self-reflexivity in cinema. Born during a turbulent era in contemporary Iran, Firuzi has always viewed art as her primary means of self-expression. She believes art allows her to explore and articulate her deepest, most inaccessible emotions.
[…]
She perceives Iran as a juncture between Western civilization and Eastern heritage».
L’intero portfolio Reading on Tehran Streets è proprio da aprire e da gustare. Sfogliandolo si comprende che a volte basta un’immagine per porre in dubbio le credenze anche politiche dei barbari che credono di essere colti. Sono essi i peggiori ignoranti, le cui miserie due secoli di fotografia hanno contribuito a conoscere, disprezzare, oltrepassare.

 

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