Blog Giacomelli, l’arcaico e l’informale

Giacomelli, l’arcaico e l’informale

Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta
Palazzo Reale  – Milano
Sino al 7 settembre 2025

La foto di apertura è una delle più celebri di Mario Giacomelli (1925-2000). Fa parte della serie dedicata a Scanno, un paese dell’Abruzzo. Il tempo è il 1957. Un’Italia che può apparire arcaica e che il taglio, le luci, la sovraesposizione di Giacomelli rendono mitologica e quindi di ogni tempo. Lo confermano anche le altre immagini esposte al Palazzo Reale di Milano. Si tratta della luce della civiltà contadina, con la sua miseria ma anche con la sua tenacia. E soprattutto con le radici profonde, che affondano in un tempo favoloso e ctonio.
I seminaristi fotografati nel 1961-1963, con il titolo struggente Io non ho mani che mi accarezzino il volto, mostrano anch’essi la forza dell’umano quand’egli si radica in una tradizione, in un senso, in una direzione.

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963, © Archivio Mario Giacomelli

Poi Giacomelli sembra perdere la freschezza e il rigore della forma storica e mitica, trasformando il proprio fotografare in un ramo dell’informale e dell’astrattismo. Ma informale e astrattismo riescono assai meglio nella pittura e con i suoi mezzi. Quando si fanno fotografia corrono molti rischi.
Il primo è un allontanarsi dallo spessore e dalla gioia del reale, con la sottintesa pretesa, però, di esserne la manifestazione. Lo si vede in questa serie dal titolo Presa di coscienza sulla natura (1976-1980), nella quale è rivelatore appunto che la ‘natura’ venga sottoposta alla ‘coscienza’, vale a dire al narcisismo dell’io, e in questo modo dissolta.

Un secondo rischio è la banale furbizia di prendere un materiale povero, in questo caso il fil di ferro, e adattarlo a significati solenni, espressi da un titolo come Favola verso possibili significati interiori (1983-84).

Mario Giacomelli, Favola verso possibili significati interiori, 1983-84,  © Archivio Mario Giacomelli

Poi si va verso trasparenze che non significano più nulla, verso costruzioni tecniche e cerebrali fine a se stesse. Giacomelli sembra intuirlo e si aggrappa infatti a riferimenti testuali ‘alti’, a poeti di grande levatura come Leopardi, Lee Masters, Corazzini, Costabile, Permunian e infine Montale, del quale il fotografo utilizza una splendida composizione quale Felicità raggiunta, si cammina. La distanza tra le parole e le immagini è però tale da poter adattarsi di fatto a qualunque altra poesia di Montale o di altri. Non sembra fare differenza.
Ascoltiamo dunque i versi, che bastano a se stessi.

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

La mostra si chiude con una «stanza immersiva» dentro la quale scorrono immagini del fotografo e frammenti delle sue opere, ascoltando sue registrazioni. Una installazione piuttosto pretenziosa e sostanzialmente inutile.
Per fortuna rimangono le prime opere, sufficienti a fare di Mario Giacomelli uno dei grandi fotografi del Novecento.

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