Blog I cani di Ade

I cani di Ade

Teatro Greco – Siracusa
Alcesti
di Euripide

Con:
Alcesti | Deniz Ozdogan
Admeto | Aldo Ottobrino
Thanatos/Ade | Luigi Bignone
Eracle | Denis Fasolo
Ferete | Filippo Dini
Servo | Bruno Ricci

Traduzione: Elena Fabbro
Scene: Gregorio Zurla
Musiche: Paolo Fresu
Regia di Filippo Dini
Sino al 6 giugno 2026

Si muovono tra il sonno e la veglia (sbadigliando copiosamente) le ragazze del Coro che appaiono sulla scena prima che lo spettacolo cominci. E alla stessa maniera esiste Alcesti, tra la vita e la morte, dopo che ha deciso di confermare al marito Admeto il dono che Apollo gli ha fatto. Admeto infatti non morirà nel momento che la Necessità aveva deciso per lui, vivrà ancora. Ma – questo vuole la Giustizia – un altro dovrà morire al suo posto. I genitori di Admeto rifiutano, poiché hanno fatto per il figlio tutto ciò che dovevano e altri obblighi non hanno e non sentono. La moglie invece accetta. Il dono di Apollo è motivato dal dio con il fatto che «Admeto è un uomo puro quanto me» e il dio gli è grato per averlo sempre onorato, anche quando – punito dal padre Zeus – ha dovuto servire lui, un mortale.
In ogni caso, un umano deve morire. Cade nel vuoto l’ultimo tentativo da parte di Apollo di convincere Thanatos/Ade a una dilazione anche per Alcesti. E qui, nel dialogo tra la divinità della Luce e quella delle Tenebre, la messa in scena di Filippo Dini mostra il proprio significato e valore. Qui infatti emergono due elementi: uno universale del mondo greco e uno specifico di Euripide.
Ade non appare come una divinità magnifica e solenne. No, appare nelle vesti dimesse (e con un impermeabile anche un poco sporco) di un piccolo ragioniere di provincia, pieno di tic nervosi e con in mano un grosso registro dove segna con puntuale pedanteria i nomi di coloro che devono morire. Ma questa potenza in forma di ometto è accompagnata da tre belve che sono emanazione della sua forza senza confini. Tre umani/cani che urlano, latrano, cercano di mordere i viventi e copulare con loro e fra di loro.
Questi cani di Ade sono la controparte della forza di Apollo, che non può domarli e non può distruggerli; solo il loro padrone può farlo ma Ade li autorizza e li aizza a scagliarsi contro i viventi. Poiché «i mortali devono avere pensieri mortali» afferma Eracle, amico di Admeto e arrivato alla sua reggia mentre Alcesti viene seppellita. Admeto non dice a Eracle chi è la defunta, in modo che l’eroe possa accettare la sua ospitalità. Quando però un servo comunica a Eracle chi è la morta, il figlio di Zeus e Alcmena non ha esitazioni a recarsi presso la tomba, costringendo Ade – lui sì ci riesce – a restituirgli la donna. Eracle la regala al marito, la regala viva. Anche se dovrà attendere tre giorni di purificazione affinché Alcesti possa davvero tornare alla vita, nel frattempo esistendo – appunto – tra la Luce e le Tenebre.
L’ironia già evidente in Thanatos/ometto esplode nella parlata di Eracle, pervasa di un dialetto veneto dalla irresistibile forza comica. Il servo che gli comunica la verità parla invece con forte accento pugliese.
Sta qui, nella figura di Ade e nella parlata di Eracle, l’elemento euripideo. Come capirono molti abitanti di Atene e come anche Nietzsche gli rimprovera, Euripide è totalmente disincantato. Non crede agli dèi o almeno alla loro potenza, che è in realtà la forza dell’unica dea: la necessità, la morte. Il ragioniere mostra che non c’è nulla di solenne e di sacro nel morire degli umani, come nulla di solenne e di sacro c’è nel morire di una mosca e di qualunque altro vivente. Anche questo evento può dunque meritare il riso e il sorriso.
La regia di Dini smonta il mito di resurrezione che è Alcesti, ennesima e patetica espressione dell’ostinazione umana contro il tempo. Un’intenzione che credo fosse anche di Euripide, a partire da un lungo monologo del testo, quello di una Alcesti che prima di morire parla, parla. Raccomandando questo e quello, lamentandosi del proprio destino, utilizzando parole solenni e insieme banali. Una logorroica, insomma, che si spera muoia al più presto.
Le musiche di Paolo Fresu, i canti arcaici e abissali, le danze cadenzate e poi frenetiche, costituiscono altri elementi del mondo greco, per il quale la tragedia non era soltanto testo ma anche, appunto, musica, danza e canto. In ogni caso, mors tua vita mea, alla lettera. Nessuna sacralità nella banalità del morire. Lo afferma la stessa Alcesti rivolta al marito: «Il tempo ti consolerà, i morti non sono più nulla».
Mentre lo spettacolo finiva, sul cielo a occidente di Siracusa apparivano Venere la splendente e poco più sopra, qualche grado più a nord nel cielo, Giove. I morti non sono più nulla, gli astri continuano a essere tutto.

 

 

[Dieci anni fa a Siracusa un’altra rappresentazione di Alcesti, assai diversa]

 

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