Un film fatto per Bene
di Franco Maresco
Italia, 2025
Trailer del film
Franco Maresco e i suoi produttori programmano un film dedicato a Carmelo Bene e a San Giuseppe Desa da Copertino. A interpretarlo la consueta umanità palermitana immortalata in altri film del regista e in Cinico TV. Ma il film incontra una serie di ostacoli insuperabili, primo dei quali il perfezionismo e le ossessioni dello stesso regista, il quale sparisce addirittura dalla circolazione e non si sa dove sia finito. Il suo amico e sceneggiatore Umberto Cantone si mette alla ricerca, guidato per le vie e per i dintorni di Palermo da un tassista assai devoto, che prega, ascolta canzoni religiose e rivolge di continuo lodi al Signore. Il tassista sa dove Maresco si è rifugiato ma lo rivelerà soltanto verso la fine. Intanto Cantone cerca di ammansire il produttore Andrea Occhipinti, giustamente infuriato, e ascolta la rassegnazione e le disavventure del produttore esecutivo.
Scorre dunque la storia di questo film, alcuni suoi lacerti, le citazioni da opere precedenti di Maresco, filmati che lo vedono giovanissimo insieme a Daniele Ciprì e poi sempre più simile a un vecchio profeta che impreca contro gli attori e l’umanità. L’ultima scena è una riflessione del regista sul film non realizzato, sulle sue possibilità, sul significato, su Carmelo Bene che una volta gli citò una frase di Céline per la quale «la vera tragedia è morire prima di aver capito quanto l’uomo è fottuto». Tutto questo con la voce, inconfondibile, di Maresco mentre scorrono le immagini dei loculi di un cimitero.
Nel mezzo, cuore e verità del film, si sussegue una farandola di elementi, tra i quali:
le poche scene girate e dedicate al santo da Copertino, santo ignorante che vola sui devoti ed è sempre accompagnato dal fedele asino Carmelo;
la corte dei miracoli composta da nani, idioti, handicappati vari;
incontri tra il santo e la morte, che si concludono con una partita a scacchi (gioco le cui regole il santo ignora), in una evidente citazione dal Settimo Sigillo di Bergman;
altre citazioni visive e testuali da Dostoevskij, Pascoli, Pasolini;
le rovine di Palermo e intorno a Palermo;
lo sciabordare del mare sulle coste siciliane;
un gentiluomo che impreca contro Maresco per avergli ridotto la casa a uno sporco magazzino senza neppure avergli saldato l’affitto;
interviste con attori professionisti sconcertati dal modo in cui hanno dovuto lavorare;
la visita a un convento francescano con una confessione durante la quale il confessore comincia a parlare come Carmelo Bene e viene colto da una crisi epilettica;
la feroce presa in giro di un vecchio amico di Maresco, Francesco Puma, che pretende di recensire i film e di saper recitare e il quale sul set deve subire di tutto, amico definito dal regista «la persona più cretina che abbia incontrato» e che tuttavia finirà davvero con il recensire film su Rai1;
lo stesso Puma vestito da frate che gira intorno agli attori i quali mentre vedono un brano di Carmelo Bene urlano in vario modo; filmati d’epoca che documentano la reazione scandalizzata e violenta del pubblico e dei fedeli cristiani al film Totò che visse due volte (1992), ritenuto blasfemissimo, tanto che il Dipartimento governativo dello Spettacolo lo valutò inaccettabile per «la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità»;
la verità profonda di una fenomenologia dell’umano intrisa di disprezzo e compassione insieme;
il narcisismo di un film nel quale l’autore parla continuamente di se stesso e della propria assenza;
il riscatto del cinema nell’invenzione che dissolve qualunque banalità che sia benpensante, ribelle o politicamente corretta, (tre atteggiamenti che sono la stessa cosa);
il nichilismo e il delirio;
un’avvolgente eleganza formale poiché ogni inquadratura è studiata a fondo e deve proprio trasmettere la sensazione che offre.
Infine, la luce e il bianco e nero che avanzano nel mondo…
E su tutto questo l’inseparabilità formale e sostanziale del tragico e del grottesco, vera cifra del cinema colto e plebeo di Maresco.







In un suo libro dal titolo Ascetica da tavolo (Ipoc, Milano 2008), Davide Miccione formulava la più plausibile e profonda analisi di Cinico tv che abbia letto. Si trova alle pagine 157-158 di quel libro e la riporto qui per intero.
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Il padre sfortunato di Ladri di biciclette quante volte va a pi-sciare in fondo? Che sia Cinico tv l’unico esempio di realismo vero e conseguente?
La materia umana è esposta allo sguardo di Ciprì e Maresco nel suo stato grezzo, non ancora idealisticamente trattato. Il mondo che ci presentano, sia pure stolto, brutto, maleodorante, ridicolo, non possiede tristezza né induce a commiserazione. Vedere tristezza o commiserazione nello sguardo dell’autore significherebbe reintrodurre quella idealizzazione che prima avevamo escluso. Il mondo di Cinico tv non è triste per un motivo molto semplice: esso è del tutto immanente, chiuso, senza spiragli di luce, di trascendenza, quindi senza un luogo “altro” in cui collocarsi per giudicarlo triste.
Se tale vogliamo insistere a giudicarlo dobbiamo innanzitutto rompere l’implicito patto con ciò che guardiamo e ritenerci ap-partenenti a un universo migliore, più bello (privo di flatulen-ze?).
Gli abitanti del “mondo cinico” sono spesso inanimati, con lo sguardo verso il basso, quasi a indicare un assoluto autismo spirituale, e poi improvvisamente precipitati in osceni balletti non da marionette o burattini (il che farebbe supporre un auto-re che li muova, un puparo, un burattinaio) ma da meccanismi a molla.
È un mondo che esprime la sua mancanza di bellezza attra-verso l’assenza assoluta della donna (in questo senso principio introduttore della bellezza nel cosmo) ridicolmente contraffatta da uomini che la simulano. Forse la chiave di lettura è proprio questa, la contraffazione della vita (come vitalità, spirito, crea-zione) già esistente ogni giorno davanti ai nostri occhi, ma “ri-movibile” grazie alle complesse maschere che le abbiamo posto sopra, e qui presentata nella sua inoppugnabilità. Che il cosmo di rado sia vita diventa finalmente palese.
Il cosmo cinico è sostanzialmente e incontrovertibilmente al-tro che vita: nel migliore dei casi pavloviana azione-reazione (si pensi al tormentone dei fratelli Abate – dica!) ma più spesso coazione a ripetere (Rocco Cane e le sue copule simulate); pri-vo del lume dell’intelletto (pesa più un chilo di ferro o un chilo di paglia?) e irriconoscibilmente bloccato in una dimensione ibrida tra una natura priva di grazia (in senso sia estetico che teologico) e una techne sì presente all’uomo ma solo nei suoi cascami inutili: i paesaggi spogli e le terre brulle che si interse-cano con indefiniti rottami.
Solo la voce fuori campo cerca di inserire una nota di alterità nel coeso, omogeneo mondo cinico, ma, trovandosi di fronte l’eterna reiterazione meccanica dei suoi abitanti, sa che può sussistere solo a patto di rinunciare a mutarlo, facendosi ugua-le, altrettanto coattiva e insensata.
Chi sarà più lontano dalla vita: il cane che ogni ora sbava vedendo il pezzo di carne, il ricercatore che ogni ora la prende dal frigo e gliela mostra o noi che assistiamo alla scena?