Blog Gli avi, la festa

Gli avi, la festa

Condivido e confermo le parole di Camilleri. Sono (assai) più giovane di lui ma da bambino nella Sicilia degli anni Sessanta ho avuto la fortuna di vivere le medesime esperienze. E di questo ringrazio i miei avi, i miei morti mediterranei e non anglosassoni o celtici.

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Andrea Camilleri, «Il giorno che i morti persero la strada», pubblicato sul ‘Messaggero’ il 2.11.2007 e poi in Racconti quotidiani (Mondadori, 2008).

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Nel 2014 Camilleri propose questa variante al finale:
«Poi nel 1943 arrivarono gli americani, lentamente i morti persero la strada di casa e vennero sostituiti dell’albero di Natale. Credo che però le tradizioni non si perdano del tutto. Non si trovano più i regali, i bambini non mettono più il cestino sotto il letto. Ciò non toglie che tutte le pasticcerie siciliane, per il 2 novembre, preparino quei dolci speciali che servivano una volta per il cestino dei bambini. Mi riferisco ai pupi di zucchero, ai frutti di martorana, oppure a quei dolci di miele, tra l’altro squisiti, detti ossa di morto. Questo è un modo di conservare comunque la memoria delle tradizioni. Credo non possa esserci un popolo senza memoria delle proprie tradizioni. Le tradizioni si modificano ma è fondamentale continuare a conservarle, in qualche modo, perché in un’epoca come la nostra, che è un’epoca di mutamenti, l’unico modo per non avere paura di tutto ciò che sta avvenendo, è sapere chi sei, senza bisogno di dirlo, di proclamarlo. Ma se sai chi sei, con le tue tradizioni, non perderai mai la tua identità».

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Sempre grande Camilleri! A Genova si usava accendere un lumino detto “sescendè” e preparare i letti bel fatti per far riposare i defunti delle case.Noi lo facciamo ancora adesso. Per me era sempre stata una gran consolazione sapere che i nonni, i bisnonni, gli zii tornavano a trovarci. Oggi abbiamo Halloween…purtroppo .

Un bel racconto, Professore, sono contenta di averlo letto. Da Heidelberg, oggi nebbiosa e distaccata, mi ha avvicinato ai miei morti là nell’isola, ancora calda e sempre affezionata, al camposanto di Ragusa Ibla, immancabile il primo o secondo giorno di novembre, nonostante negli anni abbia perso ogni credenza sull’aldilà. Ma in fondo questa visita imperdibile, piacevole, sensibile, non ha mai avuto giustificazioni teologiche o dottrinali. In fondo non è cambiato nulla da quando esploravo con i cugini viali, casette e terreni dei morti. Esclusi rigorosamente i giorni di lutto, nelle altre occasioni noi bambini parlavamo, correvamo, addirittura giocavamo in questo luogo come se ci fosse familiare ogni angolo. Che gli avi davvero ci ascoltassero e aspettassero era anche allora, credo, irrilevante.
La ringrazio di questa lettura. Un saluto caro, Lucrezia.
p.s. secondo me la prima conclusione è più lucida, sentita e poetica. Chissà perché Camilleri ne ha scritto una variante…

una tradizione bellissima, una meravigliosa mitopoiesi familiare (ma guarda che definizioni bizzarre mi vengono la sera) peccato sia andata scemando, perchè per i bambini era sicuramente meraviglioso pensare così ai propri morti di famiglia e i legami familiari ne erano rafforzati per sempre, non come oggi che i morti son spesso frettolosamente archiviati e dimenticati; penso per esempio a mia madre, morta molti, molti anni prima che io diventassi padre, come sarebbe stato bello poterla render protagonista di quei momenti magici per i bambini (ormai adulti) di casa mia

Perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.
Credo non possa esserci un popolo senza memoria delle proprie tradizioni.
Grazie Alberto per questa bella rievocazione di un grande senza parere, altro che menestrelli e canterinelli texani; uno che ha inventanto un lessico divenuto familiare per chi come noi, privati del dialetto, un dialetto nostro interiore ci siamo dovuti inventare. Taccio per lasciare palpitare il cuore. Salutiamo P.

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