Blog Sul libero arbitrio

Sul libero arbitrio

Bellezza_virtù

Il libero arbitrio tra neuroscienze e filosofia
in «ΚΑΛΛΟΣ ΚΑΙ ΑΡΕΤΗ. BELLEZZA E VIRTÙ
Studi in onore di Maria Barbanti»
(a cura di R.L. Cardullo e D. Iozzia, Bonanno, Acireale-Roma 2015, pp. 844)
Pagine 801-817

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[…] agli altri – sono dei dati reali. La differenza tra l’idea di colpa interiore e l’idea di danno oggettivo segna uno dei confini più consistenti tra l’etica cristiano-moderna e l’ontologia greca. In […]

Ringrazio sentitamente entrambi gli ultimi interventi, per aver preso in considerazione le mie sintetiche osservazioni.
Penso che si tratti di questioni davvero complesse, in cui alla fine le opzioni individuali (pro o contro il determinismo) restano difficili da “confutare” in termini strettamente razionali.
Sul piano giuridico, vorrei solo far presente che l’elemento del danno è già riconosciuto come preponderante, sia sul piano civile (nel quale, per indicare l’illecito, si parla appunto di “damnum iniuria datum”) sia su quello penale (nel senso che l’elemento soggettivo – salvo limitatissime eccezioni – serve solo a graduare la gravità di un certo comportamento, che comunque deve essersi concretizzato nella lesione di qualche bene).
Mi sembra chiaro che, se si volesse considerare SOLO l’elemento del danno, non si potrebbero fare distinzioni tra chi distrugge deliberatamente un’opera d’arte e chi provoca lo stesso risultato per una serie di sfortunate circostanze.
Temo però che la vita diventerebbe terribilmente angosciosa, se sapessi che solo alzandomi dal letto potrei espormi alla possibilità di sanzioni gravissime, per i danni che potrei accidentalmente procurare nel corso della giornata. La soluzione alternativa sarebbe quella di punire lievissimamente ogni danno, al di là delle intenzioni soggettive: ma non so se questo sarebbe davvero un guadagno per la società.
Un cordiale saluto

Gentilissimo Luca, lei ha scritto un commento interessante non poco, mi permetta di scrivere la mia. Sono molto meno autorevole del nostro filosofo ospitante, ma il ragionamento è interessante. L’intenzione come elemento di valutazione dell’atto compiuto. Non è così semplice da valutare il valore dell’intenzione.

Lei ha fatto l’esempio del pedone investito, e io ne faccio un altro, che mi è venuto in mente dal racconto di un caro amico elettricista che una volta sistemò l’impianto luci per una mostra di Van Gogh. Questi aveva un certo timore, metti che faccio uno sbaglio, un corto circuito, e si brucia una tela del grande olandese? Se una tela di Van Gogh la bruci, il danno è incalcolabile, enorme, sia che tu sia un elettricista sbadato che un mitomane che organizza di proposito il gesto.
Dalla parte del danno compiuto, il risultato è identico.
Io credo che in qualche modo, tra le righe, nel testo del Prof. B. ci sia sotteso un guardare più all’atto in sè che alle intenzioni. Giudicare l’atto e non l’anima dell’agente.

La ringrazio Professore, so (per esperienza diretta) che il Suo spazio in queste pagine è aperto anche ad opinioni tra loro diverse.
Non mi sembrerebbe opportuno replicare in poche batture ad una riflessione così ben articolata.
Però per non sottrarmi mi limito solo ad un accenno. Condivido in pieno l’affermazione per cui non disponiamo di una “libertà assoluta di decidere tra le azioni da compiere o da evitare”. Non possiamo ad esempio decidere di compiere ciò che ci è fisicamente impossibile (come spostarci da un luogo ad un altro in base ad un semplice atto di volontà, per fare un esempio banale).
Ma il passaggio da “libertà assoluta” a “non-libertà assoluta” mi sembra un salto troppo brusco, mentre secondo me si danno un’infinità di posizioni intermedie tra quei due estremi. Situazioni diverse che possiamo quotidianamente sperimentare nel corso della nostra vita, e che caratterizzano in definitiva la condizione umana.
Il concetto di colpa è poi sicuramente oscuro, ma non per questo mi sentirei di negare ogni differenza tra chi accidentalmente investe un pedone con la propria automobile e chi invece progettasse per mesi un piano accurato per essere sicuro di investire un certo pedone ad una certa ora.
Mi rendo conto tuttavia che queste mie posizioni andrebbero meglio approfondite ed articolate, mentre così esposte non meritano probabilmente una replica “filosofica” in senso stretto.
Un cordiale saluto

Gentile Ruaro,
la ringrazio molto per le sue parole tanto positive nei confronti del mio tentativo di riflessione su “un tema così delicato e controverso da secoli”, come lei giustamente dice.
Anche se il dibattito non dovesse proseguire, lei potrà certamente comunicare quando vuole le sue riflessioni in merito.
Grazie ancora e cordiali saluti.

P.S.
Mi sono accorto, rileggendo, che ho utilizzato (2 volte) le parole “meritare” e “meriti”.
Non voleva essere una “provocazione” sul tema!… piuttosto, era forse inevitabile che anche in un brevissimo commento trasparisse il mio diverso punto di vista…:-)

Gentile Professore,
il Suo articolo presenta una così rara chiarezza, nell’affrontare un tema così delicato e controverso da secoli, da meritare – spero – un universale apprezzamento e riconoscimento.
La ringrazio quindi anzitutto per il fatto di averlo messo a disposizione di chiunque acceda al Suo sito.
Non ne condivido le conclusioni – ma lo dico davvero sommessamente, perchè i meriti dell’esposizione sono di gran lunga prevalenti, a mio giudizio, e permettono (almeno secondo me) di sostenere anche tesi in parte diverse.
Eventualmente, se il dibattito proseguirà in queste pagine, aggiungerò anche un mio sommesso punto di vista. Altrimenti mi limito a rinnovare il mio apprezzamento per il Suo prezioso contributo.
Un cordiale saluto

Questo saggio è un ottimo compendio di alcuni temi fondamentali. Ovviamente come biusiano convinto sul concetto di corpomente sono d’accordissimo. La questione della libertà mi piace risolverla, rimanendo d’accordo con quanto esposto, pensando agli animali non umani. In un bel testo che tratta della vita animale, c’è una bella descrizione della felicità evidente delle galline nello starsene al sole e farsi un bagno di terra; queste simpatiche e intelligenti creature ovviamente fanno queste cose «da gallina», ma la loro libertà è proprio essere se stesse, in sana pienezza. Anche noi primati (scimmie nude secondo Morris) siamo liberi quando siamo pienamente lasciati di liberi di vivere la nostra vita. Venendo al nostro vivere culturale, direi che alla fin fine libertà è in pratica sinonimo di dignità, due parole diverse che però definiscono la stessa condizione. Sì, l’esperimento di Libet è stato fin troppo citato e riportato, molto imteressante ma non risolutivo. Certo, sono libero di invadere con ragionamenti bislacchi il tuo blog, caro Alberto? Oppure dipende dalla mia approssimativa conoscenza? Sì perchè la libertà più alta, e più scomoda, è la conoscenza.

Bene. È curioso, per certi aspetti, le argomentazoni o gli argomenti occupano, in altro modo e in un altro mondo, letterario beninteso, la mente, che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sadell’attore del mio nuovo lavoretto. Mi hai riempito di pensieri. Adesso non so come fare, proverò a fare come faccio sempre, a non fare niente, salvo stare attento a che cosa succede. Le tue parole hanno inciso dei segni sui miei fogli mentali, non so quali e non so nemmeno se saprò decifrarli. Salvo si decifrino da se medesimi. Grazie vertiginoso Alberto. P.

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