Il trionfo dell’egoismo liberale
in A rivista anarchica
n. 389, Maggio 2014
Pagine 39-40
Si tratta di una riflessione più ampia e articolata rispetto alla recensione del libro di Cornelius Castoriadis, Christopher Lasch e Jean-Claude Michéa La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo, uscita sul manifesto lo scorso primo marzo.







A proposito dell’accenno a Leone XIV (nome veramente imbarazzante per un personaggio come Prevost) comincio a pensare che sia stato scelto proprio per far scomparire ciò che rimaneva della potenza della Chiesa cattolica. Che triste tramonto…
Siamo nell’era dei popoli in ostaggio
Andrea Zhok, 28.3.2026
I popoli europei sono presi in ostaggio da lobby finanziarie che, attraverso la propria potenza mediatica, riescono a far governare 450 milioni di europei a gente presso cui nessuno accetterebbe di prendere un caffè (von der Leyen, Kallas, Kubilius, Merz, Tajani…).
Gli USA sono presi in ostaggio da una lobby mediorientale non islamica, che muove come pupazzetti ricattabili senatori e presidenti, a prescindere dall’agenda con cui vengono eletti.
Il soglio di Pietro è occupato da un figurante americano il cui ardore etico e la cui vigilanza spirituale sono quelli di una cernia sul banco della pescheria. Oggi a Monaco ha benedetto due yacht insieme alla contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, comunicato la buona novella a un maggiordomo malese sordomuto e preso informazioni per valutare un cambio di residenza.
Il generatore automatico di frasette di circostanza, fornitogli in omaggio da Peter Thiel, è andato in tilt per la noia.
E tuttavia non passa giorno che non insistano a presentarci leader come Putin, Khamenei o Xi Jin Ping come Terribili Dittatori, da contrapporre alla nostra classe dirigente, “civile e democratica”.
Direi che il piano per sputtanare la democrazia e preparare il terreno ad una dittatura sta funzionando alla grande
L’Amleto di Trump
il Simplicissimus, 22.5.2025
Se c’è qualcosa di certo è che il capitalismo ha bisogno di distruzione e ricostruzione perché arriva sempre il momento in cui le prospettive di accumulazione del capitale vengono meno, mettendo in crisi il sistema e la stessa antropologia su cui si regge. Nel pensiero marxiano questo viene teorizzato come caduta tendenziale del saggio di profitto, perché strutturalmente arriva il momento in cui si riducono le opzioni di investimento. A quel punto solitamente si rimedia con la distruzione, ovvero con la guerra oppure con l’apertura di nuovi territori di caccia che talvolta sono effettivamente disponibili e coerenti come lo è stata la crescita dell’informatica per almeno quattro decenni, oppure creati ex nihilo: non c’è alcun dubbio che in questi anni siano esattamente a questo punto, prima con la pandemia, poi con il conflitto ucraino, con lo choc delle orribili vicende medio orientali e con le fantasticherie di Net Zero che tendono tutte a sostituzioni produttive per azzerare capitale ormai inerte e ricominciare l’accumulazione.
Tuttavia in questo caso tale logica interna del capitalismo si interseca con altre difficoltà e in pratica con il fatto che l’economia occidentale, ma quella americana in particolare, si è strutturata come economia di consumo, sorretta da un dollaro a sua volta garantito dalla potenza militare. Si tratta di un sistema finanziarizzato che non poteva certo durare in eterno e oggi, anche se ha garantito per molto tempo una stabilità sociale, non è più sostenibile a causa dei debiliti accumulati. Ha tuttavia anche disgregato quel vantaggio tecnologico accumulato dalla rivoluzione industriale in poi, grazie all’esternalizzazione della manifattura e a tutte le conseguenze a cui ciò porta sul piano progettuale e persino cognitivo. Per cui la pressione e la minaccia della forza è diventata sempre più debole e meno credibile, sfiorando il ridicolo nel caso dell’Europa che vuole azzannare la Federazione russa, non avendo i denti. A questo punto è chiaro che bisogna far saltare il banco e cercare altre strade per evitare che la crisi dell’economia di consumo e della finanza che sorregge le proprie spire su un nucleo sempre più piccolo di valore reale, si trasformi in una grave crisi geostrategica. Trump è in certo senso la risposta a questa situazione, anche se ovviamente non si sa se le sue formule, peraltro variabili e ondivaghe, saranno efficaci, ma di certo costituiscono un colpo a quel corpo ideologico che si è costruito negli anni attorno al capitalismo della finanza che va sotto il nome complessivo di globalismo. La cosa più interessante e più preoccupante è che tuttavia la guerriglia contro di lui non ha soluzioni da offrire se non la continuazione di un gioco che non può più essere portato avanti, E si capisce bene perché: le élite di comando hanno una forte resistenza a decostruire un’ideologia elitaria.
Del resto anche le persone hanno enormi difficoltà ad uscire dalla chiacchiera pubblica che li trascina avanti e indietro come le anime degli ignavi nell’ antinferno della Divina Commedia costrette a correre dietro una banderuola che gira rapidamente, in un movimento continuo e senza meta. Certo alcuni capiscono che il paradigma economico occidentale del consumismo iper finanziarizzato e indebitato ha fatto il suo corso e che un cambiamento è inevitabile, ma si sentono continuamente dire che non c’è alternativa. Scrive l’economista Philip Pilkington: “puoi certamente essere di sinistra o di destra, ma sarai sempre, in una forma o nell’altra, neoliberista; altrimenti, semplicemente, non ti sarà concesso l’accesso al dibattito” , cosa che sta accadendo in Europa con sempre maggior frequenza con la censura o peggio con la persecuzione giudiziaria verso chiunque osi criticare il potere o le forme temporanee in cui s’incarna il globalismo tipo clima, medicina, immigrazione incontrollata, russofobia e via dicendo, genocidio di Gaza compreso. Tuttavia pochi comprendono la stretta correlazione strumentale che esiste tra queste narrazioni. Soprattutto molti temono che crolli il mito del mercato quale unico regolatore e quello creato a suo tempo da Adam Smith secondo cui l’arricchimento di pochi porta beneficio all’intera comunità. Il che in un mondo finito, è una palese sciocchezza, forse realizzabile solo in particolari condizioni di sfruttamento molto parziale delle risorse.
Non si tratta solo di salvare l’Occidente da un contesto economico complessivamente non più sostenibile, ma anche di rinunciare alle favole del capitalismo. Trump stesso si trova dentro questa macchina delle contraddizioni come una specie di Amleto: di certo non può rinunciare alla figura del magnate come centrale al sistema, essendo magnate egli stesso, come del resto parecchi personaggi della sua amministrazione, ma allo stesso tempo deve pilotare la barca perché non arrivi alle cascate il cui rumore già si sente con chiarezza. Nei film riesce sempre, nella realtà è molto più difficile: ci saranno parecchi naufraghi.
Un articolo uscito su Internazionale, dedicato ad Amazon, illustra in modo chiaro, didascalico e perfetto quale sia la logica del modo di produzione che chiamiamo capitalismo.
Non acquisto nulla da Amazon e invito a pensarci bene prima di farlo; sempre -naturalmente- che si sia a favore dell’ambiente e della giustizia sociale.
Amazon è il simbolo dello spreco capitalista
Paris Marx, Tribune, Regno Unito, 10.7.2021
“Le développement du télétravail et de la société sans contact a fait naître de nouveaux besoins et ce n’est pas sans raison que l’une des têtes pensantes du Forum économique mondial de Davos voit dans la pandémie de Covid 19 une « fenêtre d’opportunité » permettant d’opérer le « great reset », la grande réinitialisation du système dont le « numérique » sera la colonne vertébrale”
Questo e altro in un denso articolo di Denis Collin, dedicato a:
La plateformisation du capital
Le Comptoir, 13.5.2021
“Ovunque vada, Amazon distrugge occupazione”.
Segnalo un’inchiesta efficace e drammatica dentro i magazzini di Amazon, dentro il suo metodo, la sua evasione fiscale, le sue pratiche schiavistiche.
Gli schiavi di Babbo Natale
di Carole Cadwalladr
Internazionale, 11.12.2020
ArcelorMittal è questo, il capitalismo è questo. Una forma che guarda con distacco e disprezzo la politica, il sociale, gli stati. Soggetti, poi, come Calenda, Gentiloni, Di Maio, Conte, neppure esistono. O il liberismo o la vita.
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Cos’è ArcelorMittal
il Post, 11.11.2019
La ringrazio molto, gentile Carianni, anche per il link che illustra così bene le lotte di questi lavoratori argentini.
Costruire in prima persona la realtà che vorremmo vedere è fondamentale, senza dimenticare che il cambiamento delle strutture politiche più ampie è altrettanto essenziale se non si vuole lasciare il potere in mano a interessi e organizzazioni distruttive della vita comune.
Prof. Biuso – per quanto possa valere il parere di un giovane studente – non posso che impressionarmi di fronte alla lucidità con cui tratta la sua materia d’analisi, ancora rovente e in metamorfosi. Un distacco che purtroppo manca a molti ‘storici di professione’.
Detto questo, non posso che concordare con quanto ha scritto.
Il sistema ultra-individualista tipico del liberalismo, una volta interiorizzato e innalzato a unico modello possibile, rende il campo d’azione praticamente nullo. Puoi scegliere in che stanza trascorrere la tua giornata, ma non puoi uscire di casa ( è questa la metafora che prediligo ). Fino a quando non ci si renderà conto che il nostro sistema economico e – per direttissima conseguenza – culturale, è solo uno tra i tanti (se non il peggiore), vedo lontanissima ogni possibilità di cambiamento. Non essendoci più una vera e propria sinistra a cui fare riferimento, credo che l’unica via d’uscita sia dimostrare che un’altra realtà è possibile, costruendola noi stessi in prima persona. Qualcuno forse ci è già riuscito. Si tratta dei Piqueteros argentini.
quando mancano i soldi per la cultura : destra – sinistra,perdono tutti i significati ci si accontenta di respirare e di guardare l’orizzonte… in attesa
@ Pasquale
Sì, caro Pasquale, ricordo Cassandra ma se parlo e scrivo è anche perché sono convinto che non farò la stessa fine 😉
@ Diego
Condivido ogni parola di questo tuo commento. Sì, credo proprio che ” la vera sinistra debba smettere di inseguire la libertà borghese e cercare di ripartire da valori anche apparentemente di destra, ma che sono a mio avviso indispensabili per costruire ripartendo da Marx”. Il quale avrebbe giudicato con disprezzo non dico il Partito Democratico (figuriamoci!) ma molte formazioni politiche e molti individui che credono di potersi riferire in qualche modo al marxismo e il cui modello è invece Disneyland, è l’egemonia culturale dell’iperindividualismo statunitense.
Molto chiaro su tutto questo è il libro di Robert Hughes La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto e anche, se mi è permesso, Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia 🙂
Ho letto con grande interesse, ed è in effetti un’intuizione chiave la questione della sinistra che ha preso su di sè l’eredità del pensiero liberale abbandonando l’ipotesi, il progetto, di un mutamento autentico del fondamento economico della società. Come dire che, mi si perdoni la metafora da officina, si è passati dall’idea di cambiare il motore della macchina all’idea di cambiarne solo la carrozzeria, rendendola più elegante, magari meno rumorosa, ma lasciando intatta la meccanica. Mi piace molto quando la tua penna (elegante come sempre) sfiora un tema che mi è caro, cioè la destra non filocapitalista. La mia opinione è che la parola destra va usata con attenzione perchè se per destra si intende una concezione organica e attenta alla complessità dell’umano organizzarsi, è evidente che è molto meglio una destra più vicina alla realtà antropologica dell’uomo di una sinistra che sposa in pieno la concezione dell’uomo appendice della propria mastercard. C’è da dire però che la destra spesso anche se civettava con la buona cultura di fatto poi era amica del capitale magari spolverato di paternalismo. Ma torniamo alla sinistra. C’è un problema storico che, a mio modestissimo avviso, va considerato: la delusione dei tentativi di realizzare società socialiste, arrivando al paradosso che esse sono implose addirittura schiacciate dai debiti, e, come nel caso della Cina, senza neanche il belletto liberale, si è passati velocissimamente al capitalismo più sfrenato. È qui anche il problema: al mondo un socialismo che abbia funzionato, dov’è? Io credo che occorra riavvolgere un po’ il nastro della storia e la vera sinistra debba smettere di inseguire la libertà borghese e cercare di ripartire da valori anche apparentemente di destra, ma che sono a mio avviso indispensabili per costruire ripartendo da Marx. Mamma mia quanto ho scritto, perdonate la presunzione e l’approssimazione, ma qui sto fra amici. Grazie.
Non si può dire no “che non fossimo avvertiti”.
No davvero. Ma tu ricorderai bene Cassandra, vero Alberto. Ecco. P.