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Una società senza servitù volontaria
il manifesto
8 novembre 2013
pag. 11

«Lo Stato. Breve storia del Leviatano» di Harold B. Barclay per Elèuthera

 

 

 

 

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Io ci penso a quel che scrivi, anche per giorni.

Per me e per tanti altri, invece, è una realtà concreta di interazione umana e politica, che amplia ogni giorno e ogni momento lo spazio dell’autonomia e della solidarietà.

C’è qualcosa di messianico nell’ispirazione anarchica. Da un lato mi affascina un pensiero che non vuole prescindere dalla persona concreta, dalla sua esperienza, dal suo esserci. Da un altro verso, mi pare di intravvedere una ricerca di spazi autonomi fuori dalle mura della città. Così come al tempo del regno di Erode, gruppi di uomini antitetici al potere cercavano nella preghiera, nel deserto, nello star fuori, la risposta. Uno di questi predicatori poi è diventato famoso, poi.
Certamente la questione è aperta, non c’è un libretto delle istruzioni per rendere bello il mondo. Comunque, è più politico, nel senso produttivo del termine, il Biuso filosofo del Biuso anarchico, perchè la filosofia è azione, se sai davvero suscitare interesse e studio. Ti abbraccio, seppur con le parole.

Ho letto la recensione molto interessante (ammetto che attendo la sua messa «in chiaro») caro Alberto.
C’è un passaggio, fra gli altri, che mi pone degli ulteriori interrogativi.

Gli sviluppi futuri saranno determinati secondo Barclay dalla sempre più radicale contaminazione degli Stati con le grandi corporations transnazionali, ciascuna delle quali detiene una ricchezza e una capacità di azione analoghi a quelle di decine di Stati messi insieme. La previsione dell’antropologo canadese è che di fronte alla ovvia volontà degli Stati/Corporations di fare gli interessi esclusivi dei loro gruppi dirigenti, di fronte alla rarità e parzialità delle rivolte antistatali, il collasso sociale verrà «da un gigantesco disastro nucleare o ambientale» poiché «ancor oggi, gli Stati non hanno preso sul serio la potenziale crisi ecologica, continuando a ritenere prioritario il profitto».

Mi pare che sia ormai chiaro come il potere statale «classico» tende a divenire l’articolazione locale di un potere sovranazionale, detenuto da entità private essenzialmente finanziarie. A me pare che il pensiero libertario si trovi ad un salto epocale che comporta inevitabili ambiguità nel rapporto con lo Stato. Da un lato le note ragioni per non accettare il dispotismo statale (soprattutto nel suo voler essere «naturale» e non storicamente determinato e transeunte), dall’altro però l’esigenza di utilizzare parte delle strutture dello stato stesso per combattere contro il nuovo e più potente e sfuggente nemico. Vengo ad un esempio concreto. Grillo, con tempismo e sagacia politica, lancia la sua campagna per il reddito di cittadinanza. Idea giusta, che condivido nella sua essenza di «restituzione». Ma quale è la «macchina» da approntare per incardinare questo diritto, questa redistribuzione? È proprio lo stato.
Non vorrei che il richiamo alla «società naturale» degli umani sia un elegante e piacevolissimo esercizio di cultura antropologica, mentre poi, tocca magari a coraggiosi come il Grillo, sporcarsi le mani, cercando di «usare» lo Stato. Questione complessa, ci torneremo su. Grazie Alberto per i tuoi scritti, sempre interessanti e vergati con penna d’inegualiabile eleganza e nitidezza.

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