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Filosofia e verità

Edmund Husserl
RICERCHE LOGICHE I

(Logische Untersuchungen I, 1900)
A cura di Giovanni Piana
Net, Milano 2005 (Prima edizione: Il Saggiatore 1968)
Pagine XLVII-494

Husserl definisce le sue Ricerche logiche un punto di inizio e non certo di arrivo, riferendosi in particolare alla VI, la più importante dal punto di vista fenomenologico. In questo primo volume compaiono gli ampi Prolegomeni a una logica pura e le Ricerche I e II. In esse si consuma un articolato distacco dallo psicologismo della prima opera di Husserl –Filosofia dell’aritmetica– mediante un’argomentata difesa della prospettiva logicistica.

A dire il vero, le tendenze sono soltanto due. L’una ritiene che la logica sia una disciplina teoretica, indipendente dalla psicologia e al tempo stesso una disciplina formale dimostrativa. Per l’altra, essa rappresenta una tecnologia, dipendente dalla psicologia, e con ciò si esclude naturalmente che essa possa avere il carattere di una disciplina formale e dimostrativa nel senso in cui, per la tendenza opposta, lo è in modo tipico l’aritmetica. (Prolegomeni, § 3, p. 27).

Le condizioni psicologiche della conoscenza di una legge non vanno infatti confuse con le sue premesse logiche. Una simile confusione renderebbe di per sé impossibile la distinzione tra un pensare corretto e un pensare erroneo, in quanto anche i modi errati del giudizio procedono senz’altro dalle condizioni psicologiche del pensare. Il cuore del discorso consiste quindi in una teoria del significato che si costituisca nel modo più formale possibile e per la quale la verità mostri di essere indipendente dalla mente -qualsiasi mente- che la pensa.
È questo il cosiddetto realismo delle Ricerche logiche, il quale non ha nulla a che fare con le forme ingenue di realismo ma, invece, con la gnoseologia platonica. Husserl cerca infatti una fondazione radicale, universale e certa della scienza. Cerca un’evidenza apodittica per la quale spiegare non significhi pervenire al generale attraverso il particolare, alla legge ideale mediante le intuizioni empiriche ma, al contrario, «rendere comprensibile il singolare a partire dalla legge generale, e quest’ultima a partire dalla legge fondamentale» (Introduzione alle Ricerche, § 7, p. 285).
La fondazione si radica nell’evidenza, senza la quale non c’è sapere. Un’evidenza categoriale e non empirica. Dei tre nessi che coniugano conoscenza e realtà -il nesso psicologico dei vissuti di coscienza, il nesso oggettuale delle cose teoreticamente conosciute e il nesso logico delle idee teoretiche che costituiscono la conoscenza- soltanto il terzo fonda per Husserl il luogo della verità, la quale è appunto indipendente da qualunque forma -umana, animale, divina, artificiale- di vita psichica e persino di realtà effettuale e si costituisce come puro formalismo delle regole e dei significati. La legge di gravitazione in quanto legge continuerebbe a valere anche se non ci fossero più o non ci fossero ancora masse gravitazionali. A venir meno sarebbe la sua applicazione fattuale e non il suo valore di verità.
Ogni scienza -e la scienza in quanto tale- «è una complessione ideale di significati» e non l’atto del significare; è -nei termini di Fregeder Gedanke e non das Denken: «Ciò che è essenziale e decisivo nella scienza non è il significare ma il significato, non la rappresentazione e il giudizio ma il concetto e la proposizione» (Prima ricerca, § 29, pp. 362-363). La scienza è scienza delle specie e non degli enti singoli, è scienza dei significati universali e non della «formazione fonetica pronunciata hic et nunc, questo suono fuggevole che non ritorna mai identico» (Prima ricerca, § 11, p. 309). Nelle formazioni linguistiche universali e nelle idee generali si realizzano la stessa specie e il medesimo significato che poi si differenziano nei momenti individuali e nei diversi casi empirici. Ancora una volta la realtà e la sua conoscenza sono sistole e diastole dell’identità e della differenza.

Le singolarità molteplici che formano il significato idealmente unico sono naturalmente i momenti d’atto corrispondenti del significare, le intenzioni significanti. Il significato si trova, rispetto agli atti singoli del significare (la rappresentazione logica rispetto agli atti rappresentazionali, il giudizio logico rispetto agli atti di giudizio, l’inferenza logica rispetto agli atti inferenziali) in una relazione simile a quella che il «rosso» in specie ha verso queste strisce di carta, che «hanno» tutte lo stesso rosso. […]
I significati formano, potremmo anche dire, una classe di concetti nel senso di «oggetti generali» essi non sono perciò oggetti che, se non si trovano in qualche luogo nel «mondo», si troveranno tuttavia in un tópos ourànios o nello spirito divino; una simile ipostatizzazione metafisica è infatti assurda. […]
In realtà: dal punto di vista logico i sette corpi regolari sono sette oggetti, così come i sette saggi; il teorema del parallellogramma delle forze è un oggetto così come la città di Parigi.
(Prima ricerca, § 31, pp. 368-369)

Una pagina, questa, assai vicina alla Teoria dell’oggetto di Meinong e nella quale il rifiuto del realismo metafisico di Platone si coniuga con la piena accettazione e condivisione del suo realismo concettualista. Il fondamento platonico dell’intero pensiero husserliano è del tutto evidente non solo nelle Ideen ma anche in queste Logische Untersuchungen. In esse la conoscenza delle leggi generali precede sempre quella dei fatti singolari; alla legge naturale come regola empirica viene contrapposta la legge ideale come legalità fondata sui concetti; viene posta una netta distanza tra le unità ideali -identiche ovunque- e i singoli segni linguistici nei quali esse si esprimono e che sono culturalmente differenti nello spazio e nel tempo.
Negli atti di riempimento dei significati è sempre necessario distinguere rispetto all’oggetto che viene percepito il contenuto semantico della percezione, poiché soltanto quest’ultimo è passibile di giudizio ed espressione linguistica. I numeri sono per Husserl indipendenti dall’atto empirico del contare, essi sono indipendenti persino dal fatto che siano espressi o pensati. Il logicismo antipsicologistico è quindi sotto il segno della teoresi platonica: «Nessuna arte interpretativa del mondo è in grado di eliminare gli oggetti ideali dal nostro linguaggio e dal nostro pensiero» (Seconda ricerca, § 8, p. 397).
Per lo Husserl delle Ricerche logiche la verità è del tutto ideale, non empirica e atemporale. A essere nel tempo e come tempo sono i fatti, non le leggi e i significati concettuali dei quali essi sono espressione. Leggi e significati sono fuori dal tempo, senza origine e senza fine. L’affermazione che segue è a questo proposito chiarissima:

Ciò che è vero è assolutamente vero, è vero «in sé»; la verità è unica ed identica, sia che la colgano nel giudizio uomini o mostri, angeli o dei. Le leggi logiche parlano della verità in questa unità ideale, di fronte alla molteplicità reale di razze, individui, vissuti, e noi tutti parliamo della verità in questa unità ideale, a meno che non siamo confusi dall’errore relativistico.
(Prolegomeni, § 36, pp. 132-133)

È da qui, è da tale concezione semantico-veritativa e logicistica del mondo, che discende il costante invito di Husserl a «tornare alle “cose stesse”» (Introduzione alle Ricerche, § 2, p. 271). Se le singole scienze e i diversi saperi hanno tutti bisogno della ricerca filosofica per raggiungere gli obiettivi di senso e universali che si propongono; se la filosofia scientifica rappresenta il culmine del sapere e della vita degli umani -in quanto dalle sue scoperte «è assente qualsiasi aspetto clamoroso; manca qui il riferimento utilitario, immediatamente percepibile, alla vita pratica o alla promozione di bisogni spirituali più elevati» (Introduzione alle Ricerche, § 3, p. 277)- è perché «la sistematicità propria della scienza, naturalmente della scienza vera ed autentica, non è una nostra invenzione, ma risiede nelle cose, e noi non facciamo altro che scoprirla e portarla alla luce» (Prolegomeni, § 6, p. 34).
La filosofia così intesa è gratuita come la matematica, indispensabile come essa, vera al suo stesso modo.

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Ottimo Salvatore, sarà un vero piacere rileggerti spesso, in queste belle pagine di Alberto.

Grazie, caro Alberto,
come mi dai modo, nel mio piccolo, di chiarificarmi su tematiche appassionanti!
Sebbene rimanga in me il fondo di una questione maledettamente intricata, irrisolta – non intravedo titanismo nel dualismo io-mondo ma solo una constatazione che ha valenza teoretica e non è accidente, è l’inizio e non la fine – trovo in particolare pregnante la tua affermazione, alla fine del tuo profondo e dotto ultimo commento:

“Bisogna, invece accogliere un pluralismo che sappia tematizzare sia la finitudine umana sia la sua facoltà produttrice di significati, il suo essere un dispositivo semantico.” e concordo!

Un abbraccio.

P.S. Mi permetto anch’io di ringraziare Diego – che non conosco – per il suo intervento.

In effetti, una trattoria è tale anche se non c’è mai alcun avventore che si ferma a mangiare? Come fa un oggetto ad esistere senza un soggetto?

mi scuso per l’irruzione da incompetente in questa magnifica discussione

Grazie per la tua esauriente risposta, che mi appare – ed è una cifra che ti è solita – chiara. Altresì riconosco che le tematiche proposte da Husserl sono urgenti e svolte in profondità. Mi permetto però di continuare a mostrare disagio – lo so, è solo una sensazione non ancora consolidata da robuste letture e riflessioni – rispetto agli obiettivi che Husserl si propone.
In base alla tua risposta, l’evidenza alla quale mi riferisco non può che rimanere psicologica. Va bene, ma non basta. L’evidenza non può che rientrare in chi ritiene evidente la cosa. Questo non significa, secondo me, che questo atteggiamento è relegato, come tu dici, all’io empirico. E nemmeno che questo si avviti su una dimensione solipsistica. E nemmeno che l’io pensante abbia pretese sulla natura (e perché mai? Semplicemente ci ritroviamo costretti a pensare!). Semmai potremmo farci aiutare da Kant, il quale vuole stabilire un limite all’indagine. Per quello che abbiamo detto finora, pongo così la questione: come è possibile entrare in relazione con un mondo che avverto trascendente, all’interno della mia coscienza, e proprio per questo diventa immanente? Mi sembra quindi stringente concludere che l’io (o come lo vogliamo chiamare) è imprescindibile in una qualsiasi fondazione su basi realistiche. Proprio questa relazione io-mondo non mi appare come mero soggettivismo. E la psicologia, così povera di costrutti filosofici, non avrebbe niente di fondamentale da dirci.

La coscienza trascendentale e intersoggettiva non può appartenere a noi, ma a qualcosa che è diverso da noi!

Mentre al caro Friedrich, che non è fenomenologo come tu riferisci, chiederei questo: se la visione prospettica è accettabile, a fronte di innumerevoli e potenzialmente infinite interpretazioni, non è forse lecito ammettere altrettanti interpretanti? Se nego gli interpretanti continuerò ad avere interpretazioni? Il superamento del soggetto sarà quindi sempre un’orizzonte, ma non verrà mai superato. E’ una illusione, mi pare.

Mi accorgo, adesso che scrivo, come le idee mi si chiariscano, e di questo, caro Alberto, te ne sono enormemente grato.

Grazie.

Lungi dal voler fare un sia pur breve analisi del pensiero di Husserl – anche perchè non mi riconosco competenze specifiche – metto in rilievo l’estrema equivocità della ‘evidenza‘ come strumento necessario per la fondazione del sapere. L’evidenza scaturisce da una illuminazione, da una chiarezza che – a parità di fatti che sostanzialmente non cambiano – prima non ci era visibile. In altre parole, ciò che è adesso evidente poco prima non lo era affatto. Dobbiamo quindi tenere conto del percorso che il pensiero deve attraversare per approdare all’evidenza. Le verità logiche sono – dice Husserl – “in sé“. La verità può esistere senza i fatti, i quali invece si svolgono temporalmente. Tutto chiaro (sta parlando della struttura dell’essere?), se non fosse per il percorso che deve compiere la ‘fatica del pensare’ di hegeliana memoria. Se Husserl combatte lo psicologismo è perché è convinto che una realtà esista, e sta là fuori. Il metodo fenomenologico è così onesto che un ricercatore disinteressato della verità non può che fare suo ed applicarlo. Mi sembra però di poter dire che Husserl, oltre che onesto, è anche troppo ambizioso. La coscienza deve avvicinarsi alle cose stesse scevra da ogni sovrapposizione che non venga a sua volta dalla cosa stessa. Ma esiste questa coscienza ‘ideale’? Siamo costretti, secondo me, a fare i conti con la nostra coscienza e quindi con la nostra evidenza. Per fare solo un esempio: per un filosofo, che ha in genere una maggiore sensibilità onnicomprensiva, risultano evidenti tante cose che all’uomo non filosofo sfuggono completamente. E anche fra i filosofi esistono tante evidenze, spesso divergenti fra di loro! Ecco che allora il progetto di Husserl perde parte del suo fascino. Anzi, diventa ambiguo!
Jaspers aveva detto candidamente a Husserl che non capiva ancora la fenomenologia ma Husserl replicò che questo non era un problema, dato che già Jaspers scriveva come un fenomenologo. Non la tiro per le lunghe, caro Alberto, ma concludo nel seguente modo: se poniamo, nella ricerca fenomenologica, anche quella modesta parvenza di unità che ci è rimasta – e che forse è stata fin troppe volte calpestata nel corso del XX secolo, se non prima – e facciamo entrare in dialogo le ‘singole‘ evidenze allora i frutti che potremo cogliere, ancorchè precari, saranno più gustosi rispetto ad una insipida verità ‘ideale’, la quale parlerrebbe solo ad una coscienza ‘ideale’.
Lo dico forse più brutalmente: non buttiamo via il soggetto come inutile. Anche perchè siamo e saremo costretti ad essere qualcosa di simile.

Un caro saluto

P.S. Mi sono preso troppo spazio, ma l’argomento che tu hai proposto mi ha particolarmente intrigato 🙂

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