Poche cose sono emblematiche della servitù di un individuo e di un popolo come il prendere posizione per l’uno o per l’altro di due padroni, le cui differenze sono per quell’individuo e per quel popolo irrilevanti. Il coro dell’atto III dell’Adelchi è assai efficace nel descrivere tale situazione.
Che dunque a vincere le imminenti elezioni che designeranno il rappresentante legale del sistema finanziario e militare statunitense sia il guerrafondaio premio nobel per la pace Barack Obama o il plurimiliardario cristiano-mormone e ultraliberista Mitt Romney, la politica statunitense verso il resto del mondo rimarrà quella ben esemplificata da Hiroshima, dal Vietnam, dalla distruzione dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Libia, dal terrorismo che sta colpendo la Siria.
Ed Husain, analista del Council on Foreignis Relations -uno degli istituti di ricerca che elaborano la strategia statunitense verso gli altri Paesi- scrive che «i ribelli siriani oggi sarebbero incommensurabilmente più deboli senza Al Qaeda. I battaglioni dell’esercito libero siriano (Fsa) sono stanchi, divisi, confusi e inefficaci. Si sentono abbandonati dall’Occidente e sempre più demoralizzati mentre affrontano la potenza di fuoco superiore e l’esercito professionista del regime di Assad. L’arrivo di jihadisti di Al Qaeda porta disiciplina, fervore religioso, esperienza bellica dalle battaglie in Iraq, finanziamenti dai simpatizzanti nel Golfo e soprattutto risultati letali. […] In breve, l’Fsa ha bisogno di Al Qaeda ora» (Fonte: www.cfr.org/syria/al-qaedas-specter-syria/p28782 ).
Questo significa, commenta Francesco Labonia su Indipendenza, (anno XVI, n. 32, pp. 30-35) che «Washington e i suoi alleati/subalterni NATO sostengono (con finanziamenti e forniture di armi) quella che per anni è stata dipinta come una Spectre planetaria, cioè al Qaeda», con la quale invece gli USA si sono adesso alleati allo scopo di annientare «l’ultimo Stato arabo laico caratterizzato da un pluralismo multiculturale, integrato con il riconoscimento degli stessi diritti alle varie religioni che si intrecciano nella complessità dei vincoli tribali-familiari», come vari esponenti cristiani che vivono in Siria confermano.
Nel flusso di menzogne che i media filoamericani diffondono «straordinario è il ruolo dell’influente Al Jazeera, di proprietà della famiglia regnante del Qatar. Ora, il Qatar è il regno di un piccolo satrapo di stampo feudale e teocratico. […] Il Qatar brilla per il fatto che non esiste alcun Parlamento, non vige alcuna Costituzione, non è ammessa l’esistenza di alcun partito e ovviamente non sono mai state indette, anche solo pro forma, consultazioni elettorali. La parola “diritti”, di qualsiasi natura, è semplicemente sconosciuta. La sua importanza le viene soprattutto dall’essere sede di una gigantesca base militare statunitense, considerata la più grande esistente fuori dagli Stati Uniti. […] Da questo emirato Al Jazeera lancia le sue crociate suppostamente democratiche d’interventismo militare in casa d’altri. Anche al prezzo di mistificazioni e falsificazioni colossali. […] Di democrazia è fantasioso parlare anche per altri Stati dell’area come gli Emirati Arabi Uniti l’Oman o la monarchia hashemita della Giordania o nello stesso Yemen. Per Al Jazeera (e non solo), però, è la Siria laica, multiconfessionale, non sottomessa e sovrana a dover essere democratizzata, cioè, come da relativa accezione linguistica euroatlantica, dominata».
Tutto questo è non soltanto grottesco ma anche esemplare di una società -la società dello spettacolo- nella quale il dominio appartiene a chi controlla la comunicazione e l’informazione. Ancora una volta Orwell e Debord ci hanno insegnato l’essenziale.
Ma nonostante questa imponente propaganda della quale naturalmente tutti i media italiani, escluso in parte il manifesto, sono strumento e voce «quel che principalmente conta –e non è assolutamente cosa da poco– è che gran parte della società siriana sinora non si è piegata ed ha scelto la strada della resistenza, nelle diverse forme in cui la sta esprimendo. La migliore risposta che si possa dare all’oscurantismo di matrice salafita-alqaedico e alla sudditanza atlantica».
Tacito fa dire al generale caledone Calgaco «Auferre, trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant» (Agricola, 30, 7). Rubare, massacrare, rapinare. Questo, con falso nome, chiamano impero. Creano il deserto, e lo chiamano pace. E democrazia.






Forme e menzogne dell’imperialismo.
Per Cuba, contro l’imperialismo statunitense.
L’imperialismo. In un’immagine.
Imperialismo e tradimento interno.
Sì, l’auspicio è che l’imperialismo anglosassone-sionista (cominciato con la Dichiarazione Balfour del 1917) arrivi al suo capolinea. Se così sarà, la gratitudine verso l’Iran sarà grande.
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L’IRAN DISEGNA L’ALTERNATIVA AL CAOS IMPERIALISTA
Target, 14.3.2026
Fonte: https://t.me/target_geopolitica/3453
Nei giorni scorsi, ho avuto modo di sottolineare come gli Stati Uniti difettino di pensiero strategico, che poi significa incapacità di prevedere i cambiamenti geopolitici determinati da altri attori – grandi o piccoli che siano – e soprattutto scarsa lungimiranza nel pianificare quelli che vorrebbero a loro volta determinare. L’ultimo grande disegno strategico statunitense – immaginato, pianificato, organizzato e poi messo in atto – ovvero il tentativo di colpire la Russia attraverso l’Ucraina, nonostante avesse appunto alle spalle almeno due decenni di preparazione, è andato com’è andato.
Il Medio Oriente è il secondo teatro dove abbiamo visto in campo la fallacia delle strategie statunitensi. L’architettura fondamentale è sempre stata quella riassumibile negli Accordi di Abramo: un patto tra paesi arabi filo-occidentali (e legati a doppio filo agli USA) ed Israele, caratterizzato da una non detta preminenza di quest’ultima. L’ostacolo alla realizzazione di questo disegno era stato identificato nella questione palestinese, e dunque – con pieno mandato statunitense – Tel Aviv si era assunta l’incarico di portare a termine la liquidazione del problema. Quando il 7 ottobre 2023 l’operazione Al Aqsa Flood fa saltare i vecchi piani, si rende necessaria una accelerazione, e parte così la campagna genocidaria contro la popolazione di Gaza. Ancora una volta, con la piena copertura politica e militare degli Stati Uniti e dell’Europa. Ma la Resistenza palestinese – questa volta in senso letterale – manda ancora una volta all’aria i piani: in due anni di guerra feroce Israele non riesce né a sconfiggere le organizzazioni politico-militari palestinesi, né a piegare il popolo di Gaza.
Pur avendo palesemente fallito il compito che avevano assicurato di poter portare a termine, gli israeliani convincono Washington che non solo per risolvere la questione palestinese è necessario prima cancellare la Repubblica Islamica dell’Iran, ma anche che è questo il momento giusto. Il primo tentativo, il giugno scorso, è stato portato avanti solo dallo stato ebraico, anche se sempre con totale copertura statunitense; ma il fallimento ha reso chiaro che Israele da solo non ne sarebbe mai stato capace, e che quindi si rendeva necessario l’intervento diretto degli Stati Uniti.
E siamo all’oggi. Netanyahu continua a blaterare di un ridisegno del Medio Oriente, che verrebbe portato a termine dall’azione israeliana congiuntamente all’alleato statunitense – mai uniti e coesi come adesso. Ma la verità è esattamente l’opposto. E l’Iran che sta ridisegnando il Medio Oriente, e lo sta facendo in modo chiaro e netto, e con grande lungimiranza strategica.
L’obiettivo per il prossimo decennio non è la distruzione di Israele – a meno che nel frattempo non imploda anticipatamente da sé – ma, appunto, una completa ridefinizione dalla mappa geopolitica. Il primo step, già in corso, è l’espulsione della presenza militare americana nella regione. Ma i passaggi successivi cominciano ad essere delineati. La definizione di una architettura di sicurezza regionale, che prescinda totalmente dalla presenza e dall’influenza statunitense, è il secondo. Quando il generale Mohsen Rezaei dice che “la presenza americana nel Golfo Persico è la principale causa dell’insicurezza degli ultimi 50 anni; senza l’uscita degli Stati Uniti dal Golfo Persico e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei paesi della regione e dell’Oman, che si trovano su entrambi i lati dello stretto, non è possibile garantire la sicurezza”, sta lanciando un messaggio preciso ai paesi del Golfo. Così come la proposta, al momento chiaramente provocatoria, di riaprire il traffico nello stretto di Hormuz al petrolio commerciato in yuan, parla ancora una volta ai medesimi paesi. Ed il messaggio è che Teheran, in quanto alleato strategico di Pechino, può essere il garante della sicurezza del commercio col più grande mercato petrolifero dei prossimi decenni.
Ed è altrettanto interessante come, proprio in questi giorni, alcuni analisti iracheni stiano esplicitamente parlando di una ridefinizione letteralmente delle entità statuali (ponendo tra l’altro fine ad ogni eredità del colonialismo britannico), con il territorio degli Emirati Arabi Uniti che torna all’Oman, l’Arabia Saudita che prende il Qatar, il Kuwait che viene assorbito dall’Iraq ed il Bahrain che torna all’Iran. Una ridefinizione geopolitica che, domani, potrebbe ampliarsi ulteriormente, ad esempio con la riunione di Libano e Siria.
L’Iran, insomma, non solo mostra di sapere molto bene come affrontare la guerra, ma anche di come immaginare la pace. Ha un pensiero strategico, una profondità di proiezione che non ragiona in termini di caos e distruzione ma di stabilità e sviluppo. E che, inserito in un quadro geopolitico più generale, collocandosi sia nella prospettiva euroasiatica che nel modello BRICS+, si prospetta come una alternativa appetibile per l’intera regione. Un processo sicuramente non semplicissimo e non a brevissimo termine, ma che – anche attraverso la scomposizione e ricomposizione dei pezzi del puzzle – può rappresentare la via d’uscita dal loop ‘guerra cinetica – sospensione della guerra – guerra cinetica’, che è determinato dalla presenza coloniale israeliana, e quindi, in ultima analisi, dell’imperialismo statunitense nel cui contesto Israele è unicamente possibile.
(https://t.me/target_geopolitica)
Da un articolo del Simplicissimus, l’elenco delle basi statunitensi in Italia.
Basta scorrerlo per avere una conferma empirica che siamo una colonia e niente di più.
Solo dalla dissoluzione degli Stati Uniti d’America potrà rinascere una qualche forma di libertà.
Fonte: https://ilsimplicissimus2.com/2026/02/24/minima-antistoria-italiana/
24.2.2026
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L’elenco è impressionante e restituisce chiaramente l’idea che le forze italiane non sono che un modesto, ma costosissimo riempitivo, dentro un dispositivo di occupazione totale, che serve soprattutto a foraggiare l’industria bellica americana. Ogni tanto, come è successo recentemente per Napoli, il comando, meramente pro forma, viene passato all’Italia così che l’attuale presidente del Consiglio possa gonfiare il petto senza un’operazione chirurgica e nascondere la totale dipendenza da Washington che per lei non è più una sventurata necessità, ma tutto l’orizzonte di cui è capace. Del resto sappiamo che nell’ambito della divisione del lavoro internazionale immaginata dai globalisti, l’Italia è destinata ad avere lo stesso ruolo di Santo Domingo, ovvero un territorio turistico a basso valore aggiunto e, come sa bene chi cerca casa, scontrandosi contro la sterminata serie di affitti a breve, B&B, case vacanze altri cazzi e mazzi, l’operazione sta riuscendo perfettamente.
L’Unione Europea complice dell’imperialismo. E dunque anche della propria rovina.
Un grande presidente, un popolo dignitoso, il Venezuela, contrariamente a quelli dell’Unione Europea, contrariamente all’Italia.
Chávez: sugli Stati Uniti d’America
Tra le più recenti vittime dell’imperialismo statunitense: Iran, Nigeria, Venezuela.
Le probabili prossime vittime: Cuba, Colombia, Groenlandia/Danimarca.
E così via. Ma la ὕβρις acceca coloro che vuole perdere.
La dignità del Venezuela contro il grottesco delirio imperialista degli Stati Uniti d’America.

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Un testo da manuale a firma di Trump descrive in modo davvero plastico che cosa sia l’imperialismo.
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Il Venezuela è completamente circondato dalla più grande armata mai assemblata nella storia del Sud America. Diventerà solo più grande, e lo shock per loro sarà come nulla che abbiano mai visto prima – Fino a quando non restituiranno agli Stati Uniti d’America tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci hanno precedentemente sottratto. Il regime illegittimo di Maduro sta usando il petrolio di questi campi petroliferi rubati per finanziare se stesso, il terrorismo della droga, la tratta di esseri umani, l’omicidio e il rapimento. Per il furto dei nostri beni, e per molte altre ragioni, incluso il terrorismo, il contrabbando di droga e la tratta di esseri umani, il regime venezuelano è stato designato come ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA STRANIERA. Pertanto, oggi, sto ordinando un BLOCCO TOTALE E COMPLETO DI TUTTE LE PETROLIERE SANZIONATE che entrano e escono dal Venezuela. Gli immigrati illegali e i criminali che il regime di Maduro ha inviato negli Stati Uniti durante l’amministrazione debole e incompetente di Biden, vengono restituiti al Venezuela a un ritmo rapido. L’America non permetterà ai criminali, ai terroristi o ad altri Paesi, di derubare, minacciare o danneggiare la nostra nazione e, allo stesso modo, non permetterà a un regime ostile di prendere il nostro petrolio, la nostra terra o qualsiasi altro bene, che devono tutti essere restituiti agli Stati Uniti IMMEDIATAMENTE. Grazie per la vostra attenzione su questa questione!
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DONALD J. TRUMP
PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
Il Venezuela e il pesce palla di Washington
Il Simplicissimus, 2.11.2025
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Nel regno animale è una tattica di successo: lucertole che sembrano spaventose, bocche che si allargano contro ogni previsione, pesci palla che triplicano le dimensioni, il cuculo che imita il verso dello sparviero o i lemming che emettono stridii molto acuti e infiniti altri: sono tutti trucchi per mostrarsi più grandi e forti all’avversario quando si è all’angolo. Questa è una tecnica che gli umani hanno sviluppato in un numero impressionante di varianti, una delle quali è mostrarsi aggressivi per spaventare o arginare i nemici quando questi ultimi sono più potenti. Ed è quello che sta accadendo oggi: in campo manifatturiero l’Occidente complessivo è molto più debole del Sud del mondo e anche sul piano militare mostra segni di arretratezza, non riuscendo più a stare dietro alle innovazioni degli avversari. Proprio per questo deve compensare lo svantaggio mostrandosi prepotente e brutale come non era mai stato, nella speranza che gli altri si spaventino di fronte alla follia di cui fanno mostra.
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In questo contesto si inserisce anche la grottesca vicenda venezuelana, con preparativi di un’invasione e di bombardamenti a fronte di un pretesto ancor meno credibile delle famose armi di distruzione di massa che furono all’origine della seconda guerra in Iraq: si dice di voler contrastare il narcotraffico, quando il Venezuela non è mai stato noto né per la distribuzione, né per la produzione di droghe. Possiede invece enormi riserve di petrolio su cui gli Usa vogliono mettere le mani per placare il loro drammatico problema del debito. E questo possono farlo solo attraverso un sanguinoso cambio di regime, perché Maduro e il governo socialista sono determinati a far fruttare il petrolio per il popolo venezuelano, con gran dispetto dell’alta borghesia ultrareazionaria di Caracas che prima controllava il commercio di oro nero tenendosi per sé ciò che fruttava e, dopo l’avvento al potere di Hugo Chavez, si è sentita spodestata delle sue rendite. Ma il Venezuela è un Paese molto grande, vasto tre volte l’Italia, con un territorio montuoso e spesso densamente boscoso: l’esercito statunitense (che tra parentesi è un discreto consumatore di stupefacenti e uno dei più importanti nodi di narcotraffico, vedi Afganistan) non è in grado di invaderlo, occuparlo e controllarlo, anche nella remota ipotesi che una lunga campagna non permetta ad altri di giungere in soccorso.
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Perciò i piani degli Usa sono una sorta di variante di ciò che è accaduto in Iran: il loro piano è quello di un attacco aereo per uccidere il presidente Maduro e i vertici militari, accompagnato da una campagna di bombardamenti volta a distruggere le difese aeree e le principali unità di difesa. Nel frattempo, la Cia e le forze speciali lavoreranno sul campo a Caracas per organizzare terroristi locali che assaltino i principali siti governativi e gli edifici radiotelevisivi. Ad ogni modo se Maduro non dovesse essere fatto fuori dagli attacchi aerei, si spera che i bombardamenti mettano contro di lui l’esercito, cosa che peraltro la Cia non è mai riuscita a fare con la corruzione. Protagonista in tutto questo è proprio la signora Machado recentemente insignita da un sinedrio di miserabili e disgustosi gaglioffi norvegesi del Nobel per la pace: non passa giorno che non invochi la distruzione e la morte per i suoi concittadini e la sua ascesa alla presidenza. Del resto è davvero buffo come l’informazione occidentale tenti disperatamente di mostrare come i venezuelani non stiano con Maduro e siano ansiosi di farsi scippare il petrolio dai gringos: una penosa e al tempo stesso farabutta bugia raccontata da immagini artefatte mostrando piccoli gruppi a pagamento che protestano. La solita tattica per i cambi di regime. E i soliti servi sempre a disposizione
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Non possiamo sapere se questo attacco ci sarà realmente, ma in fondo la strategia degli Usa e del suo codazzo di nani al seguito, è proprio questa: sembrare così pazzi da far pensare che possano anche autodistruggersi pur di arrivare ai loro scopi. In fondo anche l’avventura venezuelana non è così indolore: il Venezuela dispone di circa 20 aerei da combattimento multiruolo Su-30MK2V equipaggiati con missili antinave russi Kh-31. Dispone inoltre di velivoli d’attacco veloce Peykaap-III (classe Zolfaghar) di fabbricazione iraniana, equipaggiati con missili antinave CM-90. Sono armi efficaci ed è abbastanza plausibile che se le forze armate venezuelane reagissero e riuscissero a colpire una manciata di navi statunitensi, Trump si sgonfierebbe immediatamente come una gomma bucata.
Per il resto a Washington non interessa l’indignazione planetaria, esattamente come non hanno avuto scrupolo di dotare Israele di armi e finanziamento per massacrare Gaza. Anzi è proprio questo l’effetto che vogliono ottenere, quello di apparire privi di qualsiasi scrupolo e dunque così pericolosi da lasciar fare loro ciò che vogliono. In Ucraina sono più prudenti perché sanno che una guerra nucleare con la Russia che ha più testate, missili non intercettabili e una difesa aerea realmente efficace, non buona solo a fare soldi per il complesso militar – politico di Washington, verrebbero vaporizzati, ma nonostante questo vogliono apparire così pazzi da sfiorare sempre il conflitto globale. Però alla fine anche il pesce palla che si gonfia per sembrare più grande ed è pure velenoso, finisce in cucina. La storia sta già preparandole le pentole.
Alcuni luoghi dove l’imperialismo contemporaneo porta distruzione e morte: Venezuela, Palestina, Sudan.

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Le pratiche coloniali e imperialiste degli Stati Uniti d’America non sono affatto nascoste. E tuttavia i servi non credono neppure al padrone pur di pensarsi liberi quando invece sono, appunto, servi.

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L’Impero anglo-sionista si conferma ogni giorno il pericolo più grave, il maggiore ostacolo a delle relazioni internazionali pacifiche e proficue.
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Rivista Indipendenza
NOTIZIE INTERNAZIONALI
(28 agosto 2025, ore 6:30)
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– USA. Davvero un atto di trasparenza di Trump! Vuole rinominare il Dipartimento della Difesa in Ministero della Guerra. Il nome, ha detto, riflette meglio gli obiettivi USA: «Difendersi, ma anche attaccare (…) Come Dipartimento della Guerra abbiamo vinto tutto. Abbiamo vinto tutto. Penso che dovremo tornare a quello». Il Dipartimento della Guerra, istituito nel 1789, fu rinominato Dipartimento della Difesa nel 1947, quando vennero uniti i dipartimenti della Guerra e della Marina sotto un’unica entità. Non si sa se questa variazione necessiterà dell’approvazione del Congresso.
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– Ucraina. Allarme degli analisti occidentali sull’avanzata russa nell’agglomerato Sloviansk-Kramatorsk, due città considerate da Kiev come nodi fondamentali. Al di là di queste zone, l’Ucraina è priva di linee di fortificazioni allestite fino alle regioni di Zaporozhye e Dnipropetrovsk. Una volta cadute, l’esercito russo potrà avanzare verso il Dnepr. Per Kiev resta il trasferimento urgente di riserve da altri fronti, che scarseggiano e che ‘sguarnirebbero’ quelle zone. I reparti del neonazista Azov, fatti affluire nella zona, hanno effettuato sì qualche contrattacco, ma nell’insieme non riescono a reggere l’avanzata russa.
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– Ucraina. Zelensky si aspetta di ricevere dagli alleati non meno di 1 miliardo di dollari al mese per l’acquisto di armi statunitensi. Lo ha detto nel corso di un incontro a Kiev con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre. (Reuters)
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– Georgia. Kaha Kaladze, sindaco di Tbilisi e segretario generale del partito al governo “Sogno Georgiano”: l’Occidente ha offerto armi alla Georgia per aprire un «secondo fronte» contro la Russia. «Nell’ufficio del primo ministro ci sono state minacce dirette, ricatti e insulti affinché nel Paese si aprisse un “secondo fronte”». Ha sottolineato che le autorità sono pronte a rivelare i dettagli delle trattative, «se sarà necessario fornire prove», tuttavia «in base agli interessi del Paese, è meglio lasciare tutto com’è».
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– Venezuela. Il partito di opposizione, Vente Venezuela, della filo-occidentale Maria Corina Machado firma accordo di cooperazione con il partito sionista Likud di Benjamin Netanyahu.
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– Venezuela. Il presidente Maduro schiera 15mila militari (equipaggiati con motovedette, aerei e droni) ai confini per respingere un possibile invasione USA. È la risposta alla decisione di Trump di inviare navi militari di fronte alle coste del Venezuela. La fonte russa Rybar sostiene che almeno 2mila droni Geran-2 potrebbero essere consegnati al Venezuela da Mosca, che starebbe pianificando di inviarne anche a Cuba e Nicaragua. Secondo analisti geopolitici Washington punterebbe a un colpo di Stato interno sostenuto da attacchi missilistici.
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– Israele. Israel Katz, ministro della Difesa, dopo i bombardamenti di Tel Aviv su Sana’a, capitale dello Yemen, in conferenza stampa promette di infliggere agli Houthi una «piaga dei primogeniti». L’espressione fa riferimento al Libro dell’Esodo nel quale si dice che Dio abbia voluto lo sterminio del primogenito di ogni famiglia egiziana. Abdul Qader al-Murtada, alto funzionario Houthi: «Non abbandoneremo i nostri fratelli a Gaza, nonostante i sacrifici».
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– Israele. Pronti a sostenere governo ed esercito libanese per disarmare Hezbollah. Così l’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu. Nel caso, Israele dice che si impegnerà anche ad una riduzione graduale della sua presenza militare d’occupazione in Libano.
https://t.me/s/rivistaindipendenza
Da Gaza all’India la fame come arma dell’impero
il Simplicissimus, 27.8.2025
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Tutti noi inorridiamo davanti al tentativo del governo sionista di “liberare” la striscia di Gaza affamando i palestinesi e pensiamo in buona fede di assistere ad orrori del tutto inediti, invece la carestia e la fame sono uno strumento usato molto spesso per sottomettere le popolazioni e in particolare sono state un’arma d’elezione nelle varie incarnazioni dell’impero anglosassone. Non è che olandesi, francesi, spagnoli e portoghesi – tanto per restringere il discorso all’evo moderno – non l’abbiamo mai fatto, ma il loro uso è stato occasionale, mentre esso si presenta come tipico delle oligarchie mercantili e poi industriali che hanno gestito prima l’impero britannico e poi quello americano. Tanto per chiarire con un esempio concreto: la documentazione storica ci permette di dire che nei venti secoli precedenti al 1757, anno della completa dominazione del sub continente da parte inglese, in India ci sono state 17 carestie gravi, mentre durante l’asservimento a Londra, durato due secoli, ce ne furono 31, un numero spaventoso che praticamente tenne tutta l’India in stato di grave carenza alimentare e di povertà estrema. E – immaginate – da quando gli inglesi hanno sloggiato, di carestie non ce n’è stata nemmeno una.
Questi numeri messi assieme dallo storico dell’economia Robert C. Allen indicano chiaramente un uso della fame come strumento di dominio, peraltro ben noto alla classe dirigente britannica tanto che il Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli (peraltro un protosionista di antiche origini italiane) lo affermò esplicitamente, dichiarando che l’obiettivo dell’impero britannico era “conquistare e mantenere territori contenenti le maggiori risorse naturali. Stabilire basi navali in tutto il mondo per controllare i mari e le rotte commerciali. Sottoporre a blocco e affamare qualsiasi nazione o gruppo di nazioni che si opponesse a questo programma di controllo dell’Impero”. Insomma il potere navale usato non tanto in maniera diretta quanto come strumento per provocare carenza alimentare. E nel 1936, George Orwell scrisse: “Si può avere un’idea del reale rapporto tra Inghilterra e India se si considera che il reddito pro capite in Inghilterra è di poco superiore alle 80 sterline, mentre in India è di 7 sterline. È abbastanza comune che le gambe di un [lavoratore] indiano siano più sottili del braccio di un inglese medio. … Questo è semplicemente dovuto alla fame. Questo è il sistema in cui viviamo tutti.”
Solo che non ce ne siamo accorti. E la situazione non è migliorata col tempo e con la fine della colonizzazione, almeno quella ufficiale, anzi dalla Gran Bretagna è trasmigrata in America assieme all’ossessione per la crescita demografica che era la paranoia delle classi dirigenti anglosassoni, consapevoli di essere una piccola minoranza dell’ecumene umano. Nell’aprile del 1974, Henry Kissinger, allora Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale sotto Nixon, inviò un promemoria riservato a membri selezionati del governo. Intitolato Impatto della crescita demografica mondiale sulla sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti all’estero, il documento fu commissionato su raccomandazione di John D. Rockefeller III, esponente di una delle più pericolose dinastie del potere e divenne in seguito noto come Nssm 200 (National Security Study Memorandum 200). In esso si afferma che il controllo delle aree più ricche di risorse del mondo di fronte alle pressioni sociali, derivanti da una popolazione globale in crescita, passa anche attraverso la gestione degli aiuti alimentari. Insomma gli Usa avrebbero dovuto fare uso degli aiuti umanitari uno “strumento di potere nazionale”. Si trattava di una trasposizione delle politiche dell’impero britannico alla politica estera statunitense.
La cosa agghiacciante è che dietro tutto questo si nasconde anche il germe segreto del capitalismo, inestricabilmente legato all’imperialismo: le persone che vivono nella carenza alimentare non pensano nemmeno alla dignità del lavoro e ai diritti che ad esso si accompagnano, sono insomma più facilmente sfruttabili. E non lo dico io, ma un documento dell’Onu intitolato I benefici della fame nel mondo, prodotto da un certo professor George Kent, nel quale si afferma che “la fame ha un grande valore positivo per molte persone ed è fondamentale per il funzionamento dell’economia globale. Le persone affamate sono le più produttive, soprattutto dove è necessario il lavoro manuale”. Ovviamente le persone per le quali ha un valore positivo, sono quelle che sfruttano la forza lavoro. Questa è naturalmente l’ultima delle preoccupazione delle popolazioni occidentali che non si stanno rendendo conto di stare per diventare i nuovi indiani. Tra l’altro le oligarchie di comando stanno producendo un eccezionale sforzo per colpire l’agricoltura e l’allevamento un po’ dappertutto, dagli Stati Uniti all’Olanda, dal Canada alla Germania, dalla Francia all’Irlanda, arrivando persino a pagare gli agricoltori perché non producano. Il tutto servendosi di ideologismi ridicoli, possibili solo dentro il nuovo analfabetismo, diffusi a piene mani dai media, annunciando la futura resurrezione alimentare a suon di carne artificiale ed insetti.
Quindi non stupiamoci di Gaza come se fosse qualcosa di assolutamente inedito, è solo un caso particolare di un modus operandi geopolitico e politico. E non temete, i prossimi saremo noi.
L’IMPERIALISMO DEGLI USA E LA SCONFITTA DELL’OCCIDENTE
Paolo Fai , Aldous, 10.3.2025
Un’analisi del tutto condivisibile di Didier Maïsto (su X/Twitter)
Pour comprendre les deux conflits majeurs en cours, il faut avoir à l’esprit qu’au Moyen-Orient, c’est une guerre Israël-Etats-Unis vs Iran et qu’en Europe c’est une guerre États-Unis-Europe vs Russie.
C’est fondamental à intégrer pour analyser correctement ce qui est actuellement en jeu et pour réfléchir à ce que signifie l’expression « nouvel ordre mondial », souvent balancée à tort et à travers dans le débat public.
Le tout sur fond de déséquilibre démographique, d’émergence des BRICS -mais aussi des pays, notamment africains, attirés par ce nouveau pôle- sans oublier le début d’un processus de dédolarisation de l’économie mondiale.
Pour ce qui est du conflit au Moyen-Orient, j’entends dans les analyses de « spécialistes » médiatiques que, par charité, je ne nommerai pas, beaucoup d’inepties. Il n’y a pas, ainsi, de « monde arabe » uniforme, ni même de « musulmans qui se liguent contre le judéo-christianisme ». Il y a un Iran chiite qui tente toujours d’étendre son influence et des pays majoritairement sunnites qui ne voient pas d’un mauvais oeil ce que sont en train de faire Israël et les États-Unis.
L’expansionnisme n’est pas toujours celui qu’on croit ! Aujourd’hui, il y en a trois dans ces conflits : un expansionnisme iranien, qui a réussi la prouesse d’étendre ses propres frontières à d’autres pays, un expansionnisme états-unien, qui considère être partout chez lui sur la planète et qui l’a même conceptualisé avec l’extraterritorialité de son droit, la militarisation des océans comme de nombreux pays, y compris en Europe (Ukraine par exemple) et enfin un expansionnisme israélien dont on a pu voir la projection matérialisée il y a quelques jours lors de l’allocution de Netanyahu, avec la présentation d’une carte intégrant la Cisjordanie comme faisant partie d’Israël.
Le monde est en train de se recomposer sous nos yeux et ce sont des empires protectionnistes (pas seulement au niveau économique) qui s’affrontent, parfois militairement par pays tiers. La Chine bien sûr (je reviendrai un jour en détail sur ce qui se joue à Taïwan), l’Inde, la Russie, les Etats-Unis, avec des sphères d’influence qui évoluent, tant en Afrique qu’en Asie.
L’Europe est en train de sortir de l’Histoire, parce qu’elle n’est plus qu’une colonie américaine. Cela ne signifie pas que les pays qui la composent aujourd’hui sortiront, eux, de l’Histoire, même si le temps presse.
Le Royaume-Uni est un cas à part, qui n’a jamais été que le pont avancé des USA pour détruire l’Europe. Il reste les cas de l’Allemagne, qui n’a plus vraiment d’intérêt à rester dans l’UE et qui est en train de s’autonomiser (l’affaire Nord Stream, les flux migratoires, sa faible démographie, la destruction de son industrie, la progression de l’extrême-droite la font réfléchir)… mais aussi de la France, qui doit à tout prix sortir de la catastrophe macroniste et a fortiori de l’UE de façon préparée (de toute façon, ça se fera).
Pour nous, c’est plus que jamais : le non-alignement ou la disparition. C’est pourquoi le jeu politicien actuel, auquel tous les partis participent, nous fait perdre un temps précieux.
Ce qui est en train de se produire n’est rien de moins que le début d’une déglobalisation, quand les sociales-démocraties occidentales ont fait le choix inverse, raison pour laquelle elles ne parviennent plus nulle part à obtenir de majorité. Ce mouvement de fond, les peuples l’ont parfaitement ressenti, ils le nourrissent sans forcément l’objectiver ou le conceptualiser.
Il collasso americano
il Simplicissimus, 29.9.2023
L’America cerca disperatamente qualcosa che le permetta di non uscire perdente da una guerra che ha perso e per questo non lesina sulle vite degli altri, come del resto ha sempre fatto. Ma anche se per caso riuscisse in questo intento, quanto meno nei confronti delle masse ipnotizzate in occidente, sta già perdendo e disastrosamente la sua guerra interna che ormai infuria su diversi fronti. Dalla dissoluzione dell”Unione Sovietica gli Stati Uniti hanno governato il pianeta senza alcuna “opposizione” e così gli ultimi 40 anni potrebbero essere considerati il culmine del loro potere, ma dietro le quinte lavoravano le forze della storia e ora l’impero sta implodendo a una velocità inaspettata, sommerso da problemi sistemici, prima nascosti e tamponanti dalla necessità della competizione con l’Urss, dalla necessità che il mondo non capitalista fosse come la piccola fiammiferaia di Andersen che guarda incantata la vetrina. Ma una volta ottenuto lo scopo tutti gli occidentali si sono via via trasformati in fiammiferai che desiderano cose che vi via non possono più permetterei.
Ponti, dighe, ferrovie, autostrade, metropolitane: gran parte delle infrastrutture critiche degli Stati Uniti sono vecchie di decenni e fatiscenti. Centinaia di città un tempo fiorenti si sono trasformate in deprimenti città fantasma. Niente lavoro, niente persone, niente ospedali, niente scuole e talvolta nemmeno un negozio di alimentari: questa è la realtà dell”interno degli Usa. La metà degli americani, più di 150 milioni di persone, sono intrappolati in posti di lavoro a basso e bassissimo salario e dunque nella povertà. . Nessuno di loro ha più di 1.000 dollari di risparmi. Le conseguenze dell’attuale inflazione perciò sono drammatiche: il numero dei senzatetto ha raggiunto un livello record nel 2023 e solo a Los Angeles se ne contano più di 46 mila mentre il numero dei tossicodipendenti è in aumento da due decenni. Anche i decessi per droga sono in continuo aumento, il tasso è aumentato principalmente con la politica Covid e da allora non si è più ripreso, ogni anno oltre 100.000 americani muoiono di overdose, mentre i sociologi hanno già coniato un termine per descrivere l’alto tasso di suicidi e decessi per droga: morte per disperazione.
Le reti sociali tradizionali e fondamentali come il matrimonio, la famiglia e perfino le chiese e i club sono stati smantellati e ora si è arrivati persino alla grottesca manipolazione dei bambini da parte dell’attivismo queer che tuttavia è solo un assaggio di una miserabile condizione delle generazioni future. Si sta sviluppando una società assolutamente sradicata, disorientata e solitaria. Si potrebbe anche dire che lo scatenamento da parte delle elite della loro ingegneria sociale ha reso l’intera America un Paese malato di mente e non a caso gli Stati Uniti sono di gran lunga la nazione con il più alto consumo di antidepressivi e psicofarmaci con più del dieci per cento della popolazione che ne fa un uso intenso. E’ una situazione infernale e basti pensare che per ogni americano in età lavorativa che è disoccupato e in cerca di lavoro, ci sono 4 americani in età lavorativa che sono disoccupati ma non cercano lavoro. Il disagio profondo lo si avverte pensando che il 75% della popolazione ha seri problemi di peso con il 43% di obesi e 32% sovrappeso. Nel 1o per cento dei casi si tratta di obesità patologica.
Naturalmente anche la violenza sta esplodendo: non ci sono solo sparatorie, ma risse, scontri e pestaggi dovunque spesso in luoghi che dovrebbero essere sicuri come scuole, università, centri commerciali, ristoranti, treni e persino aeroporti.
E poi c’è il debito che cresce fuori controllo, ma anche la stampante dei biglietti verdi comincia ad incepparsi perché la dedollarizzazione sebbene solo agli inizi. comincia a pesare. Stretti fra tutte queste contraddizioni e problemi il sistema politico essenzialmente formato dai burattini del sistema economico finanziario, reagisce sfornando in continuazione bugie, ma anche atteggiamenti completamente contradditori. Fino a dieci giorni fa – è solo un esempio- la Cina era sull’orlo della bancarotta e adesso invece si urla che sta conquistando il mondo. Non esiste più pensiero critico, non ci sono idee filosofiche o politiche e men che meno sociali, un entità che nella cultura anglosassone nemmeno esiste, ma solo rozza propaganda, guerrafondaia e rivolta all’odio verso qualsiasi forma di normalità considerata offensiva di per sé.
Tutto questo ha ovviamente un cotè palpabile e visibile che testimonia del drammatico avvitamento dell’impero . Vi propongo una serie di servizi e inchieste che forse possono dare un’idea della situazione.
Da
La Straordinaria Vittoria dei Talebani nell’Eradicare l’Oppio in Afghanistan: I Pericolosi Risvolti di un Drastico Declino nell’Offerta di Eroina
News Academy, 26.9.2023
“Imperialismo e droghe illegali quindi spesso vanno di pari passo. Tuttavia, con l’eradicazione dell’oppio da parte dei Talebani ben avviata, è possibile che gli Stati Uniti soffriranno per gli anni a venire del fenomeno tipicamente americano della dipendenza da oppioidi. È probabile che l’epidemia mortale del fentanil peggiori, mietendo inutilmente centinaia di migliaia di vite americane in più. Anche se l’Afghanistan cerca di liberarsi dal suo mortale problema della droga, le sue azioni potrebbero innescare un’epidemia che ucciderà più americani di qualsiasi precedente tentativo imperiale di Washington”
50 anni fa, l’11 settembre 1973, il terrorismo degli USA eliminava Allende, le libertà e innumerevoli vite nel Cile tramite Pinochet. Ora massacra l’Ucraina tramite Zelensky e immiserisce l’Europa. Gli Stati Uniti d’America sono una delle potenze più distruttive della storia.
La NATO, la Germania, l’Europa, la CIA.
Ovunque arrivino, ovunque parlino, ovunque impongano i loro “valori”, gli Stati Uniti d’America regalano distruzione, guerra, morte.
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Perché la guerra in Sudan nasce dalla follia neocon
l’AntiDiplomatico, 26.4.2023
Secondo Mk Bhadrakumar, che ne scrive su Indianpunchline, è semplicistico ridurre il conflitto in Sudan a uno scontro tra Abdel Fattah al-Burhan, alla guida dell’esercito regolare, e Mohamed Dagalo, detto Hamedti, a capo delle forze di reazione rapita (RSF).
I semi del conflitto
Per capire la crisi sudanese, che inizia con la caduta di Omar al Bashir nel 2019 e l’insediamento di un governo civile caduto, lo scorso anno, a seguito del golpe dei due generali oggi in competizione, va tenuto presente il processo distensivo che sta attraversando il Medio oriente e che sta portando i Paesi del Golfo, la Turchia e l’Iran a ricalibrare le proprie ambizioni in un quadro di rapporti meno conflittuali tra di essi e a ri-orientarsi verso Cina e Russia.
Così se in precedenza, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano potuto usare dei Paesi del Golfo- cioè delle loro “reti” e delle loro finanze – per rafforzare la loro influenza in Sudan anche in chiave anti-cinese e anti-russa, a seguito della distensione e del ri-orientamento mediorientale sono rimasti privi di tali leve essenziali.
Da cui un ingaggio diretto dell’Occidente “con i generali di Khartoum, affidato ai propri sforzi e alle proprie risorse”. Tale impegno ha prodotto, tra l’altro, “l’accordo faustiano” che ha portato il Sudan ad aderire agli Accordi di Abramo, asse portante della politica neocon nei riguardi del Medio oriente e del Corno d’Africa, regioni per le quali il Sudan riveste un’importanza strategica, anche perché affaccia sul Mar Rosso.
“Gli accordi politici immaturi e irrealistici promossi dalle democrazie liberali occidentali [in questi anni] – prosegue Indianpunchline – hanno alimentato in modo significativo le lotte intestine tra i militari”.
Non solo. “L’accordo anglo-americano era in gran parte limitato al Consiglio militare di transizione e alle Forze per la libertà e il cambiamento, una coalizione rudimentale di gruppi sudanesi civili e ribelli selezionati (reg., Sudanese Professional Association, No to Oppression Against Women Initiative, ecc. ) che non rappresentavano affatto le forze nazionali del Sudan. Non sorprende che questi tentativi neocon di imporre strutture del tutto aliene a questa antica civiltà fossero destinati a fallire”.
Il “fiammifero” dell’ONU
Altro tragico errore, forse decisivo nel far precipitare la situazione, il fatto che l’Onu abbia affidato a Volker Perth, uomo dell’establishment tedesco “infiammato dall’ideologia neocon”, la gestione della criticità sudanese.
Purtroppo a oggi non c’è nessun compromesso all’orizzonte, secondo Bhadrakumar, come accade usualmente per i conflitti nati dalla follia neocon. E per uscire da questa crisi serve un compromesso, comprensivo delle esigenze di un popolo composito, formato da “400-500 tribù”, e che dia un ruolo, “anche politico”, al generale Hamedti, che il suo rivale, su pressione dei neocon, voleva eliminare dalla scena politica sciogliendo le sue forze di reazione rapida nell’esercito regolare.
Infine, sull’importanza del Sudan per Washington, un’annotazione molto significativa: “L’ambasciata statunitense a Khartoum disponeva di un numero eccessivo di personale – alla pari della missione diplomatica a Kiev – non giustificato dalla portata e dal volume dei legami bilaterali USA-Sudan, portando a ipotizzare che fosse un avamposto chiave dell’intelligence”.
Così, il ritiro precipitoso e massivo del personale e dei cittadini americani dal Paese al quale stiamo assistendo in questi giorni, dà la misura del rovescio che sta subendo Washington.
“Le Nazioni Unite devono indagare sui crimini di Washington contro l’umanità, in particolare l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003″
“Mezzo milione di civili sono innocenti vittime dell’invasione dell’Iraq da parte di Washington, hanno giustiziato il presidente e il paese semplicemente non esisteva più, l’intera politica degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo si basa su bugie”
Volodin – presidente del parlamento russo (5.2 2023)
Non è morto nessuno
Avanti!, 10.12.2022
Mentre venivano erette le cattedrali del pallone nel deserto del Qatar e gli schiavi morivano a frotte per ultimare i lavori “a tempo di record”, l’Occidente si girava dall’altra parte. Dopo essersi comprati il mondiale, gli emiri si sono comprati il silenzio delle “istituzioni” europee sullo scempio che s’andava compiendo attraverso una rete di “pubbliche relazioni” con lobbisti ed euroburocrati sconosciuti al “grande pubblico” ma molto noti nei corridoi del potere europoide. Questo è ciò che emerge dall’inchiesta della procura di Bruxelles che ha portato all’arresto di Pierantonio Panzeri, ex sindacalista della CGIL ed ex europarlamentare piddino divenuto lobbista di rango con la ONG Fight for impunity (pare vi siano di mezzo pure la Bonino e la Mogherini) e con l’Associazione degli ex membri del Parlamento europeo. Panzeri si era speso per ripulire l’immagine degli emiri in Occidente in fatto di rispetto dei diritti umani e far passare nelle varie commissioni e sottocommissioni gli emendamenti giusti. Nella sua dimora belga gli hanno trovato più di mezzo milione di euro in contanti e sono state arrestate anche sua moglie e sua figlia in Italia: gli inquirenti considerano Panzeri il punto di riferimento di un articolato giro di corruzione. Alla stessa area politica appartengono anche gli altri indagati, dalla vicepresidente del Parlamento europeo, la greca Eva Kaili, fino a tale Luca Visentini che, pur essendo sconosciuto ai più, sarebbe addirittura il capo della International Trade Union Confederation, la più grande federazione di sindacati su scala globale, e guiderebbe qualcosa come duecento milioni di lavoratori. La UIL, il suo sindacato di provenienza, ne aveva celebrato l’elezione poche settimane fa. Questo “supersindacalista”, arrestato a sua volta, si era speso nel sostegno alle “riforme del lavoro” portate avanti dagli emiri, mettendo il timbro del Grande Sindacato Mondiale sulla loro affidabilità. Coinvolti nell’inchiesta sono anche diversi assistenti e sottolobbisti, italiani e non. Si tratta della proverbiale punta dell’iceberg. I mondiali ormai li han fatti, queste cose le sapevano tutti. Gli arresti degli eurolobbisti rappresentano solo un regolamento di conti di cui possiamo appena scorgere i contorni. Il vizio oscuro dell’Occidente è proprio questa roba qua.
GR
Genèse de l’impérialisme américain
di Guillaume Travers
Éléments, 25.11.2022
Champs communs, le laboratoire d’idées de la reterritorialisation de Guillaume Travers, se penche aujourd’hui sur la tentation impériale américaine inscrite dans la « destinée manifeste » à partir de L’Amérique empire, le dernier livre de Nikola Mirković.
“Il modus operandi imperiale contro i concorrenti geopolitici e geoeconomici rimane lo stesso: valanga di sanzioni, embarghi, blocchi economici, misure protezionistiche, annullamento della cultura, intensificazione militare nei Paesi vicini e minacce assortite. Ma soprattutto la retorica guerrafondaia – attualmente elevata a livello febbrile.
L’Egemone può essere “trasparente” almeno in questo ambito, perché controlla ancora una massiccia rete internazionale di istituzioni, organismi finanziari, politici, amministratori delegati, agenzie di propaganda e industria della cultura pop. Da qui questa presunta invulnerabilità che genera insolenza. […]
Questo è in realtà quanto di più sinistro possa esistere, perché Svezia, Danimarca e Germania, e l’intera UE, sanno che se si affronta davvero l’Impero, in pubblico, l’Impero risponderà con una guerra sul suolo europeo. Si tratta di paura – e non di paura della Russia. […]
In questo processo di sirianizzazione dell’Europa, le basi militari statunitensi possono diventare centri ideali per irreggimentare e/o “addestrare” squadre di emigrati dell’Europa dell’Est, la cui unica opportunità di lavoro, a parte il business della droga e il traffico di organi, sarà quella di – che altro – mercenari imperiali, che combattono qualsiasi focolaio di disobbedienza civile emerga in un’UE impoverita.
Va da sé che questo Nuovo Modello di Esercito sarà pienamente approvato dall’EUrocrazia di Bruxelles – che è solo il braccio di pubbliche relazioni della NATO. […]
L’Impero “perderà” il suo progettino preferito, l’Ucraina. Ma non accetterà mai di perdere il “giardino” europeo”
Da La “guerra del terrore” potrebbe essere in procinto di colpire l’Europa
di Pepe Escobar, 25.10.2022
Una colonia degli Stati Uniti d’America, apertis verbis, chiaro e tondo.
Una grande pena.
Infantilismi.
Segnalo il miglior articolo che abbia letto sinora sul conflitto in Ucraina, il suo significato, le modalità, la funzione.
Lo spettacolo della guerra
di Giovanna Cracco, paginauno, n. 77, aprile-maggio 2022.
Un intellettuale russo che ha dato lustro alla cultura italiana e fatto conoscere la nostra letteratura nel suo Paese, Evegenij Solonovich, è stato escluso dal comitato del Premio Strega su ordine del Ministro Luigi Di Maio.
Con il governo Draghi il livello della politica e della cultura italiane sta diventando infimo, servile, dissennato.
Questi i numeri di coloro che liberarono l’Europa e il mondo dal nazifascismo.
Non gli Stati Uniti d’America.
Già il 12 aprile 2021 Lucio Caracciolo, uno dei massimi esperti italiani di geopolitica e geostrategie, prefigurava ciò che sarebbe puntualmente accaduto un anno dopo. L’articolo si può leggere anche qui: LIQUIDARE LA RUSSIA E ISOLARE LA CINA
Moni Ovadia, 4.5.2022
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Durante l’evento “Pace Proibita”, organizzato da Michele Santoro al teatro Ghione di Roma, Moni Ovadia ha parlato del Battaglione Azov, dei neonazisti in Ucraina e dell’indifferenza dell’occidente che si autodefinisce democratico, di fronte al pericolo derivante dalla rinascista e lo sdoganamento di questa criminale ideologia.
«Trafficando nella rete ho scoperto questo. E’ di una giornalista statunitense, si chiama Lara Logan. Giornalista da 35 anni, Anche inviata di guerra, celeberrima per una trasmissione dal titolo 60 Minutes. Lei ha fatto interviste e dichiarazioni che sono state definite bombe di verità cadute sulla Casa Bianca. Io ho scelto un pezzettino che parla del Battaglione Azov e dice:
‘Vedi la disonestà quando si tratta del battaglione Azov, che è finanziato dagli Stati Uniti e dalla NATO. Puoi trovare le loro foto online con in mano la bandiera della NATO e la svastica, E questo allo stesso tempo, indossano un emblema che contiene il sole nero dell’occulto, che era un emblema delle SS naziste. E contiene anche simboli come il lampo delle SS. Questo è presente in tutto l’esercito ucraino. Puoi vedere quel sole nero dell’occulto sui loro giubbotti antiproiettile, perfino sulle soldatesse fatte sfilare davanti al mondo come esempio dell’indipendenza, dello spirito e della nobiltà ucraina. La Casa Bianca vuole che tu creda che questo non ha importanza, che è solo un piccolo numero di soldati. Non è vero. Il battaglione Azov si è fatto strada uccidendo nell’Ucraina orientale. Non vogliamo ammetterlo. Questo è il motivo per cui la Crimea ha votato per l’indipendenza. Questo è il motivo per cui ha voluto stare con la Russia. Perché noi dei media e in Occidente non riconosciamo la realtà di ciò che sta succedendo’.
Sotto il profilo storico, spiega Lara Logan, ‘L’Ucraina occidentale ha sostenuto i nazisti. Era un quartier generale delle SS. La CIA e Allen Foster Dulles, Segretario di Stato a quel tempo, hanno dato l’immunità ai nazisti ucraini ai processi di Norimberga. Quindi c’è una lunga storia degli Stati Uniti e delle nostre agenzie di Intelligence che finanziano e armano i nazisti in Ucraina’.
Cioè non sono un gruppo di ragazzi valorosi che leggono Kant. Sono i discendenti degli ukronazisti che collaborarono con le SS. Erano 250mila. Sono stati responsabili delle atrocità che immagino tutti conoscete, ma il punto su cui volevo chiamare la vostra attenzione e l’operazione di perversione simbolica di cui è complice il nostro mainstream. Dice che la svastica l’hanno scelta questi ragazzi che leggono Kant o ascoltano Kant perché è un simbolo runico.
Dire questa cosa è secondo me un’operazione criminale. Dire che in Europa, in Ucraina dove sono stati assassinati centinaia centinaia di migliaia di ebrei, comunisti, rom, anarchici, e via dicendo sotto la svastica loro l’hanno scelta perché un simbolo runico.
Non solo questa è una spaventosa presa per il culo, ma potrebbe avere conseguenze devastanti sulla rinascita in Europa di forze naziste.
Questa non è una giornalista della Pravda, la signora Lara Logan ha lavorato per CBS, CNN e da ultimo per Fox News. Solo che questo è un esempio di quello che è il giornalismo anglosassone, mentre il nostro, con le dovute eccezioni, non è più giornalismo. Sono semplicemente velinari su ordine del governo degli Stati Uniti. Da ultimo vi voglio dire questa cosa: di questi fatti, svastiche esibite, simboli delle SS, le autorità delle comunità ebraiche internazionali non hanno detto niente.
Però quando io difendo i diritti dei palestinesi, mi dicono che sono un ebreo antisemita. Capite che livello di perversione abbiamo raggiunto?
Non so se Hitler fosse di origine ebraica, ma un ebreo è prima di tutto un uomo. Ci può anche essere un ebreo, faccio un nome a caso Zelensky, che pur sapendo queste cose fa finta di niente perché evidentemente gli conviene altro. E adesso vi dico una cosa, c’è un libro che racconta gli ebrei che hanno combattuto nella Wehrmacht. C’erano ebrei negli alti ranghi nazisti. Per esempio il vice di Göring e persino era sospettato di avere un nonno ebreo Reinhard Heydrich, quello che si è inventato la soluzione finale. Per cui basta retorica, basta bugie sanguinose e basta prenderci per dei deficienti.
L’Occidente pianifica i propri interessi con un cinismo senza limiti. Oggi ero in una trasmissione e ho fatto notare una piccola cosa, che da decenni un membro della Nato, la Turchia macella il popolo curdo. Sapete cosa ha detto una giornalista molto sussiegosa di Repubblica?
Ha detto ma concentriamoci sul presente!
Allora io dico, come ebreo, dico allora: perché spacchiamo il cazzo al mondo con i morti della Shoah?».
Gli Stati Uniti d’America e i loro alleati non hanno il diritto di parlare di pace, semplicemente.
Isteria, fanatismo, moralismo balordo, distillato di stupidità.
Una civiltà davvero allo sbando.
Poche, chiare, del tutto condivisibili parole del collega Vincenzo Costa.
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Oggi i partigiani sono morti una seconda volta.
Mi dicono che questa è Milano oggi
Ho un sentimento di odio, totale e assoluto, verso Letta e tutto ciò che rappresenta.
Non dimenticheremo e non perdoneremo.
Se va fermata la destra allora sia chiaro che niente è più destra del pd. Il nemico assoluto
Sintesi.
Uno dei problemi maggiori dell’Unione Europea è di essere in mano a un ceto dirigente formato da dementi, proprio da dementi. Non c’è altro modo di definirli.
Pronazi.
Così Biden irrita Mosca e danneggia anche l’Europa
Gianandrea Gaiani, 29.3.2022
Sono troppe le affermazioni fuori luogo di Biden su Putin per considerarle semplici cadute di stile: sembrano avere l’obiettivo di irrigidire Mosca allontanando l’avvio dei negoziati col rischio di determinare un’accelerazione di un conflitto che minaccia di travolgere l’Europa. Emerge ancora una volta la divergenza di interessi che separa ormai da tempo gli USA dall’Europa e la pochezza di una Ue che preferisce lasciarsi “commissariare”.
A minare l’unità di intenti tra USA ed Europa circa la guerra in Ucraina e l’atteggiamento da assumere con la Russia emersa nei giorni scorsi nei vertici di NATO e il Consiglio Europeo a Bruxelles hanno provveduto le ormai periodiche gaffes, o presunte tali, del presidente statunitense Joe Biden. «Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere», ha detto Biden in Polonia, poche ore dopo aver accusato il dato presidente russo di essere “un macellaio”.
Possibile si sia ispirato a qualche ministro europeo che aveva definito Putin “l’animale più atroce” ma, fatte le debite proporzioni, le frasi di Biden hanno avuto un’eco molto ampio costringendo molti, sui due lati dell’Atlantico, a rettificare o prendere le distanze dalla Casa Bianca. Un portavoce ha specificato che il presidente non si riferiva al potere di Putin in Russia ma al potere che il presidente russo vuole esercitare sui paesi vicini e il segretario di Stato Anthony Blinken ha precisato che Washington non ha un piano per il cambio di regime a Mosca. Rettifiche poco efficaci che non riescono a nascondere l’inadeguatezza di in presidente degli Stati Uniti che parla del suo omologo russo cime si trattasse di Saddam Hussein, Muhammar Gheddafi o Bashar Assad da togliere di mezzo.
Citando ex funzionari e analisti, il Washington Post ha sottolineato come le parole di Biden pongano gravi implicazioni sulla capacità degli USA di contribuire a mettere fine alla guerra o di impedirne l’ampliamento. Samuel Charap, esperto di Russia presso la Rand Corporation ritiene che le dichiarazioni di Biden esasperino in Russia «la percezione delle minacce esistenti relativamente alle intenzioni americane. I russi potrebbero essere molto più inclini a compiere gesti ostili come risposta, anche più di quanto già non siano».
Del resto sono forse troppe le affermazioni fuori luogo di Biden nei confronti di Putin (definito nelle scorse settimane anche “un assassino” e “un criminale di guerra”) per considerarle semplici e frequenti cadute di stile, inopportune ma non intenzionali. Impossibile non notare che tali dichiarazioni sembrano avere l’obiettivo di irrigidire Mosca allontanando l’avvio di negoziati concreti e rischiando di determinare un’accelerazione o un ampliamento di un conflitto che minaccia di travolgere l’Europa.
Del resto una guerra prolungata è negli interessi di Washington che vedrebbe indebolirsi rapidamente l’Europa, eterno rivale economico e commerciale degli Stati Uniti e a oggi l’angolo più ricco del mondo.
C’è chi parla ormai apertamente di un duello in atto nell’Amministrazione che vedrebbe da una parte Casa Bianca e Dipartimento di Stato puntare a rafforzare la sfida militare a Mosca e dall’altro il Pentagono impegnato a smorzare i toni bellicosi, impedendo ad esempio che alle armi antiaeree e anticarro fornite alle truppe di Kiev si aggiungano aerei da combattimento, carri armati e artiglierie.
E’ il caso di sottolineare che se la guerra in Ucraina ha fatto precipitare ancora più in basso la popolarità di Biden, che vede oggi appena del 40% degli americani approvare il suo operato contro il 55% che lo disapprova. Un sondaggio pubblicato da NBC News registra come sette americani su 10 abbiano poca fiducia nella capacità del presidente di gestire il conflitto. Ed un numero ancora maggiore, otto su dieci, temono che la guerra provochi l’aumento dei prezzi energetici ed addirittura possa portare ad un coinvolgimento delle armi nucleari. E il sondaggio è stato condotto tra il 18 ed il 22 marzo, quindi prima del viaggio di Biden in Europa e delle ultime dichiarazioni che tante polemiche hanno suscitato.
In Europa ha alzato la voce per primo, affermando di non ritenere Putin un macellaio, il presidente rancese Emmanuel Macron, sempre più a disagio di fronte alle dichiarazioni aggressive che Washington dispensa pubblicamente ogni volta che sembra aprirsi la possibilità di negoziati concreti tra i belligeranti. «Non è il momento di alimentare un’escalation né di parole né di azioni», ha ammonito Macron che punta a un nuovo incontro con Putin per riannodare il filo della trattativa. «Non stiamo cercando un cambio di regime, spetta ai cittadini russi decidere se lo vogliano o meno», ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell: «Quello che vogliamo è impedire che l’aggressione continui e fermare la guerra di Putin contro l’Ucraina».
Persino l’alleato NATO più fedele, la Gran Bretagna, ha preso le distanze da Biden con il ministro dell’Istruzione Nadhim Zahawi mentre il loquace Boris Johnson non ha speso una sola parola sulle affermazioni sopra le righe del presidente americano. E pure il governo turco del battagliero Recep Tayyp Erdogan ha turato le orecchie a Washington. «Se tutti bruciano i ponti con la Russia, chi parlerà con loro alla fine?» recita un comunicato del ministero degli Esteri di Ankara.
La vicenda sottolinea ancora una volta la divergenza di interessi che separa ormai da tempo gli USA dall’Europa e la pochezza di una Ue che invece di assumere iniziative (già negli anni scorsi) per risolvere la guerra in Ucraina cominciata otto anni or sono, non un mese fa, ha preferito lasciarsi “commissariare” dagli USA per la tutela dei suoi interessi strategici.
La presenza di Biden al Consiglio d’Europa non è apparsa come la cortesia che una grande potenza accorda a un ospite di riguardo ma un omaggio a chi è venuto da oltre oceano per dettare termini e condizioni del nostro vassallaggio. E i risultati, sul piano politico, strategico, economico e energetico, sono sotto gli occhi di tutti.
Un articolo dedicato ai “soliti noti iscritti all’albo dei giornalisti e, sovente anche al libro paga della Cia”.
Caccia a “Ottobre Rosso”
di Franco Novembrini, girodivite.it, 30.3.2022
Sviluppi mediatici della guerra (e un avviso per i potenziali soccorritori italiani dell’Ucraina)
Zelensky non è disposto ad accogliere le richieste di “denazificazione” dell’Ucraina. Stavolta è sincero.
Odiatori, assassini, irresponsabili (e anche un poco ignorantelli sulle tematiche geopolitiche)
Effettivamente, da vicepresidente USA, Biden si vantò di aver proposto e ottenuto i bombardamenti su Belgrado e la morte di molti cittadini serbi.
Come i media lavorano a farvi “rassegnare” al conflitto
di Andrea Zhok, 26.3.2022
“Sbattere fuori con ignominia ogni cenno alla Russia e alla cultura russa da ogni contesto possibile, letterario, musicale, sportivo, accademico e poi rivendicare di parlare a nome dei valori di tolleranza dell’Occidente.
[…]
E si potrebbe continuare a lungo, e sarebbe anche divertente, se non fosse che la direzione in cui tutto questo conduce non è divertente, ma tragica. Questo lavoro ai fianchi da parte del Ministero della Verità non è semplicemente ignobile e disgustoso per chiunque abbia ancora un briciolo di onestà intellettuale; questo sarebbe il meno; il problema è che esso prepara sempre il terreno a decisioni radicali che devono apparire necessarie, fatali, richieste dalle circostanze.
Così in Italia è già passato, dopo anni di stand-by, un finanziamento militare straordinario (60 miliardi nei prossimi 15 anni); così in Germania è ripartito in grande stile il riarmo bellico dopo il ’45; e così, giorno dopo giorno, la menzione americana di possibili “incidenti” che potrebbero portare “come ultima risorsa” all’utilizzo dell’arma nucleare prende piede.
Ecco, rammentate che nelle guerre frontali (non in quelle “per procura”) succede sempre così: prima si lavora alla demonizzazione del nemico (creazione del mostro), poi si alza il livello del rischio percepito nella popolazione (paura del mostro) e infine “ci si rassegna” al conflitto, presentato come esito lungamente posposto, ma oramai inevitabile col mostro”,
Oltre il grottesco.
La propaganda antirussa precipita nella pura, inemendabile stupidità.
Biden parla esplicitamente di “costi per l’Europa”:
La Russia afferma di aver “teso una mano, ma qualcuno l’ha morsa”:
Questo qualcuno sono i nati morti 5 Stelle e coloro che ormai sono i loro padroni: gli oligarchi del Partito Democratico.