Blog «Così fanno i pagani»

«Così fanno i pagani»

«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come  è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt, 5, 43-48).
Quanti cercano di seguire davvero queste massime di Jeshu-ha-Notzri perdono una delle gioie della vita. Essa consiste nel vedere soffrire chi ci ha fatto soffrire; nel gustare la caduta di quanti produssero in noi lacrime, umiliazioni o tristezza; nel godere sino in fondo e con un sorriso della malattia, dell’abbandono, della rovina che afferra chi ci ha procurato dolore. A coloro che mi hanno ingannato, tradito, voluto del male -come costui, come uomini e donne che non hanno meritato il mio amore e la mia amicizia, come alcuni indegni soggetti incontrati in contesti professionali-, io auguro ogni sofferenza.
Ma in realtà i cristiani provano di frequente la gioia che qui sto cercando di descrivere. Loro che ben lontani dall’“amare i nemici” sono sempre stati i primi a massacrarli. Guerre di religione, roghi (Giordano Bruno sarà per sempre la maledizione dei papisti e Michele Serveto lo sarà per i protestanti), persecuzioni di streghe ed eretici, colonialismo, benedizione di tutte le guerre, complicità con i mafiosi e i pedofili, conflitti interni per il potere, sostegno a ogni sorta di tiranni, crimini vasti e di varia natura, costituiscono il contrappasso che condanna tali ipocriti. I cristiani negano la natura umana e però la praticano (e che altro potrebbero fare?), i pagani la seguono senza mentire, in primo luogo a se stessi:
«καὶ τὸ τοὺς ἐχθροὺς τιμωρεῖσθαι καὶ μὴ καταλλάττεσθαι (e vendicarsi dei nemici è più bello anziché riconciliarsi)»
(Aristotele, Retorica A, 9, 1367 a, 24).
«Ma ho forse torto a lamentarmi… la prova, io sono ancora vivo… e perdo dei nemici tutti i giorni!… di cancro, … di apoplessia, di ludreria… è un piacere come che si svuota il sacco!… non insisto… un nome!… un altro! ci sono dei piaceri nella natura…»
(Céline, Da un castello all’altro, in «Trilogia del Nord», Einaudi 2010, p. 24).
«οὐκοῦν ἐπὶ μὲν τοῖς τῶν ἐχθρῶν κακοῖς οὔτ᾽ ἄδικον οὔτε φθονερόν ἐστι τὸχαίρειν (gioire dei mali dei nemici non è né ingiusto né invidioso)»
(Platone, Filebo, 49 D).
«εἰ κεινόν γε ἴδοιμι κατελθόντ’Ἄϊδος  εἴσω / φαίνην κε φρέν ἀτερπου ὀιζύος ἐκλελαθέσθαι» [Se lo vedessi discendere dentro i recessi di Ade, / direi che un brutto malanno avrebbe scordato il mio cuore]. Questo dice Ettore di Paride, suo fratello, in Iliade, VI, 284-285.
Così fanno i pagani.

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Sarebbe davvero una gioia da gustare!
Chissà!
È pur vero che non devi generare figli!

Caro Prof.,
intervengo con ritardo su ciò che ho letto a suo tempo ma che mi ha dato modo di riflettere – a intermittenza – su qualcosa che è comunque essenziale, su cosa cioè si provi quando la vendetta accade. Fenomenologicamente è così, non v’è dubbio che il torto subìto si compensi con la caduta nel fango di chi lo ha procurato, tuttavia non potendo escludere di essere noi a volte, con dolo o con sola colpa, a procurare un danno ingiustamente, accanto alla gioia (subito? un po’ dopo? contemporaneamente?), stante l’impermanenza delle cose e la mutevolezza della coscienza, sorge, o può sorgere, un sentimento di distanza da sé e dall’altro che nulla, a mio avviso, toglie alla vita. Non credo che si tratti di una forma di rinuncia di stampo buddhista, magari sì, ma in quanto il buddhismo (non solo, naturalmente) ha rilevato un sentire di tal fatta.
Del resto se l’indifferenza, che è, come lei ha affermato in altra occasione, “Forse la forma più radicale di vendetta (…) la distanza finale”, ci accade in talune occasioni o sempre, e il fatto di essere distanza la connota come un’attività, come un agire perseguito o voluto, è anche vero che un tale agire o volere appare in perfetta simmetria con il subire e con l’accettare – dell’aver dovuto subire e accettare il fatto non in nostro potere, l’immodificabile.
Ecco io ritengo che la gioia della vendetta sia reale ma effimera, che lasci l’amaro nel cuore, se così può dirsi, e che non porti a una vera pacificazione, o compensazione, perché il torto o il danno subito – ma anche procurato! – crea ferite e chiede risposte essenziali. Porgere l’altra guancia in questo senso è una sfida forte, ma purtroppo è tale solo per chi voglia o è in grado di raccoglierla, perdonare d’altronde è una sorta di elargizione e l’oblio forse è impraticabile.
Al di là e al di fuori di quanto il cristianesimo vi abbia lavorato intorno, penso che l’attenzione e l’ascolto di ciò che ha portato alla nascita del diritto come disciplina della vendetta possa essere altrettanto reale della gioia e dell’indifferenza.

A noi credo non ci avrebbero preso vivi, è evidente
Voluto anacoluto, offesa alla sintassi non voluta ma garbato vezzo. P.

Arrivo buon ultimo ma arrivo come alla Mecca il pellegrino zoppo del proverbio, a dire la mia. Mi osservo andar in accordo con Dario Generali, molto sulle generali, ma credendo di intendere che di ogni pulsione umana va trovato non il senso me il buonsenso. Ad Achille non so che cosa fruttò l’assassinio di dodici giovinetti se non un temporaneo placarsi della celebre ira, peraltro così funesta da trovare ristoro nell’altrettanto famosa freccia che lo uccise. Voglio dire che non mi pare si possa costituire in teoria né il perdono né la vendetta, né altro impulso o passione. Esistono. Negarle a posteriori è sciocco. Però tanto quanto la vendetta anche il perdonare, l’obliare inteso come allontanare da sé, smettere di tornare all’evento che ci ha feriti per andare avanti e oltre in luogo del restare attaccati, in senso buddista, a un sé tanto transitorio quanto transitato, mi pare non tanto un obbiettivo cui puntare in senso idealistico, per sentirsi migliori, ma un modo per sopravvivere alle frecce a ai colpi dell’avversa fortuna, a trasformare uno svantaggio in vantaggio, se possibile.Certo la rabbia e il desiderio di rispondere pan per focaccia sono risposte sane, di difesa differita tanto o poco a un ‘offesa, o, passatemi il termine, a un ferita narcisistica. Non credo però che ci sia un dato oggettivo, un’offesa, una ferita che non è in sé, a ferirci. Ma un’interpretazione. Del tutto personale è ovvio. Ovvero quello che facciamo del ricordo. Dimenticare si sa che impossibile ma non fare agire ancora in noi il ricordo per non trasformarlo in continuo agito mi sembra un modo sagace di procedere. Coinciderebbe grossomodo con ciò che vogliamo o non vogliamo fare di noi stessi , con quello che facciamo o non facciamo o non riusciamo a fare di noi stessi. La sensibilità, o la ragione non sempre mi paiono buone ispiratrici. Lo dico da achilleo collerico e non lo dico solo io. Infine credo vi siano molti strumenti per vendicarsi. Uno di questi è la freccia delle parole. Chiudo con un motto diabolico di Totò: Sa cosa le dico, lei è un cretino, s’informi.
Pas

Grazie Alberto per l’attenzione che hai dedicato al mio commentino segnalandomi il Gorgia che non conosco e quel geniale proverbio siciliano. Mi fa piacere sapere del tuo daimon, l’ho intravisto oltre le tue cornee. Il mio non è meno combattivo ma l’originario modello meridionale si addolcì nell’incontro con il lassez passer degli altri miei avi, i triestini soprattutto, gente che ha fatto proprio il verdiano, Tutto nel mondo è burla. Una postilla. Mi sono reso conto a posteriori di avere ammiscatu offesa e ferita, riferendomi in realtà solo a quel che ci colpisce senza disintegrarci dell’agire altrui. La ferita violenta, sanguinosa, che mina la nostra integrità è vero che non solo fa scattare subito e per lo più la reazione di difesa e poi, è inevitabile, il desiderio di infliggere una sorta di punizione almeno pari. D’altro canto c’è la sindrome di Stoccolma. E d’altro canto si sa che per cento combattenti nelle fogne di Varsavia, duemila subirono. A noi credo non ci avrebbero preso vivi, è evidente. Il resto, è perbenismo. E qui centri il bersaglio con precisione da sniper.

Caro Prof. Biuso,
quella che ci propone è una breve fenomenologia, non un discorso morale (come andrebbe intesa la morale, lo ha esposto chiaramente nel suo articolo “Esistenza e colpa. Sul fondamento metafisico del mondo morale”). Che le reazioni a torti e soprusi di varia natura siano quelle che lei descrive, non è onestamente contestabile, almeno da parte di chi si senta ancora un esserci. (Mi permetto di notare che non sentire il desiderio di vendicarsi del nemico abbattuto non è compassione, è mancanza di crudeltà).
La cosiddetta “religione dell’amore” si nega da sé, poiché poggia, stando alle sue Scritture, sulla personalità del credente, il quale crede in primo luogo al suo sé, alla sua anima, alla sua distinzione da ciò che lui non è. Il proprio sé è precisamente ciò che pone e oppone agli altri. La comunione dei beati non è amore del nemico, se questo viene relegato altrove.
Il Buddhismo, invece, per quanto possa apparire improbabile, poggia sull’unico fondamento possibile di un autentico, reale amore indiscriminato: l’assenza del sentimento di essere qualcuno. Non si odia, non si teme nessuno alla sola condizione di non credere alla realtà della propria esistenza particolare. E’ il punto di vista di nessuno, del vuoto, dell’infinito, non dell’esserci: ci si è sottratti al fenomeno e tuffati nell’Essere, nell’Uno-Materia che non conosce e non soffre.
Che poi si tratti semplicemente di un ideale o che qualcuno lo abbia effettivamente realizzato, non importa: è quanto basta per sconfessare la “religione dell’amore” e i suoi adepti.
(A questo punto, mi si pone davanti un problema difficile: come sia stato possibile che Buddha e Nietzsche, pur partendo da una epistemologia identica, abbiano seguito due sentieri etici così divergenti).
I Greci hanno certamente detto tutto ciò che doveva essere detto sulla natura umana e sui principi che dovrebbero regolare la vita in società – principi che essi hanno visto e scoperto nella stessa natura dell’uomo e dell’essere (Werner Jaeger). Loro conoscevano la benevolenza come un sentimento da indirizzare con discernimento, mai indiscriminatamente.
Per quanto mi riguarda, professore, adotto in pieno l’ethos greco: finché conserverò il senso del mio esserci, cercherò di essere buono (agathòs) e di realizzare la virtù (areté) – ma non avrò alcuna pietà (caritas). E nessun senso di colpa. Così fanno i mortali.
Gentile professore, le sue pagine – vive, fresche – mi rincuorano e rinforzano continuamente. Ammiro molto la sua onestà.

Marco

Caro Alberto,

è una delle poche volte che non condivido in pieno una tua presa di posizione sul terreno morale e civile.
Personalmente non ho mai provato soddisfazione per la rovina fisica di un nemico, anche perché, forse, nessuno mi ha mai davvero danneggiato così profondamente da scatenarmi un odio indelebile e senza remissione. Ho sempre combattuto nel modo più risoluto i despoti, grandi e piccoli, che ho incontrato, che prevaricavano norme e diritti, agendo costantemente sopraffazioni nei confronti dei deboli e dei loro sottoposti. Ho sempre disprezzato e combattuto chi era forte con i deboli e debole con i forti, ma non ho mai continuato le mie battaglie quando questi piccoli despoti sono stati sconfitti e sono caduti nella polvere. A quel punto li ho usualmente ignorati e talvolta non sono riuscito a non aiutarli quando me l’hanno chiesto. Non erano ormai più forti e arroganti e non ho mai colpito un debole, anche se prima avevo subito da lui prevaricazioni e ingiustizie.
Non credo inoltre che la capacità di perdonare (non di dimenticare, come tu più volte hai ricordato anche per te) sia solo una prerogativa cristiana. Anzi, come anche tu giustamente sottolinei, mi pare sia vero l’esatto contrario. È difficile trovare maggiore ipocrisia e perfidia di quelle che di solito animano gli ambienti cattolici ufficiali. È difficile trovare soggetti più vendicativi rispetto a quelli che operano in quei contesti. Un’amica, ricercatrice in Cattolica, una volta mi disse che in quell’Università ha sempre trovato una totale assenza di misericordia come mai aveva riscontrato in qualsiasi altro ambiente che aveva frequentato nella sua vita.
Non conosco il mondo classico così a fondo come te, ma mi sono convinto sin da giovane che da quel contesto escano valori di misura e di equilibrio enormemente superiori per civiltà e umanità rispetto a quelli delle religioni rivelate. Il mondo classico contempla certamente il diritto alla némesis, ma gli pone sempre un limite e chi lo supera esce dai valori di quella civiltà. Accanto a némesis pone però anche aidós, sentimento considerato nobilissimo, cemento della società di alto valore civile.
Porgere l’altra guancia al forte che ci sta prevaricando è da vili, perdonarlo (senza, ripeto, dimenticare) quando è nel fango credo che sia perfettamente compatibile con gli altissimi valori di civiltà e di umanità che il mondo classico ha elaborato e che rappresentano una tradizione culturale e morale inconfrontabile con quella cristiana.
Un caro saluto.
Dario

I vangeli dicono molte sciocchezze, ma resta il fatto che se ci si mette sullo stesso piano di chi opprime, nutrendo sentimenti di odio, risentimento e vendetta, non se ne esce più. Bisogna dimostrare d’essere migliori di chi opprime. Il che non vuol dire “porgere l’altra guancia”. Semmai la si pone proprio per far capire che non si ha paura di chi ci opprime e che alla prima occasione favorevole se ne approfitterà per estrometterlo dal potere.

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